Sbagliato andare a CasaPound, andiamo nelle periferie

A proposito di un dibattito che campeggia da alcune settimane sul quotidiano L’Altro su memoria, fascismo, omofobia, strage di Bologna…

Paolo Persichetti
L’Altro 7 ottobre 2009

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Siamo sicuri che per affrontare l’intolleranza, combattere contro i pregiudizi e l’omofobia, salvaguardare ed estendere lo spettro dei diritti civili, bisogna passare per il salotto di CasaPound, che nella piazza romana sembra ormai aver rimpiazzato quello televisivo di Vespa? Non esistono forse altre strade più salutari, intelligenti e efficaci?
La domanda la pongo a questo giornale, non solo perché in proposito ha pubblicato un articolo di Paola Concia, deputata del Pd, ex comunista che oggi si definisce «liberale di sinistra», mi auguro nel senso di John Rawls altrimenti – lo dico senza facili sarcasmi – non sarebbe un orizzonte culturale particolarmente innovativo (esistevano già alla fine dell’800 e si sono macchiati di numerosi misfatti coloniali e imperialistici nel corso della loro storia). Rivolgo la domanda a l’Altro anche perché la redazione ha finito per litigare a causa della pubblicazione di alcuni interventi scritti da esponenti dichiaratamente fascisti, dopo aver avviato con un inizio assai infelice ed alcuni passaggi decisamente sgangherati, una discussione sulla memoria degli anni 70, se essa debba essere condivisa o meno: ma perché, almeno per istruire la discussione, non ha dato la parola a degli storici o filosofi che lavorano sulla differenza fondamentale che distingue la storia dalla memoria?
Per quel che mi riguarda, ho trovato gli articoli di Mancinelli e Renzaglia (i due fascisti in questione) delle sfide culturali che come tali meritavano risposte di altro livello, anche perché in alcuni passaggi sollevavano problemi che sono stati oggetto di serio dibattito all’interno del movimento comunista (dai giudizi di Bordiga sul fascismo come processo di modernizzazione del capitale, in contrasto con Gramsci e altri dirigenti del Pcd’I, alla revisione critica del togliattismo fatta dal marxismo operaista negli anni 60). Per contro, l’intervista a Iannone apparsa tempo fa e il successivo articolo elogiativo su un noto picchiatore d’immigrati rasentavano la piaggeria. Assolutamente parziale è stata poi la parola concessa a Valerio Fioravanti sulla strage di Bologna, a cui è stato permesso di rispondere a un depistaggio con un altro depistaggio ancora più infondato e che getta fango su palestinesi e prigionieri delle Br. La critica che in tempi non sospetti, quasi un ventennio fa, sinistra garantista e prigionieri della lotta armata di sinistra muovevano alla magistratura bolognese era diretta all’impianto emergenzialista che aveva ispirato l’inchiesta sulla strage, non sposava certo i punti di vista degli imputati. C’è una bella differenza, al punto che oggi la destra cerca di cavarsela accollando quell’attentato, con una logica perfettamente speculare, al movimento palestinese e alla sinistra armata.
La deputata Concia ha spiegato la scelta di andare a CasaPound con il fatto che la sinistra italiana (quale? Il Pd suppongo) «su questi temi deve fare molta strada e, per esempio, imparare non dai progressisti europei, ma dai conservatori». Già qui qualcosa non quadra. Fino a poco tempo fa non era forse Zapatero l’uomo nuovo dei diritti civili in Europa? Non mi risulta che il premier spagnolo appartenga allo schieramento conservatore. Siccome nessuno si pone il problema di educare la destra italiana – sostiene sempre Paola Concia – bisogna andare a CasaPound per discutere con loro di diritti civili. «Perché una cosa del genere non dovrebbe essere fatta? – domanda. «Forse perché loro sono destra “fascista”, “estremista”, impresentabili, non da salotto buono?», si risponde da sola. A parte la pretesa velleitaria di educare quelli di CasaPound, i cui dirigenti non sono affatto degli sprovveduti, mi pare che sorga un secondo problema.
