I cani d’Albania

di Pino Narducci 23 luglio 2024
presidente della sezione riesame del Tribunale di Perugia

fonte https://www.questionegiustizia.it/articolo/i-cani-d-albania

Sono trascorsi due mesi dalla liberazione del generale statunitense James Lee Dozier e dallo scompaginamento della colonna veneta “Anna Maria Ludmann-Cecilia” delle Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente(1)

Nel paese infuria il dibattito sulla tortura usata contro i militanti delle BR arrestati dalle forze di polizia. Domenico Sica, sostituto procuratore romano, uno dei magistrati più noti dell’antiterrorismo, esprime le sue convinzioni a Guido Rampoldi di Paese Sera e lo fa in forma di apologo(2).   

Evoca oscure vicende accadute durante l’aggressione dell’Italia fascista all’Albania e racconta al giornalista una storia raggelante. 

Attingendo alla memoria familiare, ricorda che in Albania, durante il secondo conflitto mondiale, molti soldati italiani finivano negli ospedali o venivano rimpatriati perché denunciavano di essere stati morsi da cani idrofobi. Sulle loro gambe, in effetti, erano ben visibili i segni lasciati dai denti di un cane rabbioso. Poi, le autorità scoprirono che un militare aveva costruito una mandibola di cane in legno, con una dentatura fatta di chiodi, e la fittava ai soldati che, per sfuggire agli orrori della guerra ed alla morte, si conficcavano quei chiodi nella carne.

Per Sica, in sostanza, quelli che, nel 1982, denunciano violenze e sevizie sono come quei soldati italiani degli anni ‘40 (sicuramente, secondo la visione del magistrato, «vili traditori della patria»), simulatori che si infliggono ferite sul corpo pur di screditare coloro che li hanno arrestati o li tengono in custodia. Non esiste un problema tortura, ma solo, evidentemente, una gigantesca macchinazione.

Ma non tutti la pensano così.

Livio Zanetti, direttore de L’Espresso affida a Pier Vittorio Buffa l’incarico di condurre una inchiesta sulla storia delle torture. Il giornalista incontra Franco Fedeli, uno degli storici animatori della sindacalizzazione e democratizzazione della pubblica sicurezza, ed entra poi in contatto con due poliziotti. Sono colloqui rigorosamente clandestini durante i quali riceve la conferma che quelle storie sono vere(3)

Buffa scrive il pezzo(4) col quale denuncia le violenze che si stanno consumando, in particolare nel Veneto: «All’ora di pranzo scendevano in piccoli gruppi, si sistemavano ai tavoli del ristorante Ca’ Rossa, proprio davanti al distretto di Polizia di Mestre, e prima di pagare il conto chiedevano al proprietario dei pacchi di sale, tanti. Poi pagavano e con la singolare spesa rientravano al distretto per salire all’ultimo piano, dove c’è l’archivio. In quei giorni, subito dopo la liberazione del generale Dozier, le stanze di quel piano erano off limits, vi potevano entrare solo pochi poliziotti, non più di tre o quattro per volta, insieme agli arrestati, ai terroristi. Lì dentro, dopo il trattamento, un brigatista è stato costretto a rimanere sdraiato cinque giorni senza aver più la forza di alzarsi, da lì uscivano poliziotti scambiandosi frasi del tipo “Così abbiamo finalmente vendicato Albanese”(5). Quell’ultimo piano era infatti diventato il passaggio obbligato per i circa venti terroristi arrestati nella zona. Non hanno subito tutti lo stesso trattamento, ma per alcuni di loro l’archivio del distretto di polizia di Mestre ha significato acqua e sale fatta bere in gran quantità, pugni e calci per ore, per notti intere…La voglia di picchiare aveva infatti talmente contagiato gli agenti di quel distretto (molti erano venuti per l’occasione anche da fuori, da Massa Carrara, da Roma) che, quando il 2 febbraio è stato fermato un ragazzo sospettato di un furto in un appartamento (non quindi di terrorismo) lo hanno picchiato per un paio d’ore per poi lasciarlo andare via quando si sono accorti che era innocente. Secondo le denunce, la violenza della polizia contro le persone arrestate per terrorismo si sta, poco a poco, estendendo come un contagio…». Buffa racconta che fatti di questo tipo sono avvenuti anche Roma, a Viterbo, a Verona e cita i casi di Stefano Petrella, Nazareno Mantovani, Ennio Di Rocco, Lino Vai, Luciano Farina e Gianfranco Fornoni.    

