Lo spirito anticipa la storia ma è il surreale che l’attraversa!

Celebrazioni di cui si poteva fare a meno

«Lo spirito anticipa sempre la storia» spiega Mario Tronti, parafrasando il vecchio Hegel, ad un’aula del senato attònita. I più non capiscono di cosa stia parlando: Hegel chi? Rivoluzione? Di quale rivoluzione sta parlando? Mani pulite? Lo spirito? Vedi che sta spiegando l’avvento di comici come Grillo? Ah! ma se si inneggia al comunismo allora possiamo anche celebrare la marcia su Roma…
Il vecchio professore, tra i capiscuola del marxismo operaista, sta celebrando il centenario della rivoluzione d’ottobre. Il tutto avviene in un bailamme con una senatrice che occupa per protesta lo scranno del presidente, i grillini che all’esterno fanno bondage contro la nuova legge elettorale…

Qui la cronaca dell’aula fatta da Cazzullo:

«Grillini con benda sugli occhi tipo fucilazione o rito bondage, la De Petris che occupa la sedia del presidente, il governo che mette la fiducia; ma il tema del giorno diventa la Rivoluzione d’ottobre. Tra i voti segreti respinti e la fiducia chiesta dalla povera e vituperata Finocchiaro, s’avanza l’uomo del momento: il professore operaista Mario Tronti, senatore pd. Dalle finestre del Senato arrivano gli strepiti dei manifestanti tenuti a bada dai carabinieri, ma sono altri i tumulti che vedono gli occhi di Tronti: «Il 24 ottobre del 1917, secondo il calendario giuliano, o il 7 novembre, secondo il calendario gregoriano, esplodeva nel mondo la Grande Rivoluzione russa…». La scena è surreale, i grillini si guardano l’un l’altro ignari, il senatore a vita Rubbia interroga il suo vicino Bonaiuti: «Scusa, sono appena tornato da San Francisco dove ho commemorato i 75 anni della pila atomica di Fermi, ho ancora il jet-lag; chi sta parlando, e perché?». In effetti sarebbe il giorno in cui il Senato affronta il nuovo sistema elettorale detto Rosatellum, ma Tronti è ispiratissimo: «Soldati, operai, contadini russi, non sparate contro i soldati e i contadini tedeschi, ma voltate i fucili e sparate contro i generali zaristi!». Applaude il senatore sudtirolese Karl Zeller, forse per il sollievo di evitare le schioppettate delle guardie rosse.

I giochi per la legge sono quasi fatti. L’accordo è che i grillini parleranno cinque ore, Forza Italia dieci minuti, la Lega zero. Cinque moschettieri del Pd mantengono le loro riserve: Mucchetti, Manconi, Tocci, Chiti, Micheloni.

[…]

Tronti con il corpo è qui, ma con la mente è a San Pietroburgo con Lenin e Trotzky: «La lucida strategia dei bolscevichi contro i menscevichi era che i comunisti dovevano mettersi alla testa della rivoluzione democratica…». Il ciellino Mario Mauro, ex ministro passato all’opposizione, dà mano al libro nero del comunismo: «E i 20 milioni di kulaki fatti morire di fame? E Pol Pot che faceva sparare a chiunque avesse gli occhiali?».

[…]
È qui a Palazzo Madama anche l’avvocato Ghedini, come solo nelle grandi occasioni. Tronti invece è già alle porte del Palazzo d’Inverno: «La rivoluzione partì su tre parole d’ordine, pace pane terra, che toccarono il cuore dell’antico popolo russo. Per questo vinse l’assalto al cielo, già tentato dagli eroici comunardi di Parigi…». Gasparri arriva trafelato e si indigna: «Allora uno di noi potrebbe alzarsi il 28 ottobre a commemorare la marcia su Roma!». Nell’attesa, la rissa si accende all’annuncio del voto di fiducia. I fotografi strapazzano i cronisti: «Via di lì, che mi copri i grillini!». Ma a sorpresa parte subito forte la De Petris, che innalza il cartello rosso «Zero fiducia» affiancata dall’eroico Mineo, e poi occupa lo scranno del presidente Grasso. Minniti si guarda attorno malinconico con l’aria di chiedersi «che ci faccio qui?».

