La polemica sul sabotaggio, quando la memoria aiuta

Guido Crainz, già esponente di Lotta continua negli anni 70 ed oggi docente di storia contemporanea presso la facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università di Teramo, saggista e articolista di Repubblica, corre in soccorso del procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli dopo l’appello lanciato agli intellettuali perché si schierassero in difesa delle inchieste dalla procura torinese e dell’accusa di terrorismo lanciata contro i No tav. Lo fa mistificando la storia del sabotaggio, contapponendola ad altre pratiche di lotta, come se fosse separata e non parallela ad altri repertori d’azione. Nulla dice delle accuse esorbitanti mosse dalla procura che individuano condotte terroristiche nella semplice difesa di un territorio. Gli risponde Erri De Luca chiamato in causa nella parte finale dell’articolo. Un non detto soggiace all’intera polemica: la ruggine tra due pezzi della storia di Lotta continua, tra due modi di averla elaborata che si sono contrapposti duramente durante gli anni dell’inchiesta e del processo Calabresi

Sabotaggio, quando la memoria aiuta

di Erri de Luca
il manifesto, 15 settembre 2013

Una pratica diffusa che negli anni ’70 produsse bonifiche di ambienti malsani e contratti favorevoli
Uno storico ufficiale, stipendiato per trasmettere storia, che trascura i fatti a beneficio di una sua tesi, commette omissione in atti di suo ufficio. Stabilito questo, non sono uno fabbricastorico ma ho il vantaggio di avere buona memoria. Negli anni ’70 ho fatto parte di una organizzazione rivoluzionaria di nome Lotta Continua che interveniva attivamente nelle lotte di fabbrica, sotto la guida di intellettuali e di operai. Nacque e si ramificò negli impianti industriali del nord. Un paio di strofe di canzoni politiche di allora: «Sabotar la produzione, non c’è altra soluzione» (Canzoniere del Potere Operaio di Pisa). «Pensa un po’, pensa un po’: avvitare due bulloni e il terzo no». Nelle officine di quegli anni si cominciarono a praticare forme di sabotaggio della produzione che rafforzarono enormemente il potere contrattuale degli operai: il salto della scocca, gli scioperi a gatto selvaggio. Il salto della scocca era un’operazione di montaggio non effettuata del singolo pezzo in transito sulla postazione di lavoro. Faceva impazzire i reparti di lavorazione a valle. Sciopero a gatto selvaggio: senza preavviso interrompeva brevemente e a casaccio le lavorazioni di piccole unità, imballando tutta la linea di produzione a monte e a valle. Erano forme di lotta che costavano poco agli operai e molto al padronato. Sono stato operaio in quei capannoni, ho visto, ho praticato. Da quelle interruzioni partivano i cortei interni dentro la fabbrica che andavano a bloccare anche i reparti che continuavano a lavorare. Il chiasso delle officine veniva sovrastato dal frastuono di un corteo di operai che s’ingrossava a torrente finendo in un’assemblea spontanea. Gli operai prendevano così la parola e non la restituivano. I grandi impianti a catena di montaggio erano efficienti ma fragili di fronte a queste nuove forme di lotta. Questa pratica diffusa era un dichiarato sabotaggio della produzione e procurò la grande ondata di lotte operaie degli anni ’70 , vincenti e di massa. Successe così in Italia il più forte decennio di riscatto della manodopera industriale di tutto l’occidente. Quelle lotte massicce per quantità e compattezza produssero contratti di lavoro favorevoli, imponendo aumenti in paga base uguali per tutti, bonifiche di ambienti lavorativi malsani come i reparti di verniciatura. Di recente scioperi a gatto selvaggio sono stati indetti e praticati dai sindacati metalmeccanici degli stabilimenti Indesit di Melano e Albacina. Basta un po’ di memoria di testimone per mettere la parola sabotaggio dentro la più certa tradizione di lotta operaia. Uno storico che si permette di ignorarla è un rinnegato della sua professione.

Sabotaggio, le forme illegali di opposizione. Quando le proteste diventano violenza

Guido Crainz
la Repubblica, 12 Settembre 2013

Forse, davanti alle polemiche di questi giorni sulle proteste contro la Tav, occorre superare il fastidio per il riemergere di retoriche e stilemi che credevamo sepolti con gli anni Settanta. Forse occorre ritornare ancora su discrimini fondanti: su ciò che divide la battaglia quotidiana per consolidare i diritti e la democrazia dalle derive che possono indebolirla o insidiarla. A un primo sguardo è certo facile tracciare il confine fra le forme illegali e violente di lotta e quelle pacifiche e lecite: anche quelle più “estreme”, come gli scioperi della fame portati quasi oltre il limite o quelle forme di dissenso in climi ostili che espongono a ritorsioni – esse sì – violente (come avvenne nelle lotte per i diritti civili nel sud degli Stati Uniti e in molti altri casi). Sarebbe salutare, anche, che fossero molto più diffuse le ricerche sulle potenzialità di forme non violente di lotta anche di fronte a dittature feroci: ha iniziato a farlo molti anni fa Jacques Sémelin per l’Europa occupata dalla Germania nazista (Senz’armi di fronte a Hitler), da noi lo ha fatto anche di recente Anna Bravo muovendosi fra Italia e Tibet, India e Kossovo (La conta dei salvati): e sottolineando la forza dissacratrice dell’ironia, la sua capacità di accendere la potenzialità realmente eversive della fantasia, non dei roghi.
Con altrettanta evidenza, inoltre, la parola sabotaggio evoca sconfitta, debolezza o addirittura impossibilità di esistere del movimento collettivo. Così fu nelle campagne italiane di fine Ottocento ai primi albori del nostro movimento sindacale (che spesso ha nelle campagne appunto la sua origine): erano segnale di debolezza o di impotenza gli incendi dei fienili o il danneggiamento notturno dei raccolti. E lo fu anche il loro isolato riemergere, sconfessato dalle organizzazioni sindacali, all’indomani delle sconfitte del secondo dopoguerra, nel clima della guerra fredda. Per molti versi inoltre il passaggio a forme violente è la negazione, non la prosecuzione della mobilitazione e della presa di coscienza. Agli inizi degli anni settanta, ad esempio, la autoriduzione collettiva del pagamento delle bollette di luce, gas o telefoni fu ampiamente organizzata da comitati di quartieri, organizzazioni sindacali, gruppi di base: alla fine del decennio la possibilità stessa di riprendere quelle forme di lotta fu stroncata dalla pratica leninista di autoriduzione violenta, spinta sino all’esproprio, praticata dai gruppi dell’ “autonomia operaia” (gli stessi che stritolarono le potenzialità dell’ala creativa del movimento del ’77).
Altre osservazioni possono riguardare poi il rozzo pedagogismo giacobino dell'”atto esemplare”: vi è al fondo la sottovalutazione se non il dispregio della capacità di azione autonoma dei cittadini e – sotto altre spoglie – il vecchio mito della avanguardia. A ciò si aggiunse negli anni settanta un altra tragica distorsione. Com’è del tutto ovvio il problema delle forme di lotta si pone in forme radicalmente diverse nelle democrazie o nei regimi totalitari (per non parlare, di nuovo, dell’Europa occupata della seconda guerra mondiale, quando la lotta armata fu integrata dalle forme più diverse di sabotaggio: un modo per estendere, non per restringere la partecipazione alla Resistenza). Il dramma degli anni di piombo iniziò proprio dalla negazione, tendenziale o drastica che fosse, di questa distinzione: in Germania come in Italia nell’ideologia e nella propaganda delle nascenti organizzazioni terroristiche fu centrale l’idea di vivere ormai in uno stato autoritario, se non totalitario, o avviato ad esserlo (intrecciata, naturalmente, al mito della rivoluzione). Da questa convinzione inizia il percorso che porta Giangiacomo Feltrinelli sino al traliccio di Segrate, e anche di questo parla un documento delle future Brigate rosse redatto all’indomani della strage di piazza Fontana.
A ciò si intrecciarono vie in qualche modo “intermedie”: all’inizio del decennio, nel clima della strategia della tensione e in presenza di una gestione rigida (e talora irresponsabile) dell’ordine pubblico, divieti ingiustificati alle manifestazioni favorirono chi tendeva ad “innalzare il livello dello scontro” trasformando i cortei in atti di guerra. Di qui una crescente “militarizzazione” dei servizi d’ordine di taluni gruppi extraparlamentari: e da qui verranno alla fine del decennio, nel declinare delle speranze di trasformazione, non pochi disperati e giovani flussi verso le organizzazioni terroristiche.
È sufficiente evocare quel clima per capire quanto ne siamo abissalmente lontani ma in questa nostra tragedia è iscritto anche l’antidoto più forte, solidamente basato su due cardini. In primo luogo la capacità di alimentare speranza, di contrapporre alle possibili derive la forza e la fiducia nel futuro delle pacifiche mobilitazioni collettive. E al tempo stesso il rispetto intransigente della democrazia, la fermezza nel denunciare ogni abuso anche minimo che possa incrinare la fiducia nello Stato democratico: quel che è successo nel 2001 al G8 di Genova nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto è stato molto più devastante di mille proclami eversivi. Per il resto, a leggere alcune dichiarazioni incendiarie dei giorni scorsi – talora non prive dei toni dannunziani de Il dominio e il sabotaggio di Toni Negri (1978) – vengono solo in mente alcuni versi ironici di Jacques Prévert: «Non bisogna lasciar giocare gli intellettuali con i fiammiferi…».

Per approfondire
Gli angeli e la storia, scritture e riscritture: auando Sofri celebrava l’incompatibilità di Lotta continua con la violenza politica
Emile Pouget e la storia del sabotaggio

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In vino veritas, un omaggio a Franco Serantini da Daniele Sepe e la sua band

artworks-000048171115-ujhzh1-t500x500Franco Serantini era nato a Cagliari, fu abbandonato nel locale brefotrofio e dopo una vita difficile passata tra istituti per minori e riformatorio giunse a Pisa, dove entrò in contatto con il circolo anarchico Giuseppe Pinelli.
Nel 1972 in occasione di un comizio del MSI, tenuto dall’onorevole Niccolai, Lotta Continua organizzò una manifestazione per impedirne lo svolgimento e negli scontri che ne seguirono Franco fu circondato dai celerini e massacrato di botte.
Trasportato nel carcere di Pisa, non avendo ricevuto nessuna assistenza, dopo due giorni morì.
Il processo che ne seguì non condannò nessuno degli autori materiali dell’omicidio, ne il direttore sanitario del carcere, il dottor Mammoli, che però, quando nel ’77 fu assolto, fu colpito alle gambe da un nucleo di Azione Rivoluzionaria.
Giustizia proletaria.sovversivo
Ho sentito questa ballata la prima volta da Ivan Della Mea, il cui fratello, Luciano, si costituì parte civile nel processo.
La ballata fu scritta a caldo, subito dopo gli avvenimenti, da Piero Nissim.
Corrado Stajano scrisse un libro su Franco, chiamato Il sovversivo, che faceva parte delle letture più amate negli anni ’70 dai compagni, e in seguito Giacomo Verde ne trasse un documentario.
Abbiamo preparato questo brano nel maggio 2012, quando ci ha invitati a Pisa per un concerto la Biblioteca Franco Serantini.

Questo brano è dedicato a Nicola Pellecchia e Dario Iacobelli. Il primo irriducibile combattente, persona di cuore, il secondo la persona che mi ha regalato i testi più belli per la mia musica.

La ballata di Franco Serantini (spero che il link funzioni)

InVinoVeritas 2Floriana Cangiano voce
Daniele Sepe sax tenore
Franco Giacoia chitarra elettrica
Tommy De Paola pianoforte e tastiere
Davide Costagliola basso elettrico
Paolo Forlini batteria

Strage di Bologna: la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi e Valerio Fioravanti

L’inchiesta/prima parte – L’ultimo depistaggio sulla bomba esplosa alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 tira in ballo una delle vittime dell’eccidio: Mauro Di Vittorio, ventiquattrenne romano originario del popolare quartiere di Torpignattara. Pur di renderlo funzionale al teorema della pista palestinese i suoi accusatori non hanno esitato a riscrivere cinicamente il suo passato. Il grossolano tentativo di modificare quanto era già emerso 32 anni fa, nei giorni immediatamente successivi all’esplosione, fallisce clamorosamente di fronte alle testimonianze dei familiari di Di Vittorio e alla mole di materiali documentali esistenti

Paolo Persichetti
il manifesto 18 ottobre 2012

Mauro Di Vittorio, Lotta continua 21 agosto 1980

«Prendo un passaggio da un ragazzo tedesco che come salgo mi offre di accendere una pipetta di fumo mi tranquillizza un po’, ma alla seconda pipa nella quale c’erano minimo due grammi di nero mi sconvolgo in modo veramente pauroso. Con la terza la tensione è salita di molto e mi sento male, molto male. Ho un trip violentissimo e delle visioni allucinanti, e per fortuna sono molto stanco per cui mi metto a dormire. Quando il tipo mi sveglia sto meglio e ho fatto molta strada. La sera dopo un passaggio di un belga molto simpatico arrivo a Liegi. Sono contento perché la strada da fare è poca, per cui penso di arrivare il giorno dopo». (Leggi il testo integrale).