Il pubblico ministero di Venezia lo convoca. Vuole sapere come è entrato in possesso delle informazioni sul distretto di Ca’ Rossa e, soprattutto, vuole conoscere il nome della sua fonte. Il giornalista risponde che è tenuto al rispetto del segreto professionale e non può fare alcun nome. 

«Buffa, nel nostro sistema penale il giornalista non può invocare il segreto professionale per coprire il nome della fonte. Lei rischia di essere incriminato come testimone reticente».

Ma il giornalista non cede e il magistrato lo arresta. Così, nella indagine sulle violenze veneziane, il primo a finire in carcere non è un torturatore, ma il giornalista che le ha denunciate.   

Paradossalmente, entrando nel vecchio carcere di Santa Maria Maggiore, Buffa prosegue il suo lavoro perché, da alcuni detenuti, apprende altre storie che gli confermano che la pratica delle violenze si è diffusa a macchia d’olio. Un ragazzo arrestato per partecipazione a banda armata gli dice che ha scritto il vero perché anche lui è passato per il terzo distretto di Mestre e lì ha visto una persona sdraiata su una barella, uno che aveva parlato dopo essere stato picchiato(6).  

Il giorno successivo all’arresto di Buffa, il SIULP (Sindacato Italiano Unitario Lavoratori della Polizia) di Venezia dirama un comunicato con il quale annuncia di aver chiesto un incontro urgente con il magistrato e precisa che le voci di maltrattamenti su arrestati per fatti di terrorismo sono giunte al sindacato. Si tratta di pratiche tollerate o incoraggiate dall’alto e sostenute dal tacito consenso dell’opinione pubblica.

L’11 marzo ‘82, tre poliziotti del sindacato incontrano il magistrato che ha spedito Buffa in carcere. Sanno che il giornalista è disposto a restare in galera e che non parlerà mai. Solo loro, pagando però un prezzo personale molto alto, possono tirarlo fuori dalla cella. 

Il capitano Riccardo Ambrosini e l’agente Giovanni Trifirò dichiarano al pubblico ministero di essere loro le fonti di Buffa. Il maresciallo Augusto Fabbri, dirigente del SIULP veneziano, non ha incontrato il giornalista, ma anche lui sa che i fatti di violenza sono veri e lo conferma. A quel punto, Buffa è libero di rivelare i nomi delle sue fonti ed il pretore lo assolve e lo scarcera.

Ma la liberazione del giornalista non è che l’inizio di una sofferta e dolente vicenda per i due poliziotti che hanno violato la consegna del silenzio.

La prima dura reazione è quella della questura veneziana, l’istituzione da cui dipende il terzo distretto di Mestre. Questore, funzionari e dirigenti appongono ben 32 firme in calce ad una lettera con la quale chiedono al Ministro dell’Interno e al Capo della Polizia di allontanare Ambrosini e Trifirò dal capoluogo veneto. 

Le proteste contro i due poliziotti dilagano in tutto il corpo della pubblica sicurezza: a Milano, nella scuola allievi ufficiali a Nettuno e nel reparto celere a Roma.

I sindacati più corporativi (il SAP e il SIPID-Intesa Democratica) attaccano a testa bassa il SIULP veneziano, colpevole di gettare discredito sull’operato della polizia perché, mentre questa subisce i colpi delle organizzazioni terroristiche, Ambrosini e Trifirò hanno confidato a un giornalista fatti che non sono provati. Si distanzia nettamente la posizione della CISL veneta che, invece, invoca «la destituzione, la carcerazione e la condanna» per i responsabili di «forme barbare di inquisizione»(7).

Ma anche il SIULP entra in fibrillazione. 

A Bologna gli iscritti attaccano i colleghi veneziani e Bari, addirittura, ne chiede la espulsione. I poliziotti veneti del sindacato si riuniscono nella caserma Santa Chiara. Il dibattito, animato e teso, va avanti per più di cinque ore, ma non riesce a produrre un comunicato finale mentre la segretaria nazionale del sindacato avvia una verifica sull’operato dei suoi aderenti ed anzi annuncia che il comitato di gestione ha accolto le dimissioni presentate da Ambrosini da ogni incarico rivestito nel sindacato.

