I tormenti e la calunnia

di Pino Narducci
presidente della sezione riesame del Tribunale di Perugia
apparso su www.questionegiustizia.it 12 luglio 2023

«…Fui caricato, mi misero le manette dietro la schiena, mi bendarono steso a terra e il furgone partì. Nessuno parlava, si sentiva solo un leggero bisbiglio e un rumore di armi, caricatori che venivano inseriti, carrelli che mettevano il colpo in canna…Dopo una mezz’ora circa…il furgone si fermò. Mi fecero scendere, salimmo delle scale e mi introdussero in una stanza. Lì venni spogliato, mi caricarono su un tavolo e mi legarono alle quattro estremità con le spalle e la testa fuori dal tavolo, accesero la radio con il volume al massimo e cominciò il trattamento. Un maiale si sedette sulla pancia, un altro mi sollevò la testa tenendomi il naso otturato e un altro mi inserì il tubo dell’acqua in bocca…Nessuno parla tranne De Tormentis che dà ordini, decide quando smettere e quando ricominciare, fa le domande…poi ti viene somministrato qualcosa che si dice dovrebbe essere del sale, ma tu non senti più il sapore, dopo un po’ che tieni la testa penzoloni i muscoli cominciano a farti del male e a ogni movimento ti sembra che il primo tratto della spina dorsale ti venga strappato dalla carne, dai muscoli dai nervi…uno, due, tre spasmi e De Tormentis ordina di smettere…all’ennesimo stop un’altra voce che dice di smettere, che può bastare…De Tormentis invece insiste per continuare, ma l’altra voce ha paura e s’impone e così vengo slegato…vengo caricato nel furgone, si sente il rumore di una porta automatica e si parte. Tornati in Questura, nel cortile vengo sbendato e consegnato a due guardie che mi portano in cella di sicurezza…». 

Sono trascorsi nove giorni dalla uccisione di Aldo Moro, ma le prime informazioni sui militanti brigatisti del Tiburtino l’UCIGOS le ha raccolte alla fine di marzo (forse da un confidente, forse, ipotizzano altri, dai militanti della Sezione PCI del quartiere) ed i pedinamenti producono risultati inaspettati.  

La mattina del 17 maggio ’78, agenti UCIGOS e Digos perquisiscono la casa dove Enrico Triaca vive con la moglie ed altri familiari. Mentre alcuni poliziotti restano nell’appartamento, altri conducono il sospettato nel quartiere Monteverde, in via Pio Foà 31, perché, secondo l’ordine del sostituto procuratore generale di Roma, bisogna perquisire anche la tipografia di cui Triaca è titolare dai primi mesi del ’77.

La vicenda della perquisizione – quella che consegnerà Triaca alla storia italiana come “il tipografo delle BR” – è arcinota.

Nella tipografia sono stati stampati molti documenti delle Brigate Rosse ed i poliziotti trovano anche alcune banconote che provengono dal sequestro dell’armatore genovese Pietro Costa, rapimento dal quale le BR hanno ricavato un riscatto di un miliardo e mezzo. 

Molto meno noto è quello che accade nelle ore successive.   

Nel pomeriggio del 17 maggio, davanti a due funzionari Digos, Riccardo Infelisi e Adelchi Caggiano, Triaca racconta che un fantomatico Giulio delle BR lo ha convinto ad aprire la tipografia e gli ha procurato tutto il denaro servito per avviare l’attività e comprare i macchinari. Sottoscrive il verbale, ma precisa che non ha alcuna intenzione di riconoscere la persona che si è presentata a lui come Giulio. Dunque, è inutile che i poliziotti si presentino con le fotografie.

Alle 18:20, la moglie di Triaca, Anna Maria Gentili, viene dichiarata in stato di fermo, anche se, in verità, a suo carico non esiste alcun elemento che dimostri la sua appartenenza alle BR, ma solo il sospetto, che si rivelerà infondato, che sia stata lei a scrivere una risoluzione BR[1]

Alle 20:30, i poliziotti procedono al fermo di Triaca per partecipazione alla banda armata denominata Brigate Rosse, ma il tipografo di via Foà, quella sera, non arriva a Rebibbia né in altri penitenziari e, inghiottito nella notte romana, riemergerà solo due giorni dopo.

