La classe operaia va in paradiso, la vita politica e il tragitto intellettuale di Vincenzo Guagliardo

Vincenzo ha cessato di vivere dopo una lunga malattia nella serata di martedì 13 gennaio 2026

di Paolo Persichetti

Ho conosciuto Vincenzo Guagliardo all’interno del reparto semilibertà di Rebibbia nel giugno del 2008. Vincenzo e gli altri arrivarono la sera, rientrando in carcere da quella porzione di libertà controllata che ritmava le giornate del semilibero. Eravamo sei detenuti politici, tutti provenienti da quella che era stata la traiettoria delle Brigate rosse romane con le loro divisioni. Vincenzo erano l’unico che veniva dalle colonne operaie del Nord. Con noi c’era anche un detenuto di destra, malandato: deambulava a fatica per i postumi di una ischemia cerebrale. In quello stato avrebbe dovuto esser fuori da tempo. Lo avevano arrestato trentuno anni prima, quando io ero solo un quindicenne. Anche se in pessime condizioni lo riconobbi subito perché, molte vite prima, nel 1989, eravamo rinchiusi nella stessa sezione speciale G12 di Rebibbia. Allora era grasso e con fatica riusciva ad entrare in cella, ricordo che per farlo doveva girarsi di lato. Era un gourmand, parlava sempre di piatti da cucinare, lo faceva a voce alta, alternando grasse risate, con un altro detenuto di destra come lui. Convivevamo nella stesso reparto ma separati dai divieti di incontro.
Una mattina la direttrice della semilibertà convocò cinque di noi e il detenuto di destra. Io fui risparmiato, forse perché appena arrivato. Con toni affabili e gradevoli, come se nulla fosse rimproverò quel gruppo di pluriergastolani schierati davanti a lei, i più con una ultratrentennale permanenza nelle carceri, come fossero dei semplici scolaretti perché le loro celle erano troppo sporche: prima di uscire o al rientro avrebbero dovuto occuparsi della loro pulizia. Per tirarsi fuori dall’imbarazzante situazione uno di loro improvvisò una battuta geniale di cui ridemmo per giorni: «vede dottoressa, lei ha ragione, ma deve capire che noi abbiamo la coscienza sporca».
Ricordo questo episodio perché rende la situazione di quel periodo e i tanti racconti del carcere che Vincenzo faceva, le mille situazioni, le impensabili convivenze, le mediazioni, le lotte e gli scontri ma sempre con una deontologia di fondo: la condizione comune di oppressione che imponeva di mettere da parte la differenze, la difesa del popolo rinchiuso, il rispetto di chi non rompeva il patto di solidarietà, quelli che nel gergo carcerario sono i «bravi ragazzi».
Con Vincenzo ci fu subito empatia, condivisione di pensiero, letture, concetti. La comune padronanza del francese e di autori che scrivevano in quella lingua ci avvicinò molto come la battaglia contro la cultura dell’emergenza, il populismo giustizialista, le legislazioni premiali, le derive vittimarie, l’abolizionismo penale, temi che aveva approfondito con ricchezza di pensiero nei suoi studi carcerari.

Una vita da migrante
Era nato nel 1948 a Bou Akour, nel nord della Tunisia, da una famiglia italiana emigrata dalla Sicilia alla fine dell’800, in quello che all’epoca era un protettorato francese. Il padre Salvatore era nato sul posto, la mamma veniva dall’isola. Il padre, fabbro-ferraio, costruiva mulini, ma una volta raggiunta l’indipendenza nazionale con Bourguiba, commercianti e proprietari agricoli stranieri iniziarono a lasciare il Paese, costringendo anche la famiglia Guagliardo, con molto meno lavoro, a partire.

L’arrivo nel campo profughi di Fuorigrotta
Era il 1962, arrivati a Napoli i Guagliardo furono rinchiusi in quarantena nel campo profughi di Fuorigrotta. Dopo un mese salirono sul primo treno per il nord, destinazione Torino. Mentre Salvatore trovò subito lavoro in Fiat, per Vincenzo e il fratellino non fu facile dimenticare il sole, le palme, i tramonti e i giochi di strada della Tunisia, dove avevano convissuto senza differenze con mussulmani, cristiani ed ebrei. Sconcertante fu per loro la scoperta del razzismo verso i meridionali.