Il Questore di Venezia rincara la dose ed ordina ad Ambrosini di non allontanarsi dalla città perché deve attendere l’arrivo di un ispettore inviato dal Ministero dell’Interno.

Ma qualcosa alla Cà Rossa sarà pur successo.

Un articolo pubblicato su L’Espresso ricostruisce lo stato d’animo degli iscritti al SIULP che si riuniscono a Mestre, nel salone della federazione unitaria CGIL-CISL-UIL. Sono tante le vicende che affiorano durante il dibattito, alcune i poliziotti le sussurrano ai giornalisti(8).

Un addetto all’archivio del terzo distretto racconta che, un lunedì mattina, gli è stato improvvisamente intimato di non entrare nel suo ufficio. Un altro addetto all’archivio spiega che, nelle stanze degli interrogatori, possono entrare solo alcuni funzionari e che loro, semplici agenti di pubblica sicurezza, sono ridotti a restare nei corridoi. Alcuni, però, le violenze le hanno viste: secchi d’acqua gelata addosso agli arrestati, ragazze a cui vengono brutalizzati i seni, peli strappati con le pinze, minacce di morte e colpi di pistola sparati vicino alla testa di un detenuto.    

Proprio in quei giorni, Alberta Biliato “Anna”, militante delle BR-PCC, arrestata a Treviso, prende la parola durante il processo che si svolge davanti al Tribunale di Verona contro i responsabili del sequestro del generale Dozier(9)

Denuncia che, appena arrestata, il 30 gennaio ’82, viene subito portata al terzo distretto di Polizia di Mestre e, proprio nelle stanze dell’archivio, viene lungamente torturata durante i circa 20 giorni di permanenza in quel posto (occhi sempre bendati, trattamento con acqua e sale, minacce di violenza sessuale, bastonature sotto la pianta dei piedi, sulle gambe, sul capo e sulle orecchie, strizzatura dei capezzoli, mani introdotte nella vagina, peli del pube strappati, pistola carica puntata alla tempia). 

Anche il militante Roberto Vezzà formula accuse analoghe a quelle lanciate dalla Biliato. A via Ca’ Rossa, sempre incappucciato, è stato pestato e, nelle stanze dell’archivio, lo hanno colpito sui piedi con un nerbo di bue e gli hanno somministrato acqua e sale con un imbuto(10).

Il giornalista Luca Villoresi di “La Repubblica” percorre la strada tracciata da Buffa ed intervista un poliziotto che chiede l’anonimato perché non vuole fare l’eroe: se parli, lui lo sa bene, cominciano a trattarti come un fiancheggiatore delle BR, i colleghi non ti salutano più e iniziano i discorsi sul trasferimento(11).

Lavora nella questura veneziana ed a lui, come ad altri, è stato detto di stare alla larga dalla stanza degli interrogatori alla quale possono accedere solo due o tre funzionari. Ma lui ha scelto di vedere quello che succedeva lì dentro, anche se era stato subito cacciato dai colleghi. Qualcosa però è riuscito a scorgere. C’è una immagine che non può dimenticare. Al centro della stanza, una ragazza con una sorta di cappuccio sulla testa dalla quale escono fuori capelli biondi. Un poliziotto la fa girare su se stessa e la colpisce sul capo. In un angolo, su una brandina, un ragazzo con la faccia rovinata. Cosa accadeva durante gli interrogatori lui l’ha già sentito raccontare dai colleghi: calci e pugni, acqua e sale, persone incappucciate, minacce di morte, peli strappati, genitali e capezzoli strizzati. Molti, leggendo l’articolo, ritengono che la ragazza con i capelli biondi vista dal poliziotto sia proprio Teresa Biliato.

La sorte di Villoresi si intreccia con quelle di Buffa, Ambrosini e Trifirò in una giornata memorabile, quella del 29 marzo, che, a sera, si chiude, con un colpo di scena. 

Negli uffici giudiziari veneziani compare la deputata radicale Adele Faccio che conferma di aver fornito al giornalista notizie sulle violenze di Mestre. Poi arriva Buffa, ma, mentre attende di deporre, riceve una comunicazione giudiziaria perché ha violato il segreto istruttorio scrivendo un pezzo sulle violenze che i Carabinieri hanno inflitto ad Annamaria Sudati(12). E’ il turno di Luca Villoresi a cui i magistrati chiedono di rivelare la identità degli anonimi poliziotti veneti citati nell’articolo pubblicato il 18 marzo. Il giornalista di “La Repubblica”, come Buffa, invoca il segreto professionale e spiega che deve contattarli per poter fornire i loro nomi.