Il 18 maggio, salta fuori una dichiarazione che Triaca ha redatto personalmente, con la macchina da scrivere, negli uffici della Digos. 

Il brigatista vuole precisare quanto, in precedenza, ha già detto a voce ai poliziotti e soprattutto che, nella mattinata, ha segnalato alla Digos una abitazione nella quale vivono due brigatisti, Antonio Marini e una donna, Gabriella, che scrive i comunicati BR con una IBM proprio in quell’appartamento. 

Il Vice Questore Aggiunto Michele Finocchi aggiunge una sua annotazione sullo stesso foglio scritto da Triaca ed attesta che è stato l’arrestato a scrivere spontaneamente la dichiarazione che lui riceve alle 13:00 di quel 18 maggio.      

Esiste un’altra dichiarazione, più succinta, sempre scritta personalmente e firmata dal brigatista. 

Accusa Maurizio, cioè Mario Moretti, di aver dato a Gabriella denaro per comprare l’abitazione e conferma che in quella casa si preparano le bozze delle risoluzioni della direzione strategica.

A differenza del primo, su questo secondo foglio non compare alcuna attestazione del funzionario della Digos. 

Molte ore prima, alle 5:30 del 18 maggio, in via Palombini 19, i poliziotti hanno già perquisito l’appartamento di Antonio Marini e Gabriella Mariani, nella stessa giornata arrestati per appartenenza alle Brigate Rosse.

Il 18 e il 19 maggio, i Giudici istruttori interrogano Triaca che conferma le accuse già fatte il giorno 17 e ne aggiunge altre.

Il 9 giugno, nel carcere di Rebibbia, Triaca incontra di nuovo il Consigliere Istruttore Achille Gallucci. Il detenuto esordisce usando parole inusuali («Non mi resta che confermare quanto ho dichiarato ai magistrati nei miei interrogatori allorché mi fu contestato il reato di banda armata»), quasi a dare il senso di una sorta di “ineluttabilità” di quello che sta facendo (la confessione e, soprattutto, le accuse ad altre persone) e che, in realtà, nel suo intimo, il tipografo non avrebbe alcuna intenzione di compiere.

Poi, rispondendo ad una domanda del giudice, l’interrogato comincia a prendere le distanze, anche se in maniera non ancora risolutiva, dalle dichiarazioni spontanee del giorno 17 maggio. 

Il contenuto dei fogli corrisponde alle sue dichiarazioni, ma lui ricorda di aver scritto sotto dettatura di un poliziotto ed a seguito di domande che gli vengono fatte.

Il 19 giugno, a Rebibbia, Triaca incontra di nuovo il giudice Gallucci e ritratta le sue dichiarazioni perché, così esordisce, dopo essere stato prelevato dal Commissariato di Castro Pretorio e portato in un luogo sconosciuto, gli sono state estorte con la tortura dell’acqua e sale. Spiega di aver dattiloscritto lui, il giorno 18 maggio, nella Questura, le due dichiarazioni spontanee, la prima la mattina, la seconda il pomeriggio e comunica al giudice che non intende più rispondere alle domande. 

Il capo dei giudici istruttori romani dispone che una copia del verbale sia trasmessa alla Procura, ma, al tempo stesso, decide immediatamente anche quale sarà il tema che l’istruttoria dovrà sviluppare perché avvisa Triaca che è indiziato del reato di calunnia in danno di imprecisati pubblici ufficiali.

L’indagine, quindi, non dovrà accertare dove il brigatista ha trascorso la notte tra il 17 e il 18 maggio né se ha subito violenze, ma dovrà solo ricercare elementi che possano ulteriormente dimostrare che Triaca ha inventato tutto ed ha accusato persone innocenti.

Per il brigatista, infatti, arrivano il mandato di cattura per il reato di calunnia ed il rinvio a giudizio.  Nell’autunno ’78 si celebra il processo di primo grado.

Davanti ai giudici della VIII Sezione del Tribunale di Roma sfilano i funzionari di Polizia (il dirigente della Digos, Domenico Spinella, e poi Michele Finocchi, Adelchi Caggiano e Riccardo Infelisi) che si sono occupati di Enrico Triaca il 17 e il 18 maggio ’78. 