Che cosa sono la destra sociale e CasaPound in particolare? L’analisi proposta, che ricalca quella fatta da altri su questo giornale, a me sembra superficiale. CasaPound è una forza politica gerarchizzata, (che si presenta sotto forma di centro sociale), verticistica, con livelli riservati, un servizio d’ordine, nulla a che vedere con l’atmosfera spontaneistica, confusionaria, orizzontale e pressappochista dei centri sociali. CasaPound è certamente ai margini, non del sistema però, ma dell’area di governo della città (e non solo), di quello che un tempo si chiamava sottogoverno. Non stiamo parlando di culture politiche ghettizzate, discriminate, vittimizzate, ma di esperienze che hanno il vento in poppa, sono in sintonia con l’egemonia culturale che la destra, grazie al dispositivo berlusconiano, è riuscita a costruire in Italia. Questo anche per merito loro, per un’indubbia capacità politica messa in campo negli ultimi anni.
Varcare il portone del grande palazzo di via Napoleone III è oggi quanto di più conformista, omologato e subalterno possa esistere. Appartiene alla più classica delle ritualità conservatrici. Chi va a CasaPound vuole farsi accettare dai nuovi assetti culturali dominanti di questo Paese. Non rompe schemi, non innova, al contrario si accoda, si assimila, si acquieta. Infatti il dissociato Valerio Morucci è stato uno dei primi a precipitarsi, abituato ormai a tenere conferenze suggerite da funzionari del ministero degli Interni, come ha raccontato il professor Mariani della Sapienza. Anche lui, su queste pagine, facendo ricorso alla retorica dell’incontro tra reduci ha iscritto i fascisti nella categoria dei paria della storia proprio quando il trend si è rovesciato e concede loro il sopravvento.
Ma c’è qualcosa di ancora peggiore che questa vicenda rivela: l’abbandono del sociale. Per combattere intolleranza, razzismo e omofobia invece di tornare ad essere politicamente e culturalmente presenti nelle periferie, vera frontiera dove questi fenomeni vanno contrastati, si propaga l’idea che occorre recarsi in pellegrinaggio a CasaPound, cioè nella sede di un’organizzazione che si autoinveste espressione dei quartieri difficili, legittimando così questa rappresentatività. Non è forse particolarmente stupido tutto ciò?
Che una così balzana idea possa essere venuta a una liberale di sinistra, non stupisce. A questo tipo di cultura avulsa dal sociale appartiene una concezione elitaria della politica, dunque la sola ricerca di un rapporto tra gruppi dirigenti, tra ceti politici che si legittimano vicendevolmente. Quella sinistra che viene dalla storia del movimento operaio, come può assecondare tutto ciò? Perché non andare direttamente a Tor Bella Monaca davanti ai muretti dove stazionano bande di adolescenti e giovani e la cocaina brucia i cervelli? Il sindaco di Roma Alemanno sta tagliando i fondi a quelle cooperative sociali che da decenni e in piena solitudine affrontano in prima linea questa battaglia. Soldi dirottati verso l’arcipelago delle associazioni e cooperative amiche, tra cui le “Occupazioni non conformi” dirette dai ducetti di condominio che in quei quartieri sono presenti e certo non contrastano le sottoculture sessiste, omofobe, intolleranti e violente che crescono contro il diverso, il più fragile. L’Altro appunto.