Nella stanza dei magistrati entra Franco Fedeli, direttore di “Nuova Polizia”. Sì, è vero, nelle riunioni del SIULP sono circolate molte voci sulle torture che vengono praticate contro gli arrestati per vicende di terrorismo e, quando queste voci sono diventate sempre più corpose, ha chiesto di incontrare il Ministro dell’Interno, senza però aver ricevuto alcuna risposta. 

Torna a sedersi Villoresi che oppone ancora un rifiuto al PM perché ha consultato le sue fonti, ma queste vogliono continuare a restare anonime. Ed allora, anche Villoresi viene arrestato perché è un teste reticente. Però non lo portano subito via perché è il turno di Buffa, che deve indicare i nomi dei detenuti che gli hanno confidato episodi di violenza, e poi del capitano Ambrosini che, così spiega, non è la fonte di Villoresi perché lui ha parlato solo con Buffa. 

Così, quel frenetico lunedì di marzo si chiude con Villoresi che, con le manette ai polsi, esce dal palazzo di giustizia e, a bordo di un motoscafo, raggiunge le celle del carcere di Santa Maria Maggiore. E’ il secondo arresto della indagine veneziana, ancora un giornalista, ancora nessun torturatore. Il 31 marzo, Villoresi può uscire in libertà provvisoria.

Una delle vicende raccontate da Buffa esce dall’anonimato grazie alla denuncia di Marco Fasolato. Il 2 febbraio, il figlio Massimo è stato portato al distretto di via Ca’ Rossa per un controllo, ma giunto lì ha scoperto di essere sospettato di aver commesso una rapina ai danni di una pasticceria. Quattro poliziotti lo gettano a terra e lo picchiano con calci e pugni. Un ragazzo che sostiene di essere stato suo complice lo accusa, ma poi non sa dire quale sia il suo nome. Viene infine rilasciato in stato di shock. Fasolato denuncia che il figlio ha riportato lesioni con una prognosi di tre giorni e che è pronto ad identificare i quattro picchiatori, anzi tre di loro li ha già riconosciuti quando è entrato negli uffici di polizia per presentare la denuncia(13).

Se a Padova il processo per le violenze commesse dai poliziotti contro i carcerieri di Dozier sta per concludersi con una sentenza di condanna per gli imputati, a Venezia, il procedimento iniziato con l’arresto di Buffa, quello che dovrebbe disvelare le violenze della Cà Rossa, si avvia ad una conclusione di segno diametralmente opposto, anzi, in verità, non nasce neppure.   

L’opinione del pubblico ministero è che il caso è stato originato dalle «dichiarazioni generiche, avventate e non documentate di Ambrosini e Trifirò», le accuse di Alberta Biliato e Roberto Vezzà sono sospette perché avvenute con notevole ritardo rispetto ai fatti di violenza subiti a Mestre, anzi ancor più sospette perchè fatte con l’obiettivo di rendere credibile la ritrattazione di precedenti dichiarazioni. Quanto alla vicenda Fasolato, sostiene ancora il magistrato inquirente, il ragazzo si era rifiutato di salire in macchina e ed era stato necessario usare una «certa coazione fisica» nei suoi confronti. Quando poi era stato riconosciuto dal complice, Fasolato era andato in escandescenze ed era stato lui a colpirsi al volto ed alla testa. Il pm, che stigmatizza il comportamento di Buffa e Villoresi, sostiene che la campagna scandalistica sulle torture si fonda su voci e sul sentito dire, tanto che si dice sicuro che «è frutto della fantasia dei giornalisti, nonché di alcuni componenti del SIULP che simili pratiche nonché tollerate siano state incoraggiate dall’alto»(14). Il giudice istruttore archivia il procedimento per le violenze nel terzo distretto di polizia di Mestre. Nessuna tortura, nessuna direttiva dall’alto di usare le maniere forti. 

Trascorrono molti anni prima di scoprire che i fatti denunciati non erano frutto del lavoro fantasioso di Buffa e Villoresi e che le informazioni di Ambrosini e Trifirò(15) erano qualcosa di ben diverso dal sentito dire. 