Secondo la versione che essi forniscono ai giudici, dopo la perquisizione nella tipografia, Triaca viene condotto direttamente nella caserma della Polizia di Castro Pretorio, ma poi, tra le 16:00 e le 17:00, torna negli uffici Digos per l’interrogatorio. Resta nei locali della Digos durante la notte e la mattina del 18 maggio, dopo aver reso spontanee dichiarazioni ed aver indicato dove si trova l’abitazione di Gabriella Mariani, verso le 6:00 viene affidato agli uomini che gestiscono le camere di sicurezza della Questura di Roma. 

Sulle modalità attraverso le quali il tipografo ha redatto le dichiarazioni spontanee, i poliziotti sostengono che ha scritto, contestualmente, i due fogli con la macchina da scrivere e li ha poi consegnati al funzionario Michele Finocchi che, tuttavia, non si è avveduto del secondo foglio dattiloscritto e non vi ha apposto la sua attestazione. 

Fallisce ogni tentativo di identificare gli agenti della PS che hanno avuto in custodia il brigatista nelle camere di sicurezza perché, all’epoca, non esistono registri delle loro presenze.    

Il 7 novembre ’78, il Tribunale condanna Enrico Triaca alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione perché ha accusato falsamente i poliziotti di averlo torturato per estorcergli le dichiarazioni del 18 maggio ’78.

La condanna diventa irrevocabile nel 1985 e la vicenda scivola nell’oblio per molti anni.

Nella prima parte degli anni ’80, nei processi per fatti di terrorismo, si moltiplicano i casi di denuncia per tortura. Ma se la magistratura, a differenza di quanto è successo al tipografo di via Foà, quasi mai procede per il reato di calunnia, al tempo stesso, immancabilmente, le inchieste non conducono mai ad un accertamento della responsabilità di pubblici funzionari[2]

Poi, il 24 giugno 2007, il giornalista Matteo Indice, su Il secolo XIX di Genova, pubblica un’intervista ad un anonimo ex funzionario di Polizia. Il titolo del pezzo è emblematico: «Così ai tempi delle BR dirigevo i torturatori – Torture per il bene dell’Italia». 

Il funzionario è entrato in Polizia alla fine degli anni ’50, ha lavorato in Sicilia e a Napoli, poi al nucleo antiterrorismo di Emilio Santillo e all’UCIGOS. A Napoli intuisce che, per indagare con efficacia sulle organizzazioni terroristiche, la soluzione migliore è mettere insieme poliziotti che si occupano di criminalità comune e quelli che si occupano di “politica”. 

Ma non si tratta esattamente di un gruppo di raffinati investigatori! 

Racconta al giornalista di essere stato lui ad aver costituito la squadra dei «cinque dell’Ave Maria» che fa il suo esordio, a Napoli, contrastando i NAP-Nuclei Armati Proletari[3] e poi viene utilizzata per altre operazioni antiterrorismo, sino a quella che porta alla liberazione del generale americano James Lee Dozier, a Padova, nel gennaio 1982.   

Le parole dell’intervistato sono agghiaccianti : «…ammesso e assolutamente non concesso che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi…quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” di interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti…poi quando l’intelligenza viene definitamente offesa, ci sono i modi forti e a quel punto il sospettato ha l’impressione d’essere in tuo completo dominio. Si vuole parlare di torture, ma io direi che si trattava soprattutto di una messinscena praticata per garantire la sopravvivenza a decine di persone…ero autorizzato e delegato ogni volta a muovermi in questo modo dai miei superiori che riferivano al Capo della Polizia e al Ministro dell’Interno[4]. Ci dicevano che era necessario andare fino in fondo e noi gli risolvevamo i problemi. L’impiego dei miei investigatori non era troppo ricorrente, ma coincideva sempre con i momenti cruciali delle indagini…».

Il poliziotto rivendica di aver interrogato, con i cinque dell’Ave Maria, il brigatista Ennio Di Rocco[5], di aver arrestato Giovanni Senzani proprio grazie alle informazioni fornite da Di Rocco e di essere stato chiamato in Veneto per le indagini sul sequestro Dozier[6]

Non manca un fugace riferimento alla vicenda del maggio ’78: «…il tipografo Enrico Triaca fornì una serie di rivelazioni impressionanti dopo che lo torchiammo…».

L’intervistato, di cui non si conosce ancora il nome, rivela fatti di inaudita gravità. 

