Pomigliano, presidio permanente dei cassintegrati. In tenda davanti ai cancelli Fiat con il megafono di Oreste Scalzone e il sax di Daniele Sepe

In gemellaggio con i lavoratori di Mirafiori i Cobas hanno iniziato la loro protesta fuori dal Gianbattista Vico. L’ex rsu: “Regna un clima di paura perché Marchionne ha dato lavoro a pochi e lascia a casa tanti altri”

http://www.ilmanifesto.it 8 ottobre 2012

Iniziativa congiunta con gli operai di Mirafiori, una tenda montata davanti all’ingresso 2, Oreste Scalzone, ex leader di Potere operaio e il sassofonista Daniele Sepe a unirsi alla protesta. E’ questa la giornata di protesta messa in piedi dai Cobas per “rilanciare la lotta per la drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per il diritto al reddito incondizionato e universale” e annunciare il presidio permanente davaniti lo stabilimento Gianbattista Vico di Pomigliano. Sono, infatti, strettissimi i tempi in attesa dei piani di Sergio Marchionne che dovrebbe rendere noto a fine ottobre il nuovo piano industriale accantonando il progetto della Fabbrica Italia e i timori delle tute blu sono forti. La metà dell’organico ancora non è stata richiamata alle linee di produzione. “Ancora una volta la Fiat – spiegano – usa la leva occupazionale per avere agevolazioni, incentivi pubblici, mentre gran parte della produzione e’ stata delocalizzata in altri Stati. Intanto nello stabilimento di Pomigliano continua la cassa integrazione che coinvolge circa duemila operai, e situazione simile si registra anche a Mirafiori. Adesso – concludono gli operai – bisogna dire basta a tutto questo, e cominciare a lottare per difendere il nostro lavoro”. Diversi cartelli e striscioni contro l’ad di Fiat, il governo Monti sono stati esposti davanti ai cancelli, tra questi due lenzuoli all’ingresso: Operai studenti disoccupati ricomponiamo la classe e Da Pomigliano a Mirafiori uniamo le lotte alla Fiat. ”Questa fabbrica deve diventare il trampolino per coordinare tutti gli operai Fiat in Italia – ha spiagato Vincenzo Caliendo dei Cobas – da tempo sosteniamo che Marchionne sta prendendo in giro tutti, ed ora, davanti alle insistenze del Governo, non ha potuto fare a meno che rivelare che il piano Fabbrica Italia è fondato sul nulla. Anche qui a Pomigliano ha assegnato un contentino, perché la Panda non serve a nulla, se non ad aver creato una guerra tra poveri, levando un modello ai colleghi operai della Polonia. Ma non ci sono altre prospettive”. L’ex rsu, infine, racconta che “A Mirafiori come a Pomigliano e negli altri stabilimenti Fiat in Italia, regna un clima di paura perché Marchionne ha dato lavoro a pochi e lascia a casa tanti altri, che temono di non poter più rientrare. E’ per questo che dobbiamo lottare tutti insieme, in modo da lavorare tutti”.


Corrispondenza di Oreste Scalzone davanti ai cancelli della Fiat di Pomigliano

Uno spettro s’aggira per l’Italia. Ecco la scheda che il Sole 24 ore ha dedicato alla presenza di Oreste Scalzone davanti ai cancelli di Pomigliano

Da Arese a Pomigliano: il ritorno di Oreste Scalzone. L’ex leader di Autonomia operaia con gli operai Fiat

di Antonio Larizza
Sole 24 ore 8 ottobre 2012

Oreste Scalzone davanti ai cancelli della Fiat di Pomigliano – Ansa

I vecchi operai dell’Alfa Romeo se lo ricordano ancora, Oreste Scalzone, mentre negli anni ’70 si aggirava dalle parti di Arese su una vecchia Fiat 500, dormiva a casa dei compagni e tra un panino e una sigaretta spiegava alle tute blu che erano lì «non per fare automobili, ma per cambiare il mondo».