La Fgci e i Quaderni rossi

Attraverso la lettura dei quotidiani, delle riviste politiche e dei volantini, Vincenzo apprese l’italiano e iniziò la sua formazione politica. Nel 1964 si iscrisse alla Federazione giovanile comunista ma fu subito attratto dai fondatori dei marxismo operaista che individuavano nella rivolta operaia di Piazza Statuto, del luglio 1962, l’emergenza di una nuova componente sociale meno malleabile e potenzialmente rivoluzionaria. Tumulti condannati invece dal Pci perché portatori di una carica eccessivamente antisistema, autonoma e non governabile dal partito. Per queste ragioni iniziò a frequentare la redazione dei Quaderni rossi dove conobbe Vittorio Rieser. Redarguito dai dirigenti del partito per questi contatti, sentendosi per giunta spiato nei suoi movimenti, abbandonò la Fgci per collaborare con l’archivio della rivista fondata da Panzieri e col giornale La voce operaia, che diffondeva anche fuori dalle officine. Un foglio che raccoglieva le denunce dei lavoratori della Fiat contro i ritmi di lavoro e il dispotismo di fabbrica.

Nella lista nera dei sovversivi

Dopo aver lavorato in alcuni cantieri edìli, entrò in prova alla Fiat ma non fu assunto (nonostante avesse mantenuto un profilo anonimo). La più grande azienda automobilistica italiana aveva messo a punto da tempo, con la complicità della questura e di personale di polizia e carabinieri, un efficiente sistema di spionaggio delle maestranze, con schedature di massa delle opinioni politiche, dei comportamenti e orientamenti sessuali e religiosi. Un sistema di controllo politico e dispotico dell’ambiente di lavoro che venne alla luce quasi casualmente nell’agosto 1971, grazie ad una improvvisa perquisizione fatta dal pretore Raffaele Guariniello che portò alla scoperta di 350 mila schede.

L’assemblea studenti-operai di Torino

Vincenzo dovette rassegnarsi a trovare lavori come fresatore in piccole fabbrichette dell’indotto da dove, per altro, venne licenziato per attività sindacale. Nel frattempo, siamo nel 1969, partecipa all’assemblea studenti-operai nella quale si tentava di saldare le diverse esperienze di lotta provenienti dalla contestazione del Sessantotto con le preesistenti mobilitazioni operaie.
L’assemblea stampava un volantino dal titolo Lotta continua, che raccoglieva le effervescenze politiche, culturali e di lotta del periodo ma l’arrivo di una componente studentesca pisana, guidata da Sofri, mutò gli equilibri all’interno del gruppo. «Noi operai – raccontava Vincenzo – ad una certa ora dovevamo andare a dormire perché avevamo il turno di lavoro la mattina presto, così gli altri prendevano il sopravvento e noi il giorno dopo ci trovavamo davanti a decisioni e linee politiche che non avevamo condiviso». Vincenzo non sentiva il bisogno di questi «intellettuali organici»: la classe operaia poteva pensare da sola, per questo abbandona l’assemblea dal cui foglio prenderà nome un importante movimento politico.

Piazza Fontana, la scelta delle armi e le lotte alla Magneti Marelli
C’è un forte orgoglio operaio nel tragitto politico-intellettuale di Vincenzo Guagliardo che segna la formazione di settori di ceto operaio indipendenti dalle organizzazioni storiche e che daranno vita alle esperienze dei gruppi rivoluzionari armati nelle maggiori fabbriche del Nord. La strage di piazza Fontana fu per Vincenzo, come per molti altri della sua generazione, il detonatore di una presa di coscienza sui livelli dello scontro ai quali bisognava adeguarsi per non soccombere. Una svolta politica ed esistenziale che lo spinsero a cercare le Brigate rosse e avviare i primi contatti che permisero, nel 1972, di mettere le basi della colonna torinese. Vincenzo partecipò al radicamento di questo primo nucleo finché nel 1974 si trasferì a Milano, dove sperava di trovare una maggiore agibilità politica e lavorativa, a Torino ormai impossibile. Entrò alla Magneti Marelli dove sarà uno dei quadri operai di fabbrica protagonisti di una delle più importanti stagioni di lotta: durante un corteo interno scoprì l’archivio con le schedature segrete delle maestranze. Una parte finirà nelle mani delle Br mentre il resto verrà bruciato sul piazzale della fabbrica. Nel 1976, dopo l’evasione di Curcio e la ristrutturazione della colonna milanese, per Vincenzo arrivò il momento del passaggio alla clandestinità, ma per una beffa della storia venne arrestato proprio quel giorno insieme ad Angelo Basone, operaio del reparto presse di Mirafiori con la tessera del Pci in tasca.

