Perché non sciogliere il popolo?

I mercati finanziari odiano la democrazia. In fondo si può riassumere così il precipizio dei valori di listino in cui sono cadute le borse alla notizia che il popolo greco doveva essere chiamato a pronunciarsi con un referendum sulle terribili misure antisociali chieste dalla Bce per salvare il Paese dal fallimento. Di questo nuovo odio per la democrazia aveva scritto alcuni anni fa il filosofo Jacques Rancière. Vale la pena ricordarne brevemente qualche passaggio: «alla critica delle carenze sostanziali presenti nel progetto democratico si è sostituita oggi una denuncia del suo eccesso di vitalità»; «Il protagonismo democratico attuale è visto come il segno di una società che vorrebbe divorare lo Stato» e l’economia, aggiungiamo noi, al punto che l’unica democrazia buona per il capitalismo finanziario è una «democrazia senza popolo».
Per riassumere quanto accaduto Rossana Rossanda sul manifesto è ricorsa alla famosa parafrasi con la quale Bertolt Brecht aveva ironizzato sulle parole del segretario generale dell’Unione degli scrittori della Ddr che di fronte ai moti operai del ’53 di Berlino-Est aveva detto: «La classe operaia di Berlino ha tradito la fiducia che il Partito gli aveva riposto: ora dovrà lavorare duro per riguadagnarsela!» e che Brecht riformulò in questo modo: «Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo».
Oggi il capitalismo finanziario non si accontenta di un nuovo popolo, vuole dissolverlo! Dalle ceneri della volontà popolare è nato il governo Monti


Perché non sciogliere il popolo?

Rossana Rossanda
manifesto  4 novembre 2011

Credevo che ci fosse un limite a tutto. Quando Papandreou ha proposto di sottoporre a referendum del popolo greco il «piano» di austerità che l’Europa gli impone (tagli a stipendi e salari e servizi pubblici nonché privatizzazione a tutto spiano) si poteva prevedere qualche impazienza da parte di Sarkozy e Merkel, che avevano trattato in camera caritatis il dimezzamento del debito greco con le banche. Essi sapevano bene che le dette banche ci avevano speculato allegramente sopra, gonfiandolo, come sapevano che Papandreou aveva chiesto al Parlamento la facoltà di negoziare, e che una volta dato il suo personale assenso, doveva passare per il suo governo e il parlamento (dove aveva tre voti di maggioranza). Ed era un diritto, moralmente anzi un dovere, chiedere al suo popolo un assenso per il conto immenso che veniva chiamato a pagare. Era un passaggio democratico elementare. No?
No. Francia e Germania sono andate su tutte le furie. Come si permetteva Papandreou di sottoporre il nostro piano ai cittadini che lo hanno eletto? È un tradimento. E non ci aveva detto niente! Papandreou per un po’ si è difeso, sì che glielo ho detto, o forse lo considerava ovvio, forse pensava che fare esprimere il paese su un suo proprio pesantissimo impegno fosse perfino rassicurante. Sì o no, i greci avrebbero deciso tra due mesi, nei quali sarebbero stati informati dei costi e delle conseguenze. Ma evidentemente la cancelliera tedesca e il presidente francese, cui l’Europa s’è consegnata, avrebbero preferito che prendesse tutto il potere dichiarando lo stato d’emergenza, invece che far parlare il paese: i popoli sono bestie; non sanno qual è il loro vero bene, se la Grecia va male è colpa sua, soltanto un suo abitante su sette pagava le tasse (e non era un armatore), non c’è parere da chiedergli, non rompano le palle, paghino. Quanto ai manifestanti, si mandi la polizia.
E per completare il fuoco di sbarramento hanno aggiunto: intanto noi non sganciamo un euro. Erano già caduti dalle nuvole scoprendo nel cuor dell’estate che la Grecia si era indebitata oltre il 120 del Pil. E non solo, aveva da ben cinque anni una «crescita negativa» (squisito eufemismo). Né i governi, né la commissione, né l’immensa burocrazia di Bruxelles se n’erano accorti, o se sì avevano taciuto; idem le banche, troppo intente a specularci sopra. Perché no? I singoli stati europei hanno dato loro ogni libertà di movimento, le hanno incoraggiate a diventare spregiudicatissime banche d’affari, e quando ne fanno proprio una grossa, invece di mandar loro i carabinieri, corrono a salvarle «per non pregiudicare ulteriormente l’economia».
In breve, la pressione è stata tale che Papandreou ha ritirato il referendum. La democrazia – in nome della quale bombardiamo dovunque ce lo chiedano – non conta là dove si tratta di soldi. Sui soldi si decide da soli, fra i più forti, e in separata sede. Davanti ai soldi la democrazia è un optional.
Nessun paese d’Europa ha gridato allo scandalo. Né la stampa, gioiello della democrazia. Non ho visto nessuna indignazione. Prendiamone atto.