I Cinque Stelle restano seduti: «Chiedo di essere inquadrato!» reclama il capogruppo Endrizzi. I commessi si preparano a intervenire, spalleggiati dal biondo Malan di Forza Italia. Finalmente in favore di telecamera, i grillini a simboleggiare la cecità della democrazia indossano le bende bianche, quasi tutti sugli occhi, qualcuno forse per sbaglio sulla bocca. Tronti, sconfitti i nemici del popolo, vola altissimo: «L’anima e le forme è lo splendido titolo di un libro del giovane Lukàcs che esce nel 1911. Era l’anima dell’Europa… Colleghi, lo spirito anticipa sempre la storia!». In tribuna assiste una scolaresca attonita. Minniti interviene protettivo: «Guai a chi me lo tocca, Tronti è sulla mia linea. Pane e ordine; la sicurezza è di sinistra».

Resta il fatto che, con la fiducia, di legge elettorale quasi non si discute. Le votazioni scavano un solco a sinistra tra Pd e scissionisti. E isolano i grillini, che occupano i banchi del governo, mentre la De Petris viene portata via di peso.

[…]
http://www.corriere.it/…/occupata-sedia-grasso-m5s-de-petri…

Ma l’apice del surreale è giunto alla fine dalle parole dello stesso professore: «Vi dico che non sarei qui se non fossi partito da lì, qui a fare politica per gli stessi fini con altri mezzi; è un esercizio addirittura spericolato, ma entusiasmante, se entusiasmo può esserci ancora concesso in questi tristi tempi. Vi chiedo ancora scusa».

Lo spirito anticipa la storia ma è il surreale che l’attraversa!

 

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La commissione Moro inciampa ancora, falso il documento su Casimirri

A pochi mesi dalla chiusura dei lavori, la nuova commissione Moro istituita nel maggio del 2014 è incappata nell’ennesimo incidente. Il presidente, Giuseppe Fioroni, ha preso per vera una falsa scheda di fotosegnalazione che raffigura l’ex brigatista Alessio Casimirri. Si allunga sempre più l’imbarazzante lista di errori, annunci senza fondamento, buchi nell’acqua commessi dalla commissione. Seminare confusione, sollevare polveroni, diffondere una narrazione complottista zeppa di contraddizioni e assurdità, che allontanino dalla discussione dei nodi storico-politici che la vicenda Moro ancora racchiude in sé, sembra l’ultimo disperato compito che si è data questa seconda commissione Moro. Da diversi mesi i suoi consulenti si stanno occupando di Alessio Casimirri, militante della colonna romana delle Br, presente in via Fani il 16 marzo 1978 alla guida della 128 bianca che fece da cancelletto superiore, allontanatosi dall’organizzazione nel 1980, riparato successivamente in Francia e poi in Nicaragua, dove ormai vive da decenni. Se questi sono i risultati di tanto impegno profuso con i soldi pubblici, il presidente Fioroni dovrebbe trarne l’unica conclusione possibile: andarse a casa. E di corsa!

 

Un falso clamoroso. Un gigantesco buco nell’acqua. E’ questo il risultato raggiunto dall’improvvida iniziativa presa dal presidente della nuova commissione Moro (la seconda, dopo quella che si occupò nella VIII legislatura, tra il 1979 e il 1983, del rapimento e della uccisione del presidente del consiglio nazionale della Dc, a cui seguirono i lavori della commissione Stragi, presieduta da Giovanni Pellegrino, anch’essa interessatasi al rapimento Moro e che protrasse la sua attività dal 1988 fino al 2001).