Nel processo al nucleo storico
Nonostante fosse stato arrestato con l’accusa di appartenere alla colonna milanese finì per essere giudicato a Torino, nel processo al cosiddetto «nucleo storico». Si trattò di un golpe giudiziario organizzato dal generale Dalla Chiesa con l’appoggio del procuratore generale torinese, Carlo Reviglio Della Veneria, che espropriò l’indagine sul reato associativo alla competenza territoriale della città dove avevano avuto origine le Brigate rosse, ovvero Milano, per migrarla nella capoluogo sabaudo e destituirla dalla mani del giudice istruttore Ciro De Vincenzo, restio di fronte alle pressioni di Dalla Chiesa.
Nel corso delle udienze Guagliardo ebbe un certo peso nella redazione del comunicato numero 13 del 4 aprile 1978. Nel testo il collettivo dei prigionieri era sembrato voler avviare una riflessione sugli aspetti più controversi della strategia del “processo guerriglia” e del “processo del popolo”: «Processi e carceri del popolo – scrivevano – sono per i comunisti espressioni improprie che vengono prese dal vostro vocabolario, solo per arrivare a dimostrare l’abisso che nei princìpi separa il proletariato dalla borghesia nella sua pratica di lotta. Il processo, per noi, non è un “atto di giustizia”, ma di lotta tra gli interessi antagonistici del proletariato e della borghesia, il momento in cui questa lotta assume la forma del confronto più generale davanti al popolo». Parole che mostravano di percepire il rischio di una incombente omologia con gli strumenti e le terminologie di uno Stato («prigione», «tribunale», «sentenza», «condanna a morte») che aborrivano e combattevano. Una riflessione di cui si perse traccia in seguito ma che fu centrale nella successiva riflessione teorica di Guagliardo (Cfr. Di sconfitta in sconfitta, Colibrì 2012).

La colonna genovese, veneta e l’arresto del dicembre 1980
Scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare, Guagliardo evade dal controllo obbligato e viene inviato a Genova per rafforzare gli effettivi della colonna locale. Qui è coinvolto nell’attentato al sindacalista del Pci, Guido Rossa, che aveva denunciato un suo collega operaio all’Italsider di Cornigliano, Francesco Berardi, perché distribuiva opuscoli brigatisti. Lasciata Genova, con Nadia Ponti, esponente storica della colonna torinese, con cui si unirà in un legame affettivo mai dissolto e sul quale scriverà un libro (Il Me TE imprigionato, storia di un amore carcerato), ricostruirà la colonna veneta dalle ceneri della sua prima esperienza devastata dalle delazioni del confidente del Sid, Leonio Bozzato, un operaio che lavorava a Porto Marghera. In questa fase prese parte alla burrascosa Direzione strategica del settembre 1980 a Tor San Lorenzo, nella quale gli esponenti della colonna milanese Walter Alasia si separarono dalla organizzazione. Guagliardo fu l’estensore del capitolo sulle fabbriche che raccoglieva le critiche politiche dei milanesi, i quali nonostante le loro istanze fossero state accolte ruppero comunque col resto delle colonne. Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti torneranno a Torino nel dicembre 1980 per rimettere in piedi la colonna distrutta dalle dichiarazioni del pentito Patrizio Peci, ma ad attenderli all’appuntamento esca con un operaio-spia troveranno l’antiterrorismo. Nel febbraio del 1983, insieme a Nadia Ponti dichiarò conclusa la sua militanza all’interno delle Brigate rosse.

Anni di riflessione e scrittura
Iniziarono in carcere lunghi anni di ricerca e studio, Michael Foucault, René Girard, gli abolizionisti, approfondendo la critica delle istituzioni totali, del vittimismo, l’ossessione identitaria, il paradigma del capro espiatorio con il suo corollario di pentimenti e dissociazioni, la filosofia penale, il razzismo istituzionale incarnato dalle ripetute legislazioni antimmigrati, una nuova forma di capitalismo distruttivo che percepisce le forze produttive non più come un’occasione di sfruttamento ma come un esubero, sono alcune delle piste che accompagnano la sua riflessione a partire dal nodo della sconfitta della lotta armata, letta come un’opportunità, non un fatto negativo che inibisce ogni possibilità bensì «una caratteristica necessaria del mutamento per chi non sia soddisfatto dell’esistente».
Trascrivere i libri su dispositivi per i ciechi divenne anche il suo lavoro e quello di Nadia molti anni dopo, quando ottennero il lavoro esterno. Quasi quattromila volumi trasposti per l’Istituto per ciechi di Bologna. Se i non vendenti italiani oggi possono leggere i grandi classici della letteratura, saggi di storia, politica, scienza, libri di teatro, lo devono a Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti.
Il 26 aprile 2011, dopo 33 anni trascorsi in carcere ottenne insieme a Nadia la libertà condizionale, anche qui dopo aver combattuto una strenua lotta contro la logica premiale che presiedeva la richiesta degli uffici di sorveglianza di redigere, come requisito per l’accesso alla liberazione condizionale, delle lettere di perdono indirizzate ai familiari delle vittime. Un atteggiamento dettato dal rifiuto di qualsiasi ricompensa e perché il faccia a faccia non apparisse «merce strumentale a interessi individuali, simulazione e perciò ulteriore offesa».