Il commissario Salvatore Genova, uno dei funzionari inviati dal Viminale a Verona  per coordinare le indagini per liberare Dozier, racconta cosa è realmente accaduto nel Veneto durante la caccia ai sequestratori del generale della Nato ed ai militanti delle BR-PCC. Furono usati metodi illegali e furono i vertici del Ministero dell’Interno a dare il via libera all’uso della tortura.

Su quello che accadde a Venezia, Salvatore Genova ha un ricordo nitido che affida proprio a Buffa: «La voglia di emulare, di menar le mani, di far parlare quegli stronzi non si ferma a Padova. Di Mestre so per certo. Al distretto di polizia vengono portati diversi terroristi arrestati dopo le indicazioni di Savasta. I poliziotti si improvvisano torturatori, usano acqua e sale senza essere preparati come Ciocia e i suoi, si fanno vedere da colleghi che parlano e denunciano. Ma l’inchiesta non poterà da nessuna parte»(16)

Il giornalista finalmente può affermare: «…Allora, avevano ragione i poliziotti che avevano raccontato le torture ai giornalisti e aveva torto lo Stato che coprì se stesso e i suoi uomini, ordinò e avallò la tortura come strumento di interrogatorio di detenuti».  

Così, dopo trent’anni da quegli avvenimenti, salta fuori un pezzo importante di verità e si comprende che, in quei primi anni ’80, il contagio della violenza stava per diventare epidemia e che quei segni ben visibili sui corpi non erano stati lasciati da mandibole in legno di cani rabbiosi trasportate, chissà come, con un avventuroso viaggio, dall’Albania al Veneto.   

(1) James Lee Dozier, sequestrato a Verona il 17 dicembre 1981 dalle BR-PCC, venne liberato a Padova il 28 gennaio 1982. I brigatisti Antonio Savasta, membro del comitato esecutivo delle BR-PCC, Emilia Libèra, Emanuela Frascella, Giovanni Ciucci ed Emanuela Frascella, che comunque denunciarono le violenze subite dopo l’arresto, collaborarono con la magistratura   

(2) L’articolo di Guido Rampoldi, dal titolo Sulla tortura polemiche fra avvocati, magistrati, polizia, che contiene, fra l’altro, l’intervista a Sica, è stato pubblicato nella edizione di Paese Sera del 18 marzo 1982. Sul tema, esprimendo un’opinione che in quel periodo storico era nettamente minoritaria tra i magistrati, il giudice romano Luigi Saraceni, esponente di Magistratura Democratica, disse a Rampoldi: «Così è sempre stato, così continua ad essere: la polizia spesso picchia, la magistratura chiude gli occhi e si tura le orecchie». 

(3) Intervista di Valentina Perniciaro e Paolo Persichetti a Pier Vittorio Buffa pubblicata il 18.1.2012 in Insorgenze.net      

(4) L’articolo di Buffa Il rullo confessore comparve sul settimanale L’Espresso il 28 febbraio 1982.

(5) Il commissario di pubblica sicurezza Alfredo Albanese venne ucciso dalle Brigate Rosse, a Mestre, il 12 maggio 1980.

(6) L’articolo di Buffa sulla esperienza vissuta nel carcere veneziano comparve su L’Espresso del 21 marzo 1982.

(7) I comunicati del SAP, del SIPID-Intesa Democratica e del Comitato di Gestione del SIULP sono pubblicati integralmente nel libro di Progetto Memoria Le torture affiorate, seconda edizione, febbraio 2022, Sensibili alle Foglie.

(8)  L’accurata ricostruzione dell’assemblea è opera dei giornalisti Francesco De Vito e Adriano Donaggio per il settimanale L’Espresso del 28 marzo 1982.

(9) Alberta Biliato, con sentenza dei giudici veronesi del 25 marzo 1982, venne condannata per aver partecipato al sequestro del generale Dozier.

(10) Roberto Vezzà, condannato per aver partecipato al sequestro di Roberto Taliercio, ha ricostruito l’esperienza vissuta a Cà Rossa durante gli anni della detenzione. Lo scritto è stato pubblicato nel libro Le torture affiorate, cit.

(11) L’articolo di Luca Villoresi Ma le torture ci sono state? Viaggio nelle segrete stanze. Quei giorni dell’operazione Dozier venne pubblicato sul quotidiano La Repubblica il 18 marzo 1982.