Link
Per il Censis il governo Monti è espressione di una politica prigioniera del primato dei poteri finanziari
Giovanni De Luna: “il governo tecnico sancisce il fallimento della politica”
Rancière: La haine de la démocratie-Il nuovo odio della democrazia

Riccardo Petrella, «Abbiamo vinto il referendum, ma ora bisogna convocare d’urgenza gli stati generali dell’acqua»

Intervista a Riccardo Petrella, Docente di scienze sociali, autore di “Capitalismo blu. La predazione della vita” 2011

Paolo Persichetti
Liberazione 16 giugno 2011

Le vittorie radunano folle di padri e madri che ne rivendicano la genitura, mentre le sconfitte rimangono sempre desolatamente orfane. E’ accaduto immancabilmente anche questa volta. Privatizzatori d’ogni sorta di servizio pubblico e bene comune sono subito saltati sul carro del vincitore. Eppure se c’è un nome a cui la primogenitura di questa vittoria dei referendum contro la privatizzazione dell’acqua va legittimamente attribuita, è quello di Riccardo Petrella. Docente di scienze politiche e sociali, una formazione ispirata al solidarismo cristiano, esperto di mondializzazione dell’economia, Petrella è stato l’iniziatore della battaglia per l’acqua «bene comune universale». Il controllo delle risorse idriche, oltre ad essere divenuto una posta in gioco centrale dell’economia mondiale come della geopolitica, è ormai secondo Petrella – al pari di quanto già sosteneva Eraclito col suo Panta rei os potamòs («Tutto scorre nel fiume») – uno snodo centrale della filosofia politica. L’uomo è fatto per 2/3 di acqua, privatizzare questo bene costitutivo dell’essenza umana evoca inevitabilmente una regressione all’evo buio della schiavitù. L’acqua, dunque, può e deve essere una leva per organizzare una società diversa. «I 27 milioni che hanno votato “Si” – spiega Petrella – vogliono essere cittadini e non i sudditi di prima, vogliono partecipare, non vogliono esser presi in giro con promesse che poi non avranno seguito nei fatti. Il concetto di bene comune racchiude la partecipazione dei cittadini non solo alle scelte ma all’organizzazione e gestione dei beni».

Partiamo da qui, professore: come si traduce in concreto questa vittoria?
C’è l’esigenza immediata di mantenere la mobilitazione, l’imperativo categorico di non andare al mare. Un compito essenziale dei comitati promotori è quello di monitorare le applicazioni sul piano istituzionale, dell’organizzazione del servizio idrico nelle varie regioni, nei vari Ato. Bisogna assolutamente evitare che ci siano delle derive, come quella contenuta nella legge regionale della Lombardia che ha introdotto l’obbligatorietà della privatizzazione dei servizi idrici. Ora bisogna fare in modo che i responsabili politici della Lombardia operino per l’abrogazione di questa legge. Ma ci sono situazioni anche altre regioni che richiedono un attento monitoraggio: per esempio, in Puglia, dove Vendola ha presentato un decreto legislativo regionale di ripubblicizzazione dell’acquedotto pugliese in una forma che svuota di significato la ripubblicizzazione dell’acquedotto.

