Bonanni (Cisl) e la febbre del sabato sera: “Finché c’è crisi scioperi solo il sabato o la sera”

E perché no solo la domenica e gli altri giorni festivi non lavorativi, o magari durante le ferie e nelle ore di riposo notturno?

Roma, 13 settembre, 13:32
(Dispaccio Adnkronos)

Finchè perdurerà una situazione di crisi via libera agli scioperi solo di sabato o di sera. A rilanciare la proposta il leader della Cisl, Raffaele Bonanni. «Non faremo più perdere soldi ai lavoratori», spiega presentando la manifestazione sul fisco indetta assieme alla Uil per il 9 ottobre prossimo, sabato appunto. «Certo dipenderà dalla gravità della situazione che ci troveremo davanti perchè non si può dire che aboliamo gli scioperi», si affretta a spiegare ribadendo come la proposta, «una esercitazione dialettica», serva essenzialmente «a differenziare il sindacato da chi proclama, in un momento di crisi, 11 scioperi di fila», prosegue con un chiaro riferimento alla Fiom, le tute blu della Cgil. «Finchè potremo lo faremo solo di sabato o di sera ma dipenderà dalla situazione», insiste.

Si, Buana!

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Sevel (Fiat di Atessa in Abruzzo) alla Fiom: se scioperate chiediamo i danni

La Fiom proclama uno sciopero e la Fiat minaccia di chiedere i danni

14 settembre 2010


Dopo aver impedito l’ingresso a due dei tre licenziati di Melfi che la Fiom voleva portare in assemblea nello stabilimento della Sevel, lo scontro Fiat e Fiom-Cgil aumenta ancora di grado. Nello stabilimento di Atessa, in provincia di Chieti, con circa 5200 dipendenti dove la Fiat in joint-venture con i francesi della Peugeot-Citroën produce furgoni leggeri, l’azienda ha comunicato alle maestranze il ricorso a 4 sabati di seguito di lavoro straordinario. Fiom e Cobas hanno subito proclamato uno sciopero, che si è tenuto l’11 settembre, per l’intera giornata. Secondo i metalmeccanici della Cgil l’adesione sarebbe stata del 70%. Cifra contestata dalla Confindustria di Chieti, a cui si è subito accodata la Fim-Cisl, che invece ha parlato di un seguito del 20%. Per Bruno Vitali, responsabile della Fim, «oltre il 70% dei lavoratori della Sevel del primo turno ha lavorato disattendendo lo sciopero sullo straordinario contrattuale dichiarato da Fiom e Cobas». La Fim ha contestato anche il merito dell’astensione affermanndo che «la richiesta da contratto dei sabati lavorativi è una buona notizia per i lavoratori della Sevel. E’ segno di una ripresa del carico di lavoro che non va vanificata».
Lo sciopero era stato indetto per protestare contro la recente decisione di Federmeccanica di recedere dal contratto nazionale del 2008, l’ultimo firmato dalla Fiom; la mancata regolarizzazione di 1500 lavoratori precari; la non corresponsione del conguaglio sul premio di risultato annuale.
Attraverso la Confindustria di Chieti, la Fiat aveva inviato una lettera alla Fiom nella quale preannunciava l’intenzione, «qualora lo sciopero non venga revocato», di «agire nei vostri confronti per ottenere l’accertamento dell’illegittimità del vostro operato e la condanna dei responsabili al risarcimento danni» derivante dal fermo della produzione. Secondo la Sevel e la Confindustria di Chieti – città dove è nato l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne – lo sciopero sarebbe illegittimo perché proclamato sulla base di motivazioni «con tutta evidenza pretestuose e comunque tali da dimostrare che non si è in presenza di un corretto esercizio dei diritti sindacali». Per la Sevel lo sciopero configura un «inadempimento di quanto previsto dalla contrattazione collettiva» che consente all’ azienda di disporre di un certo numero di sabati lavorativi per rispondere alle richieste del mercato.
La Fiom di Chieti ha a sua volta replicato con una lettera alla Confindustria e alla Sevel: «Non si comprende ove risieda l’illegittimità dello sciopero proclamato, le ragioni delle vostre pretese e il fondamento giuridico delle richieste risarcitorie. Posto che il diritto di sciopero è costituzionalmente riconosciuto, le motivazioni addotte da questa organizzazione sindacale a suo fondamento traggono origine da problematiche contrattuali, retributive e occupazionali». La Fiom quindi riserva per se azioni «risarcitorie» degli eventuali danni richiesti. «Forse hanno sbagliato indirizzo – fa sapere la Fiom di Chieti-. La lettera dovevano mandarla a Pomigliano: lì gli altri hanno fatto un accordo con la Fiat che dice che il sabato non si può scioperare, ma nel resto d’ Italia non è così».

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Fumi che uccidono operai e fumogeni che fanno tacere i sindacalisti collaborazionisti

Tre morti sfissiati dalle esalazioni. Obbligati allo straordinario pulivano il silos di una multinazionale. Erano dipendenti da una ditta esterna

