Quando lo Stato ruba i bimbi Rom

Amatrice: Non riescono a riavere il figlio sequestrato per sbaglio dai carabinieri
Nonni scambiati per sciacalli perché sono Rom. E ora la burocrazia blocca il ragazzino

Falsi sciacalli

Nella tarda mattina del 29 agosto due pacifici signori romeni, di origine rom – Ion e Letizia, di 45 anni – sono stati fermati, vicino ad Amatrice, dai carabinieri mentre erano su un auto assieme al nipotino – si chiama Mario Jonut Marcelaru – di sei anni e mezzo.
Ne ha parlato, qualche giorno fa, Paolo Persichetti. Sono stati arrestati, perché considerati “sciacalli”. Secondo la versione delle forze dell’ordine – ripresa prontamente da tutte le agenzie stampa – la coppia di rom sarebbe gravata da numerosi precedenti penali, furti e altri reati contro il patrimonio. Ed è accusata di vari furti nelle abitazioni distrutte dal terremoto. Inoltre, all’interno della macchina, sarebbero stati rinvenuti degli oggetti utilizzati per effettuare gli scassi.
L’accusa contro di loro però si è sgretolata durante il rito per direttissima: arnesi da scasso si sono rivelati dei kit di soccorso presenti in ogni autovettura (diciamo che servivano a riparare le gomme). I precedenti penali non esistevano. Non solo. Nel corso dell’udienza la coppia, con molte difficoltà espressive nonostante la presenza dell’interprete, ha dichiarato di non sapere niente del terremoto. Passavano di lì per caso, diretti a Roma. E dentro la loro auto c’era tutto il necessario per potersi vestire, dormire, cucinare e i giocattoli per far passare il tempo al bambino. Tra i quali una pericolosissima pistola giocattolo di plastica.
Ma nonostante la loro evidente innocenza, la notizia del loro fermo ha scatenato indignazioni a non finire.
Primo tra tutti il leader della Lega Matteo Salvini che con un post su facebook (clicca qui) aveva deciso di mettere alla gogna la coppia di rom, utilizzando toni durissimi: «Ecco il video con i due sciacalli – scrive Salvini -, pregiudicati rumeni (con figlioletto al seguito…), trovati ad Amatrice con l’auto piena di refurtiva, denaro, attrezzi da scasso. Pare si fingessero turisti sfollati». Il suo post finisce con una chiosa: «Vergognatevi, fate schifo! ». Un post che ha scatenato commenti razzisti anche molto violenti.
Ma il calvario dei due poveri romeni, non è finito con la scarcerazione. Quando sono stati scarcerati, l’amara sorpresa: non hanno più ritrovato il nipotino perché era stato affidato ai servizi sociali di Rieti che nel frattempo lo avevano trasferito a quelli di Roma.
Sono due nonni, Ion e Letizia, che erano giunti in Italia in vacanza e durante il viaggio avevano programmato di andare a visitare una parente a Roma. Hanno portato con sé il nipotino e avevano anche una procura dei genitori. Quindi tutto regolare. Nel momento dell’arresto dei nonni, il bambino è stato sistemato in una comunità a Rieti, dopodiché la procura ha passato tutto al tribunale per i minorenni di Roma e il bambino è stato trasferito in una casa famiglia di Acilia, vicino a Ostia.
I genitori naturali sono intervenuti personalmente con istanza per poter riavere il figlio. La mamma è una giovane donna di 24 anni con un viso da adolescente, di nome Claudia Costantin, lavora come donna di pulizie e ha avuto il bimbo a 18 anni. Il papà si chiama Gabriel, anche lui ventiquattrenne, lavorava in una fabbrica per il legno ma ora ha perso il lavoro per venire in Italia a recuperare il figlio. Giunti in Italia sono ospiti dei parenti che risiedono nel campo rom attrezzato di Ponte Galeria. C’è poco spazio e, assieme ai nonni del piccolo Mario, dormono nella Passat da settimane.
Per tutto questo tempo, ovvero dal 29 agosto, hanno avuto la possibilità di vedere il loro figlio una sola volta. Soltanto venerdì 23 settembre. Tutto dovuto a lungaggini burocratiche: dopo aver letto la relazione dei servizi sociali, il magistrato aveva autorizzato ma con infinite lentezze determinate dall’assenza dell’assistente sociale e dalla necessità di una traduzione del certificato di nascita. I genitori hanno così potuto abbracciare una sola volta il loro figlio e hanno espresso molta preoccupazione circa lo stato psichico del bambino: era definito vivace anche dagli assistenti che l’avevano perso in incarico, ma ai genitori è apparso “spento”.
La prima udienza era stata programmata per giovedì 22 settembre, ma per mancanza dell’interprete è stata rinviata a domani. L’udienza è stata istruita dal giudice per l’affidamento provvisorio mettendo in discussione la capacità genitoriale del papà e della mamma perché non avrebbero dovuto mandare in vacanza il figlio con i nonni. E perché mai, visto che i nonni sono risultati essere due bravissime persone vittime di calunnia?