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Cronache dai Cie, altri pestaggi a Gradisca e Ponte Galeria

Nel centro friulano violenze della polizia contro un’intera camerata, a Roma trasferito chi era in sciopero della fame. Tentativi di fuga, proteste quotidiane nei lager dell’ultramodernità

Giorgio Ferri
Liberazione 4 ottobre 2009

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Ancora pestaggi, ancora violenze da parte delle forze di polizia dentro i centri d’identificazione ed espulsione. È difficile rincorrere la cronaca quotidiana in questi luoghi fatti d’orrore e abiezione, dove la burocratica banalità del male si accanisce contro esseri umani ridotti allo stato di non persone. È successo ieri per l’ennesima volta nel Cie di Gradisca d’Isonzo durante una perquisizione condotta con la solita tecnica provocatoria. Volano manganellate come niente fosse mentre agenti esagitati urlano e insultano. Un ragazzo è finito in infermeria perché colpito alla testa. La notizia è stata diffusa dal sito http://www.autistici.org/macerie/ che registra quotidianamente ciò che accade in questi lager dell’ultramodernità. Si è saputo anche che almeno una delle camerate era in sciopero della fame e ha rifiutato l’acqua. Un presidio antirazzista è stato indetto nel pomeriggio. A Brindisi, nel Cie di Restinco, è giunta notizia che otto internati sono in sciopero della fame e della sete da almeno sei giorni. Arrivati più di un mese fa a Lampedusa, trasferiti a Porto Empedocle e da lì a Brindisi, non sanno ancora nulla della sorte che li attende. Giovedì sera, invece, i reclusi di Ponte Galeria, il Cie a ridosso di Roma, hanno sospeso lo sciopero del vitto iniziato lunedì scorso. Dodici di loro, ritenuti dalla direzione gli animatori della protesta, sono stati chiamati in matricola con la scusa della scarcerazione. Una volta usciti dai reparti sono stati immobilizzati uno alla volta e preparati per il trasferimento in altri Centri. Chi li ha visti passare ha testimoniato che avevano i polsi legati col nastro isolante. Trasferimento che ha tutte le sembianze di un’azione di rappresaglia contro la protesta inscenata nei giorni precedenti. Nella notte successiva ci sono state urla dalle due fino alle cinque e trenta del mattino perché un internato si sentiva male e la Croce rossa non interveniva. La cronaca della giornata è proseguita con il suo calvario di brutalità: un altro dei protagonisti dello sciopero è stato trasferito verso una destinazione ignota mentre arrivava un gruppo d’internati algerini proveniente da Bari-Palese. Dopo un po’ si è scoperto che almeno due dei reclusi trasferiti la mattina erano finiti proprio a Bari. Un incrocio che ricalca perfettamente le pratiche punitive in uso nei penitenziari quando gli istituti sfollano i reclusi indesiderati. Intanto un altro degli internati che si era tagliato le vene martedì ha ripreso a camminare. Nella serata di venerdì quattro immigrati decidono il tutto per tutto e riescono a montare sui tetti. Da lì provano a scavalcare le reti e fuggire. Tre vengono bloccati subito, del quarto non si sa nulla. Nel campo c’è apprensione e speranza. Tutti si augurano che ce l’abbia fatta. La fuga anche di uno solo di loro sarebbe una vittoria simbolica per tutti. Purtroppo intorno alle dodici di ieri si diffonde la notizia della sua cattura. L’evaso è stato ripreso. Saltando dal tetto si è rotto una gamba e non è riuscito ad allontanarsi. Cosa che invece è riuscita a Torino nella notte tra domenica e lunedì, quando alcuni internati si sono dati alla fuga una volta passati all’esterno del Cie. Potremmo continuare a lungo. Le mura di questi luoghi dove regna lo stato di eccezione, le reti e le gabbie che trattengono questi individui assistono a una quotidiana battaglia tra oppressione e resistenza umana. Fuori gruppi di attivisti antirazzisti si mobilitano, presidiano l’esterno dei Centri, raccolgono le testimonianze degli internati. Giovedì scorso, all’ora di pranzo, una decina di militanti antirazzisti è entrata nella mensa del Politecnico di Torino esponendo uno striscione con la scritta “La Sodexho s’ingrassa sui lager” per poi distribuire volantini ai presenti. Studenti, cassiere e cuochi sono così stati informati che la grande multinazionale del catering Sodexho, oltre a gestire la mensa universitaria, ha anche l’appalto per la fornitura dei pasti agli internati dei Centri d’identificazione ed espulsione di via Corelli a Milano e di Roma Ponte Galeria. Spesso si tratta di cibo scadente come lamentano da sempre le persone rinchiuse nei Centri. Nel pomeriggio di ieri, invece, si è svolto a Firenze un corteo contro la presenza della Croce rossa all’interno dei Cie, e soprattutto contro la preannunciata costruzione di uno di questi centri in Toscana. Secondo le forze dell’ordine avrebbero partecipato circa 150 persone, almeno il doppio secondo gli organizzatori della manifestazione a cui hanno preso parte organizzazioni della sinistra radicale e dell’area antagonista, rappresentanti dei collettivi universitari, del movimento lotta per la casa e del gruppo “Perunaltracittà” presente in consiglio comunale.