Paolo Persichetti
Liberazione
12 settembre 2010

Difenditi! Il captalismo uccide

La meccanica dei fluidi è un ramo della fisica che studia le proprietà dei liquidi, dei vapori e dei gas. C’entra forse qualcosa con la politica? La risposta è sì. Il fumo, per esempio. Si tratta di una dispersione di particelle solide all’interno di un gas. Può essere tossico e velenoso, tuttavia non tutte le emissioni fumogene sono nocive. Molto dipende dalla natura e dalla densità delle particelle che lo compongono. Ad esempio, ci sono fumi che fanno soltanto polemica e fumi che uccidono. I primi sono emessi da fumogeni. In genere avvolgono le curve degli stadi all’inizio delle partite senza creare molto scalpore, al massimo qualche annoiata protesta. Se però vengono tirati durante un dibattito in risposta ad un lancio di sedie metalliche sulla testa dei contestatori, cosa che notoriamente fa molto male, come è accaduto alla festa del Pd di Torino mentre parlava il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, suscitano furore e isteria repressiva. Eppure questo tipo di utilizzo ha un effetto esattamente contrario a quello delle cortine fumogene. Elucida un contesto piuttosto che annebbiarlo. Insomma aiuta a far chiarezza nella testa dei lavoratori e non solo. Poi ci sono i fumi che uccidono. Esalazioni velenose come i gas sprigionati ieri dalla cisterna che ha ucciso tre operai a Capua. Le statistiche dicono che in media ci sono tre morti al giorno per lavoro. Ieri ce ne sono state quattro, di cui tre tutte in una volta. Un vero strike, come i birilli del bowling. Il quarto è morto a Pescia, in provincia di Pistoia, risucchiato dalla pressa di una fabbrica, la 3f ecologia, che si occupa del riciclo della carta. La vittima è un operaio di 36 anni, Marius Birt, di nazionalità romena. Al contrario dei fumogeni queste morti non sono percepite dall’establishment come un pericolo per l’ordine pubblico. Bonanni e Marchionne possono dormire sonni tranquilli. Dormiranno male, invece, i familiari di Giuseppe Cecere, 50 anni, capuano, sposato e padre di tre figli e quelli di Antonio Di Matteo, 63 anni, di Macerata della Campania e Vincenzo Musso, 43 anni, di Casoria, che ieri si disperavano davanti alla Dsm, stabilimento con 80 dipendenti. Una multinazionale farmaceutica olandese con 200 siti distribuiti in 49 Paesi, che da quanto emerge dai primi accertamenti avrebbe dato in appalto ad una ditta edile di Afragola, la Errichiello, i lavori di pulizia del silos killer. Severo il primo giudizio sostituto procuratore di Santa maria Capua Vetere, Donato Ceglie, chiamato a svolgere l’inchiesta e che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo plurimo: «Da quanto sta emergendo mi sembra che non ci fosse sufficiente sicurezza e protezione». Killer dunque non sarebbe stato il silos ma le condizioni di lavoro, il che rinvia all’intera filiera delle ditte appaltatrici chiamate a svolgere questo genere di attività. L’abbattimento dei costi spinge a ricorrere a lavoro dequalificato con turni di lavoro straordinari, senza adeguata formazione, protezione, dotazione tecnica e sicurezza. Colpevoli sono quei rapporti sociali che disprezzano la vita di chi lavora. Sembra accertato che i tre stessero lavorando in ore di straordinario per terminare la bonifica della cisterna e che siano stati investiti da un improvviso processo di fermentazione dei residui presenti nel fondo del locale mentre smontavano i ponteggi. Uno dei tre sarebbe intervenuto per portare soccorso agli altri due, finendo anche lui avvelenato. Le morti durante operazioni di pulizia e manutenzione delle cisterne sono diventate una delle cause maggiori di decesso sui posti di lavoro. L’ultimo episodio è accaduto il 25 agosto scorso in Puglia, anche lì vennero coinvolti tre lavoratori ma alla fine due si salvarono. Un altro episodio ci fu all’inizio dell’anno, in un paesino alla periferia di Alessandria, due operai scesi in un deposito di un distributore in disuso morirono investiti da un flusso di gas. Dal 2006 si contano almeno altri sette episodi di particolare gravità che portano il numero dei lavoratori avvelenati a 26. Terribile l’incidente accaduto a Mineo, in Sicilia, nel giugno 2008, che provocò la morte di sei operai che pulivano la vasca di un depuratore comunale. Il calo dei morti sul lavoro registrato dall’Istat nell’ultimo anno non è dovuto a un miglioramento delle misure di sicurezza e ma solo al decremento dell’occupazione e della produzione dovuto alla crisi. Lo prova il contemporaneo aumento delle malattie professionali. Si lavora in pochi, male e troppo.

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Stragi del capitalismo: operai morti in cisterna, i precedenti degli ultimi anni

Stragi del capitalismo: operai morti in cisterna, i precedenti degli ultimi anni

Capitalismo killer: 26 morti asfissiati o avvelenati negli ultimi anni

Dispaccio (ANSA) 11 settembre 10 – 16:34

Il capitalismo uccide. Difenditi


Come a Capua dove oggi sono morti tre operai mentre stavano provvedendo all’interno di un’azienda di Afragola allo smontaggio di un ponteggio che era stato allestito all’interno di uno dei silos di fermentazione, sono stati numerosi negli ultimi anni gli incidenti mortali che hanno visto vittime operai che lavoravano in operazioni di manutenzione o pulizia di cisterne o vasche. Eccone un riepilogo dei più gravi:

25 agosto 2010: nelle campagne di san Ferdinando di Puglia, tra le province di Bari e Foggia, muore un operaio (due i feriti) per le esalazioni di gas mentre stava impermealizzando una cisterna per l’acqua piovana.

12 gennaio 2010: tra Sale e Tortona (Alessandria), due operai, scesi in un deposito di un distributore in disuso, muoiono investiti da un flusso di gas.

15 giugno 2009: a Riva Liure (Imperia) due operai muoiono dopo essere caduti in una vasca di acque nere situata all’interno di un depuratore.

26 maggio 2009: tre operai muoiono per asfissia, nello spazio di pochi minuti, l’uno per salvare l’altro in una cisterna negli impianti della raffineria Saras di Sarroch (Cagliari).

11 giugno 2008: sei morti a Mineo (Catania) mentre pulivano una vasca del depuratore. Quattro erano dipendenti comunali, altri due di un azienda privata.

3 marzo 2008: cinque persone muoiono a Molfetta (Bari) per le esalazioni liberatesi durante la pulitura della cisterna di un camion. Nella cisterna perdono la vita tre dipendenti e il titolare dell’azienda ‘Truck center’, un altro lavoratore muore in ospedale il giorno seguente.