L’Europa in autostop
È il 30 luglio 1980, Mauro Di Vittorio sta attraversando l’Europa in autostop diretto a Londra, inconsapevole di avere pochi giorni di vita davanti a sé. Giunto a Dover gli inglesi lo rimandano indietro perché non ha con sé sufficienti garanzie di reddito. Costretto a rientrare in Italia, tre giorni più tardi salta in aria insieme ad altre 300 persone (85 morirono) nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Oltre venti chili di gelatinato e compound b, una micidiale miscela nascosta molto probabilmente in una valigia, mettono fine per sempre al suo ritorno.
Il racconto degli ultimi giorni di vita di Mauro è in un quaderno in cui sono annotate le tappe e gli incontri del viaggio, probabilmente scritto durante il rientro. Dopo 30 anni le pagine di questo diario sono diventate un affaire di Stato, un presunto mistero – secondo il parlamentare Enzo Raisi, già membro della commissione Mitrokhin – che sulla loro veridicità solleva dubbi insinuando che dietro vi sia una manipolazione per nascondere la responsabilità diretta, anche se involontaria, dello stesso Di Vittorio nella strage.

La fabbrica delle patacche ispirata dalla trama di un romanzo
Per il parlamentare di Fli, che sulla vicenda ha depositato un’interpellanza parlamentare urgente annunciando anche la prossima uscita di un libro, il giovane sarebbe stato un appartenente «all’area di Roma sud dell’Autonomia Operaia», incaricato di trasportare per conto di un gruppo palestinese, l’Fplp di George Habash in contatto con Carlos, la valigia poi esplosa per un incidente o forse addirittura per una trappola architettata all’insaputa del giovane. Episodio che, sempre secondo Raisi, andrebbe iscritto tra i retroscena del lodo Moro (l’accordo segreto tra Sismi e guerriglia palestinese per salvaguardare l’Italia da attentati in cambio del transito di armi), come un incidente di percorso o come una rappresaglia per la sua violazione l’anno precedente, quando davanti al porto di Ortona furono arrestati, perché trovati in possesso di un lanciamissili destinato alle forze palestinesi, tre esponenti dell’Autonomia romana e successivamente Abu Anzeh Saleh, responsabile dell’Fplp in Italia.
Raisi fonda i suoi sospetti sul fatto che nel fascicolo delle indagini, «non sembrerebbe risultare verbalizzato alcun rinvenimento di documento d’identità o agenda del Di Vittorio». Non è affatto vero ma al parlamentare non interessa al punto da sollevare ombre anche sulla scheda biografica presente nel sito web dell’Associazione familiari vittime del 2 agosto 1980, nella quale sono riportati alcuni brani virgolettati del diario.
A rafforzare i dubbi di Raisi ci sarebbero delle nuove testimonianze che riferiscono lo strano comportamento di una ragazza e di un uomo dalle sembianze mediorientali che avrebbero realizzato una ricognizione del cadavere di Di Vittorio all’obitorio di Bologna, fuggendo intimoriti prima che «il primario e il maresciallo presenti sul posto riuscissero a raggiungerli per identificarli».
Sarà soltanto una coincidenza ma il castello di sospetti avanzato da Raisi ricalca senza molta originalità la fantasiosa trama del romanzo Strage, di Loriano Machiavelli (circostanza segnalata dal sempre attento Ugo Maria Tassinari nel suo sito FascinAzione.info), uscito sotto pseudonimo e tra mille polemiche nel 1990 per Rizzoli e ripubblicato due anni fa da Einaudi, nel quale si narra la storia di una coppia di giovani che gravitano nell’area dell’Autonomia, si riforniscono di armi tra Parigi e la Cecoslovacchia fino a quando uno dei due salta in aria alla stazione di Bologna con una valigia di esplosivo attivata a sua insaputa da un sofisticato congegno trasportato da un’emissaria dei “poteri occulti”. Guarda caso anche qui la ragazza si reca all’obitorio con altri compagni.

Una forzatura di troppo
Il deputato post-missino, citando una testimonianza rilasciata 26 anni dopo i fatti dalla sorella maggiore di Di Vittorio, Anna, a Giovanni Fasanella e Antonella Grippo nel libro “I silenzi degli innocenti” (Bur, 2006), lascia intendere che la «strana telefonata» che informò i familiari del rinvenimento a Bologna della carta d’identità di Mauro, non proveniva dalla questura ma da probabili complici del giovane. Sempre Anna, alcuni anni fa concesse il perdono a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, membri dei Nar condannati per la strage, con una lettera che facilitò l’accesso della Mambro alla liberazione condizionale. Lo scorso 2 agosto, come se nulla fosse, anche Fioravanti, ormai libero, ha ipotizzato in un articolo apparso sul Giornale un ruolo dell’«autonomo» Di Vittorio nella strage. Ma su questo argomento, Anna Di Vittorio e suo marito Gian Carlo Calidori, anche lui colpito negli affetti dalla strage, non hanno intenzione di scendere in polemica. Ritengono che ognuno debba rispondere alla propria coscienza: «Chi siamo noi due per giudicare gli altri?». In realtà, come ci ha spiegato Anna Di Vittorio, «non è mai esistita nessuna telefonata misteriosa». D’altronde quanto riportato nel libro non trova riscontro nelle dichiarazioni rilasciate dagli altri familiari il giorno del riconoscimento ufficiale della salma di Mauro. Luciana Sica di Paese sera, in una cronaca apparsa il 13 agosto 1980, racconta le ore passate nella casa di via Anassimandro, nel quartiere romano di Torpignattara. Descrive il clima attonito di una famiglia che per dieci lunghi giorni non ha voluto credere ai ripetuti segnali che annunciavano la tragica fine del loro congiunto, come la telefonata della questura felsinea del 3 agosto che – forse per un eccesso di cautela – riferiva soltanto del generico ritrovamento della sua carta d’identità in città. La cronista raccoglie le prime dichiarazioni del fratello più piccolo, Marcello, e quelle della zia che ancora non riescono a capacitarsi di quella rimozione. Riferisce dell’interessamento dei vicini che invece hanno sentito in televisione la descrizione dei corpi ancora non identificati ed hanno subito capito; finalmente Anna dopo una telefona all’obitorio decide di partire verso la capitale emiliana insieme a due amici. E’ lunedì 11 agosto, giunta all’istituto di medicina legale entra, sono le nove di sera e all’interno c’è poca luce, i suoi amici non resistono all’odore, tutt’intorno ci sono resti di cadaveri, Anna «vede il corpo del fratello, esce e dice di non averlo riconosciuto». Chiama Marcello a Roma per sapere se Mauro avesse dei pantaloni di velluto grigio. La risposta non offre scampo: «E’ lui».

Il mistero inesistente del diario
A chiarire invece il mistero del diario ci pensa Lotta continua che il 21 agosto 1980 ne pubblica il testo integrale insieme a una lettera firmata «I compagni di Mauro». Nel resoconto del viaggio Di Vittorio racconta di essere partito da Roma in automobile insieme a un amico di nome Peppe, probabilmente il 28 luglio. Due giorni dopo alla frontiera di Friburgo i doganieri tedeschi trattengono la macchina di Peppe perché due anni prima era stato trovato senza biglietto sulla metropolitana di Monaco e non ha ancora pagato la multa. Mauro gli lascia tutti i suoi soldi e prosegue solo, in autostop, con la speranza di arrivare rapidamente a Londra, nello squat di Brixton dove viveva, per trovare altro denaro da inviare a Peppe. I numerosi dettagli riportati offrono facili possibilità di riscontro sulla veridicità intrinseca del racconto e se ancora non bastasse c’è l’importo del biglietto del treno non pagato da Mauro durante il viaggio di ritorno che arrivò alla famiglia, quasi come una beffa, dopo la morte. Ancora più interessante è la lettera dei suoi compagni, dalla quale si capisce che Mauro non era un militante e non era mai stato vicino all’Autonomia. Gli autori del testo sono ex di Lotta continua del circolo di Torpignattara, ancora aperto nel 1980 – come accadde anche per altre sedi del gruppo – punto di riferimento per una parte di quella fragorosa comunità politico-esistenziale che non si era rassegnata allo scioglimento dell’organizzazione quattro anni prima. Mauro, che dopo la morte prematura del padre aveva lasciato la scuola per aiutare la famiglia, era molto conosciuto, amato e stimato. I suoi compagni lo descrivono come «Una persona, un compagno inestimabile che sapeva dare tutto a tutti. Capace di dare se stesso in qualsiasi momento. La persona che tutti avrebbero voluto vicino per qualsiasi cosa: per un viaggio, per parlare di se stessi, della vita, delle contraddizioni e dei problemi che ci si presentano quotidianamente».

Un indiano metropolitano a Londra
La domenica successiva, sempre su Lotta Continua, appare un’altra lettera che è quasi una seduta pubblica d’autocoscienza. In polemica con i toni ritenuti troppo politici della prima, i suoi autori che si firmano «Alcuni amici di Mauro» sostengono che «per Mauro la parola compagno era diventata vuota e priva di senso come lo è diventata per noi, perché questa maturazione l’avevamo vissuta insieme e insieme avevamo smesso di illuderci e insieme avevamo visto crollare miti, ideologie e propositi rivoluzionari. Quindi, oggi, il minimo che possiamo fare è rispettare il suo modo di vedere, le sue disillusioni. Evitare quindi cose che suonano speculative, evitare analisi che lui non avrebbe fatto, evitare termini in cui non si riconosceva più, evitare inni alla rivolta di cui tutti conosciamo la falsità e la vuotezza».
C’è l’intera parabola di quel che accadde in un pezzo del movimento del 77 in queste frasi che annunciano l’epoca del grande riflusso, dove le grandi narrazioni cedono spazio a traiettorie più intimistiche e personali, in ogni caso situate a una distanza siderale dall’immagine del giovane dalla doppia vita con la valigia piena di esplosivo suggerita da Enzo Raisi. Mauro Di Vittorio con i suoi lunghi capelli neri che sembrano anticipare la moda dei dread, la barba folta e l’aspetto freak, era un’altra persona. Chi lo descrive oggi come l’autore della strage di Bologna lo ha ucciso una seconda volta.
«Quest’accusa – replica Gian Carlo Calidori – ci sta facendo vivere un’esperienza sgradevole, ma nonostante ciò continuiamo a confidare, come sempre, nelle Istituzioni della Repubblica Italiana».
E Anna aggiunge: «Nell’agosto del 1980 sono andata a Bologna. Ho visto il cadavere di mio fratello Mauro: era intatto; non carbonizzato; con una sola ferita, mortale, nel costato. Poi, ho incontrato la Polizia Ferroviaria che, molto umanamente, mi ha consegnato gli effetti personali di mio fratello, tra cui il diario di Mauro».

Per saperne di più
“Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio”, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Rais, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci

Il coraggio dell’amnistia

Un’amnistia per la lotta armata

Piero Sansonetti
L’Altro 16 maggio 2009

Giampiero Mughini ha raccontato ieri al Corriere della Sera (articolo di Aldo Cazzullo) i suoi ricordi e le sue riflessioni sull’uccisione del commissario Luigi Calabresi (anno 1972), Mughini all’epoca era vicino al gruppo dirigente di Lotta Continua, e quindi basa la sua ricostruzione (ipotetica) dei fatti su ele-menti di conoscenza personale (di abitudini, idee, Callerapporti, modi di comportarsi di quel periodo). Mughini avanza l’ipotesi che Sofri non sia colpevole diretto, ma che sapesse. E che conosca i nomi di chi uccise Calabresi. Tesi che già in passato aveva sostenuto. Personalmente questa ricostruzione non mi convince. Penso che Sofri sia innocente. E constato che, in ogni caso, contro di lui non sono state raccolte prove, e i processi che si sono conclusi con la sua condanna erano processi indiziari, tutti fondati sulle dichiarazioni di un pentito (non verificate e non verificabili) il quale in cambio della condanna di Adriano Sofri ha ottenuto per se la libertà dopo pochissimi mesi di prigione (pur essendo stato condannato come autore materiale dell’uccisione).
Sono assolutamente convinto del principio secondo il quale in mancanza di prove non si può condannare. E credo che un certo numero dei processi che si sono svolti negli anni ’80 (e in parte ’90) contro gli imputati di lotta armata o di reati politici, siano stati processi “zoppi”, poco convincenti, senza garanzie.
Influenzati dal clima politico dell’epoca e condizionati da una legislazione speciale, basata sull’esaltazione del pentitismo, che non dava garanzie né di verità né di equanimità. Che le cose stiano così è abbastanza evidente. E ce ne accorgiamo ogni volta che le nostre autorità chiedono l’estradizione di qualcuno che fu condannato in quegli anni, con quei processi, e non la ottengono (recentissimo caso Battisti). Come mai non l’ottengono? Perché la Francia, il Brasile, il Canada, la Gran Bretagna, la Svezia, la Spagna eccetera, eccetera sono paesi filo terroristi? Non mi pare una spiegazione ragionevole. Non la ottengono perché i processi sono considerati non affidabili. Tutto qui. Vedete bene che il problema esiste, e va affrontato seriamente. In che modo? Riprendendo la riflessione su quegli anni di fuoco, nei quali la lotta politica, in Italia, convisse con la lotta armata; e trovando il modo dì uscire definitivamente da quel clima e da quella storia. C’è un solo modo di uscire da quel clima e da quella storia. Chiudendone tutti gli strascichi giudiziari e penali. Cioè con l’amnistia. Solo l’amnistia può relegare finalmente nel passato gli anni di piombo e di conseguenza permettere l’apertura di una discussione e di una riflessione seria. Quali sono gli argomenti contro l’amnistia? In genere se ne sentono tre. Il primo è il cosiddetto “diritto dei parenti delle vittime”. Il secondo è la certezza della pena e il rischio che gente che ha seminato il male non paghi per il male, la faccia franca. Il terzo è la paura che l’amnistia ci impedisca di scoprire cosa davvero è successo in quegli anni, cosa c’era dietro i delitti.
Il primo argomento mi sembra che non riguardi il diritto. Riguarda semmai la politica. I parenti delle vittime non hanno il diritto dì influire sulle pene dei colpevoli (o, talvolta, dei sospetti). Hanno il diritto ad essere risarciti, aiutati, assistiti. E spesso questo diritto non viene loro riconosciuto dallo Stato, ma l’amnistia non c’entra niente.
Il secondo argomento è sbagliato. Per un motivo molto semplice: la lotta armata degli anni settanta è l’unico capitolo della storia del delitto italiano che ha prodotto un numero altissimo di condanne e di pene. I ragazzi che furono coinvolti nella lotta armata, nella loro quasi totalità hanno pagato con anni e anni di galera. Non esistono altri “rami” del delitto dei quali si possa dire altrettanto. Qualcuno ha pagato per le stragi di Stato? Qualcuno per la corruzione politica? Qualcuno per le responsabilità dell’ecatombe sul lavoro? Ho fatto solo tre esempi, ì più clamorosi, ma potrei continuare. E allora è curioso che si chieda la certezza della pena per gli unici che la pena l’hanno scontata. Giusto? Il terzo argomento è il più controverso. E’ la famosa questione del complotto. Qual’è il problema? Una parte dell’opinione pubblica italiana (specialmente di sinistra) si era convinta, negli anni scorsi, che il fenomeno della lotta armata fosse troppo grande e vasto e potente per potere essere il semplice prodotto dell’impegno diretto e un po’ delirante di alcune migliaia di giovani. E che allora dovesse essere il risultato di un complotto nazionale o internazionale. Devo dire che per molti anni anche io mi ero convinto di qualcosa del genere. Avevo sospettato che il rapimento e l’uccisione di Moro fosse una losca congiura del potere. Però poi, di fronte alla realtà, bisogna arrendersi. I colpevoli sono stati tutti arrestati, sono state raccolte tonnellate di testimonianze, prove, documenti. Sono passati 30 anni. È chiaro che non ci fu complotto. Semplicemente avevamo sottovalutato la forza della rivolta armata. E allora perché negare l’amnistia con la scusa della ricerca della verità? È chiaro che le cose stanno in modo molto diverso. La verità che ancora non conosciamo, che vorremmo conoscere, è quella sulle stragi di Stato (da piazza Fontana 1969, fino alla Stazione di Bologna 1980). Cioè su quella parte di lotta armata (di controguerriglia) che fu organizzata direttamente dalle istituzioni e dal potere e che, tra l’altro, ebbe un peso forte nella nascita – per reazione – delle brigate rosse e delle altre formazioni eversive di sinistra. Nessuno è in prigione per quelle stragi (tranne alcuni estremisti di destra per la strage di Bologna, ma moltissimi esperti ritengono che essi siano innocenti). Con questi misteri l’amnistia non c’entra niente. E probabilmente se ci si decidesse a vararla potrebbe essere un aiuto per riaprire la discussione e la ricerca su quel buco nero della storia italiana.

Link
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati
Il giornalista Buffa arrestato per aver raccontato le torture affiorate
Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’unità d’Italia ad oggi
Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
Una storia politica dell’amnistia

Amnistia per i militanti degli anni 70
La fine dell’asilo politico
Vendetta giudiziaria o soluzione politica?
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
L’inchiesta di Cosenza contro Sud Ribelle
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni-70
Universita della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla digos
Università della Sapienza,il seminario sugli anni 70 della pantera
Quella ferita aperta degli anni 70
Un kidnapping sarkozien
Brasile: niente asilo politico per Cesare Battisti
Il Brasile respinge la richiesta d’estradizione di Battisti, l’anomalia è tutta italiana
Scontro tra Italia e Brasile per l’asilo politico concesso a Battisti

Tarso Gendro: “L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo”
Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti richiamato l’ambasciatore Valensise
Stralci della decisione del ministro brasiliano della giustizia Tarso Genro
Testo integrale della lettera di Lula a Napolitano
Caso Battisti: una guerra di pollaio
Dove vuole arrivare la coppia Battisti-Vargas?
Risposta a Fred Vargas
Corriere della Sera: la coppia Battisti Vargas e la guerra di pollaio

Un maggio lungo dieci anni

Libri – Il Nemico inconfessabile, Paolo Persichetti, Oreste Scalzone, Odradek 1999

Capitolo secondo – Un maggio lungo dieci anni

Altro era il fare convulso che mi raccontavi e che conteneva, secondo quanto mi dicevi, parte di un mondo futuro […] Era un modo di battersi. Non si chiedeva di essere d’accordo con un progetto, solo darsi alle lotte. Furono case vuote che vennero occupate, pigioni che non si pagarono più, bollette di elettricità bruciate in piazza. Si impedivano le ritorsioni degli stacchi, degli sfratti. Si era smesso di pagare i conti, si passava a esigere. Quando finiva il tempo della lotta, con risultato buono o cattivo, si cominciava da un’altra parte […] Non eravamo convenienti, il nostro metodo era l’urto, tecnica faticosa per ottenere anche poco, a volte niente. Però procurava peso. C’è un tempo della vita in cui un uomo vuol poggiare al suolo una pianta larga, un passo non leggero. Non per pestarlo, ma per caricarlo con tutto il corpo. In quegli anni nessuno voleva essere lieve. Urgeva una diversa gravità che cambiò l’andatura di molti […] Negli anni degli urti nessuno voleva essere più alto, più magro, nemmeno più sano: ridevano volentieri le bocche sdentate […]
Erri De Luca, Aceto, Arcobaleno. 1497_1497

1. Quando si guarda alla storia italiana degli anni 70, quando si affronta quella lunga stagione di sovversione politica e sociale, il pensiero corre in ritirata, la profondità diventa pesantezza e l’intelligenza lascia il posto alla piattezza. Allora ogni considerazione indugia sovente più al giudizio che alla riflessione. Un lungo maggio rampante tamtamizzato, disseminato, ha attraversato per intero gli anni Settanta, tra insurrezione e controinsurrezione, persistenze e resistenze, protraendosi fino ai soprassalti degli anni 80. Questa contestazione sociale generalizzata ha avuto il suo epicentro nell’insorgenza selvaggia di un vero potere operaio, il cui fulcro, nel contesto della regolamentazione fordista e della produzione taylorista, è stato rappresentato dalla fanteria degli operai massa(1). Questi ultimi erano costituiti per la maggior parte da terroni, omologhi dei turchi alla Volkswagen, dei pachistani della Gran Bretagna, dei magrebini a Billancourt. Terroni i cui padri, annessi in un’epoca relativamente recente, erano stati assimilati e italianizzati a forza, prima col sistema fiscale dei Savoia, poi attraverso il battesimo del fuoco e del sangue – nel fango delle trincee della Grande Guerra – in regioni dove gli abitanti parlavano una lingua a loro straniera.

Origini lontane dell’anomalia italiana
2. Bisogna considerare le specificità del processo di costruzione, sulle spalle del corpo sociale, di uno Stato-nazione fabbricato dall’alto sulla società civile, le società dell’antico paese dalle cento città. E poi, risalire alla questione delle masse cattoliche, al «non expedit»(2), all’Italietta, al fascismo, alle avventure coloniali, alla guerra persa. E ancora, al «compromesso storico» ante litteram dei grandi partiti di massa: la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, coppia opposta, associati e antagonisti di due egemonie. Il mito fondatore della Repubblica fu dunque il Risorgimento, ma l’Assemblea costituente risultò talmente ossessionata dalla volontà di rilegittimare il modello centralista, da scartare il federalismo e facilitare l’avvio della «partitocrazia». Da un lato, il Piano Marshhall, lo scudo crociato Libertas, la Chiesa, la Nato, il Mercato comune; dall’altro, l’attesa della rivoluzione, la telenovela dello Sputnik(3), e sulla terra, il valore del lavoro e il lavoro come valore, una sorta di “calvinismo del capitale variabile”. La gestione, insieme, di un’economia mista sulla base della dialettica tra difesa del lavoro e iniziativa del capitale, come riflesso privilegiato della diarchia geopolitica definita a Yalta: il «bipartitismo imperfetto», il «fattore K», la «dottrina Sonnenfeldt»(4) – l’elemento di sovradeterminazione geopolitica che ha congelato l’Italia, permettendo più di quaranta anni di equilibrio eccezionale(5) – e il «consociativismo»(6) (cioè l’associazione dell’opposizione comunista ai poteri e alle decisioni come compenso all’impossibilità dell’alternanza). E ancora, la configurazione ideologica e politica assunta in Italia dalla contro-rivoluzione stalinista: il togliattismo(7), il «nazional-popolare», un misto di machiavellismo, di spirito contro-riformista, di filosofia della storia – necessariamente idealista – di egualitarismo e di collettivismo verso il basso (l’egualitarismo dei «più uguali degli altri», il comunismo degli uomini non comuni, il comunismo cratico invece del comunismo critico), e un’ibridazione profusa, tra le quali l’eredità dello storicismo hegeliano versione Benedetto Croce, o dell’attualismo di Gentile(8).

Originalità della sovversione sociale italiana nel contesto europeo

3. Nel dopoguerra, a partire dagli anni cinquanta, cominciò un enorme trasferimento interno di forza-lavoro dovuto alla nemicoinconfessabile2domanda generata dalle rapide forme di sviluppo del capitalismo italiano. Il vecchio operaio professionale, a forte spessore ideologico, dotato di una memoria storica legata alla Resistenza, si fuse progressivamente con la nuova figura dell’«operaio massa». I nostri «arabi» alla Fiat erano loro, con la differenza che essi possedevano una carta d’identità italiana e non erano dunque sottomessi al ricatto dell’espulsione, e inoltre potevano comunicare alla catena di montaggio con lo stesso medium linguistico. Questa «rude razza pagana», massa arrabbiata di giovani meridionali sottratta al tradizionale controllo della Chiesa esercitato nelle campagne, incontrò la scuola della lotta di classe nelle fabbriche del nord e la tradizione del sovversivismo rivoluzionario della Resistenza. S’innescò così una miscela esplosiva(9). I fatti del «luglio 60»(10). e quelli di Piazza Statuto nel 1961(11), furono le prime grandi manifestazioni di autonomia operaia del dopoguerra. Due episodi che assunsero il ruolo simbolico di apertura dei cicli di lotte che condussero agli anni 70. Questi due momenti rappresentarono l’affacciarsi sulla scena delle nuove generazioni operaie che si andavano formando nel tessuto sociale metropolitano: i giovani dalle «magliette a strisce» e i nuovi «operai di linea», carichi di una rabbia sociale nuova, un’insofferenza per la tradizionale rigida morale operaia e la prospettiva di una vita di fabbrica, sotto l’influenza di culture giovanili che trovavano spazio tra le pieghe della società dei consumi che si approssimava. Fece irruzione una nuova immaginazione del conflitto e una fantasia delle forme di lotta che sorprese e scavalcò le organizzazioni tradizionali del movimento operaio e della sinistra(12).

4. Questo vero e proprio contro-potere si esprimeva prima di tutto attraverso l’assalto al reddito e la critica pratica del lavoro. Un contro-potere che si presentava come una potenza di, opposta ai poteri su. Era l’espressione di un alto livello d’indipendenza, dunque di virtuale autonomia. Questo forte antagonismo operaio agiva come embrione di un potere alternativo: scioperi a oltranza e scioperi selvaggi, cortei di officina, occupazioni e insubordinazione operaia, forme dure di lotta che avevano modificato i rapporti di forza. La gerarchia del comando capitalista era rimessa in discussione, le vecchie commissioni interne vennero sostituite dai consigli di fabbrica, la cui spinta radicale fu ben presto normalizzata con la loro trasformazione in strutture di base dalle confederazioni sindacali, attraverso la formazione del sindacato dei consigli(13). L’esperienza dei Cub (Comitati Unitari di Base(14) in alcune grandi fabbriche, che vede la classe operaia trasformarsi in soggetto, segno di una forte spinta di autonomia, è alla base delle rivendicazioni sociali economicamente più sovversive, come la rottura del legame tra aumento del salario e incremento della produttività. Il salario diventa così una variabile indipendente dalla produttività(15). Gli operai escono dalla fabbrica, occupano i centri urbani e si legano agli altri settori di classe: studenti, senza-casa, donne. L’intera società si infiamma. Lo scontro sociale tocca livelli altissimi. La massa delle ore di sciopero, i grafici del conflitto, la dimensione quantitativa e qualitativa del confronto, mostrano tetti mai raggiunti nei decenni precedenti. Il che spiega come un’epoca in cui l’autonomia del politico aveva trovato nel «compromesso storico» la sua realizzazione più ardita, avesse come riflesso speculare e vitale una furibonda autonomia del sociale.

