Tortura investigativa, tortura giudiziaria e tortura punitiva

Nelle sue conclusioni sull’affaire Cestaro contro Italia (richiesta n°6884/11), la quarta sezione della corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo ha ritenuto provata la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, dovuta secondo i giudici che hanno pronunciato la sentenza, ai «maltrattamenti subiti dal ricorrente che devono essere qualificati come “tortura”, ai sensi della disposizione di cui sopra».
Cosa recita l’articolo 3 della
Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali stipulata a Roma nel 1950, quella per intenderci sulla base della quale opera la corte di Strasburgo?
Articolo  3
Proibizione della tortura
Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o a trattamenti inumani e degradanti.
(Fonte: Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali – CEDU. Roma 4 novembre 1950).
Sulla stessa linea si adagia la norma contenuta nell’articolo 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, un trattato delle Nazioni unite adottato nel 1966 ed entrato in vigore nel 1976, nato dall’esperienza della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo
Articolo  7
Nessuno può essere sottoposto alla tortura né a punizioni o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, in particolare, nessuno può essere sottoposto, senza il suo libero consenso, ad un esperimento medico o scientifico.
(Fonte: Patto internazionale sui diritti civili e politici, New York 16 dicembre 1966,
entrata in vigore il 23 marzo 1976.
Queste due definizioni riprendono in modo secco la formulazione presente all’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948:
Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o a punizioni crudeli, inumani o degradanti.
Tuttavia negli ultimi anni si è cercato sempre più di estendere e dettagliare la definizione di tortura e di trattamenti inumani e degradanti allargando il campo anche alle sofferenze mentali e morali esercitate da un pubblico ufficiale o da altra persona che agisca a titolo ufficiale o su sua istigazione; da notare tuttavia come tale definizione non venga roconosciuta a sofferenze generate da sanzioni considerate legittime.
La
Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1984 ed entrata in vigore il 26 giugno 1987, stabilisce:
Articolo 1
1. Ai fini della presente Convenzione, il termine “tortura” indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate.

In linea generale la violenza esercitata dalle istituzioni può avere due obiettivi: uno giudiziario ed uno politico-simbolico. Nel primo caso si tratta di estorcere informazioni da utilizzare per lo sviluppo successivo delle indagini o da impiegare in sede processuale come dichiarazioni accusatorie; nel secondo il fine è quello di esaltare il potere punitivo dello Stato. I due scopi spesso si sovrappongono: la tortura giudiziaria contiene sempre quella punitiva, mentre la tortura punitiva non sempre contiene la ricerca d’informazioni.
Le torture praticate contro i militanti rivoluzionari accusati di appartenere a gruppi armati tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80 erano un classico modello di tortura investigativa. Operate dalle forze di polizia, contenevano entrambi gli obiettivi: estorcere informazioni e disintegrare l’identità politico-personale del militante. La deprivazione sensoriale assoluta, introdotta negli anni 90 attraverso l’isolamento detentivo previsto con il regime carcerario del 41 bis, è invece la forma più avanzata di tortura giudiziaria. Congeniata per sostituire la tortura investigativa, ha rappresentato una ulteriore tappa del processo di maturazione dell’emergenza italiana che ha visto la progressiva giudiziarizzazione delle forme di stato di eccezione, non più controllate dall’esecutivo ma dalla magistratura.
I pestaggi che avvengono nelle carceri o nelle camere di sicurezza delle forze di polizia appartengono invece al genere della tortura punitiva, ispirata dal sopravanzare di visioni etico-morali dello Stato: correggere comportamenti ritenuti fuori norma riaffermando la gerarchia del comando. Così è avvenuto nel carcere di Asti tra il 2004 e il 2005, dove una sentenza della magistratura ha registrato le violenze imposte ai detenuti per ribadire e legittimare i rapporti di potere all’interno dell’istituto di pena.
Una situazione analoga si è verificata nella tragica vicenda che ha portato alla morte di Stefano Cucchi, anche se in questo caso sussistono fondati sospetti che la violenza punitiva ricevuta nelle camere di sicurezza del tribunale, gestite dalla polizia penitenziaria, sia stata preceduta da violenze subite nella fase investigativa prima dell’ingresso in carcere.
In linea generale le violenze poliziesche hanno un carattere «informe», non a caso Walter Benjamin ne coglieva l’aspetto «spettrale, inafferrabile e diffuso in ogni dove nella vita degli Stati civilizzati», al punto da costituire una delle tipicità proprie dell’antropologia statuale. Queste violenze variano d’intensità, d’episodicità ed estensione con il mutare dei rapporti sociali e il modificarsi della costituzione materiale di un Paese. Ci sono poi momenti storici in cui questa violenza si condensa, assumendo una forma sistemica che si avvale dell’azione d’apparati specializzati. Quella che è una caratteristica permanente degli Stati dittatoriali denota anche il funzionamento delle cosiddette democrazie quando entrano in situazioni d’eccezione. Nell’Italia repubblicana è avvenuto almeno due volte: nel 1982, quando il governo presieduto dal repubblicano Spadolini diede il via libera all’impiego della tortura per contrastare l’azione delle formazioni della sinistra armata e nel 2001, durante le giornate del G8 genovese.
Se nel primo caso si è fatto ampio ricorso alla tortura investigativa e ad un inasprimento del regime carcerario speciale, già in corso da tempo, con una estensione dell’articolo 90 e la sperimentazione di quel che sarà poi il regime del 41 bis, con i pestaggi dei manifestanti, il massacro all’interno della scuola Diaz e le sevizie praticate nella caserma di Bolzaneto durante il G8 genovese si è dato vita ad una gigantesca operazione di tortura punitiva e intimidatoria nei confronti di una intera generazione.
In entrambe le circostanze vi è stato un input centrale dell’esecutivo, la presenza di una decisione politica, la creazione di un apparato preposto alle torture e l’individuazione di luoghi appositi, di fatto extra jure, oltre all’atteggiamento connivente delle procure. Se nel 1982 – fatta eccezione per un solo caso – queste insabbiarono tutte le denunce, nel 2001 hanno facilitato la riuscita del dispositivo Bolzaneto, come dimostra il provvedimento fotocopia predisposto prima dei fermi in vista delle retate di massa. Adottato per ciascuna delle persone arrestate, prevedeva in palese contrasto con la legge il divieto di incontrare gli avvocati. Un modo per garantire l’impenetrabilità dei luoghi dove avvenivano le sevizie che restarono così protetti da occhi e orecchie indiscrete per diversi giorni.
Nonostante tanta familiarità con la storia del nostro Paese, la tortura non è un reato previsto dal codice penale e ciò in aperta violazione degli impegni internazionali assunti dall’Italia, l’ultimo nel 1984. Se la giuridicità ha un senso, il suo divieto andrebbe integrato nella costituzione al pari del rifiuto della pena di morte. La sua condanna, infatti, attiene alla sfera delle norme fondatrici, alla concezione dei rapporti sociali, ai limiti da imporre alla sfera statale. Non è una semplice questione di legalità, la cui asticella può essere innalzata o abbassata a seconda delle circostanze storiche.
In ogni caso introdurre questo capo d’imputazione ha senso solo se prefigurato come “reato proprio”. «La tortura – spiega Eligio Resta – è crimine di Stato, perpetrato odiosamente da funzionari pubblici: vive all’ombra dello Stato», come ha sancito la Convenzione Onu del 1984. Nella scorsa legislatura, invece, il Parlamento italiano aveva elaborato una bozza che qualificava la tortura come reato semplice, un espediente che lungi dal limitare l’uso abusivo della forza statale ne potenziava ulteriormente l’arsenale repressivo alimentando il senso d’impunità profondo dei suoi funzionari.
Ancora nel marzo del 2012, l’allora sottosegretario agli Interni, prefetto Carlo De Stefano, rispondendo ad una interpellanza parlamentare della deputata radicale Rita Bernardini era riuscito ad affermare che almeno fino al 1984 in alcuni trattati internazionali sottoscritti anche dall’Italia erano presenti «limitazioni» di «non di poco conto, (morale e in caso di ordine pubblico e di tutela del benessere generale di una società democratica)», al divieto di fare ricorso all’uso della tortura. Un modo per mettere le mani avanti e richiamare una inesistente protezione giuridica alle torture praticate in Italia fino a quel momento.
D’altronde fu lo stesso Presidente della Repubblica Sandro Pertini che nel 1982, per rimarcare la distanza che avrebbe separato l’Italia dalla feroce repressione che i generali golpisti stavano praticando in Argentina, affermò: «In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi». Di lui, ebbe a dire una volta lo storico dirigente della sinistra socialista Riccardo Lombardi, «ha un coraggio da leone e un cervello da gallina».
In Italia le torture c’erano, anche se in quei primi mesi del 1982 non vennero inferte negli spogliatoi degli stadi ma in un villino, un residence tra Cisano e Bardolino, vicino al lago di Garda, di proprietà del parente di un poliziotto (lo ha rivelato al quotidiano L’Arena l’ex ispettore capo della Digos di Verona, Giordano Fainelli e lo ha confermato anche Salvatore Genova, allora commissario Digos). Si torturava anche all’ultimo piano della questura di Verona, requisita dalla struttura speciale coordinata da Umberto Improta, diretta dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci su mandato del capo della Polizia Giovanni Coronas che rispondeva al ministro dell’Interno Virginio Rognoni.
Sulle gesta realizzate da questo apparato parallelo sono emersi negli ultimi tempi fatti nuovi, circostanze, testimonianze, ammissioni. Prima in alcune interviste, poi in un libro apparso nel 2011, Colpo al cuore. Dai pentiti ai metodi speciali: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Nicola Ciocia, oggi ex questore in pensione, ieri funzionario dell’Ucigos, conosciuto con lo pseudonimo di professor De Tormentis, ha ammesso di aver condotto sotto tortura numerosi interrogatori di persone arrestate nel corso di indagini sulla lotta armata. Era alla guida di una squadra speciale del ministero dell’Interno esperta nella pratica del waterboarding. La corte d’appello di Perugia nell’ottobre 2013 ha riconosciuto che queste torture ci furono accettando la richiesta di revisione della condanna per calunnia comminata a Enrico Triaca, dopo che il tipografo delle Brigate rosse aveva denunciato le torture subite nel maggio del 1978. Il seviziatore di Triaca era Nicola Ciocia e quelle torture furono un semplice assaggio di quanto avvenne quattro anni dopo.