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I capri espiatori del sisma e la paura agitata dai media

Falsi sciacalli

Oltre a provocare vittime e distruzione i terremoti sembrano suscitare il malsano bisogno di capri espiatori. Tra le pieghe del dolore e dello strazio di chi ha perso figli, genitori, parenti o amici e ha visto la propria esistenza sbriciolarsi sotto il crollo della propria casa, perdendo tutto ma forze più di ogni altra cosa le tracce della propria memoria, ciò che compone l’io di ogni persona, ci sono anche delle vittime “collaterali”. L’allarme sciacalli ne ha provocate diverse in questi giorni. Alimentata dai media con storie costruite a tavolino fin dalle prime ore successive al sisma, la paura dello sciacallo si è insinuata subdolamente, complice anche l’atteggiamento di alcune forze di polizia che invece di infondere sicurezza e tranquillità nella popolazione scossa dalla tragedia hanno moltiplicato paure, diffuso dicerie come quella del falso prete che si aggira tra le frazioni colpite nascondendo sotto l’abito talare gli ori e gli argenti sottratti dalle case danneggiate. Abbiamo tutti letto la storia del pregiudicato napoletano che avrebbe preso il treno fino a Roma per poi recarsi ad Amatrice ed essere qui scoperto, non si capisce come e dove. Una vicenda confezionata ad arte al punto che lo stesso sindaco di Napoli aveva dichiarato che il comune partenopeo si sarebbe portato parte civile contro l’uomo arrestato. Peccato però che nessuno fosse finito in manette.

A sole 24 ore di distanza dal terremoto un quotidiano del Nord titolava «Maledetti sciacalli, stanno già rubando tutto», narrando di tre arresti, tra cui ovviamente l’immancabile «nomade», avvenuti tra le rovine di Pescara del Tronto, tanto che la Questura di Rieti è dovuta intervenire con un comunicato nel quale si riferiva che «allo stato non risulta alcun episodio di illegittima introduzione di persone nelle abitazioni evacuate, tantomeno di furti perpetrati». Sono stati eseguiti – proseguiva il testo – controlli su persone sospette o «semplicemente presenti all’interno di aree interdette o in procinto di entrarvi», ma tutte le verifiche «hanno avuto esito negativo e le persone sono state indirizzate ai competenti organismi di Protezione civile o semplicemente allontanate».

Ovviamente il comunicato è servito solo a quei pochi che lo hanno letto, non poteva certo arginare una psicosi da trauma se poi sul terreno c’è chi sobilla il sospetto, attrezza campi che sembrano ghetti, infantilizza le persone. La ricerca del capro espiatorio diventa allora un espediente rassicurante, una tecnica di governo del territorio che compatta le comunità disorientate verso un nemico esterno. Una ong francese ha rischiato di tornare indietro con il suo carico di preziose tende se non fosse stato per il buon senso di alcuni militari. L’esercito, oltre ai Vigili del fuoco sempre fedeli al loro motto ubi dolor ibi vigiles, ha dimostrato sul terreno di essere il corpo con la mentalità meno militare di tutti. Non stupisce dunque se due volontari di Platì, arrivati ad Amatrice con i propri mezzi e tanta solidarietà – come hanno raccontato a questo giornale – abbiano pagato il prezzo di questa fobia: accusati di esser dei potenziali sciacalli dopo le grida di una donna anziana che non li conosceva, nonostante lavorassero all’interno del campo messo in piedi dalla protezione civile, sono stati allontanati da Amatrice con il foglio di via.

Chi scrive ha assistito ad un episodio dal risvolto grottesco: l’inseguimento da parte di sei motociclisti dei carabinieri di un furgone, avvistato nei pressi della frazione di Preta, che poi si è rivelato trasportare una salma. Circostanza significativa del clima fobico, di una frenetica caccia alle streghe del tutto inutile, certamente non rispondente alle necessità degli sfollati rimasti a presidiare le tante frazioni che circondano Amatrice e che si aspettano dalle autorità ben altro: l’arrivo di bagni, di unità docce, di tende e case di legno per affrontare l’inverno, non di pattuglie eccitate dalla caccia ai fantasmi.