Gli anni 70: l’autonomia del sociale contro l’autonomia del politico
potere-operaio-democrazia-e-il-fucile-in-spalla-agli-operai5. È l’epoca dell’unione sacra, che ha conosciuto il suo apogeo al momento del «compromesso storico» e dell’«unità nazionale», nell’ipertrofia del regime dei partiti, dello Stato dei partiti sostituitosi allo Stato sociale(16). Al suo posto si ebbe, o la potenza delle lotte sociali – il «Vogliamo tutto»(17) – oppure, i corporativismi incrociati: le strutture sindacali e politiche del «Movimento operaio» istituzionale, che esercitavano il ruolo di padrini sociali sulla forza lavoro; o la balena bianca, partito-madre, partito-regime, partito-Stato, che è stata la Democrazia cristiana. La quale, a suo modo, era anche partito-Stato sociale con la sua politica di redistribuzione “a pioggia” dei redditi in cambio di consenso elettorale, una specie di versione clientelare del keynesismo(18). Oltre trent’anni di potere avevano trasformato la dc in un partito-società, fotocopia della maggioranza sociale del Paese, agglomerato di classi, corporazioni, ceti, lobbies, che in essa trovavano il luogo della rappresentanza e della mediazione dei loro interessi. Al suo interno c’erano la destra e la sinistra sociale, una miscela di modernità e tradizione. Con un rapporto di egemonie concatenate l’una all’altra, Dc e Pci gestivano ognuno la propria sfera: ai democristiani quella superiore che controllava l’esecutivo, gli esteri, gli interni, la politica economica, la difesa; ai comunisti la forza-lavoro e la cultura. Persino all’interno degli organi repressivi dello Stato – dove carabinieri e polizia erano sempre rimasti rigidamente controllati dalla dc, si aprivano spazi per la presenza di uomini legati al Pci. Nella magistratura inquirente, soprattutto; ovvero tra quei sostituti procuratori che hanno avuto un ruolo chiave nel supplire all’incapacità di risposta politica dello Stato alla sovversione sociale montante. Questa «gestione simbiotica» dello Stato e della società civile trovò un cemento ulteriore, una legittimità ideologica, nella gestione dello stato di emergenza antiterrorista. La sovversione politica e sociale che cresceva in quegli anni fu anche il primo grande nemico del consociativismo e della partitocrazia.

La tribù delle talpe
6
. La prima metà degli anni 70 è caratterizzata dal proliferare di numerose formazioni extraparlamentari che si lanciano in una rissosa disputa concorrenziale nel tentativo di occupare lo spazio politico apertosi, dopo il ‘68, alla sinistra del Pci. La 1210173228798_14-negri_potere_operaiostagione degli anni 60, sotto la spinta di un clima internazionale caratterizzato dallo sviluppo di numerosi «movimenti di liberazione nazionale», anticolonialisti e antimperialisti, di fronte all’effervescenza teorica e ideologica legata alla nascita o alla ripresa di diverse scuole marxiste, aveva visto formarsi numerosi gruppi e organismi marxisti-leninisti, operaisti, trotzkisti, consiliaristi, situazionisti, bordighisti, anarchici e maoisti. Il ‘68 e sopratutto l’offensiva operaia del ‘69, danno vita a un nuovo «ceto politico» che si struttura nella decisione di fondare l’«organizzazione rivoluzionaria». Ha origine così un’inflazione di «partitini» in rivalità aperta sullo stesso terreno sociale e nello stesso spazio politico. Le ragioni della loro rapida ascesa e soprattutto della folgorante caduta sono molteplici e complesse; un nodo decisivo fu certamente quello che venne a costituirsi verso la metà degli anni 70. La radicalizzazione estrema delle lotte sociali aveva generato, per effetto anche del «compromesso storico», una unipolarizzazione dello spazio politico. Il ventaglio delle opzioni strategiche percorribili si era assai ridotto. La rottura violenta, l’approfondimento di un tragitto radicalmente sovversivo – linea che al tempo stesso teorizzava e assecondava una spinta sociale violenta, di rottura, proveniente dal basso, dalle fabbriche e dalle periferie urbane – fu il progetto, l’elemento di demarcazione e di selezione (che si manifestò in forme diverse e concorrenziali), scelto dalle formazioni che intendevano ancora proseguire un percorso politico autonomo, non subalterno e incisivo. Il Collettivo politico metropolitano (a partire dalla quale nasceranno le Br) sarà il primo a intraprendere in modo risolutivo questa strada; qualche anno dopo, sull’onda dell’occupazione di Mirafiori del 1973 sarà la volta di Potere operaio, che aveva già una importante struttura di «lavoro illegale» attiva fin dai primi momenti degli anni 70. Lotta continua, il gruppo con più forte séguito di massa, resta invece lacerata da un contrasto di fondo. Una linea che radicalizza lo scontro, sostenuta dalla frazione operaia e da parte del servizio d’ordine – attratti dalla scelta combattente – si oppone a quella del gruppo dirigente che, una volta superate le oscillazioni del ‘72-’73, spinge per trasformare il movimento in partito, teorizzando l’ingresso nell’area istituzionale. Lotta continua traverserà una lunga crisi che si concluderà con il suo scioglimento nell’autunno del 1976. I maoisti di Servire il popolo, l’organizzazione-sètta, una struttura tra le più burocratiche e verticali degli anni 70 (essa programmava la vita dei suoi militanti, la morale, persino i comportamenti sessuali), con un certo séguito proletario nel meridione, si sfalderà sotto l’insorgenza della «nuova soggettività militante»(19) espressa dal movimento del ‘77. Altrove l’Mls, il Manifesto, Avanguardia operaia, Pdup, ripropongono modelli che oscillano tra posizioni ultrastaliniste e «rivisitazioni togliattiane verniciate di maoismo» e rivalutano «figure ed epoche storiche del movimento comunista italiano, da Gramsci alla Resistenza»(20). Convinti che il tema centrale fosse la battaglia contro il terrorismo di Stato, la «strategia della tensione»(21) e il «fanfascismo»(22), questi gruppi concentravano tutta la loro attenzione sulle battaglie democratiche e civili perdendo contatto con le lotte sociali e la fabbrica. «I “gruppi” non hanno una strategia di fabbrica, i loro militanti sono esposti all’epurazione, vengono spesso licenziati o si autolicenziano o s’imboscano nel sindacato»(23). Nelle grosse concentrazioni operaie del Nord solo le formazioni clandestine riescono a proteggere per lungo tempo la loro sottile rete organizzativa. Le formazioni extraparlamentari sopravvissute al movimento del ‘77 vengono gradualmente assorbite nel «sistema dei partiti» fino a dar vita a esperienze di tipo parlamentare come quella di Democrazia proletaria(24), protrattasi fino alla fine degli anni 80. «Nell’autunno del ‘73 mentre sulla fiat occupata sventolano le bandiere rosse, i “gruppi” hanno già di fatto concluso il loro breve ciclo»(25).

La fine dell’innocenza
7. L’ammutinamento crescente, propagatosi di settimana in settimana, da una città all’altra, la contestazione di massa potopdell’intera istituzione sociale, di ogni relazione di potere, avevano prodotto una situazione preinsurrezionale. La risposta alle aggressioni brutali della polizia aveva permesso di verificare la possibilità della violenza collettiva. A quel punto essa fu considerata come inevitabile e propria delle epoche rivoluzionarie. Per alcuni gruppi divenne l’atto costitutivo della propria azione politica. In ogni caso essa partecipò alla radicalizzazione delle forme di lotta. Potere contro potere, a lungo andare è la forza che decide. Non sarebbe necessario ritornare ai classici della teoria politica(26), per capire che un movimento sovversivo multipolare, disseminato e prolungato negli anni, abbia suscitato un livello di scontro che dilagò in forme dure di violenza sociale e politica. Tra il 1947 e il 1969, 171 persone, per la maggior parte operai e contadini, vennero uccise dalle forze dell’ordine durante manifestazioni, picchetti di sciopero, e occupazioni di terre(27), tanto che il Pci di allora aveva richiesto il «disarmo delle forze di polizia in attività di ordine pubblico». Si trattava di un’epoca in cui al massimo i manifestanti si armavano di pietre. Questo stillicidio di morti ha rappresentato il costo del mantenimento dell’ordine pubblico in tempo di pace. Nel corso degli anni Settanta l’irruzione sociale della forza ha rimesso in discussione il monopolio della violenza detenuto dallo Stato(28). Ci sarebbe stato da stupirsi se fosse accaduto il contrario; in quel caso una simile assenza avrebbe posto un vero problema teorico(29).