Con una lettera indirizzata al presidente del consiglio, Paolo Gentiloni, Fioroni ha voluto attirare l’attenzione del governo sulla latitanza di Alessio Casimirri, chiedendo che nei suoi confronti fossero applicati gli stessi sforzi impiegati nel tentativo di riportare in Italia, con tutti i mezzi possibili, l’ex militante dei Pac, Cesare Battisti. Nella lettera Fioroni avanza ampi dubbi sulle protezioni di cui poté godere l’ex brigatista ed a sostegno della sua richiesta estrae dal cilindro delle carte secretate dalla commissione una scheda di fotosegnalazione intestata proprio a Casimirri. Il documento attesterebbe un suo presunto arresto, avvenuto il 4 maggio 1982. Arresto misterioso che tuttavia non avrebbe sortito alcuna incarcerazione, nonostante i due mandati di cattura per banda armata e associazione sovversiva che all’epoca pesavano sulla sua testa. La scheda, pubblicata in anteprima dal Corriere della sera del 19 ottobre scorso, doveva rappresentare, almeno nelle intenzioni di Fioroni, la prova inconfutabile delle importanti protezioni di cui si sarebbe giovato Casimirri, svelandone una volta per tutte la reale identità di infiltrato dei «Servizi» tra le file brigatiste. Egli – scrive sempre Fioroni – «poté sottrarsi alla giustizia grazie al concorso di una rete di complicità che la commissione sta cercando di ricostruire». Che poi «l’infiltrato» dei Servizi italiani sia riparato nel Nicaragua della rivoluzione sandinista, è una delle tante contraddizioni a cui la sgangherata narrazione complottista nella sua insulsa illogicità nemmeno tenta di dare una spiegazione.

Un falso
Se la scheda utilizzata è vera, la foto impiegata e alcune sue modalità di redazione mostrano che si tratta di un palese artefatto. Il 4 maggio 1982, data dell’arresto indicata nella fotosegnalazione, Alessio Casimirri (nato nell’agosto del 1951) aveva poco meno di 31 anni. Le modalità di fotosegnalazione condotte dalle forze di polizia seguono procedure standard: vengono scattate all’atto del fermo o dell’arresto ed hanno caratteristiche precise, la foto è presa frontalmente e di profilo. L’unica immagine riportata nella scheda resa pubblica da Fioroni riguarda invece una fototessera. Fonti ben informate ci hanno riferito che «si tratta della foto della patente di guida» che ritrae Alessio Casimirri «nel 1969», all’età di 18 anni. La stessa fonte spiega che «Casimirri non ha mai dato le sue impronte».
Tempo dopo Casimirri chiese anche il passaporto ma non lo ottenne a causa di una denuncia che pendeva sulle sue spalle per tafferugli con dei militanti di destra.
In questi anni è circolata sui giornali e in rete un’altra foto che ritrae Casimirri con un viso ormai adulto, si tratta di una fototessera del 1977 che venne apposta sulla sua carta d’identità, eccola:

In questa immagine Casimirri ha 26 anni. Nel 1982, se fosse stato realmente fotosegnalato, il suo volto avrebbe dovuto essere molto più somigliante a quest’ultima foto anziché a quella incollata sulla scheda diffusa da Fioroni.
Basta e avanza quanto abbiamo appena osservato per renderci conto che la scheda è un falso, non serve nemmeno notare che vi è una grafia discordante tra il recto e il verso del cartellino e che manchi la firma («si rifiuta», annota l’autore del documento). Decisiva inoltre è l’assenza del verbale di arresto di cui la scheda fotodattiloscopica è un allegato. Il documento è privo anche di ogni riferimento archivistico, non ci sono numeri di protocollo. Sembra spuntare dal nulla. Il documento falsificato, inviata dal Comando provinciale dei carabinieri di Roma, su richiesta della commissione, è giunto insieme ad altre fotosegnalazioni realizzate all’atto dell’arresto dei brigatisti condannati per l’azione di via Fani. Il tipo di cartellino impiegato risale ad un modello in uso nel decennio 80.