Cioè?
Mantenere degli elementi che permettono all’acquedotto pugliese di comportarsi come un’impresa privata è preoccupante, per giunta proprio ora che i referendum hanno detto no al principio della privatizzazione. Per esercitare questo controllo lei pensa a una mobilitazione permanente oppure anche alla creazione di organismi che abbiano uno status giuridico riconosciuto? Non bisogna rinunciare ad essere presenti, fare dei presidi, perché le cose si facciano correttamente nello spirito di questa grande volontà dei cittadini che è emersa. Contemporaneamente bisogna cominciare ad organizzare i processi di adattamento della gestione dei servizi idrici alla luce dei risultati del referendum. Che senso ha mantenere la presenza di società per azioni o di società miste che operano in borsa? Nelle disposizioni legislative introdotte dall’ultimo governo Berlusconi, e in parte anche dal secondo governo Prodi, non c’era la possibilità di aver enti economici pubblici. Bisogna rimettere mano a tutto ciò. Molte spa, per esempio, non hanno mai ottenuto l’affidamento in seguito a gare d’appalto.

Ma le società private che hanno avuto nel frattempo le concessioni resteranno titolari fino alla scadenza contrattuale?
Il secondo quesito referendario ha abolito la remunerazione automatica autorizzata ai privati. Giuridicamente non si elimina la presenza delle spa, ma poiché queste agiscono solo a scopo di lucro ecco che queste società quotate in borsa dovranno fare i conti con la nuova situazione. C’è poi il problema della revisione delle tariffe e dei finanziamenti, questioni strettamente connesse.

Quali soluzioni propone?
Per affrontare tutte queste questioni che impongono il ricorso a metodi nuovi, ad un modo di pensare diverso, occorre convocare d’urgenza gli stati generali dell’acqua, anche per impedire il prevalere delle vecchie logiche partitiche. Una specie di assise nazionale aperta a tutti gli attori interessati: comitati per l’acqua pubblica, sindacati, movimenti associativi, forum di cooperazione. Bisogna inventare una ingegneria pluralista basata sulla fiscalità generale e su quella locale, e poi sulla partecipazione del cittadino al bilancio di gestione con forme cooperative. Penso a sistemi di test e prova, con lavori di scenari nei prossimi sei mesi, per mettere a punto i nuovi metodi. Il processo decisionale investe ovviamente anche il parlamento e i partiti che hanno un compito di finizione e armonizzazione, altrimenti c’è il rischio dell’esplosione delle singole e divergenti soluzioni territoriali: chi in un luogo fa una cosa, chi un’altra. Se si lasciassero prevalere queste logiche si avrebbe un’enorme responsabilità storica. Siamo in un periodo dove bisogna far prevalere uno spirito di innovazione politica, sociale ed etica forte.

Il metodo argentino di Marchionne: in fabbrica paura e sfruttamento

Alla Fiat di Cordoba 12 ore di lavoro per 6 giorni alla settimana. Per gli operai pressioni, fatica, straordinari, malanni e punizioni. E’ questo il destino argentino che attende Mirafiori e Pomigliano se vinceranno i si al referendum

Lorena Capogrossi Università di Cordoba-Argentina
Elisabetta Della Corte e Paolo Caputo Unical