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Massimo Germani: «La tortura non serve solo ad estorcere informazioni, mira a distruggere l’identità e ridurre al silenzio»

L’intervista – Parla Massimo Germani, medico e terapeuta del centro di cure per i disturbi da stress post-traumatico dell’ospedale san Giovanni di Roma. Coordinatore nazionale del Nirast, una rete nata nel 2007 e che raccoglie 10 centri ospedalieri universitari diffusi nel territorio e specializzati per i richiedenti asilo che hanno ricevuto torture e traumi estremi


Paolo Persichetti

Gli Altri
27 aprile 2012

In Italia c’è stata e continua ad esseci la tortura. Non è una novità anche se recentemente sono emerse circostanze nuove che portano a rileggere in modo più compiuto quanto è accaduto. Per esempio nel 1982, quando il governo allora guidato da Giovanni Spadolini decise di ricorrervi per contrastare la lotta armata. Libri, inchieste giornalistiche e televisive, blog, le rivelazioni per la prima volta senza reticenze di Salvatore Genova (un funzionario di polizia in forza alla squadra speciale dell’Ucigos, creata nel dicembre 1981 dal ministro della Giustizia Virginio Rognoni per condurre le indagini sul sequestro Dozier) apparse sull’Espresso del 6 aprile, hanno aperto squarci importanti. Oggi conosciamo i nomi dei torturatori, di chi ha dato gli ordini e di chi li ha coperti. Un film, Diaz, ci reintroduce nell’atmosfera del massacro nella palestra della scuola di Genova e delle sevizie nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001. Tuttavia siamo portati sempre a soffermarci sugli aspetti politici e giuridici che il ricorso alla tortura implica all’interno della società. Una riflessione che non deve cessare ma anzi va ancora di più approfondita. Questa volta però vogliamo proporvi uno sguardo diverso, quello di un medico-terapeuta che cura i torturati. Questo anche perché esiste un risvolto ancora sconosciuto: nelle carceri Italiane ci sono da più decenni persone che hanno subito torture, non hanno visto riconosciuto questo trattamento violento subito, non sono state curate.
E’ venuto il momento di cominciare a parlarne e soprattutto esigere la loro scarcerazione.

Che cosa accade nella psiche di una persona torturata?
Negli ultimi dieci anni si è capito che la tortura, come ogni tipo di violenza interpersonale, soprattutto se ripetuta e prolungata nel tempo, provoca degli effetti assolutamente specifici che vanno molto al di là della classica sindrome da stress post-traumatico.

Che tipo di effetti?
Si assiste ad una frantumazione dell’identità che da luogo a patologie della personalità di tipo dissociativo. La nostra identità è fatta di tante cose messe insieme che vanno a costruire quello che si vede all’esterno e quello che sentiamo dentro. Una composizione complessa di fattori con molte facce: culturale, politica, religiosa, sociale… che ad un certo punto si frammentano e si dissociano dando vita ad una serie di fenomeni clinici, spesso purtroppo non riconosciuti, che se non sono trattati in modo specifico possono divenire cronici aggravandosi nel tempo, anche lontano dall’episodio di tortura e di violenza.

Come si scatena questo sfaldamento della personalità?
La tortura produce conseguenze che investono la profondità della psiche. Rispetto ai traumi dovuti ad incidenti, catastrofi naturali, qui si tratta dell’incontro con qualcosa di negativo che viene portato da un altro uomo e che dal punto di vista analitico è chiamato il “male incarnato”. E’ il ritorno ad un’angoscia primitiva che ognuno di noi ha nella fase infantile ma che impariamo ad allontanare con un rapporto genitoriale sufficientemente buono. Quest’angoscia può ricomparire se ci si ritrova completamente inermi nelle mani di qualcuno che vuole distruggerci. L’idea di un io stabile e unitario ci sembra un fatto acquisito. In realtà non è così. Si tratta di un equilibrio fragile. Ce ne accorgiamo solo in determinati momenti della nostra vita, quando subiamo dei lutti, dei contraccolpi, ma in genere si tratta di brevi esperienze. Questa percezione stabile e unitaria dell’io può andare completamente in frantumi proprio nei momenti in cui incontriamo un essere umano che ci tiene in pugno e vuole annientarci.

Parli di “fenomeni non riconosciuti”. Soffermiamoci un momento su questo punto. In un contesto dove la tortura è stata praticata ma non riconosciuta, il perdurare di questa menzogna che effetti ha? Siamo abituati a riflettere sugli effetti politici e storici ma sulla singola persona quali conseguenze si ripercuotono?
Uno dei problemi nelle persone che hanno subito torture è proprio il dopo. Si è visto nelle ricerche compiute sui sopravvissuti ai campi di concentramento che quanto accade dopo, soprattutto nell’immediato, quando sembra che è finita, si è scampati, fuggiti, è molto importante. Se viene meno il riconoscimento da parte dei riferimenti che c’erano prima si incrementata in modo esponenziale la violenza subita. In questo caso la tortura raggiunge il suo scopo primario, anche se implicito: non solo estorcere informazioni ma distruggere l’identità e indurre al silenzio civile, politico e sociale. L’effetto finale della tortura è far sì che le persone non siano più tali e si trasformino in fantasmi che sopravvivono nel mondo. In modo che attraverso questo silenzio e questa sofferenza siano testimoni del potere, siano monito a tutti di cosa può succedere a chi prende posizioni diverse da quelle possibili o richieste dal potere stesso.