Negli anni ’70, per combattere il terrorismo, la Polizia di Stato ha creato una struttura clandestina di torturatori (la squadra dell’Ave Maria) che interviene nel momento in cui è necessario estorcere informazioni alla persona arrestata. La squadra al comando del funzionario ha torturato i brigatisti Enrico Triaca ed Ennio Di Rocco ed ha operato in maniera illegale nella imminenza della liberazione del sequestrato Dozier.

L’articolo di Matteo Indice squarcia il velo sulle verità indicibili degli anni in cui lo stato italiano ha contrastato le organizzazioni eversive. 

La tortura e l’uso di altri metodi illegali e disumani non sono stati il frutto di iniziative personali ed estemporanee di singoli funzionari né il risultato di attività di settori “deviati” che hanno agito all’insaputa dei vertici.

La squadra dei torturatori ha attuato un piano politico-istituzionale in base al quale si è deciso di “legalizzare” la tortura pur di raggiungere l’obiettivo di disarticolare il nemico.

Salvatore Genova, ex funzionario di Polizia, decide di rivelare i fatti inconfessabili che ha nascosto anche quando è stato coinvolto, nel 1983, nella indagine che il sostituto procuratore di Padova, Vittorio Borraccetti, ha condotto sulle gravissime violenze esercitate dai poliziotti sul brigatista Cesare Di Lenardo[7].  

Racconta di essere stato mandato in Veneto, con altri funzionari, durante il sequestro Dozier, per incarico di Gaspare De Francisci, capo dell’UCIGOS. Le direttive ricevute sono quanto mai esplicite: bisogna usare le manieri forti per arrivare, a qualsiasi costo, alla liberazione del generale NATO ed ogni mezzo è consentito perché esiste la copertura dell’autorità politica. 

Genova ha visto all’opera De Tormentis e la sua squadra durante le sedute di tortura dei brigatisti Nazareno Mantovani, Elisabetta Arcangeli e Ruggero Volinia, il militante che, infine, indica il covo in cui è tenuto prigioniero il generale statunitense[8].        

È il giornalista Fulvio Bufi de Il Corriere della Sera[9] a rivelare, finalmente, il nome del professor De Tormentis. Si tratta del pugliese Nicola Ciocia, ex funzionario di Polizia, poi, dal 1984, avvocato del foro napoletano. A Bufi dice di essere «fascista mussoliniano» e così illustra i suoi metodi: «Bisogna avere stomaco per ottenere risultati con un interrogatorio. E bisogna far sentire l’interrogato sotto il tuo assoluto dominio…la lotta al terrorismo non si poteva fare con il codice penale in mano…però non è vero che quei sistemi, quelle pratiche sono sempre efficaci». Come nel caso di Triaca: «Lui non ha parlato, quindi quei metodi non sempre funzionano».

Il tipografo brigatista decide di rivolgersi alla magistratura per ottenere la revisione della sentenza di condanna per il reato di calunnia. 

Nel 2013, la Corte di Appello di Perugia accoglie la richiesta del condannato e cancella la sentenza[10]. Triaca non ha commesso alcuna calunnia perché è stato realmente torturato. 

I giudici scrivono parole inequivocabili: «…un funzionario all’epoca inquadrato nell’UCIGOS e rispondente al nome di Nicola Ciocia, dopo aver sperimentato pratiche di waterboarding nei confronti di criminalità comune, le utilizzò all’epoca del terrorismo nei confronti di alcuni soggetti arrestati, al fine di sottoporre costoro ad una pressione psicologica che avrebbe dovuto indebolirne la resistenza e indurli a parlare. In più occasioni tali pratiche furono utilizzate nelle fasi del sequestro Dozier e…propiziarono la liberazione del generale….Può dirsi acclarato che lo stesso funzionario, conosciuto con il nomignolo di professor De Tormentis (a quanto pare affibbiato dal Vice Questore Improta) fu chiamato a sottoporre alla pratica del waterboarding anche Enrico Triaca che, del resto, il 19 giugno aveva narrato di essere stato sottoposto ad un trattamento esattamente corrispondente a quel tipo di pratica speciale, a base di acqua e sale con naso tappato».