Non si uccidono così anche i cavalli? è un film di Sidney  Pollack del 1969. Nell’America in crisi degli anni ’30 un gruppo di persone, costrette a fare di tutto per vivere, partecipa ad una maratona di ballo in vista di un premio in soldi.  Ballare per ore e ore, muoversi melanconicamente per necessità fino allo sfinimento; alcuni dopo ore si ritirano, altri stramazzano al suolo. Da qui la domanda: non si uccidono così anche i cavalli?  Pensate ora ad un operaio Fiat argentino, costretto a lavorare anche per dodici ore al giorno, per sei giorni a settimana, con i tendini infiammati, la schiena a pezzi e lacrime che scorrono giù lungo il viso per il dolore. Ma non si uccidono così anche i cavalli?
Veniamo al caso italiano, al nuovo contratto Fiat per gli operai di Mirafiori, dopo quello di Pomigliano, e alle analogie e differenze con il caso argentino. Marchionne ha in testa un modello di governabilità del tipo “obbedire per competere”, che somiglia molto a quello argentino, e lo ha imposto di forza anche in Italia con la compiacenza di Cisl e Uil. Fuori dai piedi, quindi, i vecchi diritti, con l’imposizione della mordacchia per la riluttante Fiom; e via libera alla flessibilità spazio-temporale e al disciplinamento stretto degli operai. In tempo di crisi, anche se la Fiat ha infilzato all’amo un piccolo investimento di 700 milioni di euro, non pochi sono disposti ad abboccare.  E dal momento che il manager fa bene il suo lavoro, e sa che, minacciando di spostare la produzione verso nuovi “paradisi” dello sfruttamento, avrà più possibilità di imporre ciò che vuole ad un’italietta sempre pronta a genuflettersi ai piedi di un imprenditore globale, non c’è da meravigliarsi dei risultati dei referendum. Ma, al di là di questo vecchio vizio d’arroganza della casa automobilistica, cerchiamo di capire quali sono le conseguenze dell’accordo sulla vita degli operai. L’operaio ideale che dovrebbe uscire dalla disciplina Marchionne dovrà parzialmente rinunciare al diritto di sciopero, accettare turni di lavoro umanamente insostenibili e straordinari sotto il ricatto di punizioni e licenziamenti, come già accade in Argentina. A differenza dell’Italia, lì, però, gli operai sono pagati con un salario che per la realtà Argentina è alto: circa 4000 pesos è quello base (un maestro ne guadagna quasi 3000) che con gli straordinari arriva a circa 7000, quasi 1400 euro.
Tuttavia, quel salario, ha un costo umano enorme; a spiegarcelo sono gli stessi operai Fiat di Cordoba: anche se il contratto prevede otto ore giornaliere, con due pause da 15 minuti a cui si sommano i trenta della mensa a fine turno, gli straordinari sono diventati di ordinaria amministrazione. Lo straordinario, secondo quanto stipula il contratto collettivo di lavoro e la legge laboral vigente, sono opzionali. Però in pratica, si utilizzano sottili meccanismi di pressione, che obbligano i lavoratori a sottomettersi a giornate di lavoro prolungate. In questo modo si viene inghiottiti dalla fabbrica  alle sei del mattino e se ne esce dopo 12 ore; poi il tempo di tornare a casa, cenare e via a dormire, ogni giorno per sei giorni a settimana.  Dopo un po’ di tempo iniziano i malanni fisici anche nel caso di operai giovani; sicché molti sono quelli che,  nonostante i dolori lancinanti, non lasciano la linea per paura di perdere il posto.
Salario e miedo (paura) sono  i termine che più di frequente ritornano nelle  interviste con gli operai fiat di Cordoba, li usano per spiegare le ragioni per cui  accettano quelle condizioni  di lavoro. E’ necessario tenere presente, che l’esperienza degli anni ’90 ha lasciato la sua impronta nella memoria collettiva dei lavoratori. Con livelli di disoccupazione che superavano il 13%  della Pea (Popolazione economicamente attiva) nel 1999 e la pauperizzazione crescente di milioni di lavoratori, il miedo, la paura, diventò un’arma fondamentale del capitale per imporre le sue condizioni di sfruttamento. Anche così, oggi, nonostante il peso di quel passato e  l’aggiunta di incentivi per favorire la fidelizzazione all’impresa, quel regime di prestazione psico-fisica, fatto di attenzione e forza fisica, che sfiancherebbe anche un giocatore di rugby, fa sì che il controllo della forza-lavoro vacilli di frequente. Quasi ogni mese, spiega un operaio, la politica del “miedo” viene ribadita con le punizioni esemplari, ovvero, i licenziamenti utili non solo per allontanare le “pecore nere” ma anche per riportare alla docilità gli altri operai. I licenziati, però, non devono comparire come tali ma come dimissionari, perché la Fiat, nell’accordo siglato con il governo di Cordoba – in base alla legge 9727 del programma di promozione e sviluppo industriale della provincia- si impegnava a non licenziare in cambio di consistenti agevolazioni, come, ad esempio, un forte sconto sul costo dell’energia elettrica. Fatta la legge trovato l’inganno: gli operai vanno via, nella maggior parte dei casi, con un foglio di dimissioni e un po’ di soldi in tasca, una sorta di incentivo all’uscita. Ma cerchiamo di capire come si è arrivati a questo e quali altre similitudini presenta il caso argentino con quello italiano.  