NOTE
1. Operai di linea addetti alla catena di montaggio, differenziati, per livello contrattuale e mansioni, dagli operai specializzati.
2. Nel marzo 1871 il Vaticano, che non riconosceva formalmente lo Stato unitario italiano, introdusse la formula del non expedit (letteralmente, “non giova”, “non conviene”). Essa impediva ai cattolici di partecipare alle elezioni politiche. Questo divieto perdurò per oltre trenta anni e fu abbandonato progressivamente nel primo decennio del 1900 (patto Gentiloni, alleanza tra cattolici e liberali di Giolitti) soltanto per arginare lo sviluppo tra le masse popolari del Partito socialista. L’11 febbraio 1929 ci fu il reciproco riconoscimento tra Stato Pontificio e Stato fascista.
3. Primo satellite spaziale. Fu messo in orbita dai sovietici nel 1958.
4. Il riferimento è a Helmut Sonnenfeldt, politologo statunitense di marca moderata, consigliere per gli affari europei della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato. La sua dottrina prevedeva l’impossibilità di accesso del Pci al governo e la strutturazione del sistema politico in una sorta di “conventio ad excludendum” (patto per l’esclusione) tra tutte le restanti forze politiche.
5. L’Italia non è stata affatto un paese instabile dal punto di vista istituzionale, come una parte della pubblicistica di scuola liberale (contraria al sistema elettorale proporzionale e alla “democrazia dei partiti”) ha sostenuto. Cambiavano i governi ma le leve del potere politico sono rimaste saldamente nelle mani dello stesso partito per oltre quaranta anni.
6. Il primo a utilizzare il modello di “democrazia consociativa” alla fine degli anni 60 è lo studioso olandese Arend Lijphart. Essa consiste “in una fondamentale cooperazione a livello delle élites con lo scopo deliberato di combattere le tendenze disgregratrici del sistema”, Arend LIJPHART, “Typologies of democratic System”, (in Comparative Political Studies, n. 1, 1968) e “Consociacional Democracy” (in World Politics, n. XXI, 1969). La tesi è ripresa e proposta in italia da Gianfranco PASQUINO, “Il sistema politico italiano tra neoriformismo e democrazia consociativa”, in Il Mulino, luglio-agosto 1973. Il termine è impiegato nella sociologia politica nord-americana (”consociational democracy“), in modo particolare negli studi consacrati al fenomeno del “pluralismo segmentato”. Queste ricerche, incentrate su una sorta d’analisi degli aggregati macropolitici, hanno messo in luce le forme di regolazione ed equilibrio costituite tra “blocchi” ideologico-culturali contrapposti che permettono la stabilità politica e la sopravvivenza del sistema. Consociational Democracy, Political accomodation in segmented societies, Toronto, MacRae, 1974. In Italia la tematica è stata successivamente sviluppata da Luigi GRAZIANO in “Compromesso storico e democrazia consociativa. Verso una nuova democrazia?”, in AA.VV., La crisi italiana, Torino, Einaudi, 1979, vol. II; e poi da Alessandro PIZZORNO, in “Le difficoltà del consociativismo” in ID., Le radici della politica assoluta, Milano, 1993, pp.285-313. Alain Rouquié annovera questa forma politico-sociale alle situazioni di “democrazia non concorrenziale”: Alain ROUQUIE, “Analyse des élections non-concurrentielles” in Des élections pas comme les autres, PUF, 1986. Una realtà non concorrenziale era sicuramente il contesto italiano nel quale si è diffuso il ricorso all’impiego del termine “consociativismo” o “consociazione”, per indicare una pratica d’associazione alla spartizione e cogestione del potere estesa anche all’opposizione in assenza di possibilità d’alternanza. Il Pci come la Dc erano dei partiti capaci d’esprimere potenza sociale accumulata e capacità d’egemonia. La consociazione raggiunse il suo apice come corollario del “compromesso storico” ma poi sopravvisse alla sua crisi e si autonomizzò. Privata d’orpelli ideologici essa divenne una pura pratica di spartizione del potere (tra il 1975 e il 1991, il 93% dei progetti di legge furono approvati in concertazione nelle commissioni parlamentari, per accordo tra Dc e Pci, senza essere passati per le Camere) e delle risorse, pubbliche e occulte, a livello locale e nazionale (accesso comune al sistema delle tangenti come fonte di finanziamento indistinto della maggioranza e dell’opposizione).
7. Ci si riferisce a Palmiro Togliatti, Segretario generale del Komintern negli anni trenta, e del Pci dalla Liberazione alla sua morte (1964). L’idea di “governare anche dall’opposizione”, di realizzare un riformismo senza potere, cioè da una posizione politica subordinata, e che rappresentava in qualche modo il marchio di origine della Repubblica italiana, fu l’adattamento togliattiano allo schema bipolare che riproduceva una ripartizione delle influenze dentro la società.
8. La cultura di sinistra, grazie alle improvvise vocazioni “marxiste” provocate dalla caduta del fascismo e diluite nell’ecumenismo nazional-popolare di marca togliattiana, aveva raccolto l’eredità di gran parte dell’intellighenzia di formazione crociana o gentiliana, compresa tutta la covata frondista del fascismo d’ispirazione “bottaiana”. (Giuseppe Bottai era ministro della Cultura Popolare, minculpop, del regime fascista).
9. Questo nuovo soggetto “non rispetta nessuna delle regole dello sciopero conosciute, ne inventa anzi nuove. Come lo sciopero a “fischietto”, in cui a un segnale convenuto il lavoro viene interrotto senza preavviso (storicamente questo metodo di lotta è stato anche chiamato gatto selvaggio)”. In Nanni BALESTRINI, Primo MORONI, L’orda d’oro, Milano, Sugarco edizioni, 1988, p. 67.
10. Un governo monocolore democristiano presieduto da Fernando Tambroni, sorretto dall’appoggio esterno del Msi, ebbe la fiducia del Parlamento. La scelta da parte del Msi di tenere il suo congresso in una città della Resistenza come Genova serviva per misurare la reazione del paese a una apertura all’estrema destra. Fu un insurrezione. Dieci lavoratori uccisi in manifestazioni di strada; il rinvio del congresso del Msi, l’esplodere di manifestazioni in più città, la caduta del governo Tambroni e la sua sostituzione con il governo Fanfani, “leader” della sinistra democristiana, furono il risultato della mobilitazione popolare.
11. Per tre giorni e tre notti, il 7, 8, 9 luglio 1961, in un susseguirsi di scontri durissimi tra manifestanti e forze di polizia affluite in massa da diverse città e regioni limitrofe, la sede torinese della Uil fu accerchiata dai lavoratori che protestavano contro un accordo separato firmato da quel sindacato d’ispirazione socialdemocratica con la direzione Fiat nel tentativo di sabotare lo sciopero contrattuale che aveva bloccato l’intera città di Torino.
12. Questi mutamenti della composizione di classe furono osservati e analizzati con grande acutezza dalla scuola operaista, nata agli inizi degli anni 70. La scuola operaista ebbe il pregio di rivitalizzare e rinnovare l’analisi marxista della società italiana rattrappita sotto il peso dell’egemonia idealista diffusa dalla vulgata nazionalpopolare di scuola togliattiana. La culla dell’operaismo furono i Quaderni Rossi, rivista fondata a Torino da Raniero Panzieri, esponente della sinistra Psi, vicino alle posizioni di Rodolfo Morandi, già direttore di Mondo Operaio. Dopo i fatti di Piazza Statuto, all’interno dei Quaderni Rossi si produsse una rottura tra quanti ritenevano maturi i tempi per un intervento autonomo nelle lotte operaie e quanti invece intendevano continuare a svolgere una prevalente attività di ricerca sociologica (Panzieri, Alquati, Rieser). Nel 1964 nasceva Classe Operaia, mensile politico degli operai in lotta che conduceva un nuovo tipo di ricerca parallelo al “lavoro politico” nel tentativo di definire gli strumenti d’intervento contro il “piano capitalistico”. Classe Operaia, raccogliendo la precedente esperienza di Cronache Operaie, aveva unificato una serie di fogli d’intervento politico locale: Cronache Operaie di Quaderni Rossi e Gatto Selvaggio (Torino), Potere Operaio (Milano), Classe Operaia (Genova), Potere Operaio (Marghera-Venezia). All’interno di Classe Operaia presero forma tre tendenze che sfociarono in una decisiva rottura nel ‘66: la prima, che voleva collocare l’ipotesi operaista nel tessuto del Movimento operaio storico, dentro il Pci (Alberto Asor Rosa, Massimo Cacciari, Mario Tronti, Rita Di Leo). Posizione che sfociò all’inizio degli anni 70 nella teorizzazione dell’”autonomia del politico”; la seconda, a dominanza neo-leninista, che scelse l’opzione dell’intervento nel movimento reale, dando vita a “Potere Operaio” locale, in area veneto-emiliana, è nel ‘69 cofondatrice de La Classe e subito dopo di “Potere Operaio” nazionale. A Toni Negri, che aveva fatto l’esperienza dei Quaderni Rossi e di Classe Operaia, si aggiunsero Enzo Grillo e Gaspare De Caro, Luciano Ferrari Bravo, Sergio Bologna, Franco Piperno e Oreste Scalzone, e molti quadri operai, come Augusto Sbrogiò e Italo Finzi e tanti altri). Per un breve periodo vi fu un tentativo di coesistenza e ricerca teorica comune in Contropiano. La terza tendenza di matrice marxiano-libertaria, animata da Gianfranco Faina e [?]Dellacasa (che ruppero fin dal ‘64), Riccardo D’Este e Gianni Armaroli, diede vita a “l’Organizzazione Consiliare” e “Commontismo”. Fortemente influenzata dal consiliarismo, da “Socialisme ou Barbarie” e dall’Internazionale situazionista, fu al centro del ‘68 genovese, ebbe un peso importante a Torino ed ebbe uno sbocco organizzativo in Ludd-Consigli proletari.
13. Una sintesi corredata da documenti è presente in Nanni BALESTRINI, Primo MORONI, L’orda d’oro, cit. cap. VI, p. 177-190.
14. I primi Cub si formano verso la primavera ‘68 nella lotta contro le gabbie salariali, che dividevano la classe in zone territoriali e in categorie diverse, e nella rivendicazione della riforma del sistema pensionistico. Un altro elemento interessante è il nuovo tipo di rapporto politico costruito col movimento degli studenti che entrano a far parte dei Cub con pari dignità dei militanti operai. Gli studenti non restano più fuori dei cancelli ma diventano parte integrante della elaborazione della strategia di lotta anticapitalista. La fabbrica si apre all’esterno e l’esterno entra in fabbrica, producendo uno scambio di saperi e di esperienze che daranno luogo a un alto livello di maturità politica.
15. “Più salario e meno orario”, per ridurre lo sfruttamento.
16. In Italia, d’altra parte, non si realizzò mai un vero Welfare, un Sozial-Staat, un État providence, negli anni del “compromesso fordista” del dopoguerra.
17. Nanni BALESTRINI racconta, attraverso la testimonianza di uno di questi operai, come la loro generazione si renda padrona del proprio destino, sconvolgendo i metodi e le culture precedenti; vedi, di Balestrini, Noi vogliamo tutto!, Milano, Feltrinelli, 1971.
18. J.M. Keynes (1883-1946), economista inglese. La sua teoria, che ha contraddistinto tutta la fase espansiva dello sviluppo capitalistico dal dopoguerra fino alla metà degli anni 70, prevedeva il rilancio economico attraverso l’accrescimento della domanda effettiva, sostenuta con politiche statali d’investimento e finanziamento di lavori pubblici, redistribuzione e allargamento del reddito per incrementare il consumo interno e dunque la produzione. Il controllo del sistema bancario, della Cassa per il Mezzogiorno e di alcuni ministeri (Lavori pubblici, Partecipazioni statali, Agricoltura, Industria, Poste e Telecomunicazioni) forniva alla Democrazia cristiana e ai suoi alleati un immenso serbatoio di risorse per poter gestire l’elargizione di finanziamenti e redditi sulla base dello scambio occulto: accesso al reddito e alle risorse pubbliche in cambio di consenso elettorale e politico; patto con i ceti industriali del nord e i grossi gruppi monopolistici, cresciuti in un contesto di economia protetta e sovvenzionata.
19. Sergio BOLOGNA, La tribù delle talpe, Milano, Feltrinelli, 1978.
20. Idem.
21. A partire dal 1969 fino a oltre la metà degli anni 70, l’Italia è vittima di una serie di attentati dinamitardi, nelle stazioni, sui treni e nelle piazze. Citiamo qui quelli più cruenti: 12 dicembre 1969, una bomba esplode all’interno della sede di Milano della Banca Nazionale dell’Agricoltura, situata in piazza Fontana (16 morti e 88 feriti); 22 luglio 1970, Gioia Tauro, un treno, la Freccia del Sud, viene fatto deragliare (6 morti e 50 feriti); 31 maggio 1972, Peteano, un’autobomba esplode contro una pattuglia di carabinieri (3 morti e un ferito); 22 ottobre 1972, una catena di attentati è organizzata contro treni e linee ferroviarie per impedire la grande manifestazione operaia a Reggio Calabria, organizzata dalle confederazioni sindacali per riconquistare l’agibilità politica nella città controllata dalle bande fasciste protagoniste della rivolta municipale per “Reggio capoluogo”; 28 maggio 1974, un ordigno esplode in Piazza della Loggia a Brescia durante un comizio sindacale (8 morti e 94 feriti); 4 agosto 1974, San Benedetto val di Sambro, sul treno Italicus (linea Firenze-Bologna) esplode l’ennesima bomba (12 morti e 105 feriti); 2 agosto 1980, Bologna, stazione centrale, una bomba di enorme potenza distrugge la “sala d’attesa” della 2a classe: 85 morti, 177 feriti. Emerse subito il ruolo di depistaggio realizzato dai servizi e la copertura politica fornita dai governi. Nel corso dei venti anni successivi, decine e decine d’indagini giudiziarie non hanno mai fornito risultati soddisfacenti. La fine del conflitto bipolare ha consentito la riapertura di alcuni dossier, grazie a un accesso più libero alla documentazione riservata; è emerso così il ruolo primario giocato da alcuni ambienti Nato nell’ideazione e nella organizzazione della “strategia della tensione” finalizzata a una “stabilizzazione moderata” dell’Italia.
22. Slogan, inventato da Lotta continua, che individuava lo storico leader e notabile democristiano Amintore Fanfani come punto di riferimento di una svolta autoritaria.
23. Sergio BOLOGNA, La tribù delle talpe, cit.
24. Nell’aprile 1978 si svolse il congresso di fondazione di Democrazia proletaria.
25. Op. cit.
26. Dalla metafora di Plauto “homo homini lupus”, ripresa da Hobbes, alla citazione di Matteo, XL, 12, “il Regno dei Cieli soffre violenza, e i violenti se ne impossessano” – cosa che fa dire a Hobbes “il regno di Dio si ottiene con la violenza” (Leviatano, XV) – i riferimenti storico-letterari in materia sono numerosi. Per attenerci ai soli teorici della politica più conosciuti, ancora una volta Hobbes (Leviatano, XIII: “la guerra non consiste solamente nella battaglia e nel combattimento effettivo, ma in quello spazio di tempo in cui la volontà di affrontarsi in battaglia è sufficientemente concreta […] si deve tener conto nella natura della guerra della nozione di durata […] allo stesso modo la natura della guerra non consiste in un combattimento effettivo, ma in una disposizione concreta, che va in questo senso, fintanto che non c’è certezza del contrario”. Per Machiavelli, Marx, von Clausewitz (per il quale “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”), Lenin e Schmitt, l’assenza di ostilità non è che una neutralizzazione provvisoria del conflitto. Per alcuni la guerra sussiste in modo permanente, come carattere della natura umana (da Machiavelli alla teoria delle pulsioni aggressive di Freud); per altri si manifesta – come regolatore ultimo dei rapporti sociali – in due forme: una latente, a bassa intensità (guerra di posizione); l’altra nella forma dichiarata (guerra classica) o del conflitto aperto (guerra sociale).
27. Secondo un calcolo fatto da Cesare BERMANI in, Il nemico interno. Guerra civile e lotte di classe in Italia (1943-1976), Roma, Odradek, 1997, pp. 308-313, nel periodo che va dal 1945 alla fine dell’80 sono stati uccisi dalla polizia nel corso di manifestazioni, scioperi e rivolte 200 dimostranti. 26 sono state le vittime subite da polizia e carabinieri, di cui ben 18 uccisi nell’insurrezione di Ragusa del gennaio 1945.
28. Gli anni che vanno dal 1977 al 1980 sono caratterizzati dai ripetuti divieti di manifestare che perdurano per lunghi mesi. Le manifestazioni pubbliche del “movimento” nella gran parte dei casi non sono autorizzate. Le autoconvocazioni hanno un carattere immediatamente illegale (si veda la morte di Giorgiana Masi, giovane militante femminista, uccisa il 12 maggio 1977 a Roma con un colpo sparato – come sostenuto da gran parte della stampa – da agenti di polizia in borghese). Nella memoria delle generazioni che hanno traversato quegli anni resta viva l’immagine della polizia dispiegata nelle strade e delle autoblindo che presidiavano le piazze.
29. “La violenza non appartiene alla patologia, ma alla fisiologia del sistema democratico-capitalistico reale (come a quella di ogni altro sistema e di ogni organismo vivente)”, Emanuele SEVERINO, Sistema traballante, violenza fisiologica (dopo gli attentati terroristici), Corriere della Sera, 3 marzo 1993.

Gli angeli e la storia

Libri – Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni Settanta a oggi, Odradek 1999


Scritture e riscritture della storia. Quando Sofri celebrava l’incompatibilità con la violenza politica

di Paolo Persichetti e Oreste Scalzone

1. Il processo Sofri è il risultato di un inusitato errore giudiziario? Oppure la prova ennesima di un modello giudiziario, di un nuovo paradigma indiziario che è presente nella società italiana ormai da un ventennio? Il primo omicidio politico di sinistra in Italia è stato l’attentato al commissario Calabresi. Un’azione che anticipa di quattro anni la decisione delle Br di «alzare il tiro» (1976).(1) L’attentato Calabresi impedisce di separare la storia degli anni 70 in due momenti distinti e, inamovibile come una montagna, è li a ricordare che a praticare livelli illegali e armati non c’erano solo i gruppi dichiaratisi combattenti fin dall’inizio. Per questo motivo Ovidio Bompressi(2), Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri sono gli ostaggi della cattiva coscienza di un’intellighenzia di sinistra che ha condotto fino al parossismo l’occultamento di una parte della storia degli anni 70. Sacrificati sull’altare di una innocenza assoluta, necessaria al bisogno d’innocenza di altri, sono vittime della linea di difesa scelta, e dell’arroganza della campagna di sostegno condotta in loro favore.