Il ritorno a Pomigliano 
Oggi, ad Arese l’Alfa Romeo di un tempo non c’è più. Ma lui, invecchiato e senza Fiat 500, è ancora lì, al fianco degli operai. Questa volta a Pomigliano. Nel giorno in cui Fiat finisce nel mirino per una presunta indagine della Consob sulla liquidità del gruppo torinese – e a Mirafiori e Pomigliano lavoratori organizzano presiti contro Monti e Marchionne – l’ex-leader di Autonomia operaia manifesta insieme alle tute blu che chiedono «la drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario».

Chi è Oreste Scalzone 
Scalzone?
E’ stato fondatore ed esponente delle organizzazioni politiche extra-parlamentari Potere operaio e Autonomia operaia. Nel 1968, insieme a Franco Piperno, guida i movimenti studenteschi e partecipa agli scontro di Valle Giulia, che segneranno una svolta nella contestazione politica. In quell’anno rimane ferito gravemente alla spina dorsale, colpito da un banco lanciato dall’ultimo piano della facoltà di Giurisprudenza. 
Tra il ’68 e il ’69, l’uomo che oggi sfila insieme agli operai Fiat frequentava Parigi, stabilendo contatto con il movimento studentesco del maggio francese.

Da Potere Operaio ad Autonomia Operaia

Nel 1973, è lui stesso a riferirlo, contribuì a organizzare al fuga all’estero dei membri di Potere operaio condannati per omicidio preterintenzionale del Rogo di Primavalle. L’attentatò mando però in crisi i movimento, che venne sciolto. E Scalzone aderì ad Autonomia operaia.

L’ordine di arresto e la fuga a Parigi

Il 7 aprile del 1979 il magistrato padovano Pietro Calogero ordina l’arresto e la carcerazione preventiva dei vertici delle due organizzazioni, soprattutto docenti universitari e intellettuali, con l’accusa di partecipazione ad associazione sovversiva, banda armata e rapina. Il conseguente processo, che sarà ricordato come processo «Prima Linea – Cocori (Comitati Comunisti Rivoluzionari)», condanna Oreste Scalzone nel 1981 a 16 anni di reclusione. Nello stesso anno, approfittando della libertà provvisoria ottenuta grazie a problemi di salute, fugge in Corsica con l’aiuto dell’amico Gian Maria Volonté; dopo un passaggio a Copenaghen, raggiunge Parigi in settembre.

La dottrina Mitterrand
Parigi in quegli anni dà rifugio ai ricercati italiani applicando la visione del Presidente François Mitterrand, secondo cui è vietata l’estradizioni per atti di natura violenta, ma d’ispirazione politica (dottrina Mitterrand). Scalzone rimane a parigi fino al 2007, quando, in seguito alla prescrizione dei reati, torna in Itala senza dover scontare la pena.

Il ritorno in Italia dopo la prescrizione
Scalzone viene riaccolto in patria da intellettuale. Rilascia interviste sui media nazionali, e interviene durante programmi tv e manifestazioni sindacali e studentesche (celebre fu il suo intervento alla statale, nell’aula Magna, invitato dagli studenti del movimento dell’Onda). Da diversi anni è anche tornato a fare politica.

Di nuovo in lotta a Pomigliano
Quello di oggi non è una comparsa isolata. Scalzone da diversi mesi partecipa alla lotta degli operai di Pomigliano d’Arco, presidiando parecchi eventi organizzati. Ma, a differenza di quanto accadeva all’Alfa di Arese, oggi l’ex leader di Autonomia operaia non si è presentato al volante della sua vecchia Fiat.