Nei primi anni ’90, in Argentina, sempre in tempo di crisi, così come in Italia oggi, si mandarono al macero una parte dei diritti sul lavoro per attrarre gli insediamenti delle multinazionali favorendo le contrattazioni di secondo livello, quelle aziendali. Da lì in poi le multinazionali dell’auto Fiat, Peugeot, Volkswagen, hanno potuto fare a Cordoba il bello e il cattivo tempo, ognuna con il suo contratto e con un solo sindacato (Smata), che registra molti tesserati ma pochi consensi. Anche in Argentina in quegli anni prevalse il discorso sull’efficacia degli investimenti per la ripresa economica ed occupazionale, trasformando gli sfruttatori in benefattori; anche lì si gonfiarono i dati sulla presunta ricaduta occupazionale e si dragarono in cambio vantaggi e incentivi.
Infondo tutti sanno, operai, sindacalisti e sociologi del lavoro, che in quelle fabbriche- dove il sistema di produzione è stato adeguato al World Class Manufacturing (Wcm), il nuovo cavallo di troia ideato dai padroni del settore auto per ampliare controllo e disciplina sotto l’apparente neutralità delle esigenze produttive- le condizioni di lavoro sono peggiorate. In linea, come racconta un operaio,  per stanchezza capita di addormentarsi con la saldatrice in mano; e gli incidenti da accumulo di fatica aumentano di giorno in giorno. Per tamponare  questi ed altri danni, la Fiat ha in loco delle cliniche e perfino un ospedale collocato proprio di fronte alla fabbrica d’auto. Questa rete di luoghi di cura è molto utile anche per contenere le informazioni e oscurare i dati sullo stato di salute degli operai, cosa che può sempre tornare utile nel caso in cui qualcuno si decida ad uscire allo scoperto e  denunciare.
Questo è lo scenario  che gli operai Fiat di Pomigliano e Mirafiori si troveranno a vivere nei prossimi mesi. Anche se è prevedibile che questo regime disciplinare sia destinato a provocare resistenze, dallo sciopero generale alle proteste fabbrica per fabbrica, rimane il fatto che spremere come limoni migliaia di operai per favorire un settore decotto come quello dell’auto sia una scelta strategia catastrofica non solo in termini economici ma anche e soprattutto umani. Prima di assecondare il modello Marchionne, come fanno Chiamparino, Fassino e altri invasati del tardo industrialismo, ci si dovrebbe chiedere quali saranno le conseguenze tanto sui produttori quanto sui consumatori. Su questo tema, nonostante le attente segnalazioni di Guido Viale, le mancanze riguardano anche il sindacato e la classe operaia, incapace di immaginare un modello diverso da quello esistente. Se si segue la discussione di questi giorni, tra le colpe imputate alla Fiat dalla Fiom troviamo l’assenza di investimenti in ricerca e sviluppo, ovvero la mancanza di nuovi modelli di auto. Questo è vero, ma a ben guardare si tratta di osservazioni che sottendono la condivisione di un modello conservatore che individua nello sviluppismo e nell’aumento della produzione una risposta alla crisi globale. Il punto nevralgico della questione, che purtroppo viene del tutto oscurato in questi giorni, è piuttosto il tentativo di individuare una strategia d’uscita dal pantano del ricatto Fiat.
Se la discussione rimarrà imbrigliata sulla rivendicazione del diritto al lavoro e non sull’esodo da lavori disumani, in quel pantano si rischierà di affogare, accettando uno sfruttamento accresciuto, indignandosi di tanto in tanto per i diktat del manager e le strette disciplinari. Infondo, se si stagna in questa situazione è anche per i ritardi accumulati dall’Italia in termini di welfare e misure redistributive. Basti pensare che solo di recente, con gran ritardo, a  bassa voce, a seguito dell’acuirsi della crisi e della disoccupazione, una parte della sinistra, e ivi compresa la Fiom, ha inserito nell’ordine del discorso una timida rivendicazione per il salario di cittadinanza, soldi sganciati dal lavoro per i giovani, dopo che l’argomento quasi gli era stato soffiato via da Brunetta.
Eppure la storia insegna, non reagire in tempo ad una violenza comporta dolorose conseguenze. Non aver ragionato in tempi utili sulle strategie di esodo dalla grande impresa e più in generale dallo sviluppismo è una colpa che da qui in poi si dovrà pagare.

