Gli anni spezzati dalla tortura di Stato. Per la seconda volta una sentenza della magistratura riconosce l’uso della tortura contro gli arrestati per fatti di lotta armata

Una sentenza importante. Va dato atto al collegio della corte di appello di Perugia, e all’estensore delle motivazioni, di aver redatto una sentenza coraggiosa e pulita che riscrive totalmente un pezzo della recente storia italiana. Una storia che non troverete certo nelle fiction della Rai. Questo blog ha lavorato sull’intera vicenda dall’inizio stanando chi si nascondeva sotto lo pseudonimo di De Tormentis. Torneremo su questi fatti nei prossimi giorni. Per ora leggete quanto scritto dalla corte di appello di Perugia. Nicola Ciocia, l’ex funzionario Ucigos a cui Improta e De Francisci ricorrevano su mandato del governo per le torture, è considerato dai magistrati “gravato da forti indizi di reità”, pertanto anche se i reati sono prescritti (la tortura non è prevista nel nostro codice penale), la prescrizione – scrivono i giudici – deve essere comunque dichiarata dall’autorità giudiziaria, anche perchè vista la gravità dei fatti imputati, Nicola Ciocia potrebbe rinunciarvi per potersi difendere.
Per questo motivo – concludono i magistrati – gli atti verranno inviati alla procura di Roma. Vedremo cosa accadrà e vedremo anche se Repubblica publicherà la sentenza.

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Per saperne di più
Le torture della repubblica

Come ti sequestro il manager

Gerarchie d’impresa costrette a misurarsi con la trattativa forzata imposta dai lavoratori in lotta

File picture of an employee of US tyre-maker Goodyear standing in front of burning tires at the entrance of the plant in Amiens, northern FranceI padroni non trattano? E noi facciamo in modo che non possano non farlo. In che modo? Impedendogli di alzarsi dal tavolo e uscire dagli uffici delle direzioni aziendali fintantoché non si è pervenuti ad un accordo accettabile. Si chiama «trattativa forzata» anche se loro, padroni, poliziotti e media, parlano di «sequestro», anzi di bossnapping.
In Francia è accaduto di frequente negli ultimi anni (vedi qui). L’ultimo episodio si è concluso ieri nello stabilimento della Goodyear di Amiens dove due manager dell’azienda sono stati trattenuti per oltre 30 ore. Immediatamente dopo la loro liberazione la Cgt, il sindacato maggioritario sul posto, ha annunciato l’intenzione di occupare la fabbrica. Difronte alla chiusura dello stabilimento, deciso dallo stato maggiore della grande marca di penumatici, i lavoratori hanno rivendicato una cospicua indennità di licenziamento. Secondo la Cgt, la direzione avrebbe proposto ai dipendenti una indennità di licenziamento che oscillerebbe tra i 20 mila e 40 mila euro. Gli operai reclamano dagli 80 ai 180 mila euro.
Se vuol licenziare il padrone deve pagare. «Quando si è difronte alla perdità del posto di lavoro – ha spiegato Franck Jurek, uno dei delegati Cgt – si difende quello che resta da difendere, cioè i soldi. Per questo andremo fino in fondo, anche contro la legge». E siccome lo staf dirigenziale ha fatto orecchie da mercante è partita la trattativa forzata. Nessuna violenza, i dirigenti erano liberi di circolare all’interno dell’edificio aziendale, avevano i loro telefonini, comunicavano con familiari e gerarchia, potevano rifocillarsi a volontà, ma non potevano abbandonare il posto sottraendosi al negoziato.

Manager sotto stress e kit antisequestro
Nel 2009, quando in Francia si scatenò un’ondata improvvisa di azioni del genere, Libération scrisse di una «nuova arma sociale dei lavoratori» che annunciava brutti tempi per le gerarchie d’impresa. In effetti si diffuse il panico tra i maneger timorosi di dover passare brutte nottate in bianco. Finita l’epopea borghese dei golden boys e degli yuppie con la crisi questi funzionari del capitale si ritrovavano sotto stress. Per fare fronte a questo trauma, Sylvain Niel, un avvocato francese esperto di diritto e relazioni sociali preparò un piccolo manuale pubblicato dal quotidiano economico la Tribune. Nell’opuscolo, l’esperto dispensava ai manager una decina di consigli «antisequestro» per «evitare di cadere in trappola durante una trattativa».
Prima regola: conservare un «kit di sopravvivenza», un telefono cellulare di scorta con numero criptato e recapiti d’emergenza (polizia, famiglia), trousse per la toilette, cambio di biancheria nel caso si dovesse passare la notte in ufficio. Ma, suggeriva l’esperto, «è meglio prevenire» per non finire come quel responsabile del personale di un’azienda che si vide costretto ad uscire disteso in una bara dalla sala in cui era “ospitato”. Fondamentale allora è «una stima del rischio di ammutinamento contro la direzione», «individuare sempre i leader della protesta», «non andare mai da soli a negoziare con le parti sociali, ricorrere sempre ad un mediatore». Infine, se dovesse andare male, «accettare tutte le richieste dei dipendenti perché gli impegni presi sotto costrizione non hanno valore giuridico».
Mancava però la cosa essenziale, qualche buon libro capace di aprire la testa dei manager per dare aria alle loro anguste visioni culturali nutrite solo di manuali sulla gestione delle risorse umane, la performatività delle prestazioni, l’economia aziendale. Magari Discours sur l’inégalité parmi les hommes di Jean-Jacques Rousseau e il primo libro del Capitale del dottor Marx, così tanto per cominciare.