Dunque il riconoscimento ha una doppia valenza, storico-politica ma anche clinico-sociale?
Certo, se c’è un riconoscimento da parte della collettività, che può essere più o meno allargata, come poter tornare in un gruppo sociale di riferimento, in qualche modo sentire una condivisione e un sostegno da parte del gruppo in cui si è reinseriti, l’effetto è positivo. Aiuta a ritrovare le proprie radici, la possibilità di ritornare a quelle che precedentemente erano le proprie identità. Questo ovviamente è un qualcosa che non prelude automaticamente alla possibilità di un recupero.

Fino ad ora mi hai descritto la condizione dell’inerme, quella che per definizione è definita “vittima assoluta”. Tuttavia nei militanti che hanno subito torture si tende a rifiutare questa identità. Esiste una differenza?
Questo è un punto molto importante. La ricerca clinica ha dimostrato che la consapevolezza del rischio a cui si va incontro facendo certe cose, sapere che si può essere presi, messi in carcere, subire delle violenze, nella maggioranza dei casi è un fattore di protezione importante. Aiuta rispetto a quello che può essere il risultato finale di una esperienza di tortura o di violenza. Questo è possibile perché si ha la consapevolezza che quello che sta accadendo, la sofferenza subita, è legato ad un significato. Questo significante può svolgere una funzione di protezione, come tutte le credenze condivise che riescono a sopravvivere alla esperienza della tortura: siano esse religiose, sociali o politiche. Naturalmente questo non significa che chi ha una fede politica o religiosa sia esente dalle conseguenze della tortura. Ho in mente tante persone che nonostante questo sono uscite distrutte e hanno dovuto fare percorsi lunghi prima di ritrovare un senso di sè, una certa soddisfazione e fiducia negli altri.

In Italia, i militati della lotta armata torturati, e che nel frattempo non sono diventati “collaboratori di giustizia”, sono rimasti in carcere per molti decenni. Ancora oggi ci sono almeno due casi che hanno oltrepassato i 30 anni. Come è definibile questa situazione?
Anche questa è un’altra cosa importante dal punto di vista umano e clinico. Le persone che hanno subito trattamenti inumani e degradanti, o di vera e propria tortura, soprattutto se sono in regime carcerario avrebbero dovuto subire accertamenti sulle loro condizioni di salute psico-fisiche in strutture specializzate nel riconoscimento e nella cura di questo tipo di patologie. Le patologie dissociative sono fenomeni ed hanno sintomi che spesso sfuggono anche a psicologi o medici, o anche a psichiatri che non hanno una grossa esperienza di questo tipo. Possono quindi essere facilmente sottovalutati o presi per altri tipi di problematiche e non riconosciuti. Inoltre non siamo di fronte a patologie che volgono spontaneamente verso una guarigione nel tempo. Lasciate a se stesse nella maggior parte dei casi evolvono verso un peggioramento e una cronicizzazione.

Farlo sarebbe stato un riconoscimento implicito delle torture. In realtà la macchina giudiziaria e quella carceraria hanno lavorato per seppellire ogni prova. Subito dopo le torture c’è stato l’articolo 90, la sospensione della riforma carcerario e l’ulteriore inasprimento delle condizioni detentive.
Spiegaci un’altra cosa: hai riscontrato un uso e degli effetti specifici della tortura sul corpo delle donne?

Se pensiamo alle sevizie sessuali, non c’è differenza. Ci siamo resi conto che durante le torture anche la maggior parte degli uomini ha subito forme di abuso sessuale. Se già le donne, soprattutto all’inizio, non raccontano le sevizie perché se ne vergognano, per gli uomini è ancora più difficile. Pensiamo a chi, attraversando il Sahara, è passato per le carceri libiche o in quelle afgane. Esistono invece differenze importanti per quanto riguarda gli effetti. Sono in corso delle ricerche (tra qualche anno ne sapremo di più). Oggi si sa che nelle donne è più alta l’incidenza dei fenomeni dissociativi e l’incidenza delle sindromi depressive gravi, che si presentano come fenomeno secondario. Se oltre l’80% di chi ha subito tortura va incontro a sindromi depressive, insieme a quadri clinici che presentano iperattivazione continua, sensazione di pericolo imminente, stati ansiogeni, tensione interna molto forte che spesso porta ad avere scoppi di rabbia, nelle donne si arriva al 90% con forme ancora più gravi.

Il tuo lavoro ti ha messo davanti a tanti racconti di torture che arrivano da Paesi lontani. Che effetto ti hanno fatto le testimonianze delle torture italiane?
Sul piano emotivo mi hanno toccato di più. Faccio fatica a dirlo perché in questi anni molte cose che ho sentito mi hanno colpito in un modo incredibile, tuttavia devo sottolineare questa piccola ma significativa differenza. Quando ho letto della caserma di Castro Pretorio, ad esempio, un luogo che conosco, ci passo davanti, sentire questa cosa… Ecco, penso che questo vada colto, vada valorizzato per far capire che queste cose possono succedere veramente vicino a noi. E’ importante cercare di comunicarle nel modo giusto, che non è quello di far scandalo ma di avere una sensibilità più diffusa su qualcosa che altrimenti può essere sentita come lontana. Poi ovviamente sopravviene la riflessione e allora voglio dire che ogni tanto c’è un dibattito sul ricorso all’uso della tortura da impiegare magari solo in casi eccezionali, “se c’è il terrorista con la bomba che vuol far saltare in aria una scuola”. Questi discorsi che hanno la pretesa di essere realisti sono invece molto pericolosi. Guai a cedere alla tentazione di cominciare a contrattare. Ci deve essere un tabù della tortura. Non deve esistere, non va fatta. Questo ci impone di lottare contro di essa concretamente, al di là delle parole. In Italia è arrivato il momento, perché non è mai troppo tardi, di approvare una legge contro il reato di tortura.

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La tortura in Italia, in pdf il libro del comitato contro l’uso della tortura che nel giugno 1982 rese pubbliche le prime denunce e prove delle sevizie realizzate contro gli arrestati per appartenenza alla lotta armata

Il primo libro che denunciò le torture in corso
Mentre questo volume, uscito nel giugno 1982, veniva diffuso le torture continuavano.
Gli ultimi episodi conosciuti risalgono al novembre 1982

Questo Libro Bianco nasce dall’esigenza di approfondire il dibattito che in questi ultimi mesi si è sviluppato sulla Tortura e il Carcere Speciale. Il Comitato contro l’uso della Tortura «dal ‘FERMO’ al TRATTAMENTO DIFFERENZIATO», che è composto dall’Associazione Giuridica Radicale, dall’Associazione Nazionale Solidarietà Proletari in Carcere, dal Comitato Familiari Proletari Detenuti di Roma, da Radio Proletaria e da numerosi altri compagni romani, e aperto al contributo di ogni compagno, democratico o struttura di base interessato alla ripresa dell’iniziativa sui terreno della denuncia, della controinformazione, della lotta contro la repressione.

COMITATO CONTRO L’USO DELLA TORTURA

Roma, giugno 1982

Clicca qui per scaricare il pdf completo
http://www.ristretti.it/commenti/2012/febbraio/pdf5/tortura_italia.pdf

Dall’Introduzione:

Negli ultimi mesi, ed in particolare dal gennaio-febbraio ’82, sono state sempre più numerose e incalzanti le dettagliate denunce da parte degli arrestati, e dei loro familiari, avvocati, su episodi di torture subite dopo l’arresto all’interno di posti di polizia, se non addirittura in località segrete (appartamenti, pinete, ecc.). Dalle prime notizie raccolte ci e apparso subito chiaro come non si trattasse più soltanto dei tradizionali maltrattamenti riservati da anni agli arrestati che ‘non collaborano’, bensì di un vero e proprio sistema di tortura, condotto con l’uso di mezzi e tecniche sempre più sofisticate, e con l’impiego delle scienze (psichiatria, psicologia, ecc.) nei metodi di coercizione fisica e psicologica, tesi a distruggere la volontà e l’identità dei soggetti sottoposti a tali trattamenti. Il Comitato contro l’uso della tortura e nato prima di tutto per rompere il black-out, cioè quel muro di silenzio complice e di omertà della stampa che copre e protegge l’applicazione di tali feroci pratiche. L’uscita di un primo DOSSIER, presentato a Roma il 2 marzo nel corso di una conferenza stampa, la raccolta ordinata e sistematica degli elementi che man mano provenivano dalle istanze di controinformazione di base, radio e strutture di compagni, familiari di detenuti, avvocati, ecc. hanno contribuito ad imporre l’apertura di un dibattito su quello che stava diventando un fenomeno sempre più vasto: la tortura in Italia. Altra esigenza alla quale abbiamo voluto rispondere e quella di dimostrare come la pratica della tortura nel nostro paese non fosse il frutto dell’iniziativa individuale o delle fantasie sadiche dei singoli poliziotti, ma la prosecuzione di un processo repressivo che ha le sue radici nella progressiva evoluzione in senso sempre più autoritario degli apparati dello Stato. La Legge Reale, le successive leggi speciali, con le quali si legittimano anni e anni di carcerazione preventiva, si rende il ‘sospetto’ valido come ‘prova’, si instaura il fermo di polizia (che rende possibile la scomparsa dei fermati per giorni e giorni, senza possibilità di intervento da parte della difesa), fino alle cosiddette misure segrete varate dal Governo nel gennaio di questo anno, costituiscono la premessa che ha reso possibile il ‘salto di qualità rappresentato dall’uso della tortura nei confronti dei fermati e degli arrestati.

I governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno mostrato tutti una identica volontà di applicare una politica di repressione generalizzata, di procedere verso un progressivo restringimento degli spazi per il dissenso e l’opposizione sociale, giustificando il loro operato con la pretesa necessita della lotta anti-terrorismo, e con l’avallo totale della stampa e dei partiti di opposizione, salvo rare e sporadiche eccezioni.

La realtà dimostra come la legislazione speciale sia servita invece per creare un apparato che fosse in grado di annientare preventivamente ogni forma di opposizione. La complicità diretta in questo progetto e emersa ancora una volta con chiarezza quando, alle prime precise e circostanziate denunce di torture subite, si è risposto, da parte degli organi responsabili e dei mass-media, con un imbarazzato e reticente silenzio, che ha comunque testimoniato delle contraddizioni che l’uso accertato della tortura ha generato all’interno delle istituzioni.

Di fronte alla cinica arroganza di chi dichiara che comunque «ancora non e morto nessuno» si cominciano a delineare le prime crepe in quel muro che fino ad allora era stato compatto. Non tutti sono più disposti a difendere una macchina repressiva che ormai sfugge anche al loro controllo; fino a quando la tortura applicata all’interno delle asettiche mura di un carcere di massima sicurezza non lasciava segni visibili sui corpi di quei soggetti che erano sottoposti a metodi di disorientamento psicologico e di privazione sensoriale (tendenti alla spersonalizzazione), nessuno aveva levato voci di protesta; ora che alla sofisticata esperienza importata dai paesi del Nord Europa si affianca la tecnologia brutale, diretta, tanto in auge nelle dittature dell’America Latina, il fronte non ritrova più la sua compattezza. Perciò il lavoro di controinformazione e le denunce raccolte, vengono riprese e sostenute, in parte, anche da settori politici nuovi a tali problematiche.
Ruolo importante di supporto alle pratiche repressive e sempre stato giocato, anche in questo ultimo periodo, da una stampa ben allineata e sempre attenta ai voleri del Palazzo. Il silenzio totale, o, nelle rare occasioni in cui si parla di tortura, l’uso del dubitativo, servono a preparare le ovvie e scontate risposte del ministro Rognoni alle interrogazioni parlamentari seguite alle prime denunce degli avvocati. E così ci sentiamo dire: «None successo nulla, lo stato democratico combatte la ferocia terroristica con gli strumenti consentiti dall’ordinamento democratico e costituzionale che, per essere efficiente, necessita pero di misure ‘eccezionali’, per far fronte ad una situazione ‘eccezionale’».

È proprio questo concetto di ‘eccezionalità’, di ‘emergenza’ che, sostenuto da tutti a spada tratta, ha permesso ieri lo sviluppo delle leggi e degli ordinamenti speciali e che oggi permette l’uso della tortura. Questo nuovo passaggio del progetto repressivo viene difeso in due modi: da una parte Rognoni e Sica negano tutto e tacciano di fiancheggiamento chiunque parli di tortura, dall’altra, sempre all’interno dello stesso schieramento, si minimizza l’accaduto, sottolineando implicitamente che, se tortura c’e stata, ha riguardato comunque solo pochi brigatisti.
La drammatica realtà che ci troviamo di fronte e invece quella di una applicazione sempre più vasta della tortura, nei suoi molteplici aspetti e gradazioni.
Non si tratta più solo dei pestaggi e dei maltrattamenti generalizzati, da sempre usati nei posti di polizia, ma dell’applicazione scientifica di tecniche nuove per il nostro paese.
La somministrazione di sostanze chimiche non meglio definite e la varietà dei mezzi e degli strumenti usati nel condurre gli interrogatori richiedono una preparazione non casuale e un personale preventivamente addestrato.
È altrettanto chiaro, d’altronde, che nell’introdurre una nuova pratica si usi il criterio della selettività, anche se i casi accertati di tortura sono numerosi, come e dimostrato, oltre che dalle denunce, anche dalle perizie mediche e dai verbali giudiziari di interrogatori, che riportano le lesioni presentate dai detenuti, a volte a distanza di settimane dal trattamento subito.
È da ricordare comunque come il numero delle denunce, peraltro rilevante, non renda sicuramente l’idea della reale dimensione del fenomeno. Tra l’altro, il clima di intimidazione e di paura ha costretto spesso vittime e familiari ad una attenta autocensura.

Invocando la solita ‘eccezionalità’ si torturano, per il momento, quasi esclusivamente, brigatisti o presunti tali, a dimostrazione del fatto che tali mezzi sarebbero usati solo contro questi soggetti. Riteniamo che ciò non sia vero: nel momento in cui l’apparato tortura e pronto, esso potrà essere usato contro ogni forma di antagonismo individuale e collettivo. Comunque, anche un solo caso di tortura, aldilà di considerazioni, non certo irrilevanti, di carattere umanitario, rappresenta (chiunque ne sia la vittima), un fatto gravissimo, ed anche una minaccia concreta contro i sempre più numerosi compagni che vengono quotidianamente inghiottiti dalle operazioni repressive. L’uso della tortura si configura fondamentalmente come un punto di non ritorno (se non riusciremo a sconfiggere tale progetto) di una spirale repressiva sempre più feroce. Con il termine tortura il Comitato non intende soltanto i maltrattamenti e le sevizie subite al momento del fermo o dell’arresto, m anche quella combinazione di elementi del trattamento riservato ai detenuti, quali il completo isolamento, la privazione sensoriale, i cui danni sulla personalità e la soggettività dell’individuo sono spesso irreversibili: per questo, abbiamo definito il Comitato «dal ‘fermo’ al trattamento differenziato».

[…]

Un ulteriore passo avanti verso l’annientamento psicofisico dei detenuti è l’applicazione dell’art. 90 della riforma carceraria del 1975. La legge prevede la sua applicazione nell’eventualità di grosse tensioni all’interno del carcere, ma il potere che esso concede al ministro di Grazia e Giustizia e ai direttori delle carceri, ha fatto sì che esso sia di fatto diventato l’articolo più usato.
Da gennaio, esso è entrato in vigore in tutte le carceri speciali e verso tutti i detenuti differenziati. L’art. 90, in sintesi, non è altro che l’abolizione di tutti i diritti e le conquiste acquisite dai detenuti in anni di battaglie quotidiane e stabilisce che:

– gli incontri coni familiari avvengano esclusivamente attraverso un vetro divisorio antiproiettile, senza quindi nessun contatto fisico, e sotto il costante controllo delle guardie carcerarie che ascoltano, vedono e registrano tutto quello che accade. Tutto ciò nonostante le schifose perquisizioni personali cui sono sottoposti detenuti e familiari;

– anche con gli avvocati il colloquio si svolge con i vetri;

viene così eliminata ogni parvenza di diritto alla difesa;

– non può più essere consegnato ai detenuti alcun genere di cose (alimenti, giornali, libri, ecc.);

– venga razionata la corrispondenza, già super-censurata;

– vengono abolite le telefonate quindicinali alla famiglia. Crediamo che il trattamento differenziato e l’art. 90 non siano semplicemente delle degenerazioni o imbarbarimenti dello stato, ma dei passaggi di un disegno scientificamente preordinato, al fine di distruggere l’identità umana, sociale e politica dei detenuti e di chiunque si oppone dentro e fuori le galere contro questo progetto repressivo. È chiaro quindi che lottare contro la tortura significa anche lottare contro l’art. 90 e il trattamento differenziato. Separare e isolare i singoli elementi significherebbe infatti non comprendere che essi sono dei passaggi di uno stesso processo, che mira alla distruzione di ogni forma di antagonismo e di dissenso.