18 gennaio 2008: due operai addetti ai lavori di pulizia della cisterna di una nave a Porto Marghera (Venezia) muoiono asfissiati dalle esalazioni di gas.

16 marzo 2007: due lavoratori muoiono a Cogollo di Tregnago (Verona), uccisi dalle esalazioni provenienti dalla cisterna in cui si erano calati per eseguire lavori di manutenzione.

18 agosto 2006: due operai muoiono cadendo in una cisterna, storditi dalle esalazioni in uno stabilimento oleario di Monopoli (Bari).

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Cronache operaie
Fumi che uccidono operai e fumogeni che fanno tacere i sindacalisti collaborazionisti

Fumate di democrazia

Raffaele Bonanni, la prossima volta i tuoi comizi falli direttamente in un consiglio di amministrazione

Un fumogeno è un fumogeno è un fumogeno

Ida Dominijanni
il manifesto 10 settembre 2010


Narrano le cronache che il lancio del fatidico fumogeno su Bonanni da parte di una militante di Askatasuna è stato preceduto, e scatenato, dal lancio di due sedie sui contestatori da parte di due militanti cislini. Per carità, il gioco del «chi ha cominciato» non è mai stato di particolare aiuto nell’analisi di fatti del genere. Però qual è la differenza fra due sedie e un fumogeno? Il fumogeno fa più scena, ma le sedie possono fare più male: andrebbe detto almeno per la precisione. La precisione del resto scompare dai commenti su «l’aggressione a Bonanni»: delle due sedie non c’è traccia, perché romperebbero lo schema. Con poche varianti, lo schema è il seguente: un’aggressione violenta che lede il diritto di parola che è il sale della democrazia, ergo un’aggressione alla democrazia. Accidenti. Sembra di vivere in un reality sull’agorà ateniese, dove chiunque voglia dire la sua alza un dito e parla circondato da sorrisi, «prego si accomodi», «mi perdoni ma non sarei d’accordo», «aggiungerei quest’argomento» e consimili, e poi si decide ordinatamente, in circolo e per alzata di mano il bene comune. Invece viviamo nel reality dell’Italia berlusconiana e berlusconizzata, dove a parlare sono sempre i soliti noti, peraltro più maleducati che mai e più che mai incapaci di fare qualcosa che assomigli alla politica, e tutti gli altri – tutti: non solo «i ragazzi dei centri sociali», che detto per inciso non sono una tribù di scimmie – sono senza rappresentanza e senza rappresentazione. E da qualche giorno, vista la selva di invettive contro i fischi a Schifani e Bonanni, pure senza diritto di contestazione. Domanda: chi è che sta demolendo la democrazia? Risposta: un fumogeno.
Un fumogeno è un fumogeno è un fumogeno, come la proverbiale rosa. Invece no, perché serve «a coprire il coraggio dei riformisti», spiega Il Sole 24 ore che ci attacca per aver evocato contro Cesare Damiano il martello di Rita Pavone senza essere Pete Seeger: ripareremo. Invece no, perché «questa volta era un fumogeno ma niente vieta di immaginare per il futuro una pietra o altro», avverte La Stampa, non l’unica ad agitare gli spettri. Meglio Il Riformista, che almeno lo fa apertamente: siamo pur il paese «dell’Autonomia operaia, la P38 e le Brigate rosse»: il passato può sempre tornare, dunque «non scherziamo col fuoco». Però è lo stesso Riformista a invitare energicamente il Pd a uscire dal guado evitando di «restarsene abbarbicato a Di Pietro e Vendola» e imboccando con decisione la via dell’alleanza costituente, perché «questi sono tempi da compromesso storico», brillantemente evocati del resto dalla bolla bersanian-fassiniana di «squadristi» rivolta ai contestatori di Torino e ricalcata pari pari sui «diciannovisti» di berlingueriana memoria. Domanda: chi è che sta scherzando col fuoco? Risposta: «un manipolo di giovani barbari» (Corsera, sic).
Non scherza invece Enrico Letta, con quel suo ossessivamente scandito «voi, con noi, non c’entrate nulla», autentico inno al dialogo rivolto agli ospiti inattesi della festa di Torino. Né chi, dal governo e dall’opposizione, equipara lo sciopero al sabotaggio e la produttività al paradiso. Né chi alza limiti e paletti su tutto, dal diritto di manifestare agli ingressi negli stadi. Né chi, a sinistra più che a destra, invoca partecipazione solo un attimo prima che la platea sociale si trasformi in platea elettorale. Nessuno di costoro sta scherzando col fuoco, perché nella democrazia dell’opinione l’unica cosa che conta è che the (talk)show must go on. Chi lo interrompe, con o senza fumogeni, è perduto.
Non scherza infine e soprattutto chi, dall’opposizione di sinistra e di destra, non trova altra bandiera da sventolare che quella del rispetto della legalità, senza saper distinguere fra l’illegalità di un sistema di potere e l’illegalità di un fumogeno contro quel sistema, e finendo anzi con l’usare la seconda per coprire di fumo la prima. Del resto, non sarà per caso che a lanciare quel dannato arnese stata la figlia di un pm. Malgrado gli spettri del passato i tempi cambiano: dalle contraddizioni in seno al popolo a quelle in seno alla legalità.