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Dietrologia – Chi spiava i terroristi

Libri – Chi spiava i terroristi. Kgb, Stasi – Br, Raf. I Documenti negli archivi dei servizi segreti dell’Europa “comunista”, Pendragon editore 2009

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Chi Spiava i terrorsiti è il titolo di un libro recentemente pubblicato da Pendragon; scritto da Antonio Selvatici, porta come sottotitolo “KGB, Stasi – BR, RAF”, e si basa sui “documenti negli archivi dei servizi segreti dell’Europa ‘comunista’”. Un commento al post precedente (Un Valpreda per Bologna) lo richiama genericamente come argomento o fonte di ‘risposte’ al post medesimo.Il lavoro dell’imprenditore bolognese Selvatici ha senz’altro un paio di pregi. Si tratta di una ricerca impostata sulla consultazione di documenti originali, cosa rara tra i giornalisti italiani specializzati in ‘terrorismo’, abituati a citare se stessi e a dedicarsi più alle interpretazioni delle interpretazioni che ai fatti.
Scrivere una ‘analisi’ adeguata alle teorie del momento è ben più facile e pagante che frugare per mesi negli archivi segreti sopravvissuti alla caduta del blocco sovietico, scrutando documenti, vergati in lingue incomprensibili, che non avendo alcun legame con l’attualità non porteranno alcuna gloria.

La ricerca si vuole inoltre impostata con un respiro che tiene conto di prospettive di lettura ‘altre’, cioè non-italiane. Lodevole tentativo di sprovincializzazione, anche se la cosa si riduce ad annoverare tra le fonti bibliografiche alcuni autori anglofoni (che egli impropriamente considera accademici).

Le buone intenzioni vanno però confrontate con due aspetti cruciali: la coerenza con cui le si applica, ed ovviamente i risultati ottenuti.
Sul piano dei risultati, l’unico elemento significativo sembra essere l’assenza di qualsiasi elemento collegabile ad un ‘grande vecchio’, ovvero alla teoria dietrologica a lungo in voga, secondo la quale la lotta armata italiana, ed in particolare quella delle Brigate Rosse, era teleguidata, ‘eterodiretta’ o comunque condizionata dai servizi segreti di questo o quel paese del blocco sovietico.

Dice Selvatici, nelle sue conclusioni: “Ciò che chiaramente emerge da questo libro sono i solidi legami che alcuni membri delle Brigate rosse avevano allacciato con altre formazioni terroristiche.”
E i documenti dei servizi segreti?

Si ha un bel cercare e rileggere per trovare questa chiarezza emersa (chi aveva rapporti con chi, e soprattutto, quando?) e le delusioni si susseguono ad ogni paragrafo. Apprendiamo per esempio (pag. 27), che il giorno dopo la morte di Aldo Moro la Stasi inviò ai posti di confine l’ordine di intensificare i controlli e che un anno dopo ne tracciò un bilancio: “36 investigazioni speciali di cittadini italiani appartenenti alle Brigate rosse”. “Chi erano dunque i brigatisti che tra il maggio 1978 ed il maggio 1979 oltrepassarono il muro? Qual era la ragione della visita?” chiede Selvatici al povero lettore, senza neppure dargli un ‘aiutino’.

Poco più avanti, ma a tutt’altro proposito, ecco qualche nome. Non si tratta di controlli di frontiera, ma della sezione antiterrorismo della Stasi, dove “sono state rinvenute le schede intestate a Barbara Balzarani, Cesare Battisti, Renato Curcio, Adriana Faranda, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Francesco Piperno, Giovanni Zamboni, Mario Moretti, Lauro Azzolini, Alessio Casimirri e Patrizio Peci.”

Finalmente? No, non c’è trippa per gatti nemmeno qui. O Selvatici non ha visto le schede, o sono così irrilevanti che non dice molto di più: due paragrafi dopo (pag. 30) precisa che le schede di Balzarani, Gallinari, Azzolini, Franceschini, Curcio, Morucci e Moretti sono classificate ‘ZAIG-5’, ovvero condivise ed accessibili dai servizi membri di un accordo: Unione Sovietica, Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia, Mongolia, Cuba, Germania dell’est e Vietnam. E racconta che è in un’informativa di questa rete, stilata a Cuba nel settembre 1987, che figurano assieme i nomi di Barbara Balzarani e Cesare Battisti. Barbara Balzarani era all’epoca in galera in Italia già dal 1985. Cesare Battisti, che delle Brigate Rosse non ha mai fatto parte a nessun titolo, era in esilio già da qualche anno tra Messico e Francia.