Un pensiero scomodo quello di Vincenzo Guagliardo, a volte spiazzante, pieno di interrogativi presente in libri come Dei dolori e delle pene, saggio abolizionista sulla obiezione di coscienza, Resistenza e suicidio, Il vecchio che non muore, Di sconfitta in sconfitta (usciti per le edizioni Colibrì o Sensibili alle foglie).
Buon viaggio Vincenzo, sei stato un maestro.

1970, come la Fiat schedava gli operai

Libri – Bianca Guidetti Serra, Le schedature Fiat. Cronaca di un processo e altre cronache, Rosenberg & Sellier 1984

G.G. Migone
L’Indice 1984, n. 1

Schedature Fiat“Understatement” è una parola inglese che, forse non a caso, non trova il suo corrispettivo nella lingua italiana. Quando un avvenimento, un giudizio, un concetto viene riferito sotto tono, senza enfasi retorica, ma addirittura in maniera riduttiva, si dà luogo ad un understatement. Paradossalmente, quando viene usato per descrivere fatti particolarmente gravi o drammatici, l’understatement può servire a dare maggiore rilievo alla cruda realtà. È questo il modo in cui Bianca Guidetti Serra (che da molti anni si distingue per il suo impegno civile e professionale nelle aule dei tribunali penali) ancora una volta ha fatto sentire la sua voce attraverso un volume intitolato “Le schedature Fiat”. Che i suoi bisbigli promettessero di risultare fastidiosi è dimostrato dal fatto che il suo libro in un primo tempo fosse stato addirittura stampato dalla casa editrice Einaudi, ma mai distribuito, e anche dal silenzio con cui è stata accolta dalla stampa l’edizione preparata dalla Rosenberg e che Stefano Rodotà non ha esitato a introdurre.
La vicenda ricostruita dalla Guidetti venne alla luce quasi casualmente. Il 24 settembre 1970 tale Caterino Ceresa intenta causa alla Fiat di fronte alla pretura del lavoro di Torino perché sostiene di aver prestato per anni la sua opera con una qualifica diversa da quella corrispondente alle sue effettive mansioni e di essere stato licenziato in tronco senza giusta causa. Mentre il Ceresa era stato assunto come fattorino, egli sostiene di aver trascorso il suo tempo a informare l’azienda con “ampie relazioni scritte, previe opportune e discrezionali indagini… in ordine alle qualità morali, ai trascorsi penali, alla rispettabilità delle persone con le quali la società stessa era o doveva entrare in relazione”.
Ceresa perde la causa, ma l’ordinanza del pretore Angelo Converso mette in moto un procedimento contro quei funzionari della Fiat che, alle dipendenze dell’ex colonnello Mario Cellerino, dirigono l’ufficio affari generali, appositamente addetto a investigare sui singoli per conto della Fiat sulla base di notizie che, secondo Converso, “non potevano pervenire se non da Organi e Uffici del Servizio di Polizia di Sicurezza e dall’ Arma dei Carabinieri “.
Poco meno di un mese più tardi, in piena estate, il pretore a cui è stato affidato il nuovo procedimento, Raffaele Guariniello, accompagnato da alcuni pubblici ufficiali particolarmente fidati, si presenta nei locali della Fiat e sequestra uno straordinario materiale, tra cui 354.077 schede personali, che documenta una ventennale attività di informazione, con l’evidente scopo di valutare gli avvenimenti politici e ideologici (oltre che la vita privata) dei suoi interlocutori, prima di deliberarne l’assunzione o la successiva destinazione.
Opportunamente, la Guidetti lascia parlare i documenti, riportando molti giudizi contenuti nelle schede. Così apprendiamo che C.A. nel 1951 veniva giudicato “prepotente e impulsivo… spesso viene notato in compagnia di elementi sospetti tanto dal lato morale quanto da quello politico”.
Se poi vi fosse qualche dubbio sulla direzione verso cui erano indirizzati quei sospetti, basta una scheda, come quella dedicata a S.A., nel 1956, a dissiparli: “È iscritto alla Fiom. Attivista propagandista, schedato come tale viene saltuariamente vigilato dai competenti organi di polizia. Politicamente pericoloso in caso di sommosse”. Le schede dedicate alle donne sono simpaticamente generose di annotazioni sulla loro vita privata, accanro a quelle di indole politica, come nel caso di C.C. (1954): “Comunista moderata. Detiene (sic) la bandiera del Pci in casa e in tutte le cerimonie, manifestazioni sia di partito che per il lutto di qualche compagno essa ha l’incarico di portarla. Pare che l’amante della C. stessa attualmente si trovi in carcere. Nella casa non di rado era notato e per di più di sera”.