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In alto i toni! sulla contestazione a Bonanni

Marchionne licenzia e chiede i danni a chi sciopera, pretende di scegliersi la controparte, disdice contratti firmati, vorrebbe una fabbrica di operai in silenzio e Bonanni che fa? Ovviamente è d’accordo

Centro Sociale Askatasuna – Torino
9 settembre 2010

Contestare qualcuno è legittimo, alla festa del Pd come in qualsiasi altro luogo. Se poi la festa si tiene in una piazza, libera e di tutti, lo è ancora di più.
Se quel qualcuno è Bonanni, è giusto persino di impedirgli di parlare. Le prese di posizione che trovano spazio sui giornali e sui tg di ieri e oggi lasciano alquanto dubbiosi per le categorie che si utilizzano (attacco violento, squadrista, ritorno agli anni di piombo) e per le soluzioni (isoliamo i violenti, abbassiamo i toni). Non appena accade un fatto si apre il circo della politica, quello che foraggia i Bonanni e i Letta, quello dei salotti televisivi, quello del volemose bene.
Bonanni è il responsabile di quanto sta avvenendo nel nostro paese con la Fiat e più in generale nel mondo del lavoro. E’ la sponda certa per Confindustria e Governo su qualsiasi argomento. Il sindacato che rappresenta si permette di estromettere un altro sindacato dalla contrattazione e dalla rappresentanza nonostante abbia più iscritti del suo. Quelli come Bonanni sono tra i tanti responsabili delle condizioni di vita e di lavoro che vive la gente, rappresentando gli interessi di chi non ne ha bisogno a discapito di chi lavora.
Togliere la parola a qualcuno non è una cosa così fuori dal mondo, del resto a quanti è tolta parola (e la dignità) tutti i giorni per le scelte dei vari Bonanni? I senza voce sono quelli (metalmeccanici o meno) che possono solo subire una vita di ricatti, che gente come “il nostro”, avvallano e perpetrano. Zittirlo è legittimo punto e basta.
Ora sui motivi della contestazione non entriamo neanche nel merito parchè sono così tanti e chiari che ci sembra di offendere chi legge. Sui modi possiamo spendere qualche parola perché chiamati in causa più volte e nelle maniere più fantasiose. I centri sociali non sono un’entità fuori dal mondo, estromessa dalla quotidianità, con soldati pronti a combattere la prossima battaglia. Sono luoghi dove trovano spazio tutti, lavoratori, studenti o disoccupati che siano, e in quello spazio, non solo fisico, si confrontano ed esprimono le tensioni di questa società. A differenza dei partiti, i collettivi e le soggettività che trovano spazio nei centri sociali intendono la democrazia come una pratica di partecipazione diretta, senza mediatori, senza rappresentanze. I “democratici” intendono la democrazia come un insieme di regole e norme alle quali far sottostare i governati, estromettendosene ed elevandosi a rappresentanti di tutto e tutti. E visto che questa è la democrazia, ebbene si siamo anti-democrtatici. La politica per noi non è un posto di lavoro, non è una carriera alla cui aspirare, è un mezzo per mettere in pratica i bisogni collettivi che questo sistema nega con tutti i mezzi che ha disposizione. Così è normale che vadano anche i centri sociali a contestare Bonanni, perché essi sono la voce di quanti non ce l’hanno, e a differenza dei partiti, senza voler rappresentare nessuno, mettono in pratica quello che molti lavoratori avrebbero voluto fare ma che non possono fare, limitandosi a insultare Bonanni davanti alla televisione.
Altro che abbassare i toni, qui i toni sono da accendere al massimo volume! E’ semplice per politici, opinionisti e sindacalisti patinati fare i discorsi che abbiamo letto sui giornali che richiamano al confronto , alla pacatezza, a tante belle parole. Ci dicono anche che così si rischia di rispolverare la figura del nemico o non quella di semplice avversario. Certo per chi fa parte della stessa cricca è normale che chi schiaccia o collaborare a schiacciare sotto i piedi i tuoi diritti minimi sia solo un avversario, come in una partita a briscola. E se gli devi dire qualcosa, glielo devi dire con gentilezza e abbassando i toni. Per noi non è così, crediamo ancora che esistano le categorie dei nemici, e questo mondo ce lo dimostra giorno dopo giorno, e siccome non partecipiamo a un torneo di carte, e la partita è la vita di tutti, indichiamo e avversiamo i nemici. Siamo di parte, e lottiamo per una parte sola di questa società: quella che lavora o non lavora, che è sottomessa a chi comanda e chi governa, quella delle fabbriche che chiudono e non sa come arrivare a fine mese. Padroni, proprietari, sindacalisti di mestiere, politici di professione, pennivendoli al soldo dei propri editori sanno far valere le loro ragioni molto bene!
Al resto delle considerazioni non diamo neanche spazio, il ritorno degli anni di piombo, la violenza estrema, lo squadrismo e tante altre parole le lasciamo al vento assieme a quelle tante altre che sentiamo in tv tutti i giorni. Avessimo mai sentito dire a Bersani parole del genere nei confronti degli squadristi veri, dei fascisti in doppiopetto, degli imprenditori delle varie cricche allora potremmo anche prenderle in considerazione.

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Fumi di democrazia
Stragi del capitalismo: operai morti in cisterna, i precedenti degli ultimi anni
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Romiti, “A Marchionne dico: operai e azienda, la contrapposizione di interessi ci sarà sempre”
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E’ morto Romano Canosa, pretore del lavoro negli anni 70

Faceva parte di quei giudici per cui venne coniata la definizione di “pretori d’assalto”.  Tradusse con coraggio nel campo del diritto del lavoro il mutato rapporto di forze che per una parte degli anni 70 fu favorevole alle classi lavoratrici, non senza ingenerare equivoci sulla funzione progressiva della “giurisprudenza creatrice” messa in campo da una parte della magistratura.
Esponente ultragarantista di Magistratura democratica, di cui fu fondatore, venne progressivamente marginalizzato per la sua opposizione contro la svolta emergenzialista e autoritaria impressa alla corrente di sinistra della magistratura.
Critico nei confronti di un modello di giustizia imperniato sul cosiddetto “governo dei giudici”, spostò così la sua attenzione sugli studi storici

«Canosa, il giudice che si fece storico»