Il senso di queste non-informazioni, Selvatici non ce lo spiega.
Né ci fa conoscere le fonti che le alimentavano: se ZAIG-5 aveva una funzione analoga all’Interpol (permettendo agli Stati membri di comunicare una misura specifica adottata in relazione all’informazione, come per es. il divieto di ingresso in URSS per Prospero Gallinari) non è impossibile che vi venissero riversate informazioni provenienti proprio dall’Interpol o da servizi occidentali, poi non aggiornate. Lo stesso Selvatici ri-scopre che la Stasi aveva infiltrato il Bundeskriminalamt (BKA, Repubblica Federale Tedesca), e da quella fonte alimentava la sua schedatura; appunto nel caso di Barbara Balzarani, ultima della vecchia guardia brigatista ad essere ancora attiva negli anni ’80.

E poi? Di fronte ai desolanti risultati, Selvatici ricorre alla ‘sua’ bibliografia di 174 testi. Il libro corrisponde allora ad un ‘tutto quello che ho rimediato sulla sinistra italiana e i servizi segreti del blocco orientale’.
E c’è proprio di tutto, dalla bufala giurassica dei campi d’addestramento per brigatisti in Cecoslovacchia, a Primo Greganti, funzionario del PCI arrestato per l’inchiesta anticorruzione ‘mani pulite’, che per il Partito costruiva un sistema di finanziamento con una ditta della Stasi. Su quest’ultimo terreno Selvatici impiega meglio le sue competenze in gestione d’impresa, e la cosa occupa la seconda metà del libro- salvo a chiedersi che c’entrino gli impicci del PCI e i suoi contatti con Mosca con quanto annunciato nel titolo.
Non v’è neppure tentativo di capire quanto intensa fosse la trasmissione del PCI ai partiti fratelli di informazioni sui brigatisti (o sui fascisti); Selvatici è preso dalla sua convinzione che il PCI abbia commesso il “peccato originale” (sic) “di non avere capito che le Brigate rosse non erano ‘compagni che sbagliano’ ma ‘compagni che sparano’”, non lavato dalla sua successiva opera di delazione e di collaborazione coi carabinieri.
En passant, trova modo di buttare lì:

In Svizzera, membri di Soccorso rosso si adoperarono per trovare rifugio al brigatista fuggitivo Piero Morlacchi (marito dell’ex-cittadina della DDR Heidi Peusch. Non dimentichiamoci che Piero Morlacchi, prima d’entrare a far parte del nucleo storico delle Brigate rosse, trascorse alcuni mesi nella DDR).

No, non ce lo dimentichiamo, né dimentichiamo che ci andò nel 1963-64 a lavorare come tipografo specializzato. Il piccolo veleno di Selvatici è quanto più disonesto se si considera che nella sua bibliografia figura il libro di Manolo Morlacchi (figlio di Pierino) “La fuga in avanti”, dove si può leggere (pag. 98-103) il racconto di Heidi Peusch del drammatico tentativo di ottenere rifugio politico, nel 1974, nella Repubblica Democratica Tedesca.

Non ce lo dimentichiamo, il “racconto di un lungo viaggio verso la libertà” di Heidi Peusch incinta, con il figlio Manolo di 4 anni ed il marito Pierino Morlacchi, che tentano di avere ospitalità fino a farsi bloccare alla frontiera, profughi non riconosciuti. È uno spaccato sul perdurare delle illusioni di chi è nato e cresciuto in una tradizione comunista profonda come quella della famiglia Morlacchi a Milano; è la storia di uno dei primi, rarissimi tentativi di domanda di asilo politico da parte di militanti italiani all’estero; ed è la prova-provata dell’assenza di relazioni positive con la Stasi.
Lo ricordiamo, ad onore della memoria di Heidi e Pierino.
(l’immagine riproduce pag. 190 del libro di Manolo Morlacchi)

Di nuovo Thomas Kram, ‘a gratis’
Si diceva sopra che il lavoro di Selvatici ha l’apparenza di una documentazione verificata, eppure vi si trovano un paio di affermazioni non secondarie senza il più vago riferimento a prove o fonti. E proprio al capitolo ‘Carlos e strage di Bologna’ scrive Selvatici:

Alcuni documenti riguardanti il possibile coinvolgimento di un membro del gruppo Separat nell’attentato alla stazione di Bologna sono già stati verificati con esito positivo dalla polizia italiana. Effettivamente, la notte precedente l’attentato, un membro del gruppo terroristico Separat, Thomas Kram, aveva pernottato a Bologna. Fatto noto alla polizia italiana, il rapporto si trova nell’archivio della DIGOS di Bologna. (pag.39-40)

Segue la citazione del documento, che evidentemente NON dice che Kram era membro di ‘Separat’. La domanda, semplice semplice, è: CHI afferma che Kram era un membro della banda di Carlos?