(12) Anna Maria Sudati dichiarò di aver subito violenze da parte dei carabinieri che l’avevano arrestata a Venezia il 26 gennaio 1982. La sua vicenda è narrata nell’articolo di Pier Vittorio Buffa e Mario Scialoja Una ventina di storie inquietanti pubblicato su L’Espresso del 21 marzo 1982.

(13) La vicenda Fasolato fu oggetto di una interrogazione rivolta al Ministro dell’Interno dal deputato Marco Boato e discussa nella seduta della Camera dei Deputati del 22 marzo 1982, seduta dedicata al tema della tortura e delle violenze contro gli arrestati per fatti di terrorismo.  

(14) La richiesta di archiviazione del pubblico ministero veneziano al giudice istruttore del 22 giugno 1983 è pubblicata nel libro Le torture affiorate, cit.   

(15) Il sovrintendente Giovanni Trifirò morì in circostanze drammatiche. Il 15 aprile 1986, a Mestre, durante un inseguimento a piedi lungo le strade cittadine, esplose accidentalmente un colpo di pistola che uccise la persona inseguita. Sconvolto, Trifirò puntò l’arma contro se stesso e si uccise.

(16) L’intervista di Pier Vittorio Buffa a Salvatore Genova, dal titolo Così torturavamo i brigatisti, venne pubblicata su L’Espresso del 5 aprile 2012.

Il tabù della Repubblica, dalle torture contro Triaca nel 1978 a Bolzaneto nel 2001, un ventennio di violenza degli apparati, di interrogatori non ortodossi, waterboarding e pestaggi, finte fucilazioni e sevizie, taciuti, negati, omessi

Giovedì 25 luglio alle ore 20,00 verrà proiettato presso il Loa Acrobax di Roma, a ponte Marconi, in via della Vasca navale 6, il film documentario “Il Tipografo” che racconta la vicenda di Enrico Triaca, tipografo delle Brigate rosse durante il sequestro Moro, torturato da una squadretta speciale del ministero dell’Interno dopo il suo arresto avvenuto il 17 maggio 1978, una settimana dopo il ritrovamnento del corpo senza vita di Aldo Moro. Con la pratica dell’affogamento simulato con acqua e sale, waterboarding, tentarono di fargli confessare cose che non sapeva sul sequestro. Nel corso del film Triaca racconta quanto accaduto e un ex agente dei Nocs, che nel gennaio 1982 partecipò alla liberazione del generale Usa, Dozier, rapito dalle Brigate rosse-Pcc, rivela per la prima volta le violenze e le torture praticate dalle forze di polizia durante gli interrogatori.