Amedeo Santosuosso
Corriere della Sera 7 settembre 2010

Caro direttore, il passaggio da «storia di un pretore» a «un giudice che si fa storico» bene descrive il compasso esistenziale e scientifico di Romano Canosa (morto il 7 agosto nella sua casa di Ortona all’ età di 75 anni). Uomo di grande cultura, si può dire che sia stato storico da sempre (si veda La magistratura in Italia dal 1945 a oggi, 1974), anche quando il suo impegno principale era quello di giudice o era rivolto alle diatribe culturali e politiche. Per altro verso, ha continuato a essere un «giudice» anche quando, negli ultimi anni, la sua produzione storica era diventata imponente e lui era profondamente deluso dal modo in cui i giudici italiani facevano governo della loro indipendenza. La sua bibliografia conta una settantina di libri più svariati articoli, questi ultimi diradati negli ultimi anni, convinto com’era che «solo i libri durano». Negli anni Ottanta la sua prospettiva storica, che inizialmente comprendeva l’Otto-Novecento e riguardava principalmente la risposta delle istituzioni ai movimenti sociali e politici (era convinto della necessità di trascendere il dibattito politico della sinistra italiana ampliando la prospettiva temporale), si allunga al Cinque-Seicento e oltre. Si pensi ai cinque volumi su la Storia dell’ Inquisizione in Italia dalla metà del ‘ 500 alla fine del ‘700, alla Storia dell’ Inquisizione spagnola in Italia e a vari altri lavori sulla caccia alle streghe o su magistrati e untori al tempo della peste di Milano. Ha scritto molto anche sulla sessualità, sulla prostituzione in Italia dal 400 alla fine del 700, sulla sessualità nei conventi femminili fra ‘400 e ‘700. Negli ultimi due decenni credo che si possano cogliere due tendenze nella sua produzione. Per un verso ha conservato il suo interesse per il Cinque-Seicento (si veda Storia di Milano nell’ età di Filippo II, La vita quotidiana a Milano in età spagnola, Storia del Mediterraneo nel Seicento, Banchieri genovesi e sovrani spagnoli tra 500 e 600, Lepanto – Storia della «Lega Santa» contro i Turchi, I segreti dei Farnese), ma soprattutto ha portato l’attenzione su temi di storiografia generale, di cui sono espressione di grande rilievo i vari libri sul fascismo, a partire dal 2000 fino all’ ultimo Farinacci, il superfascista (2010), o su Pacelli – I rapporti tra la santa sede e la guerra civile spagnola (2010). Per altro verso, Canosa, che da sempre era stato attento al rapporto tra scienza, medicina, psichiatria e diritto, scrivendo testi importanti (si pensi a Storia del manicomio in Italia, 1979, e agli studi su la freniatria ottocentesca), è stato attratto piuttosto dalle dinamiche umane di lunga durata. Non tollerava la storia come ideologia (si sa che la storia, specie quella contemporanea, è affetta da un alto tasso di ideologia e di partito preso, che la rende poco credibile). La sua risposta era un aggancio rigorosissimo al dato documentario, come reperibile negli archivi, che negli ultimi decenni ha frequentato in Italia e in Spagna con una regolarità e un impegno crescenti. Alla arbitrarietà di certi racconti storici Canosa ha preferito l’esposizione austera, talora essenziale, delle fonti archivistiche. Ne è risultato uno stile rigoroso, asciutto, senza concessioni alle mode culturali, che importanti editori hanno apprezzato pubblicando i suoi numerosi libri (Mondadori, Feltrinelli, Einaudi e Menabò). Gli studi più recenti sul suo Abruzzo sono stati poi un ritorno a casa, ricercato e costruito con passione, ma non un rifugiarsi nel localismo, vista la sua straordinaria capacità di collegare elementi fondamentali della vita locale con dinamiche storiche e politiche più ampie. Insaziabilmente attento alle miserie e alle passioni che agitano l’ animo umano, le osservava attraverso la lente dei suoi studi. I libri erano diventati via via il mezzo privilegiato di comunicazione con la vita, una finestra sul mondo si potrebbe dire, quasi che la presa diretta potesse limitare la sua libertà. Aveva una visione profonda e disincantata delle cose e, nello stesso tempo, la capacità straordinaria di cogliere, anche nella più piccola vicenda (non importa se fosse presente, nel suo lavoro di giudice, o emersa dai suoi studi storici), la scintilla che la animava, come il riflesso di un qualcosa si superiore, quindi capace di comprensione universale.

“Delazioni industriali”, la nuova filosofia aziendale di Marchione

Giovanni Barozzino, operaio, delegato Fiom della Sata-Fiat di Melfi, licenziato e poi reintegrato dalla magistratura del lavoro risponde alle accuse anonime pubblicate da Panorama: «“Panorama” scrive il falso. Antisindacale è la Fiat»