Diversamente da quasi tutto il resto del libro, dove le affermazioni sono fornite di riferimenti archivistici o documentali, qui niente. L’autore si è fidato della parola del suo amico Gian Paolo Pelizzaro (ex-esperto della ‘commissione Mithrokin’ e detektiv del giornale della destra sociale ‘Area’), e ha fatto male. Continua Selvatici:

Inoltre è stato appurato che Christa Margot Fröhlich (detta ‘Heidi’, arrstata il 18 giugno 1982 all’aeroporto di Fiumicino mentre trasportava una valigia contenete esplosivo) da tempo in contatto con l’organizzazione capeggiata da Carlos, il 2 agosto 1980 alloggiò all’Hotel Jolly di Bologna.

Ancora una domanda semplice semplice: CHI avrebbe appurato che la donna era in quell’albergo?

Se nell’articolo precedente s’era detto abbondantemente di Thomas Kram, di Christa Fröhlich s’era evitato di parlare, poiché gli stessi implacabili accusatori avevano smesso di parlarne, ‘tanto lontano ne è il profilo reale da quello che loro avevano proposto’. Riprendiamo allora quanto pubblicato da Guido Ambrosino sul Manifesto del 1. agosto 2007

I detektiv della Mitrokhin sembrano credere che a Bologna ci fosse anche Christa Fröhlich. Fu fermata a Fiumicino il 18 giugno 1982, con 3,5 chili di esplosivo nella valigia. La stampa pubblicò la sua foto. Un cameriere dell’hotel Jolly vi ravvisò una “certa somiglianza” con una donna vista quasi due anni prima: parlava italiano con accento tedesco, il primo agosto si era fatta portare una valigia alla stazione, il 2 agosto telefonò per accertarsi che i suoi due figli non fossero sul treno investito dalla bomba, aveva lavorato come ballerina nei pressi di Bologna.
Christa Fröhlich ha ora 64 anni, insegna tedesco a Hannover. Confrontata con questa descrizione, non sa se ridere o piangere: “Non ero a Bologna. Non ho figli. Mai un ingaggio da ballerina. E nel 1980 non sapevo una parola di italiano”.

Christa Frohlich ha fatto le sue scelte politiche, e le ha pagate col carcere.
Oggi, va ringraziata per avere tradotto in tedesco ‘L’orda d’oro’ di Primo Moroni, un testo essenziale per chiunque voglia capire qualcosa degli anni ’70.

La ciliegina avvelenata
Perché mai un tipo pacioso come Antonio Selvatici si lancia su provocazioni così pacchiane? I suoi suggeritori hanno forse dimenticato di aggiornarlo, lui non se n’è accorto… Scartabellare schede ingiallite e mute è soporifero per chiunque, anche un topo d’archivio può anelare a un salto nell’attualità.

A fidarsi ciecamente dei suggeritori il ricercatore rischia però la sua credibilità: quando mai un vero giornalista d’inchiesta non verifica le fonti di accuse così gravi?
Ma Selvatici raddoppia:

Vi è una pista investigativa non ancora seguita che proverebbe datati collegamenti tra alcuni membri della banda Carlos ed ex appartenenti a gruppi estremistici italiani. Probabilmente bisognerebbe recarsi in Francia, in un paese a nord di Parigi: Montreuil, e qui cercare di parlare con estremisti italiani che frequentano il luogo. (pag.41)

Tutto ciò che si capisce, è che c’è ancora un suggeritore, e che la voglia di giocare un po’ ad aumma-aumma cresce. Selvatici si confida con un esperto di questi giochi, Cristiano Lovatelli Ravarino:

– Il rapporto tra Carlos e la strage del 2 agosto è un tassello molto delicato. Sappiamo che la Procura della Repubblica sta indagando e il pm Enrico Cieri è già andato a Parigi a interrogare Carlos e diverse volte a Berlino a consultare documenti nell’Archivio Centrale, aspettiamo l’evoluzione di questa indagine… è anche vero peraltro che nel libro prospetto una nuova pista indagativa…”
– Quale pista scusa ?
– Una pista visibile puntando i fari su di un paesettino a nord di Parigi dove terroristi italiani e terroristi stranieri si incontrarono con i risultati che sappiamo. Non sono riuscito a provarlo ma ho una fonte di altissimo livello che me lo ha raccontato e di cui mi fido ciecamente.
– Ma scusa Antonio è una bomba-se mi passi il macabro gioco di parole-non potresti essere più esplicito ?
– Qui habes auduies audiendi audiat. Non sono io a questo punto ma la Procura a cui spetta di verificare la totale veridicità di quello che ho scoperto.