Quanto detto finora evidenzia, secondo noi, la necessità che il comitato non si limiti ad essere una pura e semplice struttura di servizio, che pur nei fatti si è dimostrata necessaria.
Non basta riuscire a denunciare con tempestività quanto avviene dentro i commissariati o le carceri, o ad inviare commissioni miste composte da medici, avvocati, parlamentari per verificare quanto accade, ma deve assumere connotati politici destinati a durare nel tempo e ad incidere sui terreno dell’intervento intorno al problema politico della tortura, del carcere, della repressione.
La convergenza realizzata dal comitato fra settori più propriamente di classe e alcuni cosiddetti garantisti, non è da intendere nel vecchio e abusato rapporto molto in voga negli anni scorsi e ancora oggi fra alcuni settori di movimento; si tendeva infatti ad utilizzare il settore democratico e garantista solo in determinate occasioni, per poi lasciarlo e riprenderlo a piacimento per questa o quell’altra emergenza. La breve esistenza dei numerosi comitati sorti come risposta ai continui blitz polizieschi e la parzialità del loro intervento dimostra come, pur nell’importanza del lavoro che questi compagni hanno condotto, sia necessario oggi superare tale ristrettezza. La realtà degli ultimi anni ha evidenziato come, se in alcuni casi i comitati hanno compreso e tentato di superare tali limiti, in altri si è verificata una tendenza al settarismo, responsabile di aver introdotto un criterio selettivo nella difesa dei detenuti. Tale logica ha generato un’incapacità di produrre programmi e interventi adeguati alla situazione, oltre all’aver introdotto fra i compagni elementi di divisione, impedendo l’affermarsi di una linea che garantisca la difesa di tutti i detenuti.
Anche chi scambia una concentricità di azione e di alleanze fra settori tra loro non omogenei per democraticismo e istituzionalismo tout court, non comprendendone la necessità oggettiva in questa fase, denota ancora una volta isolamento e velleitarismo politico.

Al di fuori di questa concentricità di forti alleanze politiche e sociali diventa oggi ridicolo, se non impossibile, l’impegno teso a perseguire propri ideali e concezioni politiche.
I pochi garanti della costituzione, esterni alle dinamiche sociali per loro o altrui volontà, farebbero una battaglia di principio, mentre gli oppositori, animati dal desiderio di una società migliore, ma sprezzanti della perdita di ogni minima libertà, si ridurrebbero a sognarla di più.
Noi non ci facciamo illusioni: la voce dei garantisti non potrà compensare il silenzio di ampi settori di massa, oggetto privilegiato della repressione, ma siamo anche convinti che la mobilitazione di questi ultimi non può essere contrapposta ad una funzione di vigilanza e di controllo che il mandato popolare impone ai parlamentari democratici.
Ad alcuni mesi di distanza dalla nascita del Comitato e dalla definizione della sua proposta politica, riteniamo necessario un primo bilancio delle iniziative e dell’attività svolta fino ad oggi.
I diversi gruppi di compagni che, insieme ai familiari dei detenuti, hanno dato vita, nel febbraio dell’82, a questa struttura, individuavano, fin dalla stesura del primo appello, distribuito ad avvocati, medici, parlamentari, e giornalisti per raccogliere le adesioni, come il primo, ma non unico, obiettivo del Comitato, dovesse essere quello della rottura del ferreo black-out esistente intorno agli episodi di tortura e alle condizioni di detenzione nelle carceri italiane. Quindi, rottura del muro di silenzio come primo passo, condizione preliminare per la crescita di un’ampia mobilitazione di massa in grado di porre una barriera forte, decisa e irriducibile contro l’uso della tortura nel nostro paese. La conferenza stampa del Comitato, tenuta a Roma il 2 marzo, nella quale veniva presentato ai numerosi giornalisti intervenuti un primo dossier (con oltre 70 casi di tortura), è stato un momento importante per la rottura della cappa del silenzio.

Per alcuni giorni le sempre più precise e dettagliate denunce di torture, accompagnate dalle perizie mediche che confermavano quanto denunciato, hanno trovato un, seppur parziale, spazio sulla stampa. Quasi ogni giorno ci trovavamo di fronte a nuovi casi di sevizie e di maltrattamenti, di pestaggi nelle carceri; i fermati e gli arrestati scomparivano per giorni e giorni, prima di essere trasferiti nelle carceri, senza che né familiari né avvocati sapessero nulla della loro sorte. Per adempiere ad una funzione di vigilanza e di controllo, oltre che di denuncia, il Comitato si è impegnato nella costituzione di commissioni di medici e parlamentari disponibili ad entrare nelle carceri, per controllare l’integrità psicofisica dei detenuti.
Inoltre, riferendosi ad una analoga iniziativa del Partito Socialista Operaio Spagnolo, (PSOE), il Comitato ha elaborato e presentato ad alcuni parlamentari, una bozza di legge, che prevede l’estensione della facoltà di visita, riservata dall’art. 67 (legge N. 354 del ’75) ad alcune categorie, dalle sole carceri, ad altri luoghi (caserme, questure, ecc.), dove gli arrestati vengono trattenuti per giorni, prima di essere inviati in carcere, e dove maggiormente si verificano episodi di tortura. Ancora oggi però, nonostante l’interesse dimostrato da alcuni, (purtroppo pochissimi) parlamentari, tale progetto di legge non è stato presentato alle Camere, né si sono avuti incontri per discutere tale proposta.

Dopo questo primo periodo di attività del Comitato (in cui si è raggiunto l’importante obiettivo di rottura del black­out), con la seconda (prevedibile) risposta di Rognoni alla Camera, viene di nuovo imposta la censura alla stampa. Il ministro infatti, non solo smentisce che la tortura sia stata decisa dall’alto, o comunque applicata, ma afferma anche che chiunque parli di tortura fiancheggia le Brigate Rosse nella loro campagna, orchestrata per «screditare lo Stato democratico». L’arresto dei giornalisti Buffa (Espresso) e Villoresi (Repubblica), le intimidazioni contro il capitano Ambrosini, se da un lato dimostrano come si voglia impedire che si parli di tortura, dall’altro mettono chiaramente in luce le contraddizioni che l’uso accertato della tortura in Italia genera all’interno delle stesse istituzioni. Intanto, per arrivare ad un primo momento di dibattito e di confronto sulla proposta politica del Comitato, e per rendere concreta e significativa quella convergenza di forze e di interessi imposta dalla realtà, convocavamo a Roma una assemblea cittadina all’Università, con la partecipazione di settori di movimento, familiari di detenuti, parlamentari, medici, avvocati, giornalisti. Dopo un primo pretestuoso divieto, l’assemblea, che si è svolta il 1 aprile, ha visto la partecipazione di 1500 compagni. È stato quindi un momento centrale di dibattito e di pubblica denuncia, e doveva rappresentare l’inizio di una mobilitazione di massa contro la tortura e il trattamento differenziato. Ma, nonostante l’indubbia importanza e positività dell’iniziativa, (nella quale sono intervenuti, oltre alle varie strutture di compagni, anche Adele Faccio, il Prof. Biocca e l’Avv. Mattina), nel periodo successivo il Comitato non è riuscito a dare continuità all’intervento e alla mobilitazione contro la tortura.