Rivelazioni ad orologeria
In questi anni su Casimirri sono circolate notizie infondate, messe in giro ad arte, persino delle false interviste hanno visto la luce (leggi qui). Nel 1993 il pm Antonio Marini tirò in ballo, sulla base di una sua personale supposizione, come spiegò in seguito, un presunto collegamento con il discusso generale dei carabinieri Delfino. Tutto finì in un nulla di fatto, con l’archiviazione richiesta dallo stesso pubblico ministero, personaggio capace di elaborazioni accusatorie immaginifiche. Si tornò a parlare della vicenda nel corso di una sua audizione della Commissione Stragi. La questione finì sui giornali anche perché fu rilanciata dallo stesso presidente Pellegrino. Nel 1999, Francesco Pazienza, nel suo libro Il Disubbidiente, scrisse che il padre di Casimirri, importante funzionario del Vaticano, per le sue funzioni si sarebbe trovato ad incontrare durante alcuni ricevimenti ufficiali il generale Delfino. Tanto bastava, secondo l’Unità del 16 aprile 1998, per titolare con un mirabile salto logico che Delfino era al corrente del progetto di sequestro del presidente democristiano. Accusa che contrasta palesemente con le circostanze del controllo di polizia avvenuto nel corso della retata dei primi giorni dell’aprile 1978. Il 3 aprile vennero perquisiti molti attivisti dell’area dell’Autonomia romana. I carabinieri si recarono presso l’abitazione dei genitori dove Casimirri risultava residente. Fu il padre, totalmente ignaro della militanza del figlio, che li accompagnò presso l’abitazione della Storta, sulla Cassia, dove Casimirri viveva con Rita Algranati. Qui i carabinieri, anch’essi ignari del ruolo di “irregolari” svolto dalla coppia nella colonna romana delle Brigate rosse, perquisirono l’abitazione senza esito.
Casimirri, con Rita Algranati e Raimondo Etro, lasciarono l’Italia nel febbraio 1982 appena si diffuse la notizia che Antonio Savasta, membro dell’Esecutivo brigatista, catturato nell’appartamento dove era tenuto in ostaggio il generale americano James Lee Dozier, aveva iniziato a collaborare con la polizia dopo le torture. Nel maggio del 1982 i tre erano già approdati a Parigi.

Opacità
Piuttosto che serbare nelle casseforti della commissione documenti da tirar fuori quando si pensa di poterne ricavare un vantaggio politico (la scheda era in possesso della commissione da diverso tempo), sarebbe stato meglio se Fioroni avesse sguinzagliato i suoi consulenti alla ricerca degli autori e delle ragioni di questo falso. L’ennesimo che la commissione si ritrova tra i piedi. Negli ultimi tempi sono aumentate le audizioni a porte chiuse, molti sono i documenti secretati, anche se poi alcuni “giornalisti amici” o al libro paga, ricevono la consueta velina. Un paradosso per una commissione che ha fatto della polemica contro il segreto di Stato una sua ragione d’esistenza. Questa poca trasparenza si è vista anche nel ricorso sovrabbondante alle escussioni riservate dei testimoni, ascoltati anche più di una volta, sospinti quasi a dover dire quello che si voleva sentire, come è stato il caso dell’autista dell’ex capo della Digos Spinella; in altre circostanze perché si temeva che l’audizione pubblica creasse nocumento agli assiomi complottisti (è il caso del superteste Marini sbugiardato dalle immagini del motorino col parabrezza ancora integro).
Insomma allo scadere dei suoi lavori e alla vigilia delle conclusioni scritte a cui la commissione dovrà pervenire, le vecchie modalità narrative della dietrologia che hanno imperversato per più decenni sembrano avere il fiato corto. Forse è per questo che qualcuno si è convinto che la semplice narrazione non è più sufficiente.

 

 

 

 

Detenuti politici e per mafia, soppresso il diritto alla pensione sociale e invalidità civile. Lo prescrive la legge Fornero

La controriforma Fornero sulle pensioni istituzionalizza l’esistenza di una categoria di persone minus habens legittimando un criterio di assegnazione tipologica anziché censitario delle prestazioni sociali. Questa ulteriore pena accessoria, introdotta a corollario di quelle già contenute nel codice penale, viola diversi articoli della costituzione (dalla parità di trattamento dinanzi alla legge, al diritto alla salute, al fine rieducativo e non afflittivo della pena) ed estende lo stato di eccezione dal campo giudiziario (penale e carcerario) a quello amministrativo