2. Poco dopo la sentenza definitiva della Cassazione(3) e l’incarcerazione di Bompressi e Sofri (Pietrostefani stava preparando il suo rientro dalla Francia)(4), l’italianista Jacqueline Risset invitava gli intellettuali francesi a intervenire sul caso Sofri. Nel suo articolo citava il giudice di Cassazione, Alfonso Malinconico, il quale aveva invitato a esaminare il caso Sofri «con molta attenzione», perché «situato socialmente e storicamente in una visione che non ha niente a che vedere con quella dei magistrati». Nel tentativo di delucidare il contesto in cui si era svolto, nel 1972, l’omicidio del commissario Calabresi, per il quale Sofri è stato condannato, Risset ricordava la «strategia della tensione»(5). Nessuna parola era impiegata per descrivere la dimensione radicale e l’estensione dei movimenti sociali di quel periodo, nelle fabbriche (occupazione della Fiat), nei quartieri popolari delle grandi città. Tuttavia, Lotta continua, all’inizio degli anni 70, era tra i protagonisti di queste lotte. Nessun cenno, inoltre, sull’uso generalizzato e sistematico che dei pentiti è stato e viene fatto, nella quasi totalità delle inchieste e dei processi, e sul modello giudiziario d’eccezione, di cui lo stesso Sofri ha finito per essere un’ulteriore vittima. La breve ricostruzione fatta da Risset gettava un’ombra che faceva apparire il caso Sofri come il risultato di una macchinazione: ultimo soprassalto di qualche rete residuale dei servizi segreti della prima Repubblica, paradossalmente presentata come alleata di quella stessa magistratura che l’ha affondata a colpi d’inchieste anticorruzione.

3. Lo storico Carlo Ginzburg, nel suo libro(6) sull’argomento, non esclude completamente l’ipotesi del complotto, ma in assenza di prove si attiene all’errore giudiziario, poiché non vuole avanzare «sul terreno delle congetture». Come egli stesso ammette: «Per parlare di dolo (che in questo caso implicherebbe anche, necessariamente, un complotto), ci vogliono delle prove irrefutabili. Io non ne ho».(7) “Insostenibile” però non vuole dire “impensabile”. E nel libro vi è ben più che un’allusione all’ipotesi del complotto, tant’è che Ginzburg stesso riferisce del dissenso che sul tema ha con Adriano Sofri.(8) Il complotto, la «teoria dei complotti», è per Ginzburg un modello ontologico valido seppur solo a certe condizioni.(9) Dimostrando efficacemente le «inquietanti coincidenze» del processo Sofri con i procedimenti dell’inquisizione, anch’egli rifiuta di trarre delle più ampie conclusioni sul sistema giudiziario dell’emergenza. Le frequentazioni con le «radici del paradigma indiziario» non lo hanno reso avvertito del fatto che un procedimento può essere l’indizio di un sistema ben più ampio. Per Ginzburg il solo «processo alle streghe» dell’Italia moderna è quello Sofri.(10)

4. Ma tra le differenti caratteristiche che distinguono l’attività dello storico da quella del giudice vi è l’analisi del «contesto», ovvero la presa in considerazione della dimensione storico-sociale da cui la ricerca storica non può in alcun momento prescindere, a differenza dell’attività giudiziaria che si occupa prioritariamente dell’azione individuale, cercando di definirne le singole responsabilità e i relativi risvolti penali, e solo secondariamente – in modo del tutto discrezionale – della dimensione storico-sociale (con strumenti di conoscenza e comprensione che restano largamente inadeguati). Perché, dunque, questa ossessiva reductio ad unum dell’intera impalcatura politico-giudiziaria che ha dato luogo al processo e alla condanna di Sofri e compagni? Perché questa volontà di circoscrivere la vicenda del processo Sofri alla dimensione del semplice errore giudiziario? Perché altrove il lavoro di analisi dei meccanismi dell’inquisizione del Cinquecento e del Seicento porta Ginzburg a non soffermarsi di fronte alle sole implicazioni metodologiche ma a indagare oltre, per ricercarne le implicazioni politiche, le complesse e profonde interrelazioni con la dimensione delle mentalità, per arrivare così a descrivere i meccanismi di una struttura che agisce come sistema e che svolge una decisiva funzione di controllo e repressione sociale? Sarebbe esatto considerare l’inquisizione come la semplice addizione di un gran numero di processi a streghe, maghi ed eretici impenitenti? Una somma incredibile di errori giudiziari che traversarono due secoli e diversi paesi d’Europa senza legami l’uno con l’altro? Sarebbe giusto considerare questa dimensione spaziale e temporale comune come un fatto puramente accidentale? Tutte le ricerche degli storici in materia, oltre che quelle pregiate di Ginzburg(11), mostrano il contrario. Allora, perché di fronte a un fatto come il processo Sofri, uno storico così avvertito viene meno, in modo tanto palese, al rigore del suo mestiere? Alla fine del suo libro, Ginzburg, districandosi tra storici e giudici che cercano la prova delle streghe, arriva soltanto a scoprire l’esistenza degli angeli. Angeli speciali che hanno sorvolato la storia degli anni 70.

5. La ragione la si ritrova nella scelta differenzialista che si iscrive dentro una lunga polemica sull’interpretazione e la legittimità delle anime politiche e culturali protagoniste del 68, nel tentativo di affermare una sorta di “qualità”, di “essenza”, di “specificità intrinseca”, che avrebbe fatto di Lotta continua una formazione oggettivamente incompatibile con la violenza politica e l’omicidio, in un contesto storico dove altri a sinistra, al contrario, hanno riconosciuto o rivendicato questo tipo di compatibilità. Tra i molti sostenitori di questa tesi vi sono Jean-Luis Fournel et Jean-Claude Zancarini, che in un articolo uscito su Les Temps Modernes,(12) si preoccupano degli effetti storiografici che il processo Sofri provoca nell’interpretazione delle vicende degli anni 70. Essi denunciano l’amalgama tra «terrorismo rosso» e «i gruppi radicali e contestatari, nati negli anni della rivolta studentesca del 67-68, oltre che l’accostamento con le lotte operaie dell’autunno caldo, del 1969». Ancora una volta si ripropone una lettura che separa l’origine delle formazioni sovversive dai movimenti sociali dei primi anni 70, riprodotti in forma caricaturale come fenomeni legalitari e pacifici. «Attribuendo a Lotta continua la responsabilità del primo omicidio politico dell’estrema sinistra – scrivono – si può giustificare la tesi degli “opposti estremismi” e spostare al 1972 il processo di costituzione del “terrorismo rosso”».(13) Ciò avvantaggerebbe «tutti coloro che vorrebbero cancellare le responsabilità dell’estrema destra e di una parte dell’apparato dello Stato in quella che fu chiamata la “strategia della tensione”».(14) Come si può già intuire, gli autori non vanno molto lontano e ripropongono la ritrita tesi del complotto, che vede i responsabili dell’attentato Calabresi situati negli ambienti dello stragismo e dei servizi deviati. A sostegno di questa loro tesi, essi affermano di poter escludere che «nella situazione politica italiana di quegli anni [primi anni 70] Lotta continua (come tutte le altre organizzazioni di estrema sinistra, anche quelle che da allora praticarono una pedagogia del passaggio alla lotta armata) possa aver potuto prendere la decisione di realizzare un assassinio politico». Argomento che costringe i due autori a rappresentare le stesse Br come una formazione «che allora non si considerava un gruppo armato clandestino», che «le Br dei primi anni 70 non dovevano forzatamente dare luogo a un gruppo armato clandestino che, dopo aver abbattuto Moro, si lancia in una fuga in avanti che le conduce a “colpire il cuore dello Stato”». Incidentalmente, per necessità logica, essi sono costretti a smentire il loro assunto iniziale e riportare le Br nell’alveo delle formazioni di estrema sinistra e non vedere in esse qualcosa di dissimile ed esterno ai gruppi politici che nascevano in quegli anni. Ma resta il mistero della morte di Calabresi, e qui, Fournel e Zancarini, dopo aver evocato «l’impossibilità di escludere l’ipotesi teorica dell’azione isolata di alcuni militanti di estrema sinistra», ci fanno comprendere che la vera pista da seguire, come in un bel giallo pieno di spie, doppiogiochisti, denaro sporco, commerci illeciti, mafiosi e politici corrotti, è quella di «un’azione dell’estrema destra per liberarsi di un commissario scomodo che indagava sui traffici d’armi». Ci spiegano inoltre che l’unica analogia possibile tra il processo Sofri e l’inchiesta 7 aprile (presa come emblema dei processi degli «anni di piombo») è l’utilizzo della «prova logica» a scapito delle prove fattuali. «Ma il paragone si ferma qui. La congiuntura politica nel 1972 […] non è la stessa di quella del 1979, quando, dopo il rapimento e l’assassinio di Moro, una parte dei militanti dell’estrema sinistra ha fatto la scelta della lotta armata contro lo Stato». Dovremmo intendere, dall’ambiguità di questa frase, una giustificazione del prevalere della «prova logica» su quella «fattuale», consentita dall’introduzione della giustizia d’eccezione? In ogni caso, Fournel e Zancarini fanno male a dimenticare che Bompressi, Pietrostefani e Sofri sono stati inquisiti nell’88, in un’epoca in cui la legislazione speciale, il ricorso al pentitismo, la giustizia d’emergenza, erano una prassi ben rodata da oltre un decennio. Non è forse questa l’analogia decisiva da considerare come una delle ragioni fondamentali delle successive condanne? O anche il sottoporre a critica la giustizia d’eccezione comporta un rischio di amalgama con la sovversione armata di sinistra?

6. Anche il premio Nobel Dario Fo, che ha scritto una commedia sulla vicenda(15), si è lanciato con tutte le sue forze in favore della tesi del complotto di servizi e fascisti, attribuito a dei giudici in realtà clerico-demo-sinistri (ex catto-comunisti), come Borrelli e D’Ambrosio, capi del «pool di mani pulite». Tutto ciò senza mai essersi reso conto della flagrante contraddizione che rappresenta il fatto di continuare a colmarli, altrove, di lodi per i loro meriti nella campagna anticorruzione. Questa rodomontesca entrata in scena, che ha portato fino al parossismo tutti i sofismi diffusi su questo caso giudiziario, si è rivelata un boomerang per lo stesso Sofri, alla stregua di una medicina che uccide il malato. Il presidente della Repubblica Scalfaro si è precipitato a rifiutare la grazia a Sofri e ai suoi coimputati, mentre un brillante editorialista lanciava l’allarme, titolando un suo articolo con una ironia glaciale: «Salvate Sofri da Dario Fo».(16) L’allusione al complotto, iscritta in una lettura fatta di pura dietrologia, non aiuta la comprensione di ciò che è accaduto in Italia durante gli anni 70 e ancora meno dell’attuale persistere delle sue conseguenze giudiziarie. Un complotto? Dopo 16 anni? Per vendicarsi di cosa e contro chi? Un gruppo sociale, i quadri e la struttura dirigente di Lotta continua, che nel 1976, dopo lo scioglimento dell’organizzazione (sotto la spinta della radicalizzazione e della militarizzazione del movimento del 77 che si avvicinava), ha iniziato la sua lunga marcia verso l’assimilazione nell’élite sociale (soprattutto dei media e della politica)? Molti dei vecchi aderenti a Lotta continua, dopo aver rotto con l’estremismo, sul modello dei nouveaux philosophes (scoperta dell’ideologia della «fine delle ideologie» e abitudine a fare l’autocritica degli altri), hanno stabilito, in questi ultimi quindici anni, una rete di relazioni trasversali, che ha permesso loro di frequentare senza problemi il potere, quale che fosse la maggioranza dominante, e di restare in permanenza con tutti i vincitori del momento. Gli anni 80, sulla scia del neoyuppismo ultraliberale, furono il momento degli uomini della stagione craxiana, all’ombra del potente impero mediatico di Berlusconi;(17) nella seconda metà degli anni 90, cavalcando l’ondata giustizialista, è venuto il turno dell’Ulivo e del Pds-Ds. Questo valzer ha attraversato indenne il terremoto politico-istituzionale delle inchieste sulla corruzione. Parlare di «complotto» in queste condizioni è piuttosto di cattivo gusto e assomiglia troppo allo scenario di un giallo scritto male.

7. Altri intellettuali sono intervenuti: tra questi il semiologo Umberto Eco, che nella rivista MicroMega, ha parlato di un «nuovo affare Dreyfus»(18), oppure lo scrittore Antonio Tabucchi, che ha indirizzato una lettera aperta al prigioniero Adriano Sofri(19), in risposta alla provocazione rivolta dallo stesso Eco (agli altri intellettuali) di «restarsene silenziosi quando non servono a niente». Un precedente scontro con Alberto Arbasino(20) aveva anticipato i contenuti di questa nuova polemica. Arbasino se la prendeva con gli intellettuali francesi che avevano manifestato contro l’obbligo di denunciare i sans-papiers(21), e con i pochi intellettuali italiani che, a dire il vero in modo molto più blando e sparso, avevano preso le parti dei rifugiati albanesi.(22) Tabucchi allora aveva difeso il ruolo dell’intellettuale presente al suo tempo; da qui la scelta a effetto di rivolgersi a un altro intellettuale, questa volta imprigionato, per parlare – malgrado le buone intenzioni – solo d’intellettuali, realizzando una paradossale caricatura di un impegno incapace di manifestarsi all’esterno di una cerchia ristretta e separata, intenta solo a polemizzare. Ritratto di uno specchio di narcisi che parlano di loro, tra loro. Tutti questi intellettuali hanno avuto come unica preoccupazione il fatto d’isolare il caso Sofri dagli avvenimenti storici degli anni 70, presentandolo come un ingiusto accidente giudiziario, senza mai mettere in causa il sistema della giustizia d’eccezione costituitasi come procedura ordinaria del sistema giudiziario.