Questo breve periodo di silenzio, se da un lato era dovuto a difficoltà del Comitato, dall’altro è stato determinato dai problemi incontrati all’esterno, dalla difficoltà in questa fase di aprire un dibattito e un confronto libero da chiusure e da settarismi aprioristici, fra le varie componenti del movimento antagonista.
Con la pubblicazione di questo libro bianco, e con le iniziative che lo accompagneranno, vogliamo superare il periodo di stasi e di silenzio. Crediamo infatti che il Comitato, non solo non abbia esaurito le sue funzioni, ma debba anzi rafforzare la continuità dell’intervento; sarebbe un grave errore ritenere, nei periodi in cui le denunce di torture sono meno frequenti, che il compito di vigilanza e di denuncia sia esaurito. Non dimenticando che i maltrattamenti e le brutali condizioni di detenzione sono una costante delle carceri del nostro paese, va ricordato anche che la tortura è una conseguenza della legislazione degli ultimi anni. Allentare la vigilanza e il controllo significherebbe quindi lasciare via libera agli strumenti più feroci della repressione.
Abbiamo aperto questo libro anche agli interventi esterni al Comitato, che quindi non necessariamente rispecchiano completamente il nostro punto di vista; riteniamo comunque validi tali contributi, per l’apertura e la circolazione di un dibattito, che necessariamente dovrà trovare la sua espressione in vasti e forti momenti di lotta contro la tortura, le leggi speciali, il trattamento differenziato nelle carceri.

ULTIM’ORA
Stavamo ultimando le bozze quando la magistratura padovana ha spiccato il 29 giugno, cinque mandati di cattura contro altrettanti funzionari del NOCS, di diverse sedi. I reati contestati, dopo un’indagine durata alcuni mesi, vanno dal sequestro di persona all’uso di violenze, confermando quindi, in questa prima ipotesi accusatoria, che la tortura è stata impiegata durante alcuni interrogatori nell’ambito dell’operazione Dozier e che del «fermo» si è fatto largo abuso. Rognoni – ministro degli Interni – in compagnia di Piccoli e altri uomini politici ha subito manifestato la sua preoccupazione e costernazione, dando così, maggior rilievo alle proteste, dettate dallo spirito di corpo, manifestatesi in diverse questure d’Italia.

Perfino il Consiglio Comunale di Roma si è sentito in dovere di esprimersi sull’accaduto in termini analoghi. Sorge spontaneo il paragone con l’atteggiamento assunto dal potere politico, dai mass-media, addirittura da Sandro Pertini, quando altri magistrati, sempre di Padova, firmarono i mandati di cattura che diedero il via all’operazione 7 aprile. Il sostituto procuratore Boraccetti che ha svolto le indagini, dopo le prime denunce inoltrate alla Procura di Padova in una breve dichiarazione alla stampa ha difeso il suo operato specificando che non si è basato soltanto sulla parola di un terrorista condannato a 24 anni, facendo quindi intendere che le perizie svolte e altri elementi testimoniali sostengono la sua accusa. Ha così anche – crediamo – tentato di ribattere alla tesi immediatamente avanzata da tutti i giornali e dagli esponenti più reazionari, secondo cui si gettavano delle ombre sull’«operazione Dozier» prendendo per oro colato la voce di un brigatista.


Per chi volesse ulteriormente approfondire, segnaliamo:

  Il volume di referenza sulla vicenda delle torture pubblicato nell’ambito del progetto memoria da Sensibili alle foglie.
Si tratta fino ad ora del testo più organico che riporta le denunce affiorate al momento della pubblicazione (non tutte quindi),
testimonianze, documentazione giudiziaria, pubblicistica e materiale parlamentare.

  Il volume recente di Nicola Rao che riporta le importanti rivelazioni dell’ex commissario di polizia Salvatore Genova
sulla esistenza di un apparato speciale del ministero dell’Interno dedito alla pratica degli interrogatori sotto tortura,
e l’intervista allo specialista del waterboarding, l’ex funzionario dell’Ucigos Nicola Ciocia, soprannominato professor De Tormentis.

Segnaliamo infine la sezione speciale dedicata alle torture contro i militanti della lotta armata presente in questo blog e in quello di Baruda

L’uso della tortura negli anni di piombo

Dopo il Corriere della sera anche sulle pagine di Repubblica, il quotidiano di tutte le emergenze e fermezze nazionali, del più feroce rigor mortis, sostenitore imperterrito di polizia e magistratura, grazie ad Adriano Sofri si parla delle torture impiegate per contratstare la lotta armata degli anni 70 e inizio 80, ma non solo. A differenza degli altri pezzi, questa volta l’intervento di Sofri non ha richiami in prima ma si trova confinato nella pagina delle lettere, nella tribuna dedicata alle opinioni marcatamente esterne, estemporanee, a sottolineare la presa di distanza da qusta vicenda della nave ammiraglia scalfariana. Nonostante ciò il muro del silenzio ogni giorno che passa mostra sempre nuove crepe

Adriano Sofri, la Repubblica 16 Febbraio 2012

A prima vista, la notizia è che negli anni ’70 e ’80 ci fu un ricorso non episodico a torture di polizia nei confronti di militanti della “lotta armata” – e non solo. È quello che riemerge da libri (Nicola Rao, Colpo al cuore), programmi televisivi (“Chi l’ha visto“), articoli (come l’intervista del Corriere a Nicola Ciocia, già “professor De Tormentis”, questore in pensione). Non è una notizia se non per chi sia stato del tutto distratto da simili inquietanti argomenti. Nei primi anni ’80 le denunce per torture raccolte da avvocati, da Amnesty e riferite in Parlamento furono dozzine.

A volte la cosa “scappava di mano”, come nella questura di Palermo, 1985. Oscar Luigi Scalfaro, che era allora ministro dell’Interno, dichiarò: “Un cittadino è entrato vivo in una stanza di polizia e ne è uscito morto”. Era un giovane mafioso, fu picchiato e torturato col metodo della “cassetta”: un tubo spinto in gola e riempito di acqua salata. Gli sfondò la trachea, il cadavere fu portato su una spiaggia per simularne l’annegamento in mare. Alla notte di tortura parteciparono o assistettero decine di agenti e funzionari. Avevano molte attenuanti: era stato appena assassinato un valoroso funzionario di polizia, Beppe Montana, “Serpico”. All’indomani della denuncia di Scalfaro, e delle destituzioni da lui decise, la mafia assassinò il commissario Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Una sequenza terribile, ma le attenuanti si addicono poco al ricorso alla tortura, il cui ripudio è per definizione incondizionato. Repubblica sta ricostruendo la tremenda vicissitudine di Giuseppe Gulotta, “reo confesso” nel 1976 dell’assassinio ad Alcamo di due carabinieri, condannato all’ergastolo e detenuto per 22 anni: finché uno dei torturatori, un sottufficiale dei carabinieri, ha voluto raccontare la verità.
L’elenco di brigatisti e affiliati di altri gruppi armati sottoposti a torture è fitto: va dal nappista Alberto Buonoconto, Napoli 1975 (si sarebbe impiccato nel 1981) a Enrico Triaca, Roma 1978, a Petrella e Di Rocco (ucciso poi in carcere a Trani da brigatisti), Roma 1982, ai cinque autori del sequestro Dozier, Padova 1982… In tutte queste circostanze operavano (è il verbo giusto: noi siamo come i chirurghi, dirà Ciocia, “una volta cominciato dobbiamo andare fino in fondo”) due squadre chiamate grottescamente “I cinque dell´Ave Maria” e “I vendicatori della notte”. Ha riferito Salvatore Genova, già capo dei Nocs, inquisito coi suoi per le torture padovane al tempo di Dozier e stralciato grazie all’immunità parlamentare, infine pensionato: “Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com’era scritto persino su un ordine di servizio, e poi erano costretti a bere abbondanti dosi di acqua e sale”. Quel modo di tortura – accompagnato da sevizie molteplici, aghi sotto le unghie, ustioni ai genitali, percosse metodiche, esecuzioni simulate; ed efferatezze sessuali nei confronti di militanti donne – non si chiamava ancora waterboarding, e non era un genere di importazione. Lo si usava già coi briganti ottocenteschi. Fu una specialità algerina negli anni ’50. Addirittura, quando Rao chiede a Ciocia se davvero gli ufficiali della Cia che assistettero agli interrogatori per Dozier fossero rimasti stupefatti per quello che vedevano, lui risponde: “Non sono stati gli americani a insegnarci certe cose. Siamo i migliori… Lì, nell’attività di polizia ci vuole stomaco. E gli altri Paesi lo stomaco non ce l’hanno come ce l’abbiamo noi italiani. Siamo i migliori. I migliori!”.
Costui accetta di parlare con Rao, che non ne rivela ancora il nome. Solo quel soprannome, “professor De Tormentis”. Il 23 marzo 1982 Leonardo Sciascia prese la parola nel dibattito alla Camera sulle torture ai brigatisti del sequestro Dozier, replicando all’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni. “Ieri sera ho ascoltato con molta attenzione il discorso del ministro e ne ho tratto il senso di una ammonizione, di una messa in guardia: badate che state convergendo oggettivamente sulle posizioni dei terroristi! Personalmente di questa accusa ne ho abbastanza! In Italia basta che si cerchi la verità perché si venga accusati di convergere col terrorismo nero, rosso, con la mafia, con la P2 o con qualsiasi altra cosa! Come cittadino e come scrittore posso anche subire una simile accusa, ma come deputato non l’accetto. Non si converge assolutamente con il terrorismo quando si agita il problema della tortura. Questo problema è stato rovesciato sulla carta stampata: noi doverosamente lo abbiamo recepito qui dentro, lo agitiamo e lo agiteremo ancora!”.