Paolo Persichetti
Il Dubbio 7 ottobre 2017

Dalla primavera di quest’anno i condannati per terrorismo e mafia che hanno raggiunto l’età pensionabile, non hanno un reddito sufficiente per sopravvivere o si trovano in gravi condizioni di salute, non percepiscono più nessuna forma di prestazione sociale e assistenziale. La revoca dell’indennità di disoccupazione, dell’assegno e della pensione sociale o della pensione d’invalidità civile, colpisce durante il periodo di esecuzione pena chi ha subito condanne per i reati previsti agli articoli 270-bis, 280, 289-bis, 416-bis, 416-ter e 422, secondo quanto previsto dall’art. 2, commi 58-63, della legge Fornero. Questa discriminazione, introdotta con un emendamento della Lega nord votato senza batter ciglio da tutti i gruppi parlamentari (la legge è passata con 433 voti a favore e soli 6 astenuti), è divenuta operativa nel marzo scorso. Prima di questa data l’Inps non disponeva di una banca dati con la posizione giuridica dei suoi utenti. Vuoto colmato solo nel febbraio 2017 con la stipula di una convenzione con il ministero della Giustizia. Se si scorre la circolare applicativa del 5 giugno 2017, n. 2302, ci si accorge che la lista delle prestazioni e delle indennità revocate è lunga; soprattutto colpisce il fatto che ad essere tagliati sono proprio quegli ammortizzatori sociali che fornivano un minimo di sollievo alle situazioni sociali più difficili. Contrariamente a quanto sostenuto al momento della sua approvazione, questa misura non colpisce affatto i boss mafiosi che possono continuare a fare affidamento su eventuali ricchezze rimaste nascoste. Nelle organizzazioni criminali l’accumulazione dei capitali illeciti riguarda i vertici del gruppo, non vi è alcuna ripartizione del profitto. La manovalanza ne resta esclusa. Ricevere una condanna per il 416 bis non è garanzia di ricchezza ma solo di lunghi anni di carcere duro. Obiezione che trova ancora più fondamento per le formazioni della lotta armata che perseguivano obiettivi politici e sociali di tipo rivoluzionario e redistributivo, privi di qualunque scopo di lucro.

Senza una reale giustificazione, questa ulteriore pena accessoria, introdotta a corollario di quelle già contenute nel codice penale, viola diversi articoli della costituzione (dalla parità di trattamento dinanzi alla legge, al diritto alla salute, al fine rieducativo e non afflittivo della pena) ed estende lo stato di eccezione dal campo giudiziario (penale e carcerario) a quello amministrativo, istituzionalizzando l’esistenza di una categoria di persone minus habens che legittima un criterio di assegnazione tipologica delle prestazioni anziché censitario. La revoca delle prestazioni si caratterizza, inoltre, per la sua natura demagogica e per la ferocia nei confronti di chi versa già in condizioni economiche disagiate e di salute precaria.

Come se non bastasse, dopo che l’Inps ha ricevuto dal ministero della Giustizia la lista delle persone condannate, sono state sospese le pensioni anche a chi aveva terminato la pena da diversi anni ed oggi è in libertà. Questo perché il ministero si è guardato bene dal segnalare nelle informazioni inviate quelli che hanno terminato di scontare le condanne, con un aggravio di burocrazia sulle altre amministrazioni (gli uffici esecuzione dei tribunali devo certificare il fine pena e l’Inps deve aprire delle procedure del tutto inutili dovendo prima sospendere e poi riattivare l’erogazione), mentre nel frattempo gli ex condannati restano senza quel misero reddito. In tutto questo ci sono persone che si sono viste comunque rifiutare l’erogazione dell’assegno nonostante avessero certificato il fine pena, perché abusivamente ritenuto «illegittimo». Questa vessazione economica si aggiunge al fatto che la conclusione delle condanne non mette fine alle pene accessorie, come l’interdizione dai pubblici uffici, la perdita del diritto di voto attivo e passivo, sancendo in sostanza l’esclusione permanente dalla cittadinanza piena. Una volta usciti dal carcere permangono forme di sanzione ed esclusione perenni.