Nella seconda metà degli anni ‘70, i terroristi di stato argentini praticano la tortura in modo sistematico e generalizzato nei confronti degli oppositori. Nell’apprendimento dei metodi della «guerra controrivoluzionaria», sono gli allievi più brillanti dei militari francesi che hanno usate queste pratiche (la sinistra sequenza secuestro-tortura-desaparición) durante la guerra in Indocina e poi, soprattutto, in Algeria, nella lotta contro il Fronte di Liberazione Nazionale che lotta per l’indipendenza del paese africano[11]

La sociologa argentina Pilar Calveiro[12], nel fondamentale libro Poder y desaparición, analizza il rapporto che si instaura tra carnefice e vittima, quel meccanismo che il professor De Tormentis ha esaltato come il momento nel quale il prigioniero percepisce che si trova sotto il completo dominio del suo aguzzino: «…la tortura, strumento per “strappare” la confessione, strumento per eccellenza per produrre la verità che ci si aspetta dal prigioniero, criterio di verità per fare in modo che il soggetto si “spezzi”…la utilizzazione di tormenti aveva una funzione principale: ottenere informazioni operativamente utili…la nudità del prigioniero e il cappuccio che nascondeva il volto aumentavano il senso di impotenza però, al tempo stesso, esprimevano la volontà di rendere trasparente l’essere umano, violare la sua intimità – impadronirsi del suo segreto – vederlo senza che egli possa vedere…I torturatori non vedono il volto della vittima; tormentano corpi senza volto; castigano sovversivi, non essere umani. C’è qui una negazione della umanità della vittima che è duplice: di fronte a sé stessa e di fronte a coloro che la tormentano».

[1] Nel corso di una intervista realizzata da Enrico Porsia per il video-reportage J’accuse-Torture di Stato, Triaca racconta che, mentre viene torturato, per ottenere il suo completo annientamento, i poliziotti gli dicono che riserveranno lo stesso trattamento alla moglie. 

[2] Tra i tanti casi di quel periodo, emblematico è quello del militante delle BR-Partito Comunista Combattente, Alessandro Padula. Arrestato il 14 novembre ’82, circa dieci giorni dopo si presenta nell’aula ove si sta svolgendo il processo Moro 1 e denuncia di essere stato torturato da uomini della Digos che hanno anche impedito che potesse presenziare alle udienze precedenti poiché preoccupati di cancellare le tracce lasciate dalle sevizie sul suo corpo. 

[3] Il nappista Alberto Buonoconto, arrestato l’8 ottobre 1975, denuncia al Pubblico Ministero di essere stato lungamente seviziato nelle stanze della Questura di Napoli. Accusa, tra gli altri, un funzionario della Squadra Politica mentre, sul conto di Nicola Ciocia, dice di non essere certo della sua presenza durante la seduta di tortura. Buonoconto si suicida, nella sua casa napoletana, il 20 dicembre 1980.      

[4] Nel 1982, il Capo della Polizia è Giovanni Coronas e Virginio Rognoni è il Ministro dell’Interno

[5] Ennio Di Rocco, militante delle BR-Partito Guerriglia, viene arrestato a Roma il 4 gennaio 1982. Quando il PM Domenico Sica lo interroga, il brigatista si dichiara prigioniero politico e racconta che la sera dell’arresto è stato condotto nella caserma di Castro Pretorio e lungamente torturato per tre giorni da persone incappucciate, anche con il metodo dell’acqua e sale. Cede alle torture e rivela fatti che riguardano la propria organizzazione. Considerato un traditore, viene ucciso, a luglio di quello stesso anno, nel carcere di Trani.

[6] Il generale James Lee Dozier presta servizio, a Verona, presso il Comando NATO delle Forze Terresti del Sud Europa. Sequestrato il 17 dicembre 1981 da un nucleo delle BR-Partito Comunista Combattente, viene liberato il 28 gennaio 1982, a Padova, con una operazione dei NOCS della Polizia di Stato. 

[7] Nel 1983, non esiste nel nostro codice penale il reato di tortura che sarà introdotto solo nel 2017. I giudici del Tribunale di Padova, con la sentenza di primo grado del 15 luglio ’83, condannano i poliziotti dei NOCS (ma non Salvatore Genova che, nel frattempo, è diventato parlamentare del PSDI) per il reato di abuso di autorità contro arrestati o detenuti (art. 608 cod. penale), punito con una pena blanda.   