Azioni legittime
Azioni legittime o azioni illegali? Il ricorso alla «trattativa forzata» da parte degli operai quando le aziende rifiutano di negoziare i piani di crisi, oppure nemmeno accettano di sedere al tavolo delle trattative comunicando semplicemente la lista dei dipendenti licenziati, fa discutere non solo la Francia. I media in lingua inglese hanno tuonato contro questo comeback del «bossnapping». Per il New York Time «questa strategia allontana le multinazionali intenzionate ad investire sul territorio francese». Anche se il settimanale Businessweek riconosce che «sequestrare i padroni è una strategia vincente». Durissimo Maurice Taylor, padrone di Titan, gigante americano dei penumatici che sembra interessato a rilevare il sito, «Negli Stati uniti – ha detto -un atto del genere sarebbe considerato un sequestro di persona. I loro autori sarebbero stati tutti arrestati e perseguiti. Si tratta di un crimine molto serio per il quale si rischia il carcere a vita».
Tuttavia in Francia questo modello di lotta – seppur attuato in un contesto ultradifensivo che mira unicamente a ridurre i danni – ha sempre riscontrato consenso nell’opinione pubblica ed è risultato “pagante”, come hanno dimostrato i molti episodi in cui è stato impiegato dal 2009 ad oggi.
Questo repertorio d’azione – come viene definito dal linguaggio asettico dei sociologi del conflitto che cercano di fotografare i comportamenti sociali senza caricarli di giudizi di valore –, si è diffuso seguendo un classico dispositivo d’emulazione investendo non solo siti operai ma anche centri studi, come è stato il caso dei dipendenti di Faurecia (circa mille, in prevalenza “colletti bianchi”, ingegneri, tecnici e amministrativi), azienda dell’indotto automobilistico filiale del gruppo Psa Peugeot Citroen, che nel 2009 bloccarono per 5 ore tre quadri dirigenti del gruppo. Episodio significativo poiché dimostrava come pratiche di lotta radicale potevano guadagnare anche i ceti medi colpiti dalla crisi. Azioni ritenute dai lavoratori più che legittime, capaci d’attirare per la loro alta simbolicità «microfoni e telecamere», se è vero che cortei, scioperi e picchetti non sono più sufficienti per costringere il padronato a trattare.

Conflitto negoziato
Il succo del ragionamento è semplice: quando le gerarchie aziendali chiudono ogni comunicazione pensando d’imporre il loro punto di vista senza ascoltare quello della controparte operaia, occorre imporre loro la trattativa. Lì dove non c’è negoziato si apre allora uno spazio di conflitto ulteriore. È il «conflitto negoziato» che in Francia, a differenza dell’Italia, non ha mai perso agibilità politica e sociale. Le azioni «coups de poing» (colpo di mano), non appartengono solo al repertorio d’azione della Cgt, ma sono condivise oltre che da altri sindacati collocati sul fronte della sinistra radicale e anticapitalista, come i coordinamenti e Sud, anche dalle associazioni rurali, dei contadini, pescatori e camionisti, spesso bacini elettorali delle forze moderate. Oltralpe la tradizione corporativa del conflitto ha mantenuto sempre piena legittimità. Fintantoché non vengono percepite come un attacco politico alla sicurezza dello Stato, queste forme d’azione collettiva sono ritenute domande sociali a cui la politica è chiamata a dare risposte. Semmai in quel che accade oggi emerge un forte deficit delle forze politiche della sinistra incapaci di fornire rappresentanza.