Prestazioni assistenziali revocabili ai sensi dell’art. 2, commi 58, primo periodo e 61 ex legge 92/2012 (Legge Fornero)
Prestazioni d’invalidità civile (categoria 044),
Pensione sociale (categoria 077)
Assegno sociale (categoria 078)

Prestazioni disoccupazione revocabili ai sensi dell’art. 2, commi 58, primo periodo e 61 ex legge 92/2012 (Legge Fornero)
Indennità ordinaria di disoccupazione non agricola
Indennità ordinaria di disoccupazione non agricola con requisiti ridotti
Indennità ASpI
Indennità Mini-ASpI
Anticipazione dell’indennità ASpI / Mini-ASpI
Indennità NASpI
Indennità ordinaria di disoccupazione agricola
Trattamento speciale agricolo art. 25 l. 457/72
Trattamento speciale agricolo art. 7 l. 37/77
Indennità di disoccupazione ai lavoratori rimpatriati
Indennità di disoccupazione in regime UE
Indennità di disoccupazione in regime convenzionato extra-UE
Indennità di ds ai lavoratori frontalieri e diversi dai frontalieri
Indennità ASpI per i lavoratori sospesi
Una tantum CO.CO.PRO.
Indennità ai CO.CO.PRO. Ex l. 92/2012
Mobilità ordinaria
Mobilità lunga
Anticipazione di mobilità
Programma reimpiego ultra-cinquantenni ex l. 127/2006
Trattamento speciale edile ex l. 427/1975
Trattamento speciale edile ex l. 223/1991
Trattamento speciale edile ex l. 451/1994
Mobilità in deroga
Assegno emergenziale/integrativo dei fondi di solidarietà

Senza titolo

La falsa vittima di via Fani

Riceviamo e volentieri riprendiamo questa approfondita e puntigliosa inchiesta sulle ripetute bugie sostenute dal falso testimone primigenio da cui hanno avuto origine tutte le dietrologie sul rapimento Moro. Il 22 maggio 2014, ascoltato come teste informato sui fatti, Alessandro Marini ribadiva ancora una volta davanti al Procuratore generale Luigi Ciampoli la sua mistificata versione di quanto avvenuto in via Fani. Da questa analisi emerge il fondato dubbio che Marini abbia mentito non solo sulla dinamica di fatti ma anche sulla propria posizione al momento dell’assalto brigatista.
Escusso succesivamente dalla Commissione Moro 2 (ma non audito in sede pubblica nonostante la rilevanza delle sue parole. In avvio dei lavori la Commissione aveva sposato la proprio versione dei fatti raccontata da Marini), dopo che erano emerse le prove documentali delle sue menzogne, Marini ha rettificato quanto ripetutamente affermato nei decenni precedenti dutante inchieste e processi. Se le bugie passate sono cadute in prescrizione, quelle reiterate nel 2014 hanno ancora rilevanza penale. Ricordiamo che sulla base delle mendaci affermazioni del teste Marini diverse condanne per un tentato omicidio mai avvenuto sono state emesse contro i brigatisti che hanno preso parte al rapimento di Aldo Moro

 

Alessandro Marini

Il testimone mendace Alessandro Marini

 

Un testimone per tutti i misteri

di da La pattumiera della storia

Alessandro Marini (nato nel 1942, professione dichiarata ingegnere) ha avuto un po’ più dei proverbiali “15 minuti di celebrità”: è dal 16 marzo 1978 che viene sistematicamente riproposto come IL testimone del sequestro di Aldo Moro. Era sul posto, e da allora racconta che due brigatisti su una moto Honda blu gli spararono una raffica di mitra, che colpì il suo motorino ma non lui. Tutti i brigatisti processati per quei fatti sono stati condannati per tentato omicidio nei suoi confronti. Nessuno tra i numerosissimi inquirenti (polizia, carabinieri, magistrati, giornalisti, ricercatori, detectives dilettanti, ecc.) si è mai preoccuppato di controllare il punto di partenza delle sue dichiarazioni: cioè il fatto che egli fosse sul posto in motorino, il cui parabrezza diceva colpito e rotto dalla raffica, o almeno da un proiettile di questa, partito dalla moto Honda.
L’analisi che è proposta qui si basa su fotografie di dominio pubblico e di larghissima diffusione, e si concentra sulla posizione del motorino e sul quella dichiarata da Alessandro Marini, ed è seguita dall’ipotesi che egli fosse in un punto diverso.

 

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