[8] La docu-serie Sky Original Il sequestro Dozier – Un’operazione perfetta offre la ricostruzione più documentata sulle vicende segrete che accadono durante le indagini e sull’uso della tortura. 

[9] L’articolo di Fulvio Bufi dal titolo “Sono io l’uomo della squadra speciale anti BR” è stato pubblicato su “Il Corriere della Sera” il 10 febbraio 2012

[10] La sentenza della Corte di Appello di Perugia, Pres. Ricciarelli, viene emessa il 15 ottobre 2013.

[11] La giornalista Marie-Monique Robin, nel documentario Squadroni della morte. La scuola francese, racconta che furono gli ufficiali francesi a insegnare ai militari argentini le tecniche più raffinate della tortura e che questi ultimi frequentarono specifici corsi nella prestigiosa Ecole militaire a Parigi.

[12] Militante montonera, Pilar Calveiro viene sequestrata, da un gruppo di militari dell’Aeronautica, il 7 maggio ‘77 e tenuta prigioniera in tre centri clandestini di detenzione per circa un anno e mezzo. In seguito, è stata in esilio, prima in Spagna, poi in Messico.

Il diritto al picchettaggio

Paolo Persichetti, l’Unità 29 giugno 2023

Il ciclo di lotte operaie iniziato nel 1969 non investì solo i distretti industriali del Nord, città fabbriche come Torino, Milano o Genova, ma ebbe un respiro nazionale investendo anche città come Roma cresciuta a dismisura nelle sue sterminate periferie sotto la spinta della migrazione interna. Le tradizionali lotte dei lavoratori edili, che avevano segnato la sua vita politica e sociale negli anni del dopoguerra, cominciavano ad essere accompagnate dai movimenti di lotta per la casa, da crescenti occupazioni di immobili di proprietà dei grandi imprenditori edili che avevano messo al sacco l’agro romano e dai ceti operai delle aziende della zona sud-est della città. Nei giorni del natale 1971 un violento assalto della polizia aveva tentato di impedire l’apertura di un enorme tendone in piazza di Spagna, nel centro ricco della città, per chiedere solidarietà e aiuto economico alle famiglie dei lavoratori in lotta di aziende come la Coca Cola, le Camicerie Cagli, le Cartiere Tiburtine, la Pantanella, l’Aereostatica, il Lanificio Luciani, oltre alla Fatme, Voxson e Autovox. Una realtà che l’urbanista Italo Insolera descriveva in questo modo nel suo Roma moderna: «Le tute degli operai sono comparse in città in lunghi e frequenti cortei che hanno portato nel paesaggio impiegatizio le parole “sciopero”, “occupazione”. Nomi di prodotti industriali – Fatme, Autovox – sono diventati nomi di problemi che la città ignorava. […] Nel 1968 nei vari baraccamenti e borghetti risultavano abitare 62.351 persone in 16.506 nuclei familiari. Dall’estate del ’69 i baraccati hanno occupato metodicamente palazzi in demolizione in vari quartieri della città e nuovi edifici ancora disabitati nella periferia, dando contemporaneamente fuoco alle baracche per sottolineare la volontà di rottura con il passato. Poi sono stati sloggiati dalla polizia – in genere all’alba, quando non solo dormono i baraccati, ma anche i cittadini “per bene”, i fotografi, i giornalisti, e i camion targati Ps, con sopra le povere masserizie, non rischiano di intralciare il traffico – e altre baracche sono sorte».I presìdi davanti ai posti di lavoro per svolgere assemblee, rafforzare gli scioperi o mantenere alto lo stato di agitazione sono parte del repertorio d’azione storico della working class. Strumenti antichi di lotta operaia, democrazia in azione o forme di «contropotere» che hanno incontrato sempre la dura repressione