Un’analisi linguistica e dei contenuti di queste schede, piene di maiuscole e di affermazioni apodittiche, potrebbe servire a un’interessante ricostruzione dei valori e della cultura di una certa gerarcilia aziendale. Forse ancora più interessante è la ricostruzione dei modi con cui venne realizzata questa operazione di spionaggio per almeno un ventennio, così come emerge dalle pagine della Guidetti e dai documenti processuali. Infatti, l’attività spionistica si imperniava sull’asservimento, da parte della Fiat, delle autorità statali preposte alla sicurezza nell’area torinese (e non solo torinese). Nella Fiat funzionavano gli uffici del colonnello Cellerino (significativamente, prima di essere assunto alla Fiat, aveva rappresentato l’aeronautica nel garantire la sicurezza della produzione militare), ma essi non potevano funzionare senza la totale disponibilità di carabinieri e pubblica sicurezza nel mettere a disposizione dell’azienda i propri strumenti di informazione (dagli schedari alle conversazioni di sottoufficiali con compiacenti portinaie, parroci, bottegai e vicini di casa). Così si apprende che, con l’autorizzazione dimostrata di direttori generali e capi del personale (gli imputati Bono, Garino e Cuttica, ad esempio), il capo del Sid di Torino, il maggiore dei carabinieri Enrico Stettermayer, anche con un occhio di riguardo alla sua situazione famigliare,”purtroppo… molto precaria”, percepiva dall’azienda un mensile di 150.000 lire che integravano il suo magro stipendio statale (siamo alla fine del 1970) . Altri funzionari di pubblica sicurezza godeva già di un trattamento analogo. Era poi capillare l’uso di regalie naralizie che con “cinica taccagneria” (sono parole tratte dalla sentenza dei giudici del tribunale di Napoli) venivano elargiti a piccoli e grandi servitori dello stato. Ecco, a titolo di esempio, come venivano gratificati alcuni alti funzionari della questura di Torino: “questore: De Nardis comm. dott. Filippo (vaso grande argento con cioccolatini). Vicequestore: Mastronardi dott. Giuliano (portasigarette Guillochè grande)”, via via all'”orologio a cipolla È 1 Kg. cioccolatini” del M.llo Cordisco Roberto e delle tre bottiglie di Bourgogne del M.llo Musetta Marcello, entrambi del nucleo Sios di Milano.
Anche se il processo è stato allontanato dalla sua sede naturale di Torino, la vicenda si conclude con una sentenza di condanna sia di corruttori che di corrotti, successivamente confermata dalla corte d’appello, anche se i termini di prescrizione salvano gli imputati dalle pene di detenzione inflitte. La Guidetti cita ampiamente le due sentenze che mettono in rilievo incostituzionalità delle discriminazioni politiche inflitte a singoli cittadini; l’uso delittuoso di pubblici funzionari; l’attività corruttrice dell’azienda, sotto la responsabilità dimostrata di alcuni dei suoi massimi dirigenti. Perché, allora, merita ancora oggi la nostra attenzione? Non si tratta, tutto sommato, di una serie di episodi che testimoniano una miserla umana da cui nessuna grande istituzione, privata o pubblica, è immune?
In realtà le pagine documentatissime della Guidetti, abituata alla precisione anche formale richiesta dalle procedure giudiziarie, sollevano grandi problemi anche di attualità. Negli ultimi rnesi gli attuali dirigenti della Fiat (e non solo della F;iat) hanno rivendicato il patrimonio storico della loro azienda, non esclusa la lunga fase della gestione vallettiana. Troppo spesso si è risposto limitandosl a mettere in luce i costi umani di quelle politiche, senza sottolineare come procedure e atti come quelli documentati dalla Guidetti, insieme con altri fatti e avvenimenti analoghi, rivelino un tipo di imprenditorialità assai diversa da quella vantata e che definirei frutto di una vera e propria falsa coscienza di troppi imprenditori e padroni italiani. Essi amano descriversi, nel passato come nel presente, come uomini d’azione disposti a rischiare in proprio; attenti ai frutti dell’innovazione tecnologica; talora duri con i propri dipendenti, ma sempre nell’interesse della produttività della propria impresa che costituisce il vero bene comune. Sopratuttto, essi rappresentano il paese “che lavora e che produce” a dispetto della rendita e, talora, della corruzione del settore pubblico.