Non hanno avuto la stessa fortuna dei volontari di Platì i due cittadini romeni di etnia Rom fermati nella tarda mattinata del 29 agosto con l’infamante accusa di essere degli sciacalli. In un comunicato diffuso dai carabinieri si legge che una pattuglia del nucleo radiomobile di Roma, venuta in rinforzo nelle zone terremotate, avrebbe «sorpreso nella frazione di ‘Preta’ del comune di Amatrice, un uomo ed una donna rispettivamente di 44 e 45 anni, che a bordo di un’autovettura Wolkswagen Passat con targa tedesca, avevano perpetrato poco prima, alcuni furti nelle abitazioni distrutte dal terremoto». Dopo un’accurata perquisizione – riferiscono ancora i militi – sugli stessi e sulla citata autovettura, «venivano rinvenuti svariati capi di abbigliamento, alcuni oggetti domestici, la somma contante di oltre 300 euro, una pistola giocattolo sprovvista del prescritto “tappo rosso” ed alcuni arnesi da scasso. I soggetti, entrambi di nazionalità rumena e gravati da numerosi precedenti penali per reati contro il patrimonio, sono stati tratti in arresto con l’accusa di furto aggravato e trattenuti nelle camere di sicurezza dell’arma, in attesa della relativa convalida da parte dell’autorità giudiziaria».

La versione dei fatti fornita dai carabinieri ha sollevato tuttavia alcuni dubbi, intanto perché il fermo di Ion C. e Letizia A., che a bordo della loro macchina trasportavano anche il nipotino di 7 anni, non è avvenuto nella frazione di Preta ma lungo la strada regionale 577 del lago di Campotosto, in uno slargo molto ampio nei pressi del bivio per Retrosi. Dunque in un luogo lontano da centri abitati. La scena è stata vista da chi scrive, insieme ad altre due persone, che dalla frazione di Capricchia, immediatamente sotto Preta, scendevano in macchina verso Amatrice. La Passat era ferma con il portellone posteriore alzato e gli stracci contenuti all’interno gettati a terra. L’uomo e la donna erano accanto al carabiniere che controllava i documenti. L’autorità giudiziaria dopo aver confermato il fermo ha disposto la scarcerazione dei due, sottoponendoli alla misura cautelare del divieto di entrare nelle province terremotate, rinviando l’esame sul merito delle accuse al prossimo 20 ottobre. Nel corso del rito per direttissima, ha spiegato l’avvocato Luca Conti, presidente dell’ordine degli avvocati di Rieti che ha assunto la difesa dei due romeni, è emersa l’inconsistenza dei capi di accusa (furto di biancheria e capi di abbigliamento, tutti di scarso valore) sui quali anche il pubblico ministero ha evitato di insistere. Gli arnesi da scasso si sono rivelati nient’altro che il kit di soccorso presente in ogni autovettura e i molteplici precedenti sono risultati inesistenti: la donna è sconosciuta ai servizi di polizia mentre l’uomo aveva solo una vecchia denuncia per possesso di arma impropria. Niente reati specifici come furti o rapine. I due non parlano una parola di italiano, la donna è totalmente analfabeta. Nel corso della udienza la coppia, con molte difficoltà espressive nonostante la presenza dell’interprete, ha dichiarato di essere ignara del terremoto e che stava soltanto traversando la zona. In macchina avevano tutto il necessario per dormire: un piccolo materasso, dei cuscini, coperte, biancheria varia e vestiti, alcuni piatti, bicchieri, posate, e i giocattoli del nipotino (tra cui la pistola di plastica), materiale povero, privo di qualsiasi valore. Salta agli occhi l’assenza di preziosi, gioielli, argenteria, materiale tecnologico… L’uomo aveva in tasca appena 305 euro, il minimo indispensabile per affrontare un viaggio. A Preta, come nella altre frazioni circostanti, nessuno ha lamentato furti.

Come se non bastasse, la coppia dopo essere stata scarcerata non ha più ritrovato il nipotino, inizialmente affidato ai servizi sociali di Rieti che nel frattempo lo avevano trasferito a quelli di Roma. Il terremoto può contare così un altro disperso. L’avvocato Conti ha cercato di sollecitare l’intervento urgente dell’ambasciata romena affinché il bimbo venisse restituito ai nonni, inoltre ha tenuto a precisare che il consiglio dell’ordine degli avvocati di Rieti ha promosso una raccolta di fondi i cui proventi verranno destinati ad opere di ricostruzione di edifici di interesse pubblico nei territori colpiti dal sisma (conto corrente denominato ”In aiuto delle popolazioni colpite dal sisma” Iban: IT37O0306914601100000005558).