delle forze di polizia schierata in difesa degli interessi padronali. Sul finire degli anni Sessanta i settori più progressivi di una magistratura sociologicamente rinnovata dai nuovi concorsi che avevano permesso l’ingresso di ceti sociali un tempo esclusi e per questo più sensibili alle idee di rinnovamento, rivolsero un’attenzione diversa ai conflitti del lavoro. Una giurisprudenza innovativa interpretò questi fermenti ancorandoli ad alcuni dettami costituzionali rimasti inattivi. Il divario tra costituzione materiale e costituzione formale tendeva così a restringersi, anzi in molte parti del Paese la prima sopravanzava di gran lunga la seconda. Il clima mutò bruscamente alla fine degli anni 70 quando sotto la pressione dell’emergenza antiterrorismo gli strumenti della democrazia operaia persero legittimità e all’idea di sindacato conflittuale si sostituì il sindacato concertativo. La profonda ristrutturazione produttiva modificò i rapporti sociali e politici a cui seguì una giurisprudenza restaurativa ispirata al nuovo paradigma economico ultraliberale. La conseguenza fu una violenta criminalizzazione degli strumenti di lotta operaia. La vicenda dei 61 operai Fiat licenziati per ragioni politiche nell’ottobre 1979, 40 della Mirafiori, 13 di Rivalta e 8 della Lancia di Chivasso, accusati di «violenze fisiche e minacce», fece da battistrada.Una situazione analoga si ripresenta oggi nel comparto della logistica, uno dei settori strategici del capitalismo attuale dove vigono forme di lavoro neoschiavile: sfruttamento intensivo della forza lavoro, in prevalenza straniera, unitamente a condizioni contrattuali precarie, un uso sistematico degli straordinari con orari che toccano le 12-13 ore senza periodi di riposo, la presenza di intimidazioni, minacce, abusi verso i lavoratori, violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene. Una giungla dove l’organizzazione del lavoro è costituita da pseudocooperative sottoposte al dominio degli algoritmi dei grandi hub dell’ecommerce, appalti e subappalti, forme di caporalato, interinali, mancanza di diritti sindacali, bassi salari. Per tentare di porre freno a questa situazione di oppressione e sfruttamento alcune sigle del sindacalismo di base hanno organizzato i lavoratori innescando cicli di lotte molto conflittuali per migliorare le loro condizioni di vita e tutelare i loro diritti politici e sindacali. Una fortissima repressione antisindacale si è abbattuta su di loro. Nel 2013, Adil Belakhdim, un delegato sindacale del SiCobas, è stato travolto da un camion nel corso di un presidio davanti ai cancelli del centro di distribuzione della Lidl a Biandrate, in provincia di Novara. Nel luglio del 2021, la procura di Piacenza ha fatto arrestare sei sindacalisti dell’Usb e del SiCobas: tra i capi di imputazione c’erano «le attività di picchettaggio illegale all’esterno degli stabilimenti». Secondo la procura le forme di lotta sindacale impiegate nel corso delle vertenze altro non erano che strumenti di «coercizione e ricatto», le rivendicazioni una mera «attività estorsiva» e l’organizzazione sindacale una «associazione per delinquere». L’iniziativa anche se poi ridimensionata dal tribunale segnala la forte regressione della giurisprudenza sul lavoro sul tema degli scioperi, ormai nella stragrande maggioranza dei casi i picchetti vengono considerati forme di violenza privata. Addirittura in una recente sentenza un giudice ha ritenuto che anche nel settore privato lo sciopero debba essere preannunciato a questura e controparte.