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Cronache operaie

Scioperi spontanei e solidarietà operaia nelle officine Sata di Melfi

Patron Marchionne: la paura paralizza il coraggio si organizza

E. Della Corte P. Caputo


Marchionne ringalluzzito dai recenti successi americani, un po’ gonfiati per convenienza di Obama – che intanto si barcamena per cercare di coprire i dati sulla disoccupazione che avanza con pillole di speranza – ci fa sapere che «l’Italia deve cambiare atteggiamento». Se in America, per la Chrysler (salvata dal fallimento dalle pensioni degli operai americani, e non certo dai presunti miracoli dell’apprendista stregone italo-canadese), si ricevono applausi e complimenti, in Italia non si possono ricevere fischi e insulti, lo spettacolo della produzione dell’auto in fondo è lo stesso, cambia solo il palcoscenico. E, poi, in Italia le vendite non tirano più come un tempo, «il tubo degli incentivi si è svuotato», è lui a dirlo, ma a guardar bene quello che si perde da un lato ritorna dall’altro visto che più le immatricolazioni Fiat crollano e più Marchionne ci guadagna, grazie al “giochetto” legato alle speculazioni finanziarie in atto per fare salire le azioni in borsa man mano che la Fiat deindustrializza. In ogni caso, finita la fase del mercato drogato bisogna fare i conti con il calo della domanda che si assesta su un milione e ottocentomila auto circa all’anno. La realtà della presunta competizione globale non dà spazio per le fastidiose richieste della Fiom, né tantomeno per la palude di Confindustria, e meno che mai per gli atteggiamenti distratti dello Stato che dovrebbe, invece, sostenere l’impresa a tutti i costi, così come tradizione vuole. L’imperativo categorico appuntato a quel “deve” assegna ruoli e compiti ai vassalli di turno, e suona come un monito per l’Italia intera e, come nei migliori casi di delirio d’onnipotenza, per gli oltre sessanta milioni di abitanti. Non ci sarebbe nulla da ridere (forse…) se la faccenda non vedesse coinvolti uomini e donne in carne ed ossa, costretti a svendere quotidianamente le proprie vite sulla catena di montaggio, perché la partita rilevante si gioca lì. La crisi è stata per il padronato un buon argomento per cercare di riportare le relazioni industriali nel clima degli anni ’50, ai tempi di Valletta, e per far passare sotto ricatto a Pomigliano e a Mirafiori condizioni capestro, cercando di escludere dalla contrattazione la fastidiosa Fiom e i suoi delegati (per non parlare dei Cobas). In realtà le rappresaglie ed i ripulisti erano iniziati già da un po’, quando ad esempio a Melfi hanno cercato di licenziare un paio di operai sconvenienti per l’azienda o, in modo più capillare e impercettibile, quando quotidianamente si dispensano avvisi disciplinari, nefasto preludio alla lettera di licenziamento, per ricordare alle maestranze chi comanda. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà, in fondo il rapporto tra capitale e lavoro è segnato dall’andamento dei rapporti di forza: “quando sei incudine stai, quando sei martello dai”. Ma come accettare senza fiatare la richiesta incondizionata di obbedienza del patron quando il ritmo della linea aumenta e i corpi non riescono più a tenere il tempo? Come chinare il capo quando anni di lavoro a basso costo infiammano i tendini e la schiena di quegli operai (tanto che a Melfi i dati riguardanti operai/e con ridotte capacità lavorative, accertate dal medico aziendale, toccano circa il 50% dei lavoratori)? Il cambio di atteggiamento richiesto dal Marchionne di turno in cambio di investimenti incerti è difficile da sostenere, a meno che non si tratti di un delirio condiviso. Il timore sembra prender corpo ascoltando Bonanni che si affretta ad intervenire sulla vicenda sottolineando che il padronato in Italia ha ottenuto, prima che altrove, la regalia delle flessibilità numerica e temporale grazie al Sindacato e a Confindustria. E questo, aggiungiamo noi, è avvenuto non solo attraverso i nuovi dispositivi contrattuali capestro ma anche grazie al dispositivo che da anni vede le fabbriche Fiat funzionare con l’uso combinato di straordinari e cassa integrazione: miracolo italiano per ridurre i costi dell’impresa a svantaggio delle casse pubbliche. Sulla scena di questa vicenda non si può omettere che il clima nelle fabbriche Fiat in Italia non è dei migliori: c’è malcontento per i salari; l’erosione costante e progressiva dei diritti; il silenzio tattico di parte della politica e dei media; e, soprattutto, per le condizioni di lavoro. A Melfi, in Sata, proprio per protestare contro l’aumento unilaterale dei ritmi di produzione (a cui vanno aggiunti l’aumento progressivo dei provvedimenti disciplinari, gli spostamenti “anomali” di lavoratori all’interno della fabbrica, il mancato rispetto delle pause, ecc.), venerdì scorso i lavoratori della lastratura e dello stampaggio hanno “liberamente” proclamato uno sciopero. I manager aziendali, per aggirare l’intoppo, hanno comandato operai di altri reparti per sostituire i “ribelli” con lavoratori obbedienti e disciplinati e mandare così avanti la produzione. Per evitare di passare il testimone, i rebel hanno deciso di sospendere lo sciopero e di proclamarne un altro dopo una mezz’ora. L’azienda ha nuovamente reagito inviando altri lavoratori, ma questa volta l’arroganza padronale ha determinato lo sciopero per solidarietà anche in altri reparti della lastratura, per cui gli stessi sostituti hanno incrociato le braccia. Fiat voluntas Dei: la solidarietà vince sull’individualismo, i timori di rappresaglie e punizioni. Una storia delicata che nel clima di paura alimentato dalla crisi fa risuonare lo slogan: la paura paralizza il coraggio si organizza.