Paolo Persichetti
Liberazione 5 settembre 20120


Sergio Marchionne ha l’ambizione di passare alla storia come un grande innovatore. Ma non sarà certo il freeweare, l’abbigliamento informale sui luoghi di lavoro, il maglioncino al posto della cravatta, roba per chi pensa che il ’68 sia stato una moda vestimentaria che ha mandato in soffitta colletti inamidati e cravatte, che marcherà la memoria dei posteri. Il manager che parla di filosofia, il grande guru della «qualità totale», verrà ricordato come l’inventore di un nuovo modello di relazioni in fabbrica: le delazioni industriali. Il settimanale Panorama pubblica questa settimana, con tanto di foto in prima pagina e titolo “Gli eroi bugiardi”, un servizio a firma di Antonio Rossitto che copovolge totalmente la ricostruzione dei fatti sancita dalla magistratura del lavoro e che ha portato al reintegro nello stabilimento dei tre operai della Fiat-Sata di Melfi, licenziati dall’azienda dopo uno sciopero e un corteo interno perché accusati di aver sabotato le linee di produzione ostacolando lo scorrimento dei carrelli.
Ma lo fa sulla base di tre testimonianze rigorosamente anonime. Un fatto giustamente percepito dai lavoratori come una intimidazione mafiosa, un messaggio obliquo, roba da padroni che fanno i padrini. Alcuni degli “anonimi” si presentano come delegati sindacali concorrenti della Fiom. Ed è tutto dire. Che sia la dimostrazione di quella «complicità» sindacale auspicata dal nuovo modello delatorio di relazioni industriali?
L’anonimato, prova a raccontare il settimanale, sarebbe giustificato dal «pesante clima d’intimidazione e violenza» che si vivrebbe in fabbrica ad opera dei lavoratori aderenti alla Fiom per poi subito doversi smentire riconoscendo che «la gente pensa che dobbiamo schierarci con i tre [licenziati] a prescindere», «stanno tutti con la Fiom», «All’interno dello stabilimento, dopo che il giudice ha dato ragione alla Fiom, tutti sono schierati con gli operai licenziati». Sempre secondo i tre anonimi, persino nei paesi dove risiedono la popolazione è schierata con gli operai licenziati.
Certo l’anonimato non è un bel modello di trasparenza e quanto a valenza probatoria è pari a zero. Lo dovrebbe sapere molto bene il settimanale di casa Berlusconi che di processi se ne intende. Che cosa direbbe mai l’attuale inquilino di palazzo Chigi di fronte ad un eventuale tentativo di portarlo in giudizio sulla base di denunce anonime?
Nel corso di una conferenza stampa, tenuta ieri mattina a Rionero in Vulture (Potenza), la Fiom e i tre operai hanno annunciato querela in sede penale e civile contro la pubblicazione di «notizie dal contenuto altamente diffamatorio e che travisano la realtà dei fatti già accertata dal giudice del lavoro che ha condannato la Fiat per comportamento antisindacale». Giovanni Barozzino, uno dei tre licenziati e poi reintegrati, «il delegato più votato in fabbrica», come dice uno dei tre delatori, è abituato a parlare a viso aperto e ribadisce al telefono che «la sera dello sciopero interno, prim’ancora che si sapesse delle sospensioni cautelative dal lavoro di noi tre, tutti i delegati Rsu presenti, cioè Fim, Fiom, Uilm, Ugl, firmarono una lettera in cui si spiegava che lo sciopero e il corteo si erano svolti nel pieno rispetto delle regole».

Allora da dove sono usciti fuori questi tre testimoni anonimi che dicono di essere anche sindacalisti, addirittura presenti quella sera?
Non lo so. Quelli presenti dopo l’atteggiamento provocatorio del preposto aziendale che aggredì verbalmente uno dei lavoratori, non solo hanno tutti sottoscritto un documento in cui si rigettavano le sue accuse, consegnato all’azienda appena mezz’ora dopo l’episodio, ma l’intera Rsu compatta si è poi recata sulle linee per rassicurare il lavoratore aggredito.

Cosa era accaduto esattamente?
Ad un certo punto del corteo ho sentito il preposto aziendale inveire in modo violento e autoritario contro uno dei lavoratori, poi licenziato. Sono intervenuto dicendogli che non aveva alcuna autorità per rivolgersi contro di lui in quel modo, minacciandolo addirittura di licenziamento. Per altro Marco è un ragazzo molto sensibile, più giovane di noi, sta soffrendo molto questa esperienza. In questi giorni ha anche avuto un malore per lo stress.

Ma allora questi testimoni sono dei fantasmi?
Il giornalista di Panorama descrive un quadro aziendale, il terzo anonimo dell’intervista, che avrebbe incontrato sempre in maniera furtiva a fine turno di lavoro, come uno che «odora ancora di sudore e di lamiera». Scrive proprio così, sudore e lamiera. Ora, con tutto il rispetto per i diversi ruoli che si hanno nel lavoro, a puzzare di sudore e di lamiera sono gli operai non i quadri.

Dunque la vostra impressione è che si tratti di una montatura?
Non penso che sia solo la nostra. Noi comunque non vogliamo prestarci a questo gioco. E’ una trappola dentro la quale vogliono farci cadere. Non abbiamo fatto alcun sabotaggio. Chi ha avuto un comportamento antisindacale è stata la Fiat. Lo ha detto una sentenza ed a quella ci atteniamo.

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Romiti: «A Marchionne dico: Operai e azienda? La contrapposizione di interessi ci sarà sempre»

L’intervista – L’ex amministratore delegato: bisogna imparare dal passato. L’Italia ha visto situazioni tragiche ed è riuscita a superarl. I sindacati? Li puoi battere, non dividere. Durante le vertenze anche le tensioni vanno governate

Il partito invisibile di Mirafiori interviene in Fiat

Aldo Cazzullo
Corriere della sera
28 agosto 2010

«Sa qual è la prima cosa che mi è venuta in mente, ascoltando l’intervento di Sergio Marchionne al Meeting di Rimini?». No, dottor Romiti. Ce la dica. «Ho pensato a quando, due mesi fa, vidi Raffaele Bonanni in tv, intervistato a “In mezz’ora”, su RaiTre. Lucia Annunziata gli chiese: “Scusi, lei preferisce Romiti o Marchionne?”. Lui, un po’ imbarazzato, rispose: Marchionne. Il giorno dopo gli telefonai. Bonanni, decisamente imbarazzato, pensava volessi lamentarmi. Invece gli dissi: “Non si preoccupi, ci mancherebbe altro che uno non possa esprimere le sue opinioni. Vorrei solo capire le ragioni per cui ha risposto in quella maniera”. Bonanni, sempre più imbarazzato, disse che non si aspettava la domanda della giornalista. Chiusi la conversazione ricordandogli che i giudizi vanno dati nel lungo termine, in base ai risultati…».