Successe allora che i giornalisti Vittorio Buffa e Luca Villoresi, che avevano riferito delle torture sull’Espresso e su Repubblica con ricchezza di dettagli, furono arrestati per essersi rifiutati di rivelare le loro fonti e liberati solo dopo che due coraggiosi funzionari di polizia dichiararono, a proprie spese, di aver passato loro le notizie. Certo Sciascia avrebbe meritato di conoscere la conclusione attuale della storia, che tocca quello che gli stava più a cuore, compreso il Manzoni della Colonna infame che citava il trattato duecentesco De tormentis. Da lì il prestigioso poliziotto Umberto Improta aveva ricavato il nomignolo per il suo subordinato. Il nome vero era da tempo noto agli esperti, a cominciare dalle vittime: appartiene a un poliziotto andato in pensione nel 2004 col grado di questore, dopo una carriera piena di successi contro malavita e terrorismo. Poi ha fatto l’avvocato, è stato commissario della Fiamma Nazionale a Napoli. Ora, alla vigilia degli ottant’anni e con la sua dose di malanni, dà interviste che un giorno rivendicano, un giorno smentiscono. Si definisce però “da sempre fascista mussoliniano”.
Ecco qual’è la notizia. Che quando lo Stato italiano e il suo Comitato interministeriale per la sicurezza decisero di sciogliere la lingua ai terroristi, ne incaricarono un signore che aveva già dato prova del proprio talento. Non è lui il problema: vive in pace la sua pensione, e promette di portarsi per quietanza nella tomba i suoi segreti di Pulcinella. Non importa che usassero il nome di tortura: non si fa così nelle ragioni di Stato, e del resto la Repubblica Italiana si guarda dal riconoscere l’esistenza di un reato di tortura. È superfluo, dicono. Bastava assicurare spalle coperte. La difesa della democrazia si affidò a un efficiente fascista mussoliniano. Siamo il paese di Cesare Beccaria e di Pietro Verri, i migliori.

Link
Torture contro i militanti della lotta armata

«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis
Rai tre Chi l’ha visto? Le torture di Stato
Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Cosa accomuna Marcello Basili, pentito della lotta armata e oggi docente universitario a Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, ex funzionario Ucigos torturatore di brigatisti
Triaca:“Dopo la tortura, l’inferno del carcere – 2
Enrico Triaca; “De Tormentis mi ha torturato così” – 1
1982 la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture
Novembre 1982: Sandro Padula torturato con lo stesso modus operandi della squadretta diretta da “de tormentis”
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Caro professor De Tormentis, Enrico Triaca che hai torturato nel 1978 ti manda a dire
Le torture ai militanti Br arrivano in parlamento
Nicola Ciocia, alias “De Tormentis” è venuto il momento di farti avanti
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Miguel Gotor risponde alle critiche
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Tortura: quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Torture: l’arresto del giornalista PierVittorio Buffa e i comunicati dei sindacati di polizia, Italia 1982
L’énnemi interieur: genealogia della tortura nella seconda metà del Novecento
Ancora torture
Torture nel bel Paese
Pianosa, l’isola carcere dei pestaggi, luogo di sadismo contro i detenuti

Le torture nell’Italia 1982: l’arresto del giornalista Buffa e i comunicati dei sindacati di polizia

Materiali tratti da “Le Torture Affiorate”, Sensibili alle foglie 1998
Fonte: baruda.net/della-tortura/

Pier Vittorio Buffa: “Il rullo confessore” in L’Espresso 28 febbraio 1982

Dalla perizia del medico legale Mario Marigo, 3 febbraio 1982 Padova. Tracce di tortura compiuta con elettrodi sui genitali di Cesare Di Lenardo, militante dell Brigate rosse in carcere da 29 anni. “Qualcuno prese in mano il mio pene dalla parte anteriore e vi avvicinò qualcosa, forse un filo, attraverso il quale ricevetti una scarica elettrica. La stessa cosa fu ripetuta ai testicoli e all'inguine”.


“All’ora di pranzo scendevano in piccoli gruppi, si sistemavano ai tavoli del ristorante Ca’ Rossa, proprio davanti al distretto di polizia di Mestre, e prima di pagare il conto chiedevano al proprietario dei pacchi di sale, tanti. Poi pagavano, e con la singolare ’spesa’ rientravano al distretto per salire all’ultimo piano, dove c’era l’archivio. In quei giorni, subito dopo la liberazione del generale Dozier, le stanze di quel piano erano off limits: vi potevano entrare solo pochi poliziotti, non più di tre o quattro per volta, insieme agli arrestati, ai terroristi. Lì dentro, dopo il trattamento, un brigatista è stato costretto a rimanere sdraiato cinque giorni senza avere più la forza di alzarsi, da lì uscivano poliziotti scambiandosi frasi del tipo “L’ho fatto pisciare addosso”. “Così abbiamo finalmente vendicato Albanese” [Il funzionario ucciso dalle B.R.].
Quest’ultimo piano era infatti diventato -secondo alcune accuse e deposizioni di cui parleremo- il passaggio obbligato per i circa venti terroristi arrestati nella zona.
Non hanno subìto tutti lo stesso trattamento, ma per alcuni di loro l’archivio del distretto di polizia di Mestre ha significato acqua e sale fatta bere in grande quantità, pugni e calci per ore, per notti intere. Sono fatti, questi, dei quali si sta cominciando a discutere anche all’interno del sindacato di polizia. La voglia di picchiare aveva infatti totalmente contagiato gli agenti di quel distretto ( molti erano venuti per l’occasione anche da fuori, da Massa Carrara, da Roma) che quando il 2 febbraio è stato fermato un ragazzo sospettato di un furto in un appartamento (non quindi di terrorismo) lo hanno picchiato per un paio d’ore per poi lasciarlo andare via quando si sono accorti che era innocente. Secondo le denunce, la violenza della polizia contro le persone arrestate per terrorismo si sta poco a poco estendendo, come un contagio.
Molte sono ormai le testimonianze raccolte dai magistrati sui trattamenti riservati agli arrestati da polizia e carabinieri. Molte e circostanziate. Il ministro dell’Interno Virginio Rognoni ha già smentito tutto in Parlamento.
Ma dalla lettura dei verbali emerge l’esistenza di un sistema di pestaggio, con i suoi passaggi prestabiliti, i suoi locali appositamente allestiti, i suoi esperti. Cerchiamo di illustrarlo basandoci su sei denunce presentate in diverse città: Roma, Viterbo, Verona. Quelle di Ennio di Rocco, Luciano Farina, Lino Vai, Nazareno Mantovani e Gianfranco Fornoni, tutti accusati di terrorismo.
Il primo passo è l’isolamento totale in locali che il detenuto non può identificare e senza che nessuno ne sappia niente. Il 12 gennaio scorso una voce anonima ha telefonato allo studio di un avvocato romano: “La persona arrestata in via Barberini si chiama Massimiliano Corsi, è di Centocelle; avvertite la madre, date la notizia attraverso le radio private, lo stanno massacrando di botte.” Solo dopo due o tre giorni si seppe ufficialmente che Corsi era stato arrestato. Il totale isolamento, il cappuccio sempre calato sul viso, le mani strettamente legate dietro la schiena sono la prima violenza psicologica. Poi le