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Sevel (Fiat di Atessa in Abruzzo) alla Fiom: se scioperate chiediamo i danni

La Fiom proclama uno sciopero e la Fiat minaccia di chiedere i danni

14 settembre 2010


Dopo aver impedito l’ingresso a due dei tre licenziati di Melfi che la Fiom voleva portare in assemblea nello stabilimento della Sevel, lo scontro Fiat e Fiom-Cgil aumenta ancora di grado. Nello stabilimento di Atessa, in provincia di Chieti, con circa 5200 dipendenti dove la Fiat in joint-venture con i francesi della Peugeot-Citroën produce furgoni leggeri, l’azienda ha comunicato alle maestranze il ricorso a 4 sabati di seguito di lavoro straordinario. Fiom e Cobas hanno subito proclamato uno sciopero, che si è tenuto l’11 settembre, per l’intera giornata. Secondo i metalmeccanici della Cgil l’adesione sarebbe stata del 70%. Cifra contestata dalla Confindustria di Chieti, a cui si è subito accodata la Fim-Cisl, che invece ha parlato di un seguito del 20%. Per Bruno Vitali, responsabile della Fim, «oltre il 70% dei lavoratori della Sevel del primo turno ha lavorato disattendendo lo sciopero sullo straordinario contrattuale dichiarato da Fiom e Cobas». La Fim ha contestato anche il merito dell’astensione affermanndo che «la richiesta da contratto dei sabati lavorativi è una buona notizia per i lavoratori della Sevel. E’ segno di una ripresa del carico di lavoro che non va vanificata».
Lo sciopero era stato indetto per protestare contro la recente decisione di Federmeccanica di recedere dal contratto nazionale del 2008, l’ultimo firmato dalla Fiom; la mancata regolarizzazione di 1500 lavoratori precari; la non corresponsione del conguaglio sul premio di risultato annuale.
Attraverso la Confindustria di Chieti, la Fiat aveva inviato una lettera alla Fiom nella quale preannunciava l’intenzione, «qualora lo sciopero non venga revocato», di «agire nei vostri confronti per ottenere l’accertamento dell’illegittimità del vostro operato e la condanna dei responsabili al risarcimento danni» derivante dal fermo della produzione. Secondo la Sevel e la Confindustria di Chieti – città dove è nato l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne – lo sciopero sarebbe illegittimo perché proclamato sulla base di motivazioni «con tutta evidenza pretestuose e comunque tali da dimostrare che non si è in presenza di un corretto esercizio dei diritti sindacali». Per la Sevel lo sciopero configura un «inadempimento di quanto previsto dalla contrattazione collettiva» che consente all’ azienda di disporre di un certo numero di sabati lavorativi per rispondere alle richieste del mercato.
La Fiom di Chieti ha a sua volta replicato con una lettera alla Confindustria e alla Sevel: «Non si comprende ove risieda l’illegittimità dello sciopero proclamato, le ragioni delle vostre pretese e il fondamento giuridico delle richieste risarcitorie. Posto che il diritto di sciopero è costituzionalmente riconosciuto, le motivazioni addotte da questa organizzazione sindacale a suo fondamento traggono origine da problematiche contrattuali, retributive e occupazionali». La Fiom quindi riserva per se azioni «risarcitorie» degli eventuali danni richiesti. «Forse hanno sbagliato indirizzo – fa sapere la Fiom di Chieti-. La lettera dovevano mandarla a Pomigliano: lì gli altri hanno fatto un accordo con la Fiat che dice che il sabato non si può scioperare, ma nel resto d’ Italia non è così».

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