Dietro la caccia ai rifugiati degli anni 70 la fragilità di uno Stato che ha vinto sul piano militare ma non politico

L’intervista a Paolo Persichetti – «Se lo Stato ha ancora bisogno di combattere, mi viene il sospetto che tutta la retorica sullo Stato democratico che ha vinto la sua battaglia contro terrorismo valga solo sul piano militare e repressivo, non politico»

 

Corriere della sera, 20 Gennaio 2019
Giovanni Bianconi

«Le modalità con cui Battisti è stato arrestato, estradato ed esibito in Italia come un trofeo di guerra, hanno suscitato ribrezzo anche in Francia, e questo potrebbe essere un ulteriore deterrente per la riconsegna degli esui che vivono lì», dice Paolo Persichetti, 56 anni, ex brigatista della fazione Unione cei comunisti combattenti, una condanna a 19 anni per concorso in omicidio interamente scontata dopo essere stato l’unico latitante restituito dal governo di Parigi: «Per farmi tornare l’Italia dovette inventarsi un mio coinvolgimento nel delitto Biagi del 2002, per il quale poi fui ovviamente prosciolto. Ma fu il pretesto per riportarmi qui nel giro di una notte».
Oggi Persichetti è un ricercatore con diverse pubblicazioni alle spalle sulle vicende della lotta armata, tra cui una storia delle Br giunta a metà pecorso.

Che possibilità concrete ha l’Italia di ottenere altre riconsegne dalla Francia?
«In generale direi molto poche, perché si tratta di dossier chiusi, già decisi nella gran parte dei casi dalla magistratura, oppure dal potere politico. E quando oggi si dice che l’attuale governo è pronto a rivalutare le singole situazioni, non significa dire automaticamente sì: il mandato di arresto europeo non è applicabile, e c’è il principio del ne bis in idem. Tuttavia la situazione politica in Francia è molto instabile, e lo scenario potrebbe cambiare».

In che senso?
«Il presidente Macron è debole, e se davvero alle elezioni europee il Front National di Marine Le Pen diventasse il primo partito si potrebbe verificare, nel medio periodo, una situazione di tipo brasiliano, con qualcuno che decide di strizzare l’occhio a Salvini e alla sua propanganda. Per evitare di parlare d’altro, dopo i migranti ora l’emergenza del ministro dell’Interno, il suo nuovo nemico, sono diventati i latitanti di una storia chiusa da oltre trent’anni».

Ma perché, un Paese non ha il diritto di cercare i condannati per far scontare loro le pene?
«Se è ovvio che le istituzioni esercitino la loro pretesa punitiva, credo che dopo tanto tempo bisognerebbe riconsiderare quelle vicende dal punto di vista storico e politico, e non solo criminale. Se questo non avviene e se lo Stato ha ancora bisogno di combattere, mi viene il sospetto che tutta la retorica sullo Stato democratico che ha vinto la sua battaglia contro terrorismo valga solo sul piano militare e repressivo, non politico. Uno Stato che si dice davvero forte chiude una stagione, e non la trascina in questo modo ben oltre i tempi della storia. Ma su questo c’è una responsabilità anche della sinistra».

Cioè?
«Sulla lotta al terrorismo il Pci ha giocato gran parte della sua legittimazione democratica negli anni Settanta, e successivamente il partito e i suoi eredi hanno contribuito a tenere aperta una stagione che s’è conclusa da tempo».

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