Un filo nero lega il massacro della scuola Diaz e le torture di Bolzaneto, di cui ricorre in questi giorni l’anniversario, durante il G8 di Genova del 2001 e le torture praticate contro militanti delle Brigate rosse e di altri gruppi della lotta armata di sinistra arrestati tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80. Si tratta di un uomo, un alto dirigente della polizia, il suo nome è Oscar Fioriolli, classe 1947, poliziotto formatosi nei reparti Celere e poi sul finire degli anni 70 nelle squadre speciali dell’antiterrorismo. Tra l’87 e il ’97 dirige la Digos di Genova, poi è questore ad Agrigento, Modena e Palermo. Nell’agosto 2001, subito dopo i misfatti del G8 che avevano travolto il questore Francesco Colucci, Fiorolli viene chiamato dall’allora capo della polizia, il potentissimo Gianni De Gennaro, a prendere le redini della questura genovese travolta dalle inchieste giudiziarie e dalle polemiche politiche provocate dalla morte di Carlo Giuliani, ucciso dal carabiniere Mario Caplanica, e le violenze sistematiche dei corpi di polizia contri i manifestanti, i pestaggi e le sevizie nel lager di Bolzaneto (predisposto per accogliere migliaia di fermati nei rastrellamenti di piazza) e all’interno dell’edificio Armando Diaz, una scuola elementare messa a disposizione dal comune per accogliere i manifestanti convenuti per le manifestazioni di protesta contro i potenti del mondo.
La scelta di Fiorolli non fu casuale, non solo perché conosceva la città, ma perché aveva la forma mentis giusta per affrontare quella situazione, ovvero coprire le violenze delle forze di polizia: depistando, dilazionando i tempi delle inchieste, facendo ostruzionismo, costruendo un muro di omertà su quanto era accaduto. Non a caso tentò subito di mettere il bavaglio alla stampa locale accusandola di calunniare le forze di polizia con le sue ricostruzioni sulle violenze di quei giorni, in particolare nella Diaz, evitò ogni collaborazione dovuta con la magistratura che stava indagando, impedì l’identificazione degli agenti che fecero irruzione nella scuola dormitorio.
Fiorolli venne scelto appositamente per la sua biografia: aveva una familiarità ben precisa con le pratiche violente nella quali aveva dato sempre grande prova di affidabilità. Alla fine del 1981 aveva fatto parte della squadra speciale affiliata all’Ucigos che aveva condotto le indagini sul sequestro, da parte della colonna veneta della Brigate rosse-Pcc, del generale Nato James Lee Dozier, vicecomandante della Fatse (Comando delle Forze armate terrestri alleate per il sud Europa) con sede a Verona.
Secondo la testimonianza di un suo collega, l’ex commissario della Digos e poi questore Salvatore Genova, nel corso di una riunione convocata dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci all’interno della questura di Verona, presenti Improta, il funzionario cui De Francisci aveva affidato il coordinamento del gruppo di super investigatori, Oscar Fiorolli, Luciano De Gregori e lo stesso Genova, si decise il ricorso alle torture per velocizzare le indagini. A svolgere il lavoro sporco venne chiamato insieme alla sua squadretta di esperti “acquaiuoli” (profesionisti del waterboarding, la tortura dell’acqua e sale) Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, funzionario proveniente dalla Digos di Napoli, già responsabile per la Campania dei nuclei antiterrorismo di Santillo, in forza all’Ucigos. De Francisci fece capire che l’ordine veniva dall’alto, ben sopra il capo della polizia Coronas. Il semaforo verde giungeva dal vertice politico, dal ministro degli Interni Virginio Rognoni. Via libera alle «maniere forti» in cambio di chiare garanzie di copertura. Fu lì che lo Stato decise di cercare Dozier nella vagina di una sospetta brigastista. Prima che entrasse in azione lo specialista Ciocia fu proprio Fiorolli, sempre secondo le parole di Genova, a dare mostra delle sue capacità conducendo l’interrogatorio di Elisabetta Arcangeli, una sospetta fiancheggiatrice delle Brigate rosse arrestata il 27 gennaio 1982.


In una stanza all’ultimo piano della questura di Verona:

«Separati da un muro -raconta Genova – perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie. È uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale».

Non c’è solo un nesso umano che lega quanto avvenuto a Genova nel 2001 con la stagione delle torture avvenute nel maggio 1978 e poi nel 1982 contro decine di persone accusate di banda armata. Esiste un retroterra culturale e procedurale, un savoir faire mai spezzato che ha potuto tramsettersi lungo i decenni successivi, superando il secolo. La vicenda delle torture e delle pratiche giudiziarie e carcerarie d’eccezione non è mai stata sottoposta a una radicale critica e rifiuto, ma al contrario recepita e legittimata dall’opinione democratica e da largi settori della sinistra, sempre reticenti sul tema. Anche negli anni successivi ai fatti di Genova, quando l’opinione pubblica era ancora scossa per le violenze viste in quei giorni, questo nesso è stato occultato, evitato, aggirato con imbarazzo. Il dibattito sulle torture praticate in Italia sembra non avere radici nel Novecento, ma sembra nato a Genova nel 2001. Come fanno gli struzzi a sinistra si è preferito mettere la testa sotto la sabbia piuttosto che allungare il collo e guardare lontano, alle proprie spalle, per cogliere genesi e radici di questo fenomeno. La tortura praticata alla fine anni 70, messa in campo in modo strutturale, con l’ausilio di alcune squadre addestrate che operavano in modo sistematico su tutto ilo territorio nazionale contro la criminalità organizzata, il circuito dei sequestri di persona e la sovversione armata, è rimasta un tabù indicibile e questo perché c’era di mezzo proprio la lotta armata e la maniera con cui lo Stato ha affrontato e combattuto questo fenomeno. Non si doveva rimettere in discussione la narrazione edulcorata della vittoria democratica condotta sul filo del rispetto delle norme e della costituzione, con buona pace della legislazione penale speciale, delle carceri speciali, della legislazione premiale e delle torture.