Link
Scioperi spontanei e solidarietà operaia nelle officine Sata di Melfi
Il Marchionne del Grillo e l’operai da Fiat
Marchionne secondo Marx

«Pronto il referendum, questa legge è anticostituzionale»

Parla il giuslavorista Piergiovanni Alleva

Paolo Persichetti
Liberazione
4 marzo 2010

Questa volta non si tratta di un attacco frontale come fu nel 2002 il tentativo di abolire d’impatto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Allora si trattò di un’offensiva ad alto valore ideologico, un tentativo di sfondamento che puntava a creare una testa di ponte per poi travolgere il resto dell’architrave giuridico rimasto a tutelare i diritti dei lavoratori. Il disegno di legge 1167-B, approvato nell’aula del Senato, rappresenta una vera e propria manovra d’aggiramento. «La via d’attacco – spiega il professor Piergiovanni Alleva – non è più rivolta al diritto sostanziale (cioè l’abolizione tout court della norma), ma interviene sul diritto processuale. I nuclei principali di questo provvedimento legislativo hanno tutti la medesima filosofia: fare in modo che il lavoratore non possa più arrivare in concreto a chiedere giustizia davanti al tribunale del lavoro».

Si riferisce alla possibilità che le controversie tra il datore di lavoro e il suo dipendente potranno essere risolte d’ora in poi non più solo davanti al giudice ma anche davanti ad un’autorità arbitrale?
Questa invenzione non nasce oggi ma è figlia delle “certificazioni” previste nella legge Biagi

Cosa sono le “certificazioni”?
La possibilità d’inserire nei contratti di lavoro, di qualsiasi tipo, cosiddetti “certificati”, ovvero validati davanti ad un’autorità (di vario tipo), una clausola arbitrale in deroga ai contratti collettivi. In questo modo si è costruito un modello contrattuale fondato su una base assolutamente ricattatoria. Quando una persona ha bisogno di lavorare firma grosso modo qualsiasi cosa, quindi firma anche un contratto “certificato” nel quale una qualunque commissione dice che effettivamente si tratta di un contratto a progetto, di un regolare contratto a termine, eccetera. Anche se poi la verità è un’altra.