8. In questo panorama di prese di posizione, tra intellettuali accreditati, Franco Fortini è stato il solo – poco dopo la messa in stato d’accusa di Sofri nel 1988 – ad avere criticato, in un articolo pubblicato dal Manifesto(23), questa ipocrisia generale. Una «congiura»(24) fondata su un arrogante pregiudizio d’innocenza assoluta e metafisica, che concerne – ben al di là dell’innocenza specifica sui fatti rimproverati a Sofri e ai suoi compagni – la perfetta e implacabile innocenza intellettuale e morale di tutta l’intellighenzia di sinistra. In realtà, quell’ambiente intellettuale che negli anni 70 ha vissuto in promiscuità con un certo fervore rivoluzionario, dietro l’icona immacolata di Sofri ha cercato di mostrare la propria innocenza e intoccabilità. Sofri è diventato obbligatoriamente l’angelo(25) che dietro le sue grandi ali deve nascondere la cattiva coscienza dell’epoca. La visione riduttiva del caso Sofri contiene l’occultamento di una parte decisiva della storia degli anni 70, del conflitto durissimo che ha opposto lo Stato e il padronato alla radicalità sovversiva dei movimenti sociali rimasti soli all’opposizione. Un occultamento che conduce direttamente alla falsificazione storica e facilita la rimozione di un passato scomodo per molti. Come ricordava Joyce Lussu, molti tra gli intellettuali e i vecchi dirigenti dell’estrema sinistra, che «la sera della morte di Calabresi avevano stappato lo champagne»,(26) cercano oggi attraverso questa rimozione una autoassoluzione post festum. Nel novembre 1980, sull’Espresso, Franco Piperno(27) scriveva: «la verità è che l’omicidio di Calabresi è l’inizio del terrorismo di sinistra in Italia», e aggiungeva: «interrogarsi radicalmente, riconoscere gli errori, rimettere tutto in discussione è operazione dolorosa ma saggia. Niente è più pericoloso che la tentazione di fare come se niente fosse accaduto. La verità, diceva Trotzki, conviene onorarla non per moralismo, ma per intelligenza: perché lascia nei fatti tracce multiple e indelebili, sicché occultarla diventa impresa che ingoia tutto, e alla fine ci si ritrova nella necessità di occultare perfino se stessi, la propria storia […] Il salto da vittime a carnefici è anche un salto culturale che lascia senza fiato; perché, al di là dell’identità personale dei terroristi che avevano sparato, la responsabilità politica di quella morte era interamente addebitabile al movimento extraparlamentare, non v’erano dubbi su questo».

9. Corollario di questo occultamento è l’incapacità di vedere negli effetti perversi del prolungamento dell’«emergenza» in Italia, la causa dell’affare Sofri. Parlare di errore giudiziario come di una fatalità del destino, o peggio, di un complotto e rifiutarsi di guardare la fabbrica che produce questi errori giudiziari, per paura di una pericolosa contaminazione con i gruppi sovversivi nel nome di una «incompatibilità culturale» della generazione di Lotta continua con gli «anni di piombo», non è stata finora una strategia di difesa molto efficace. Spostare il dibattito sulla «dimensione culturale», come è stato fatto nella campagna per la difesa di Sofri, significa accettare di esser giudicati sugli stati di coscienza piuttosto che sull’esistenza di prove. Non solo, ma questa posizione non sta in piedi storicamente, sia per il commento che il giornale Lotta continua diede dell’attentato Calabresi: «un atto nel quale gli sfruttati riconoscono la loro volontà di giustizia»;(28) che per gli avvenimenti successivi, i quali hanno dimostrato come molti militanti provenienti da Lotta continua abbiano dato vita a dei gruppi armati, come i Nap (Nuclei armati proletari), Prima linea, o siano entrati nelle Br. Se gli imputati avessero riconosciuto quello che era il clima politico del tempo, piuttosto che trincerarsi dietro un ipocrita «ma quando mai!», se avessero ricostruito quell’universo desiderante di decine di migliaia di militanti dell’estrema sinistra, che non avrebbe versato una lacrima per la morte di un qualunque Calabresi, dopo la strage di piazza Fontana e soprattutto dopo la morte dell’anarchico Pinelli,(29) l’argomento della plausibilità, della verosimiglianza di un atto, che sul piano storico valeva per almeno duecentomila persone che avevano sognato quel gesto, per alcune centinaia di dirigenti dei gruppi extraparlamentari, sul piano giudiziario sarebbe rimasto un puro argomento tipologico, fondato sulla teoria del «tipo d’autore».

10. Luigi Bobbio scrive nella sua storia di Lotta continua(30) della «svolta militarista di Rimini» del 1972. Il 4 marzo 1972, l’esecutivo milanese di Lc commentò positivamente il sequestro, avvenuto il giorno precedente, di Hidalgo Macchiarini, responsabile del personale Fiat, a opera delle Br. Nel 1971, l’allora Lotta continua settimanale inaugura la rubrica «I dannati della terra», con l’obiettivo di promuovere le lotte carcerarie. Attorno a questa esperienza si coagulano le forze che daranno vita, dopo il 1973, ai Nap.(31) Il 29 ottobre 1974, muoiono nel corso di un esproprio in una banca a Firenze Luca Mantini e Giuseppe Romeo, ex militanti di Lc divenuti nappisti. Lotta continua concluse la sua esperienza organizzativa al congresso di Rimini, tenutosi dal 31 ottobre al 5 novembre 1976, a causa delle lacerazioni profonde e delle istanze pressanti provenienti dal suo interno verso la lotta armata. Il problema della violenza politica fu in quel frangente la reale posta in gioco. Un indizio che può fornire l’idea di quella che era la temperatura al suolo è dato dal dibattito che si sviluppò sulle pagine dei Quaderni piacentini tra il 1972 e il 1973, ripreso sull’Espresso del 5 settembre 1996, pagine 73-74. Sul n. 47 datato luglio 1972, comparve un articolo intitolato «Contro il terrorismo» firmato da un certo Giancarlo Abbiati (presentato come «militante della sinistra rivoluzionaria»), pseudonimo sotto il quale si nascondeva l’identità di Luciano Pero, dirigente milanese di Lc ed esponente della linea moderata e legalista. Nel successivo n. 48-49, datato gennaio 1973, apparve la risposta inviata da un «compagno di Lotta continua» che si firmava Marcello Manconi, pseudonimo di Luigi Manconi, oggi senatore e portavoce dei Verdi. Riportiamo qui alcuni estratti dello scritto ripresi dall’Espresso che a sua volta cita parti della versione sintetizzata da Luigi Bobbio nel suo Lotta continua. Storia di un’organizzazione rivoluzionaria. Manconi scriveva: «L’uso del terrore e l’azione partigiana come forma organizzata e armata sono strumenti insostituibili della lotta di classe quando ne rispettano le esigenze […] Il terrorismo o è una degenerazione di questi strumenti (laddove violi queste condizioni) o è la risposta scorretta a una domanda corretta». Respingendo le critiche mosse alla posizione assunta da Lotta continua sull’attentato Calabresi, che partivano «da un presupposto indimostrato che l’omicidio politico appartenga al purgatorio premarxista», Manconi sosteneva ancora che «l’azione partigiana non è certo l’arma decisiva per l’emancipazione delle masse dal dominio capitalistico, così come l’azione armata clandestina non è certo la forma decisiva della lotta di classe nella fase che noi attraversiamo». Ma «l’arsenale del movimento rivoluzionario» spiegava «è ricco e duttile […] La violenza d’avanguardia è stata ed è puramente e semplicemente una necessità materiale, e non una compiaciuta scelta morale. Essa contribuisce a dare al programma proletario la certezza e la concretezza della sua realizzabilità […] Il proletariato […] non può fare a meno, per non restare schiacciato, in uno scontro che inevitabilmente procede verso la guerra di classe, di avere dei propri reparti avanzati che gli consentano di affrontare il nemico su ogni terreno […] A ogni fase dello scontro fra le classi corrisponde un grado specifico di violenza esercitata dalle masse, ed è questo che impone anche alle avanguardie l’esercizio di una quota determinata di violenza organizzata e diretta». Molti militanti del servizio d’ordine e della componente operaia si ritroveranno nei gruppi combattenti, soprattutto nel «mucchio selvaggio» di Prima Linea, altri nelle Br e ancora in altri gruppi. Renato Curcio, nel suo libro-intervista A viso aperto racconta, senza mai essere stato smentito, la storia di un incontro richiesto da alcuni esponenti di Lotta continua alle Br: «Nel 71, quando avevamo cominciato da poco le nostre azioni contro i capi reparto della Pirelli e della Sit-Siemens, diversi compagni di Lotta continua – che era allora il gruppo più attivo nelle fabbriche di Milano – si avvicinarono a noi e alcuni di loro entrarono nella nostra organizzazione. Un travaso che preoccupò non poco i dirigenti della formazione extraparlamentare. Al punto che a un certo momento, ci domandarono un incontro […] Mi vidi con due loro dirigenti, Giorgio Pietrostefani, responsabile del servizio d’ordine, e Ettore Camuffo, un compagno di Trento che avevo conosciuto all’epoca dell’università. Volevano sondare la possibilità di un’eventuale ipotesi di “fusione”. O più esattamente, la nostra disponibilità a integrarci nel loro gruppo. Lotta continua è un’organizzazione politica forte a livello nazionale, mi dissero in sostanza, mentre le Br sono un gruppuscolo senza grandi possibilità di sviluppo. Venite con noi e fate quello che sapete fare meglio: organizzate il nostro servizio d’ordine. Ci proponevano, in pratica, di diventare il loro “braccio armato”». Offerta assai maldestra che le Br rifiutarono bruscamente. (32)

11. Lo scrittore Erri De Luca, ex responsabile per la città di Roma del servizio d’ordine di Lotta continua e accusato di reati connessi, poi caduti in prescrizione, nel processo per la morte del commissario Calabresi, ha fatto sentire la sua voce discordante rivolgendosi a Ovidio Bompressi, in uno scambio di lettere pubblicate su MicroMega e riprese in parte dal Corriere della Sera, con il titolo «Tutti noi potevamo uccidere Calabresi».(33) De Luca sottolinea di parlare in difesa di Bompressi e non «degli altri due, imputati di essere due padrini, mandanti con le mani in tasca»; e più in là aggiunge: «La linea del “ma quando mai?”, la linea dei trasecolati, era buona per i mandanti che così non si dichiaravano dirigenti di un’organizzazione compatibile con un omicidio, ma non era buona per te, perché ti isolava dal mucchio di tutti noi, da cui eri stato estratto come nostro esempio […] Quella difesa ti metteva in croce. Tagliava il tuo legame col mucchio in cambio della rispettabilità di tutti i non imputati. Così fu scelto e tu hai acconsentito: per rispetto dei capi di allora, per tua dannata modestia, per tuo bisogno di sentirti ancora parte di quella comunità, dodici anni dopo che si era sciolta […]. Il mio chiodo era che si doveva ammettere l’evidenza che quell’accusa era compatibile con ognuno di noi, con la febbre da insorti che avevamo. Ma a dire questo, qualcuno e molti che nel frattempo avevano addomesticato il loro passato a sbronza di stagione sarebbero arrossiti, sarebbero stati in difficoltà sulle sedie imbottite che si erano intanto procurati. Compatibili con un omicidio: che guaio per la carriera […]. Lascia che ti condannino, Ovidio, che la tua vita si inchiodi sulla loro porta, sulla loro vendetta di esecutori di una rappresaglia […]. Tu sei estraneo all’accusatore e all’accusa, ma non sei innocente. Dal lancio della prima pietra non siamo stati più innocenti […]. E, non c’è più tempo né voglia di un’altra inutile linea di difesa, ma fai ancora in tempo a non sentirti solo, perché non lo sei. Tutte le persone che furono quella comunità e che poi ebbero esilio nell’Italia degli anni Ottanta, hanno te per orgoglio e per sipario sugli anni migliori della loro vita. E questa lettera io voglio lasciarla aperta perché la leggano loro, quelli che non hanno più avuto voglia di parlare: perché, la sottoscrivano o la straccino, ti facciano avere il loro: “come te anch’io”».

12. Nello sforzo di riscrittura e angelicazione della storia politica di Lotta continua vi è stata una riuscita operazione di captatio benevolentiae nei confronti del sistema politico. A partire dal 1976, Lc è divenuta il grande «convertito collettivo», il «pentito sociale» contro la sovversione e la lotta armata.(34) Una riscrittura mistificata di una parte del passato, dove demoni e cattivi stavano tutti da una parte, sembrava sufficiente per non sentirsi implicati nella spirale della giustizia d’eccezione. Ma così non è stato. La generazione degli ex dirigenti di Lc si è trovata in qualche modo in contropiede per aver pensato di averla scampata con l’emergenza. Credevano che essa avrebbe riguardato sempre e solo gli altri. Se ne sentivano al riparo. Avevano fatto della differenziazione una carta di rispettabilità. Un passato rimosso li ha recuperati.