Dall’Unità del 28 luglio 1971
Il diritto al picchettaggio
Fausto Tarsitano
Contro le lotte ingaggiate dai lavoratori romani per la difesa del posto di lavoro e la conquista di più umane condizioni di vita vi è stato in queste ultime settimane un massiccio e brutale intervento di ingenti forze di polizia e di carabinieri. L’ondata di violenze s’è dapprima abbattuta contro i picchetti costituiti dagli operai davanti agli ingressi della filiale della Fiat di Viale Manzoni, ha poi investito i picchetti delle commesse dei grandi magazzini davanti alle sedi di Standa e di Upim e non ha risparmiato quelli degli alberghieri. L’aggressione ed il pestaggio sono stati ripetuti contro una pacifica manifestazione degli operai della Pantanella che si stava svolgendo davanti al Parlamento ed in altre città italiane. Tutti questi episodi ed altri consimili stanno ad indicare che è in atto nel paese un grave attacco al diritto di riunione e di sciopero che si manifesta anche attraverso la aggressione poliziesca ai picchetti operai, come se essi non fossero consentiti e protetti dal nostro ordinamento giuridico.
La migliore giurisprudenza ha già da tempo riconosciuto che il diritto di sciopero non può essere ridotto alla semplice possibilità di astenersi dal lavoro. Quel diritto, perché non rimanga svuotato del tutto nella sua essenza di arma sindacale, deve accompagnarli alla facoltà di coordinare una somma di comportamenti omogenei per fare acquisire allo sciopero stesso quella efficacia e quella capacità di pressione che ne costituiscono l’ineliminabile presupposto. I lavoratori devono dunque poter organizzare l’astensione e constatare che essa verrà attuata da tutti i compagni o almeno da una parte apprezzabile di essi anche perché la singola defezione può essere interpretata come un indebito rifiuto dell’attività lavorativa suscettibile di gravi ritorsioni. L’insegnamento che viene dalla stessa magistratura, quando essa giudica in aderenza ai principi costituzionali, ha perciò spesso sottolineato che le decisioni operaie, i modi per attuarle non posso non essere stabiliti se non nel luogo di naturale convegno delle maestranze, cioè nelle sedi sindacali o davanti i cancelli delle fabbriche, dove è consentito dalla legge di scoraggiare l’ingresso di eventuali crumiri. Nessun funzionario di polizia può sostenere che siffatti indirizzi giurisprudenziali siano rimasti isolati: il pretore di Pinerolo infatti ha affermato «che è lecito in occasione di uno sciopero, formando una barriera umana, fermare un pullman sul quale si trovano impiegati ed operai che si recano al lavoro, al fine di consentire loro di rendersi conto della riuscita dello sciopero e di decidere insieme agli altri lavoratori rima di entrare nello stabilimento, se aderire o meno allo sciopero. Pertanto, non è legalmente dato l’ordine di desistere dal formare tale barriera». La Corte di assise di Foggia ha precisato che «il persuadere gli altri lavoratori ad astenersi dal lavoro costituisce il mezzo migliore per l’esercizio del diritto di sciopero e pertanto non solo non costituisce reato ma è un diritto garantito dalla Costituzione». E di recente il Tribunale di Catanzaro ha avvertito che e il picchettaggio non può non rientrare nello esercizio del diritto di sciopero. rappresentandosi come uno dei tanti mezzi con cui si realizza e sì articola l’astensione collettiva dal lavoro e risolvendosi in una azione di persuasione svolta da scioperanti e sindacalisti davanti agli ingressi della sede di lavoro ed intesa appunto ad ottenere che tutti i lavoratori partecipino alla fase più critica della dinamica della normativa sindacale». Un potere dello Stato, la magistratura, in attuazione dei principi costituzionali, considera quindi il picchettaggio un diritto dei lavoratori. La polizia invece impiega i suoi reparti per disperdere i picchetti, procede al fermo o all’arresto degli attivisti sindacali che li hanno promossi e li persegue penalmente. A nulla serve che lo stesso presidente della Corte Costituzionale proclami la legittimità di quelle forme di lotta e intervenga per affermarne la necessità. «Al fondo e nelle arterie della Costituzione — scrive Giuseppe Branca — vi è una grande sete di giustizia sociale. Ora, la giustizia sociale non si può attuare tutta in una volta». Una parte è attuata dalla stessa Costituzione, una parte è affidata al legislatore ordinario, parte infine devono realizzarla gli stessi lavoratori». E’ facile dimostrare che i dirigenti delle forze di polizia in tutti questi anni hanno assunto nei confronti delle lotte operaie e contadine un atteggiamento del tutto opposto. Le giuste rivendicazioni dei lavoratori e le agitazioni che ne sono derivate sono state infatti considerate momenti di gran turbamento dell’ordine pubblico, della pace sociale, dell’ondine economico. Avola rimane l’esempio più recente di una pratica repressiva sciagurata. Ma oggi, anche per merito dell’azione del nostro Partito sempre più larga, va facendosi tra le forze politiche e sindacali l’esigenza di un vasto dibattito nel Parlamento e nel Paese su questioni così scottanti. Una polizia non assoggettata agli indirizzi repressivi e antipopolari, rispettosa delle norme costituzionali, che persegua i grandi ideali e gli obiettivi di fondo che la legge fondamentale propone di raggiungere all’intera collettività è quanto chiediamo noi comunisti. Chi invece come l’on. Restivo si adopera solo per rafforzarne la capacità di aggressione ai diritti dei lavoratori e per tutelare direttamente o indirettamente il privilegio economico, non soltanto continua a separarla dal resto della nazione ma fallisce lo scopo della repressione del crimine cui la polizia si dice destinata.