Dottor Romiti, da quando nel ’98 lasciò la Fiat lei non ha mai parlato dei suoi successori né dell’azienda. Che cosa non le è piaciuto dell’intervento di Marchionne?
«Marchionne ha fatto bene a parlare del presente e del futuro. Ma le cose di oggi esistono perché c’è stato il passato. Del passato non s’è parlato. O, meglio, si è parlato delle presenze internazionali della Fiat come di realizzazioni nuove, anche là dove si tratta di fatti acquisiti».

A cosa si riferisce?
«Al Brasile. Agli Stati Uniti, per quanto riguarda le macchine movimento terra e i trattori. Alla Cina. Quando arrivai, nel ’74, il Brasile era sguarnito: vi si era insediata la Volkswagen. La Fiat, con Peccei, aveva puntato sull’Argentina: una tragedia. Smobilitai l’Argentina e riorganizzai ex novo la nostra presenza in Brasile, dove nacque uno dei principali stabilimenti Fiat, da cui sono sempre venuti forti utili».

Ci sono altri temi su cui Marchionne non la convince?
«Sì. Quando tratteggia un futuro in cui non esiste la lotta di classe. Ora, guai se mancasse non dico la lotta, ma la contrapposizione degli interessi. Sarebbe un guaio che non finisce mai. Un conto è trovare la formula per ricomporre la contrapposizione, come in Germania, con la partecipazione dei lavoratori ai risultati dell’impresa. Ma la contrapposizione degli interessi ci sarà sempre, ed è un bene che ci sia».

Marchionne chiede un nuovo patto sociale.
«Ecco il punto principale. Vede, la situazione che affrontammo noi nel 1980 era un po’ più complicata di quella di oggi. Oggi per fortuna non scorre il sangue. Allora scorreva il sangue. Ci ammazzarono il vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno, e il responsabile della pianificazione, Carlo Ghiglieno. Le Br ci azzoppavano un caposquadra ogni settimana. Di fronte avevamo leader sindacali che si chiamavano Lama, Carniti, Benvenuto, Bertinotti; non voglio fare paragoni con quelli di oggi, ma diciamo che erano leader di un certo calibro. Eppure noi non ci siamo mai sognati di dividere il sindacato, o anche solo di provarci. Il sindacato lo puoi battere, non dividere. Dividere il sindacato è un errore grave, perché il sindacato escluso ti tormenterà nelle fabbriche; a maggior ragione se è il sindacato più grande. Ed è proprio quel che sta accadendo».

Guardi che la Fiat ha tentato a lungo di raggiungere un accordo con la Cgil e la Fiom.
«Il rapporto tra azienda e sindacato è un rapporto dialettico. È sbagliato rinunciare a parlarsi, cercare accordi separati, lasciar fuori qualcuno».

Marchionne dice di essere disposto a incontrare Epifani.
«Ma intanto elogia gli altri due leader sindacali, chiamandoli pure per nome, tra gli applausi. Mi pare un crinale pericoloso. Nel momento in cui sarebbe meglio placare le divisioni, le si alimenta. Mi auguro sinceramente che tutto si risolva bene per la Fiat, ma la situazione è delicata. Anche perché ogni sindacato è da sempre legato a un partito, o comunque a posizioni politiche, pro o contro il governo. Anche per questo dividere il sindacato porta sempre svantaggi».

Marchionne ha ricordato di aver trovato nel 2004 una Fiat sull’orlo del fallimento. Non è forse così?
«La storia della Fiat è legata a grandi cicli e a brevi periodi di gravi difficoltà. Dopo il grande ciclo di Valletta, ci furono cinque o sei anni neri. Poi c’è stato il ciclo tra il 1974 e il 1998, in cui sconfiggemmo il sindacato, battemmo le Brigate rosse, riportammo l’ordine in fabbrica. Nel ’98 lasciai la Fiat in condizioni ottime. Sono seguiti sei anni di interregno, in cui morirono prima l’Avvocato e poi Umberto Agnelli, mentre si susseguivano amministratori delegati che non davano buoni frutti. Ora mi auguro davvero che si apra un nuovo ciclo virtuoso. Dico solo che la teoria della pacificazione generale e la divisione del sindacato non mi sembrano le premesse giuste. Anzi, sono le premesse che hanno creato il caso Melfi».

Che idea si è fatto della vicenda dei tre operai?
«Quella notte a Melfi è accaduto quel che accade da sempre in caso di sciopero. L’ostruzionismo c’è stato. Il licenziamento dei tre può anche essere legittimo, per quanto due di loro siano sindacalisti. Ma io non avrei acuito la tensione. Se il tribunale decide per il reintegro, si prepara l’appello, e intanto si rispetta la sentenza. Lo scontro va rabbonito, non eccitato».

Lei andò allo scontro con i sessantuno licenziamenti del 1979.
«Come si fa a paragonare la Mirafiori del 1979 con la Melfi del 2010? A Torino avevamo decine di migliaia di operai, un partito comunista fortissimo, il terrorismo nelle fabbriche. Melfi è sempre stata una fabbrica tranquilla, ideale. Le sono particolarmente affezionato perché l’ho voluta io. E ricordo ancora la gioia con cui, quando gli telefonai, reagì il sindaco, al pensiero dei concittadini che avrebbero avuto un’opportunità di lavoro. Gente particolarmente adatta: seria, affidabile. Noi decidemmo di licenziare i sessantuno dopo che le nuove cabine della verniciatura, fatte secondo le norme, vennero subito sabotate. E non tenemmo all’oscuro il sindacato, anzi, avvertii Lama, Carniti e Benvenuto. Dissi: “Vi comunico che faremo questi licenziamenti. Non chiedo il vostro assenso. Vi chiedo però di non fare causa, perché lo facciamo anche nel vostro interesse, visto che questi sono violenti: terroristi o contigui al terrorismo”. Fecero causa lo stesso, e venne fuori che una buona parte dei sessantuno erano legati all’eversione armata. Altro che i tre di Melfi».