NOTE
1– L’8 giugno 1976, il giudice Francesco Coco e la sua scorta subiscono un attentato mortale a Genova.
2– Nell’aprile 1998, Ovidio Bompressi ha ottenuto la sospensione della condanna per motivi di salute.
3– 22 gennaio 1997.
4– In alcune interviste rilasciate nei giorni immediatamente precedenti alla sua decisione di rientrare, Pietrostefani si era lasciato andare ad alcune dichiarazioni piuttosto infelici: «chi fugge è colpevole». Allora, l’editorialista Giorgio Bocca, forse perché scrive su Repubblica, si è preso per Platone e non ha esitato a scrivere l’apologia di un “novello Socrate” che rinuncia alla fuga, per bere la cicuta. Ma Socrate non è fuggito di fronte alla condanna perché sottraendosi a essa pensava di confermare la sua colpevolezza, al contrario, con la forza drammatica del suo gesto sacrificale auspicava un cambiamento della legge ingiusta. Non voleva singolarizzare il suo dramma personale, ma, con lo scandalo di quel suo gesto, sottomettendosi al principio della legge, voleva spingere il paradosso fino a un punto estremo che portasse gli ateniesi a cambiare quella legge ingiusta. Ma nel rientro di Pietrostefani non vi è stato nulla della nobiltà tragica del dialogo con Critone. L’imponente fronte massmediatico e le larghe simpatie nel ceto politico istituzionale in favore dei tre condannati hanno, al contrario, accentuato alcuni loro toni arroganti e di sfida fino al delirio di potenza, all’azzardo pockeristico miserabilmente sbriciolatosi nei mesi successivi di fronte ai cancelli della prigione rimasti chiusi. Pietrostefani non ha mosso parola contro la legislazione sui pentiti, ha parlato per sé mettendo in dubbio soltanto il valore delle dichiarazioni di Marino e dimenticando il resto ha aggiunto: «chi scappa è un crumiro». Allora il Critone si è rivelato un cretino. Che vuol dire «crumiro»? Lavoratore che rifiuta di scioperare o accetta di lavorare in luogo degli scioperanti. Il crumiro abbassa il potere di ricatto dello sciopero, la sua forza collettiva. Se uno della banda del cavalcavia avesse rifiutato di lanciare pietre sarebbe stato un crumiro? Nel caso ipotetico in cui il monte pena, all’uopo di essere individuale, fosse stato collettivo, cioè cumulato sulle spalle dei soli imputati detenuti, allora non rientrare sarebbe stata una forma di crumiraggio. In tal caso, Pietrostefani sottraendosi avrebbe lasciato soli i suoi due compagni a scontare i complessivi sessanta anni di reclusione divisi per due e non per tre, cioè trenta a testa. Ma così non è, e rientrando nessuno dei suoi due compagni vede la sua pena ridotta. Venti anni ciascuno erano e venti anni restano. Se no, perché non fare un appello agli altri ex-Lc, affinché si presentino tutti davanti alle porte del carcere, così quei 21.900 giorni ripartiti per tutti quanti diventerebbero un giorno o un’ora a testa? E comunque, se il dibattito si sposta sul costituirsi o sottrarsi: il senatore a vita Giulio Andreotti non si è dato latitante, dunque solo per questo ne dovremmo dedurre che è innocente! Mentre Mazzini, Pertini, i fratelli Rosselli, Bertolt Brecht, sono stati tutti dei crumiri.
5– Definita come uno strumento usato dalla «classe dirigente dell’epoca con la complicità dei servizi segreti, degli estremisti di destra e di poteri occulti di diversa origine, con delle alleanze internazionali segrete». Risset aggiungeva che «non esisteva allora uno Stato neutrale, ma un “governo invisibile” (secondo l’espressione di Norberto Bobbio) più forte del governo ufficiale», Le Monde, 29 gennaio 1997.
6Le juge et l’historien, Paris, Verdier, 1997, trad. dall’edizione italiana, Einaudi, 1991, con una nuova prefazione dell’autore.
7– Ibidem, cap. XVII, p. 101.
8– Nella Memoria presentata ai giudici e pubblicata dall’editore Sellerio sotto lo stesso titolo, Adriano Sofri scrive a p. 139: «Bisogna stare attenti alla teoria del complotto perché offusca l’intelligenza, e sfocia spesso in una spiegazione comoda».
9Le juge et l’historien, op. cit.; trad. italiana, 1991, cap. XIV, pp. 64-68.
10– Un episodio per tutti: al Salon du Livre di Parigi, presentando l’uscita del suo libro, Carlo Ginzburg ha risposto a Toni Negri (il quale faceva notare di avere anch’egli «subito un processo alle streghe»), che non c’era ragione di comparare i due casi, poiché «Sofri era veramente innocente e Negri colpevole». Per quello specchio distorto della realtà che è la «verità giudiziaria» i due sono colpevoli allo stesso modo, ma Ginzburg frequentando l’universo delle streghe ha appreso l’arte magica che permette, a lui solo, di essere partecipe dei segreti della «verità storica».
11– Carlo ginzburg, «Traces. Racines d’un paradigme indiciaire» (1979), Mythes, emblèmes, traces: morphologie et histoire, tr. fr. M. Aymard et al., Paris, Flammarion, 1989, p.139-180; «Prove e possibilità», prefazione ed. italiana di N. Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre, Torino, 1984; «Montrer et citer», Le Débat, n° 56 (settembre-ottobre 1989), pp. 43-54.
12– “Des historiens peu prudents, l’enjeu historiographique de l’affaire Bompressi, Pietrostefani, Sofri”, Les Temps Modernes, n. 586, nov.-dec. 1997.
13– Perché tanta paura? È storia largamente assodata che il discorso combattente e il processo di costituzione dei primi gruppi armati abbia avuto inizio ben avanti il 1972.
14– Per paura che la «strategia della tensione» venga giustificata a posteriori come reazione alla presenza della lotta armata di sinistra – in questa variante gauchista della riscrittura della storia –, si pretende di dimostrare che la lotta armata sia nata come reazione alla «strategia della tensione». A parte Giangiacomo Feltrinelli, che aveva costituito i Gruppi armati partigiani (Gap) per prevenire l’approssimarsi del rischio di un golpe, la propaganda armata delle Br, l’attività combattente dei Nap o la concezione insurrezionalista di gruppi interni all’area di potere Operaio, offrivano al contrario una visione completamente offensiva e non reattiva della sovversione. Propaganda armata e altre tendenze militari si svilupparono a prescindere dalla «strategia della tensione» e dalle stragi. Esse avevano tutt’al più svolto un ruolo sul piano della ragione etica dei singoli militanti, resi consapevoli del livello elevato di scontro militare imposto dallo Stato e che faceva della vita umana, ancor più che in passato, carne da macello. I movimenti sociali dell’«autunno caldo» e gli scioperi operai erano ampiamente sufficienti a quei settori atlantici, interni ed esterni all’apparato statale, per scatenare la strategia del terrore contro le moltitudini.
15– Dario Fo, Liberate Marino. Marino è innocente, Torino, Einaudi, 1998. Leonardo Marino è il pentito che accusa Sofri.
16– Francesco merlo, Corriere della Sera, 27 ottobre 1997.
17– Negli anni 80, Silvio Berlusconi era stato il mecenate di Reporter, giornale che ha vissuto lo spazio di un mattino. Il suo direttore era Enrico Deaglio, già alla guida del giornale Lotta continua, oggi direttore di Diario, settimanale lanciato come inserto dell’Unità, ex giornale del Pci-Pds. Adriano Sofri (che ha collaborato anch’egli a Reporter) è stato uno stretto consigliere di Claudio Martelli, delfino di Craxi e cambusiere del psi. Al momento dell’apertura dell’inchiesta e del provvisorio arresto di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, Martelli cumulava le cariche di vicesegretario del Psi, di vice primo ministro e di guardasigilli. Più tardi anch’egli è stato implicato e inquisito in numerose inchieste di «mani pulite».
18– Se le parole hanno un senso (chi meglio di Umberto Eco può saperlo?), richiamare l’affare Dreyfus conduce a evocare inevitabilmente qualche cosa che va oltre il semplice errore giudiziario. Attorno all’affare Dreyfus si è costituito in Francia l’antisemitismo moderno, un paradigma storico che ha condotto ad Auschwitz. Pretendere, come fa Eco, ma anche altri come Giuliano Ferrara, che il processo Sofri contenga un paradigma della stessa forza dell’affare Dreyfus, dovrebbe portare quantomeno a denunciare le aberrazioni del sistema dello stato d’emergenza in Italia. Conseguenza che Eco, e gli altri, evitano accuratamente di trarre.
19La gastrite de Platon, Mille et Une Nuits, Paris, 1997.
20– Alberto Arbasino, sofisticato scrittore, modello d’intellettuale cortigiano, un po’ dandy, sempre infastidito dai rumori e forse dagli odori provenienti dalla vita reale delle moltitudini, che arrivano talvolta fin nei salotti dei piani alti del Palazzo.
21– Immigrati clandestini, dunque senza documenti.
22– In occasione della manifetazione tenutasi a Parigi il 22 febbraio 1997 contro le leggi Debré-Pasqua-Méhaignerie. L’articolo di Arbasino è apparso su Repubblica del 15 marzo 1997. Tabucchi risponde il 1° aprile 1997 sul Corriere della Sera (“Intellettuali copritevi, ora piovono pietre”), Arbasino replica su Repubblica e Corriere della Sera, il 2 e 3 aprile 1997 (“Ma non chiedeteci anche la predica”). Tabucchi risponde ancora una volta sempre sul Corriere della Sera con un lungo articolo (“L’albanese sono io”), il 7 aprile 1997.
23Il Manifesto dell’agosto 1988. Si veda anche Oreste scalzone nella sua “Lettera aperta a Adriano Sofri”, pubblicata dal Mattino, nell’agosto 1988; e l’intervista al settimanale L’Espresso, del settembre 1988, intitolata: “È anche colpa mia”. Altri testi di riflessione sono stati pubblicati, nel corso degli anni successivi, dal giornale Tempi supplementari. Nel 1997, diverse interviste sull’argomento sono apparse nel Corriere della Sera.
24– Jean Baudrillard, “La congiura degli imbecilli”, in Libération del 7 maggio 1997, definisce in questo modo l’attuale dimensione culturale della sinistra: «mentre la destra incarnava i valori morali, e la sinistra al contrario una certa esigenza storica e politica contraddittoria, oggi, quest’ultima, spogliata di ogni energia politica, è diventata una pura giurisdizione morale, incarnazione dei valori universali, campione del regno della Virtù e detentrice dei valori museali del Bene e del Vero, giurisdizione che può chiedere dei conti a tutti senza dovere rendere conto a nessuno».
25– Fino a ora è stato solo l’agnello sacrificale.
26– Letteralmente: «sabré le champagne», in Libération, 7 febbraio 1997.
27– Fisico, leader del ’68, fondatore con Negri e Scalzone di Potere operaio, nel 1969, condannato ad alcuni anni di prigione durante gli anni 80.
28– Lotta continua, del 18 maggio 1972.
29– 15 dicembre 1969, Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, muore cadendo da una finestra dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi, situata al quarto piano della questura di Milano. Egli era illegalmente detenuto e interrogato da tre giorni. La versione ufficiale parla di suicidio dovuto alla disperazione a causa delle prove schiaccianti contro di lui nell’attentato di Piazza Fontana. L’episodio suscita un’enorme emozione. Lotta continua, insieme alla gran parte della sinistra extraparlamentare, è persuasa che Pinelli sia rimasto vittima di un interrogatorio violento e che il suo suicidio sia una messa in scena. Dopo un lungo iter l’inchiesta è chiusa nell’ottobre 1975 dal giudice Gerardo D’Ambrosio, che esclude l’omicidio e il suicidio e introduce la tesi del «malore attivo».
30– Luigi bobbio, Lotta continua. Storia di un’organizzazione rivoluzionaria, Savelli, Roma, 1979. Nel documento preparatorio al III convegno nazionale di Lc, 1-3 aprile 1972 era scritto: «È necessario preparare il movimento a uno scontro generalizzato, che ha come avversario lo Stato e come strumento l’esercizio della violenza rivoluzionaria, di massa e d’avanguardia».
31– «Dopo la svolta del 1973, in cui Lotta continua rifiutò ogni prospettiva di uscita dalla legalità, molti militanti abbandonarono quella organizzazione. È di questo periodo la formazione delle prime aggregazioni, a Firenze (nel collettivo J. Jackson), e a Napoli, dei militanti che daranno vita ai Nuclei Armati Proletari, organizzazione particolarmente interessata ai movimenti dei soggetti sociali maggiormente emarginati: proletari prigionieri, proletariato marginale e del Sud», in Progetto Memoria. La mappa perduta, cit.
32– Renato curcio, A visage découvert, Lieu Commun, Paris, 1993, “Calabresi tu sera suicidé”, pp. 99-100; A viso aperto, Milano, Mondadori, 1993, intervistato da Mario Scialoja. Contrariamente a quanto venne raccontato negli anni successivi, le br erano molto corteggiate. Lo stesso Toni Negri, dopo la rottura di Potere Operaio e la fine dell’occupazione di Mirafiori, nel 1973, aprì un confronto politico con le br che sfociò nella realizzazione in comune della rivista Controinformazione (si leggano le risposte di Toni Negri a Sergio Zavoli in Id., La notte della Repubblica, Mondadori, Milano, 1992, pp. 262-263).
33Corriere della Sera, del 14 maggio 1996.
34– Argomento che è stato suggerito in filigrana in un articolo di Luigi Bobbio su Repubblica e poi in una intervista a Carlo Panella sul Corriere della Sera del 18 febbraio 1997.