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«Notizie su Euridice». La storia degli anni 70 in forma di poesia

Poche parole per dire molto. Il mito di Euridice reiventato come metafora del decennio 70. E’ l’immagine scelta da Erri De Luca per narrare il tentativo rivoluzionario che ha chiuso il 900 italiano. Carico di densità poetica, il testo ha rappresentato una vera e propria sfida poiché destinato ad apparire sull’agenda 2014 di Magistratura democratica. Non a caso – hanno ammesso i curatori nell’introduzione al brano – «Dopo aver ricevuto e letto questo contributo è stata forte la tentazione di non pubblicarlo perché alcuni passaggi si prestano a interpretazioni ambigue che non vogliamo in alcun modo avallare. Ma povero è il gruppo che censura uno scritto così bello anche se altrettanto controverso». Decisione finale che ha mandato su tutte le furie Giancarlo Caselli. Il procuratore di Torino ha colto a pretesto l’episodio per dare le dimissioni lo scorso novembre dall’organo sindacale di cui è stato per decenni uno dei membri di spicco, anticipando di poco la sua dipartita definitiva dalla magistratura per raggiunti limiti di età.
Caselli si era già scontrato questa estate con De Luca e Vattimo, dopo che questi avevano sostenuto il movimento No tav di fronte alla contestazione da parte della procura piemontese di reati come “l’attentato contro lo Stato” e il ricorso all’aggravante della “finalità di terrorismo”.
De Luca aveva rivendicato, e Vattimo appoggiato, le azioni di sabotaggio dei cantieri e contro l’occupazione militare della Valle Susa. Per tutta risposta Caselli aveva lanciato un appello alla cultura italiana affinché si mobilitasse a sostegno delle indagini della sua procura e contro il «laboratorio di violenza politica» che – a detta sempre della procura da lui guidata – sarebbe rappresentato dal movimento No tav, visto come un pericoloso modello di sperimentazione politica sovversiva capace di forti potenzialità espansive.
Ovviamente gli intellettuali si sono ben guardati dal calarsi in trincea. Solo alcuni ex militanti di Lc sono scesi nella mischia cercando di regolare i conti con De Luca, sostenuti dai soliti grandi organi di stampa, Repubblica, Corriere e gazzette giustizialiste. Da qui la ferocia repressiva contro la carica simbolica che agli occhi di Caselli incarna la vertenza No tav. Una manifesta proiezione della vicenda degli anni 70 su contesti e dinamiche sociali profondamente diversi, solo che stavolta non è più il progetto rivoluzionario il nemico da combattere ma la possibilità stessa di opporsi, la libertà di dire no, di esprimere dissenso.


Notizie su Euridice di Erri De Luca

Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. Intorno bolliva il 1900, secolo che spostava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi con le rivoluzioni. Orfeo scende impugnando il suo strumento e il suo canto solista. La mia generazione e scesa in coro dentro la rivolta di piazza. Non dichiaro qui le sue ragioni: per gli sconfitti nelle aule dei tribunali speciali quelle ragioni erano delle circostanze aggravanti, usate contro di loro.
C’è nella formazione di un carattere rivoluzionario il lievito delle commozioni. Il loro accumulo forma una valanga. Rivoluzionario non è un ribelle, che sfoga un suo temperamento, è invece un’alleanza stretta con uguali con lo scopo di ottenere giustizia, liberare Euridice.
Innamorati di lei, accettammo l’urto frontale con i poteri costituiti. Nel parlamento italiano che allora ospitava il più forte partito comunista di occidente, nessuno di loro era con noi. Fummo liberi da ipoteche, tutori, padri adottivi. Andammo da soli, però in massa, sulle piste di Euridice. Conoscemmo le prigioni e le condanne sommarie costruite sopra reati associativi che non avevano bisogno di accertare responsabilità individuali. Ognuno era colpevole di tutto. Il nostro Orfeo collettivo e stato il più imprigionato per motivi
politici di tutta la storia d’Italia, molto di più della generazione passata nelle carceri fasciste.
Il nostro Orfeo ha scontato i sotterranei, per molti un viaggio di sola andata. La nostra variante al mito: la nostra Euridice usciva alla luce dentro qualche vittoria presa di forza all’aria aperta e pubblica, ma Orfeo finiva ostaggio.
Cos’altro ha di meglio da fare una gioventù, se non scendere a liberare dai ceppi la sua Euridice? Chi della mia generazione si astenne, disertò. Gli altri fecero corpo con i poteri forti e costituiti e oggi sono la classe dirigente politica italiana. Cambiammo allora i connotati del nostro paese, nelle fabbriche, nelle prigioni, nei ranghi dell’esercito, nella aule scolastiche e delle università. Perfino allo stadio i tifosi imitavano gli slogan, i ritmi scanditi dentro le nostre manifestazioni. L’Orfeo che siamo stati fu contagioso, riempì di sé il decennio settanta. Chi lo nomina sotto la voce “sessantotto” vuole abrogare una dozzina di anni dal calendario. Si consumò una guerra civile di bassa intensità ma con migliaia di detenuti politici. Una parte di noi si specializzò in agguati e in clandestinità. Ci furono azioni micidiali e clamorose ma senza futuro. Quella parte di Orfeo credette di essere seguito da Euridice, ma quando si voltò nel buio delle celle dell’isolamento, lei non c’era.
Ho conosciuto questa versione di quei due e del loro rapporto, li ho incontrati all’aperto nelle strade. Povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno.

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