Il libro della Guidetti aiuta invece a comprendere la peculiarità del modello imprenditoriale italiano, che è quello del rapporto con lo stato; anzi, della capacità di appropriarsi dello stato e dei suoi organi in funzione dell’interesse aziendale, nelle piccole come nelle grandi cose. Su questo piano l’opera, ad esempio, di Valletta era veramente geniale. Che si trattasse di utilizzare e contenere le passioni “maccartiste”dell’ambasciatore Luce, o di spiegare al presidente Kennedy le modalità più efficaci per finanziare il partito socialisra, all’epoca della costituzione del primo governo di centrosinistra, Valletta sapeva inserire il suo disegno aziendale all’interno di una politica estera statuale che talora egli conduceva in prima persona.
Analogamente, la polizia, i carabinieri, insomma lo stato che emerge dalle pagine della Guidetti, si lascia organizzare in funzione degli interessi aziendali. Siamo ben oltre la parola d’ordine del presidente della General Motors (“Ciò che è nell’interesse della G.M. è nell’interesse degli Stati Uniti.”), famigerata anche in uno stato di netto stampo capitalistico.
Qui lo stato viene piegato e deformato dalla Fiat; i suoi funzionari bianditi o corrotti; le sue esili strutture sostenute ma soggiogate. Persino la cancelleria degli uffici viene donata dalla Fiat, mentre ricordo come, all’inizio degli anni settanta, i sindacati scoprirono con raccapriccio che uno stuolo di impiegati della Fiat erano distaccati presso la prefettura di Torino.
In fondo non vi è da stupirsi. Il modello vallettiano si appropria di una parte dello stato esattamente come pretende di organizzare la chiesa all’interno dell’azienda (con i pellegrinaggi a Lourdes e mons. Tinivella che viene candidato dalla Fiat come arcivescovo di Torino) e di soggiogare quella parte del sindacato che esso non discrimina (dal Sida alla Uil di Viglianesi). Non solo manca il senso dello staro (liberale e capitalista), ma anche quello della legalità. Le leggi – che pure sono il frutto di rapporti di forza sociali – stanno strette anche a coloro che ne hanno determinato il contenuto. È in questo clima che si sviluppa quella criminalità economica di cui parlario i giudici del tribunale di Napoli. È anche in questo contesto che appare normale prescindere dal rispetto dei più elementari diritti democratici. Si afferma che il sindacato costituisca una garanzia per il piuralismo politico e, quindi, per la libertà all’interno della società.
E sia. Ma occorre essere marxisti per porre il problema della democrazia all’interno delle singole unità produttive? Sono passati alcuni anni, probabilmente sono mutate le forme di controllo politico all’interno della stessa Fiat, ma questo problema resta, alla Fiat come altrove.
Bianca Guidetti Serra afferma di avere scritto una semplice cronaca. Eppure, un segno distintivo di un’opera di storia si rileva nel rapporto che stabilisce con l’epoca in cui viene scri¡ta. Ad esempio i “Magnati e popolani” di Salvemini furono importanti perché scritti nei torbidi anni di fine Ottocento, così come non è possibile ignorare che il libro dedicato da Venturi alla giovinezza di Diderot fu scritto alla vigilia della seconda guerra mondiale. Così, “Le schedature Fiat” di Bianca Guidetti Serra vengono pubblicate nel 1984.

Articoli correlati
Askatasuna, in alto i toni sulla contestazione a Bonanni
Cronache operaie
Delazioni industriali: la nuova filosofia aziendale di Marchione
Disobbedienza e lavoro in fabbrica, la questione etica degli operai Fiat a Melfi
Fumi di democrazia