E qual è il nesso tra le certificazioni e l’arbitrato previsto dalla nuova legge?
La certificazione non ha avuto molta fortuna in questi sette anni perché, in realtà, non c’era nessuna sicurezza che reggesse davanti a un tribunale del lavoro. L’articolo 24 della Costituzione vieta che ci siano atti negoziali privati, provvedimenti amministrativi, inoppugnabili; mentre l’articolo 111 impedisce la possibilità che vi siano contratti che sfuggano alla possibilità di un controllo giurisdizionale. Davanti al tribunale del lavoro si sarebbe potuto dimostrare, per esempio, che questi contratti “certificati” come contratti a progetto nascondevano, in realtà, forme di lavoro subordinate e così via. Allora ecco la grande invenzione di questa legge. Siccome le certificazioni non reggono davanti al giudice, il governo ha pensato di eliminare anche il giudice mettendo al suo posto un cosiddetto arbitro. In questo modo questi contratti simulati non potranno più essere smentiti. Come se non bastasse la clausola arbitrale presente nel contratto certificato non riguarderà soltanto la natura del contratti (tempo determinato, indeterminato eccetera), ma anche le modalità di licenziamento. In caso di controversia sulla fine del rapporto di lavoro ci si ritrova di nuovo davanti ad un arbitro, il quale potrà decidere non secondo le leggi e gli accordi stabiliti in sede di contrattazione collettiva ma secondo “equità”, vale a dire secondo una propria valutazione soggettiva. Oggi se il giudice constata la ragione del lavoratore, deve reintegrarlo per legge sul posto di lavoro, l’arbitro invece potrà limitarsi ad una piccola somma di risarcimento.

Mi par di capire che questa legge rimette in discussione i cosiddetti “diritti indisponibili” del lavoratore, tutelato proprio perché parte debole nel rapporto contrattuale, introducendo una finzione giuridica, ovvero la parità astratta tra datore di lavoro e chi offre la propria forza lavoro.
Siamo di fronte ad un’ipocrisia colossale, intanto perché le commissioni di certificazione avrebbero dovuto assistere il lavoratore, cosa che non è mai avvenuta; poi perché la clausola arbitrale posta all’avvio del rapporto contrattuale, cioè al momento dell’assunzione, comporta un problema di costituzionalità perché non si avrà mai una rinunzia alla giustizia ordinaria da parte del lavoratore (evidentemente più vantaggiosa) che sia effettivamente una rinunzia libera.

Come si può rispondere a questo smantellamento dei diritti cardinali dei lavoratori?
La strada migliore è attaccare la questione alla base. Poiché la clausola arbitrale s’innesta su una particolare tipologia di contratti, cioè sul “contratto certificato”, bisogna abolire la certificazione. Quindi una delle vie da seguire è quella del referendum. Tra i quesiti referendari che Rifondazione vuole presentare ce n’è uno che mira proprio all’abrogazione della norma della vecchia legge Biagi che stipulava la possibilità della certificazione. Esiste poi una seconda via complementare alla prima: sollevare eccezione d’incostituzionalità la prima volta che una clausola arbitrale certificata sarà contestata da un lavoratore che chiederà di andare in giudizio.

Quanti altri danni fa questa legge?
Introduce uno scadenzario molto breve per le impugnazioni dei contratti a termine, a progetto, per i licenziamenti, i trasferimenti, la dissimulazione dei rapporti precari fasulli. 60 giorni per la citazione con raccomandata e 180 per il giudizio. Fino ad oggi c’erano 5 anni di tempo. Ora il lavoratore viene strangolato. Molti hanno paura a presentare ricorso subito perché sperano in un rinnovo contrattuale. Non solo, ma se prima venivano rimborsate tutte le mensilità intercorse nel periodo del giudizio, oggi si andrà solo da un minimo di 2 e mezzo e un massimo di 12. Assistiamo ad una forfettizzazione al ribasso del danno. Si tratta di norme perfide fatte da gente che conosce il mestiere. A fare queste cose sono i transfughi craxiani andati in Forza italia. Se c’è qualcuno che pensa ancora che non esiste più la distinzione tra destra e sinistra si legga questa legge.

Link
1970, come la Fiat schedava gli operai
Ferrajoli, “Incostituzionale l’arbitrato preventivo previsto nella controriforma del diritto del lavoro”
Mario Tronti: 12 marzo 2010 “sciopero generale contro l’attacco ai diritti del lavoro”
“Cara figlia, con questa legge non saresti mai nata”
Cronache operaie