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Perché a Romiti non piace il capitalismo di Marchionne

Quando Marchionne criticava l’arida ricerca del profitto del capitalismo anglosassone…

Ferruccio de Bortoli
Il Sole 24 ore 25 settembre 2007

Gli anni della grande paura borghese

Cesare Romiti non ama i pullover. «Continuo a portare la cravatta, quella non me la tolgo di sicuro». L’ex amministratore delegato e presidente della Fiat, 84 anni, si toglie invece qualche sassolino dalla scarpa dopo aver letto, domenica sul Corriere della Sera, l’intervento del suo successore alla guida della Fiat, pronunciato al convegno pugliese della rivista prodiana “L’Industria”. Un discorso molto applaudito, soprattutto a sinistra. «Una società liberale che vuole durare nel tempo – sostiene Sergio Marchionne, 55 anni – deve difendere chi è colpito dal cambiamento».
L’artefice della rinascita del gruppo torinese critica l’arida ricerca del profitto del capitalismo anglosassone, rivaluta le virtù del welfare europeo, rilancia il dialogo con i sindacati, ma non manca di sottolineare l’importanza del mercato, la centralità del merito, dell’efficienza e della competitività. Piero Fassino intravede nel manifesto di Marchionne una forte impronta riformista e socialdemocratica, quasi un nuovo modello capitalista. «Sono pronto ad allearmi con lui».
Nella sua casa milanese, Romiti scuote il capo e premette di avere una grande stima di Marchionne, ma di non aver digerito affatto alcuni passaggi di quell’intervento, in particolare quando, parafrasando Dickens, si dice che la Fiat «sta facendo molto, molto meglio di quanto non abbia fatto, sta andando verso un posto migliore, molto migliore di quanto non sia mai stata». Come se chi fosse venuto prima di Marchionne possa essere paragonato al perfido Fagin o al triste Sower di Oliver Twist.
No, argomenta con calma Romiti: la storia della Fiat, ma di qualsiasi altra grande impresa, va giudicata tenendo conto del contesto politico e sociale del tempo. Se questo, forse, è un capitalismo più avanzato, quello di prima non era né reazionario né insensibile ai temi sociali. Non c’è un modello buono e uno cattivo.
«Non dimentichiamoci che cos’era l’Italia della fine degli anni 70: scioperi, conflittualità e la minaccia del terrorismo». Marchionne cita, nel suo intervento, Mel Gibson nel film Braveheart: «Gli uomini non seguono gli uomini, gli uomini seguono il coraggio». E quanto coraggio, dice Romiti, bisognava avere negli anni in cui cadevano Ghiglieno e Casalegno? Quando vivevamo sotto scorta e ogni giorno qualcuno veniva gambizzato? Era quello un capitalismo cattivo e pavido? Che cosa sarebbe oggi la Fiat, ma anche il Paese, se non vi fosse stata la marcia dei quarantamila e, prima, il licenziamento di quei 61 dipendenti, fra i quali vi erano molti sospetti collusi con la lotta armata?
I ricordi si moltiplicano, anzi si affollano. «Gli anni del terrore furono anni terribili, durante i quali fare impresa, andare in ufficio o in fabbrica ogni giorno equivaleva a compiere un atto di coraggio civile che metteva a repentaglio la vita propria e dei propri collaboratori». Romiti parla di Ghidella, Callieri, Mattioli, Annibaldi. «E Guido Rossa? Io stesso fui oggetto di un tentativo di sequestro. Ma lasciamo perdere».
Gli anni passano, dottor Romiti, e qualche errore lo fece anche lei, lo ammetta. «Sì, ma la crisi della Fiat è stata il risultato di una serie di decisioni sbagliate, e di persone sbagliate. Soprattutto dopo il ’98, da quando lasciai la presidenza. Marchionne è stato bravo, lo riconosco. Ma il dialogo con il sindacato lo avevamo anche noi, aprivamo asili, colonie per i figli dei dipendenti, case, servizi». Insomma, Romiti non lo dice, ma trova molto ingeneroso il silenzio di Marchionne sugli anni difficili della Fiat. «Gli scioperi dopo la marcia dei quarantamila nell’80 finirono. Non se lo ricorda più nessuno. Ora non ci sono più? Sono contento, anche se mi sembra che a Termini Imerese qualche sciopero ci sia stato ancora, recentemente». La Fiat di Romiti diversificò le proprie attività, con successo. La Fiat di Marchionne si concentra sull’auto. Con successo.«Bene, ma allora perché non cede la partecipazione in Rcs, visto che è cambiato il modello di capitalismo?».
Ma il successo è innegabile o no? Romiti, alla fine, a mezza voce esprime qualche dubbio persino sul fatto che la ripresa di Torino sia così forte e stabile come appare e come testimonia la quotazione in Borsa. E poi ci sono le stock option, che proprio non gli vanno giù. Qualcuno ha fatto il calcolo, sostiene, di quanti secoli deve lavorare un dipendente Fiat per mettere insieme l’ammontare degli emolumenti del proprio amministratore delegato? «Una volta il rapporto fra quanto guadagnava un top manager e un dipendente era molto inferiore». Sì, ma la sua liquidazione, dottor Romiti, fu di diverse decine di miliardi. «Così si stabilì con l’Avvocato, ma le stock option condizionano giornalmente le scelte del manager. Non sempre quello che va bene per lui va bene per l’azienda». La conversazione termina ancora sul pullover. «Ho letto che poi se lo è messo anche Prodi…». Il cronista traduce non autorizzato: stia attento Marchionne, straniero in Patria, a non indossare, senza volerlo, oltre un pullover, una casacca.

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