Con o senza latinorum, Montreuil è sempre est di Parigi, non a nord. E per essere un ‘paesetto’ conta 101mila abitanti.

Un modesto suggerimento: prima di andare in missione tra i bistrot del luogo per carpire informazioni con qualche ballon de rouge, il nostro potrebbe dare un’occhiata a Google Street View.
Fosse mai che il volto di qualche estremista italiano rifugiato in Francia non sia ancora stato cancellato?

3 commenti:

1. Ringrazio per la recensione. Sono l’autore.
Non mi addentro in questioni archivistiche: sarebbe noioso e per me troppo facile smontare affermazioni non esatte.
Ciò che giustamente avete segnalato è il tentativo (se ben o mal riuscito lo decideranno i lettori) di descrivere da un angolazione differente (quella degli archivi) alcune vicende che hanno profondamente segnato il Paese negli anni Settanta. Non ho nessuna pretesa di essere esaustivo, Anzi. Il mio è un tentativo.
Da un analisi così approfondita del testo mii aspettavo qualche riga riguardo i collegamenti Br- Medio Oriente.
Per quel che riguarda il defunto Morlacchi (spero che il figlio abbia sanato i suoi problemi con la giustizia) abbiamo usato la stessa fonte. Ed è qui che troviamo i racconti del bambino-Morlacchi delle vacanze che assieme ai genitori ed a altri membri delle Br trascorreva in una abitazione-rifugio sulle colline ad una manciata da Bologna: a Castel D’Aiano. Permettimi un po di dietrologia travagliana: è un vero peccato che una così ben frequenatta (numericamente intento) casa vacanze-rifugio non sia mai stato scoperto.
Grazie ancora per la recensione
Antonio Selvatici
25 settembre 2009 14.23

2. Ti è passato per la testa che forse invece è stata scoperta? Capisco che è dura per un dietrologo. Mi dispiace deludere la tua sete di mistero. Il fatto è che hanno scoperto una casa nella quale andavo in vacanza (rifugio???) con mia nonna, le mie zie, i miei cuginetti (anche venti alla volta) e della quale giustamente non fregava nulla a nessuno. Ma non ti accorgi del ridicolo?
Mia madre scappò dalla DDR perché detestava la politica di quel paese. Le fu vietato di rientrare persino nei primi anni ’80 alla morte di mio nonno. Mio padre scappò dalla DDR dove lavorava come tipografo per il grigiore di quel mondo. Se ne andò a Stoccolma, ben più contento, dove rimase un altro anno.
Il loro errore fu quello di pensare che, in quanto comunisti (come ricorda molto bene l’autore della recensione), potessero essere accolti. Fu proprio in quanto comunisti (non del PCI, dunque) che vennero di fatto consegnati alla polizia occidentale. Il resto, permettimi Selvatici, sono tutte minchiate.
Permettimi anche di dirti che non era solo numericamente ben frequentata la casa di Castel d’Aiano, ma anche e soprattutto umanamente.
Infine, per ciò che concerne i miei problemi con la giustizia, sto trattando con i servizi della Corea del nord per un salvacondotto, tramite Hamas, il Mossad e il mullah Omar…
Saluti,
Morlacchi
3 ottobre 2009 14.41

3. Caro Morlacchi,
Caro Manolo Morlacchi,
speravo che tu intervenissi. Così come spero tu abbia letto il mio libro.
Se non sbaglio, nel tuo libro a proposito del casolare di Castel D’Aiano riporti anche i ricordi di tuo zio. – Ricordo Ognibene che guarda mia moglie…-. Ti ricordi che si trattava di un vecchio casolare in quel di Roffeno? Naturalmente non si tratta di quel Ognibene che conosco bene. Probabilmente racconto delle – minchiate-, ma più probabilmente tu non sei a conoscenza di atti e documenti che conservo.
Riguarda i tuoi rapporti con la giustizia, sccsa, ma non m’importa nulla.
Antonio Selvatici
6 ottobre 2009 15.49