Il Ministro degli Interni Rognoni

Il Ministro degli Interni Rognoni

minacce di morte (”Ti possiamo uccidere, tanto siamo in una situazione di illegalità” avrebbero detto a Stefano Petrella) la pistola puntata alla tempia e il grilletto che scatta a vuoto come in una macabra roulette russa (Nazareno Mantovani).
Per arrivare alle violenze fisiche il passo è breve: tutti dichiarano di aver preso calci e pugni subito dopo l’arresto, ma poi si arriva alla descrizione di sevizie vere e proprie, di torture. Sigarette spente sulle braccia (Di Rocco). Acqua salatissima fatta ingerire a litri, sempre con lo stesso sistema: legati a pancia in su sopra un tavolo, con mezzo busto fuori e quindi con la testa che penzola all’indietro ( Di Rocco, Petrella e Mantovani). Calci ai testicoli (racconta Fornoni: ‘Con certe pinze a scatto hanno effettuato diverse compressioni sui testicoli, minacciando di evirarmi’). Tentativi di asfissia con vari sistemi. Misteriose punture: il sostituto procuratore della Repubblica Domenico Sica ha constatato la presenza di “un segno di arrossamento con escoriazione centrale” sul braccio destro di Di Rocco.
Dopo giorni e giorni di trattamento di questo tipo gli arrestati vengono condotti davanti al magistrato e alcuni verbali sono ricchi di dettagliate descrizioni, fatte dai giudici, dello stato fisico dei detenuti: Di Rocco aveva il polso destro sanguinante per via della manetta troppo stretta, cicatrici fresche in varie parti del corpo.
Lino Vai si è tolto una scarpa davanti al giudice mostrandogli le “spesse croste ematomiche” presenti sul dorso dei piedi. Due istruttorie per accertare la verità sono già iniziate; una a Viterbo, dopo la denuncia di Fornoni, e una a Roma, iniziata dopo le deposizioni di Petrella e di Di Rocco dal sostituto procuratore Niccolò Amato che ha disposto le perizie. In attesa che queste indagini si concludano, c’è chi ha già chiesto al ministro Rognoni di avviare un’indagine amministrativa e chi sostiene che lo stato democratico non può fare della violenza fisica e psicologica uno strumento di lotta. […]

NOTA INFORMATIVA: A seguito della pubblicazione dell’articolo sopra riportato, Pier Vittorio Buffa, il 9 marzo 1982, viene arrestato su ordinanza emessa dalla Procura della Repubblica di Venezia, con l’imputazione “del reato p. e p. dell’art. 372 C.P. perché deponendo innanzi al procuratore della Repubblica di Venezia, Cesare Albanello, taceva in parte ciò che sapeva intorno alla fonte da cui apprese le notizie riportate nell’articolo ‘Il rullo confessore’ apparso sul settimanale L’Espresso del 28 febbraio 1982 e del quale egli era autore” [N. 520/82 del Reg. Gen. del Procuratore della Repubblica di Venezia]

SIULP di Venezia, Comunicato, 10 marzo 1982
“Il Sindacato Italiano Unitario Lavoratori della Polizia di Venezia esprime profondo stupore e rammarico per l’arresto del
giornalista de L’Espresso Pier Vittorio Buffa, rifiutatosi di rivelare la fonte di alcune notizie da lui riportate nell’articolo comparso sul numero del 28/02/82 del settimanale suddetto. In proposito si fa rilevare che le voci di maltrattamenti durante siulp_logo_colori_copygli interrogatori di persone arrestate nell’ambito delle indagini sul terrorismo sono giunte al sindacato. Il sindacato dei lavoratori della polizia, pur condividendo il convincimento di quanti ritengono ingiustificabili tali pratiche, esprime la propria preoccupazione per l’orientamento delle inchieste in corso che tendono alla individuazione di responsabilità di singoli appartenenti alle forze dell’ordine, non tenendo conto del clima che ha suscitato tali episodi, e di cui molti devono sentirsi direttamente o indirettamente responsabili.
Non v’è dubbio infatti che tali pratiche sono state tollerate o, addirittura, incoraggiate da direttive dall’alto e infine sostenute dal tacito consenso di una opinione pubblica condizionata dall’incalzare sanguinaria e folle di un terrorismo che ha avvelenato la vita politica e sociale del paese, impedendone il pacifico sviluppo. Il sindacato auspica che le indagini siano indirizzate a rompere il clima di timore venutosi a determinare fra gli appartenenti alle forze dell’ordine più direttamente impegnate nelle difficili indagini e che potrebbero risultare coinvolti in tali episodi. Si auspica inoltre che si punti a far sì che tali pratiche restino un caso isolato determinato da una particolare contingenza.
Allo scopo di dare un contributo per fare la necessaria chiarezza in tale direzione, il sindacato di Venezia, in sintonia con la segreteria nazionale, ha inviato un telegramma al magistrato dott. Albanello per un incontro urgente.

NOTA INFORMATIVA. L’11 marzo 1982, una delegazione del Sindacato di Polizia Siulp di Venezia, deponendo davanti al PM, libera il giornalista Pier Vittorio Buffa dal vincolo del segreto professionale, e pertanto egli, in sede di interrogatorio, indica nel capitano Riccardo Ambrosini e nell’agente Giovanni Trifirò le due persone che gli hanno dato le informazioni relative all’articolo. Riportiamo di seguito il dispositivo della sentenza che lo assolve: “Visti gli art. 479 c.c.p. e 376 c.p., assolve l’imputato perchè il fatto non costituisce reato perché non punibile per avvenuta ritrattazione. Ne ordina l’immediata scarcerazione se non detenuto per altra causa.”

Dopo questo comunicato una riunione con il questore e tutti i dirigenti della questura di Venezia stila un comunicato in cui si chiede che i poliziotti che hanno scagionato il giornalista de L’Espresso siano trasferiti perchè ‘la loro presenza provocherebbe uno stato di tensione e amarezza in tutto il personale’.
Qui sotto alcune dichiarazioni del capitano Filiberto Rossi, uno dei quadri dirigenti del Saplogo-sap (il Sindacato Autonomo di Polizia): ” Non ci sono state torture ai terroristi arrestati. Se qualche episodio di violenza fosse avvenuto, sarebbe un fatto isolato. I responsabili, una volta accertata la loro colpa, dovrebbero essere puniti secondo la legge. Nella polizia non ci sono aguzzini o squadre speciali, ma solo persone normali e padri di famiglia. […]
La lotta al terrorismo da parte della polizia è sempre stata condotta nei limiti della legalità. Non bisogna dimenticare che su 1300 terroristi in carcere, soltanto alcuni hanno denunciato di aver subìto violenze. E queste denunce possono essere strumentali, posso essere state fatte per giustificarsi con i loro complici.
I poliziotti non ammettono che si possa ricorrere alle torture, ma non si possono certo trattare i terroristi con i guanti bianchi. Noi siamo convinti della necessità di esercitare pressioni psicologiche
.”

Link
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati
Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture