La rincorsa di Anubi

Dicembre 2008 – Anubi all’interno del Politecnico occupato di Atene

Se la scomparsa di una persona cara, amica o amico, compagno o compagna, è un’idea a cui è sempre difficile rassegnarsi, nonostante la mia età cominci a essere quella dei commiati, accettare che a lasciarci sia una persona più giovane, su cui inevitabilmente si riversano speranze e pezzi di futuro, è impossibile.

Non riesco a pensare che Anubi, come tutti lo chiamavamo, anche per quel doppio cognome, D’Avossa Lussurgiu, se ne sia andato così presto, improvvisamente.
Sono fuori Roma e non ho potuto portargli l’ultimo saluto. Spero, tra me me, che presto possa esserci un’occasione pubblica per farlo, anche se poi mi accorgo che la sua vita, la sua intensa traiettoria politica, vissuta senza risparmi, ponga domande e sollevi bilanci troppo scomodi.

L’ultima volta che ci siamo incrociati è stato in piazza, al corteo del 4 ottobre per la Palestina, contro le politiche di genocidio a Gaza e l’oppressione colonizzatrice del governo suprematista ebraico.
Ma non sfilando lungo il percorso ufficiale. Eravamo altrove: in piazzale Esquilino. Entrambi correvamo alla ricerca dei nostri figli minorenni che si erano staccati con alcune centinaia di ragazzi per puntare verso il centro, rincorsi dalle forze di polizia e poi spinti verso la trappola che li attendeva.
Li rincorrevamo senza più la giovinezza nelle gambe ma con l’esperienza di chi conosce i tranelli della piazza. Ho sentito dietro di me un respiro affannato: mi sono voltato, ci siamo guardati un momento, poche battute per chiederci dove erano finiti i ragazzi dopo la carica per poi correre in direzioni diverse.

Quell’incontro, che allora mi sembrò uno dei tanti buffi episodi di cui riusciva a essere protagonista quando era poco più che ventenne, ora assume il segno di un presagio, quasi un passaggio di testimone. Ma anche la chiusura di un cerchio: l’avevo conosciuto nel gennaio del 1990 nell’atrio della facoltà di lettere e filosofia, dove ero tornato appena scarcerato. In quei giorni si decideva l’occupazione della Sapienza, dopo che Palermo aveva aperto la strada e a seguire vennero gran parte degli altri atenei italiani. Trentacinque anni dopo ci siamo salutati tra lacrimogeni e manganelli che pestavano ragazzi.

Nonostante la sua enciclopedica cultura, l’erudizione raffinata, restava nel fondo un agitatore di piazza, non sapeva fare politica senza calpestare i marciapiedi, attraversare i movimenti, vivere e bruciare nei cicli di lotte.
Abbiamo vissuto quello strano movimento di occupazione delle università, che prese il nome di «Pantera», dalla stessa parte. Mesi intensi, gomito a gomito, fino al punto che dovetti prendermi cura della sua persona sottraendolo, ogni tanto, a quello stato di agitazione politica permanente. Aveva bisogno di rifocillarsi, prendere una doccia e soprattutto dormire. Lo portavo a casa da mia madre, nella lontana borgata di Casalotti, dove lo attendeva un lettino in salone e poi la mattina all’alba di nuovo verso la Sapienza occupata, preoccupati che nella notte fosse accaduto qualcosa.
Una volta lo raccogliemmo a Firenze, durante una delle assemblee nazionali della Pantera. Lo trovammo che dormiva in bilico sulla cattedra di un’aula illuminata a giorno con indosso il suo loden verde e una brutta bronchite.
Ciò che lo distingueva dalla sua giovane generazione era la curiosità verso gli anni 70. Conosceva a memoria l’intera mappa dei gruppi della sinistra rivoluzionaria post-sessantotto, con relative scissioni e filiazioni. Quel decennio non gli metteva paura, come invece accadeva a molti suoi coetanei. Aveva l’intelligenza della curiosità, voleva capirlo non certo imitarlo perché sapeva che senza passato non ci sarebbe stato futuro. Aveva ben chiaro l’effetto devastante di quella rimozione sul futuro di ogni nuovo movimento. E lo sperimentò subito quando nel febbraio ci fu la violenta aggressione mediatica contro i seminari sugli anni 70 tenuti nelle aule occupate della Sapienza. Prima grande mobilitazione di massa dopo la fine del decennio etichettato come «anni di piombo», da quel momento in poi ogni nuovo movimento sociale che sarebbe apparso sulla scena politica avrebbe dovuto sottoporsi a un esame di legittimità, lasciarsi radiografare per mostrarsi privo delle scorie sovversive di un passato allora ancora recente.
Ma contro quella damnatio memorie Anubi sposò subito la battaglia per l’amnistia, contro le leggi speciali e la permanenza della prigionia politica. Una consapevolezza che gli costò caro qualche tempo dopo, quando l’arrestarono tentando di coinvolgerlo in un piccolo attentato contro la sede della Confindustria. La digos aveva voluto fargli pagare in tutti i modi la sua mancata presa di distanza, proiettandogli addosso una impossibile riedizione di quell’epoca conclusa. Accusa che era innanzitutto una offesa alla sua intelligenza.

Poi la Pantera finì, non le agitazioni, nel frattempo la mia vicenda processuale volgeva al termine. I pochi mesi residuali da scontare erano diventati decenni in appello e così mi congedai dall’Italia. Ci perdemmo di vista. A Parigi, ogni tanto giungeva qualche notizia da compagni di passaggio. Ero già alla Santè quando lessi del suo arresto sul manifesto che mi arrivava in cella. Sapevo che era entrato in Rifondazione comunista, e con lui molti della Pantera. Provò a giocare la scommessa di quella nuova formazione politica dove il predicato doveva essere in posizione di preminenza sul soggetto. Guidò anche la redazione del suo giornale, Liberazione, durante una delle tante crisi e scissioni interne con prime pagine di fuoco che lo fecero emergere dall’anonimato. Ma quando fu il momento cercò altri percorsi, si immerse in nuovi movimenti, Genova 2001.
Ci siamo ritrovati quasi due decenni dopo proprio nella redazione di quel quotidiano, dove ero approdato da semilibero dopo gli anni dell’esilio e del carcere.
Di quel periodo ricordo soprattutto la sua partenza per Atene, insieme a Valentina, attratto come il canto delle sirene di Ulisse dall’irresistibile richiamo della rivolta esplosa dopo l’uccisione di Alexis. Impaginavo le loro cronache, indimenticabile la foto del tavolo imbandito di molotov che avevano scovato all’interno del Politecnico. Poi ci siamo persi di nuovo fino all’affannosa corsa del 4 ottobre.

Anubi caro, fratello piccolo, sei stato tra i migliori della tua generazione, hai percorso e sperimentato, le hai provate tutte. Per te la politica è stata sempre la ricerca di una possibile rivoluzione, non un’occasione di carriera. Per questo ti ho voluto bene.

Amnistia per gli anni 70

Amnistia per gli anni 70

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Link

No, gli anni 70 non furono follia
Il coraggio dell’amnistia – Sansonetti
Erri de Luca, Paolo di Tarso che portò l’attacco al cuore dello Stato
Politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’unità d’Italia ad oggi

Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
Una storia politica dell’amnistia

Amnistia per i militanti degli anni 70
La fine dell’asilo politico
Vendetta giudiziaria o soluzione politica?
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
L’inchiesta di Cosenza contro Sud Ribelle
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70

Universita della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla digos
Università della Sapienza,il seminario sugli anni 70 della pantera
Quella ferita aperta degli anni 70
Un kidnapping sarkozien
Il Brasile respinge la richiesta d’estradizione di Battisti, l’anomalia è tutta italiana
Scontro tra Italia e Brasile per l’asilo politico concesso a Battisti

Tarso Gendro: “L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo”
Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti richiamato l’ambasciatore Valensise
Stralci della decisione del ministro brasiliano della giustizia Tarso Genro
Testo integrale della lettera di Lula a Napolitano
Anni 70
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70 – Persichetti, Scalzone


Link sulle torture contro i militanti della lotta armata

1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati
Il giornalista Buffa arrestato per aver raccontato le torture affiorate
Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture

Anni 70, una storia senza preconcetti e manicheismi

Recensione – Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni Settanta ad oggi, Odradek 1999

Giuliano Boraso

Solo a leggere i nomi dei due autori di questi piccolo libro, saranno in molti a storcere il naso: da una parte Oreste Scalzone, testa calda e pensante del ’68, cofondatore di Potere operaio, poi dirigente dei Co.Co.Ri., arrestato in seguito alla celebre retata del 7 aprile ’79 e successivamente espatriato in Francia in qualità di esule politico, tra i principali sostenitori di una proposta di amnistia che chiuda i conti con il passato. Dall’altra Paolo Persichetti, ex membro delle Br-Udcc, arrestato nel ’97 e condannato a 22 anni e mezzo di carcere per l’omicidio Giorgieri, anch’egli riparato in Francia ed estradato in Italia il 25 agosto 2002 nell’ambito delle indagini sui delitti D’Antona e Biagi (a cui risulterà essere del tutto estraneo). Insomma, non proprio due personaggi accomodanti, niente a che vedere con quei opinion leader di casa nostra capaci di rassicurare il lettore con interpretazioni politically correct dei molteplici aspetti e delle molteplici facce del terrorismo nostrano.
Al contrario, questo piccolo libro è molto utile proprio perché offre delle letture totalmente differenti, diremo quasi agli antipodi con il pensiero unico purtroppo così in voga nella nostra contemporaneità; poco più di duecento pagine (con tanto di bibliografia sragionata) per  comprendere alcuni aspetti chiave della stagione di piombo visti dall’ottica privilegiata del protagonista che non si limita a ricordare, né ad ammettere eventuali colpe e responsabilità, ma che in un certo senso rilancia sul piatto delle puntate, sollevando nuova polvere e aprendo armadi che in molti vorrebbero tenere ben sigillati.
Pagine scritte da due uomini contro, incapaci – fortunatamente – di chinare il capo come vorrebbe una cultura, la nostra, retta dalla logica che sia solo il vincitore a scrivere la storia, lasciando al vinto il ruolo del semplice sparing partner; e a chi, pur vinto, rifiuta questo ruolo non resta che rilanciare, proponendo dei percorsi alternativi, capaci ad esempio di sollevare interrogativi sul paradigma dell’emergenza che ha governato la produzione legislativa degli anni Settanta e Ottanta, producendo guasti irreparabili nel vivere civile; oppure interrogando, e interrogandosi, sui grandi temi del pentitismo, dell’amnistia, delle responsabilità di tutti, personali e collettive, soggettive e oggettive, per quanto accadde in quegli anni furibondi, senza nessun manicheismo, senza preconcetti di sorta, opportunamente lasciati a chi è convinto di possedere verità assolute da propagandare.
Consigliamo questo libro a chi ha ancora voglia di capire e tempo per farlo, a chi non è ancora totalmente lobotomizzato dal pensiero unico, a colui al quale piace essere stuzzicato nella sua intelligenza, a volte anche provocato, ma mai allineato, né tantomeno rassicurato. Questo lettore ideale troverà in queste pagine tanti spunti di riflessione e materiale a sufficienza per riempirsi la testa di domande, con in più altri utilissimi consigli di lettura e approfondimento.
Saranno pure dei cattivi maestri, come si diceva un tempo, e pure un po’ antipatici; però, forse ancora più oggi che ieri, continuiamo a preferirli a quelli buoni ma addomesticati.

libri@brigaterosse.org

Aporie della nonviolenza (1)

Hortus Musicus n. 12 anno III – ottobre-dicembre 2002 – pp. 112

Paolo Persichetti

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Le rughe del conflitto

«La nonviolenza oggi è la forma di mobilitazione che il movimento assume come proprio paradigma, sia per la convinzione del profondo intreccio che deve esistere tra fini e mezzi, sia perché oggi è l’unico strumento che ci permette di costruire, in una realtà complessa, con forti poteri sovranazionali, quel consenso necessario per modificare le regole del gioco e per cambiare questa nostra società».

Vittorio Agoletto,  il manifesto 18 Luglio 2002

Tornate le masse, riempite le piazze, anche il conflitto si è riaffacciato con le sue  asperità. In verità si è manifestato con un livello di violenza di piazza estremamente basso e dalle dimensioni sociali ristrette ma sufficienti per essere amplificato e rimbalzare sui media. Poco, molto poco, rispetto ad altre epoche o latitudini, a tal punto che si sarebbe potuto liquidare il fenomeno con alcune semplici domande: quante armi da fuoco si sono viste fino ad ora tra i manifestanti? Chi ha invece fatto uso di armi? Quante molotov sono state lanciate o trovate a Genova? Trecentomila manifestanti e forse neanche una decina bottiglie incendiarie, per giunta di fortuna… Eppure fin da Seattle, le polemiche sulla violenza hanno accompagnato, ed in parte anche nutrito, i raduni anti G8, fornendo visibilità mediatica e capacità catalizzatrice ai movimenti antiglobalizzazione. Perché tanta ossessiva attenzione nei confronti di forme di violenza di strada a così bassa intensità?
Forse una prima ragione la si può trovare nel ruolo assunto dai media, nel loro potere di decretare ciò che è accaduto e ciò che non è accaduto. Una dinamica perversa che tende a presentare o privilegiare come fatto avvenuto solo ciò che può essere venduto sotto forma di spettacolo sociale. Il G8 di Genova costituisce un esempio paradigmatico in proposito. La somma delle ragioni esterne (calcoli e attese politiche) e delle dinamiche interne all’informazione, proprie dell’evento mediatico, hanno prodotto un crescendo, una sorta di tam tam che ha soffiato lungamente sul fuoco, attizzando i rumori di rivolta. Genova doveva essere l’appuntamento della grande sommossa. Questo s’attendevano e volevano i media, quelli di sinistra per dare una spallata al governo di centrodestra appena insediato, quelli di destra per demonizzare l’avversario e legittimarsi dietro il riflesso repressivo della maggioranza silenziosa.
Dopo Gotebörg nelle redazioni ci si era già preparati all’eventualità di nuove vittime, taluni per altro l’auspicavano politicamente. Le dirette televisive del primo pomeriggio di venerdì 20 luglio trasudavano delusione per la scarsità degli episodi violenti da raccontare e mostrare. La manifestazione era ancora eccessivamente tranquilla. Un oceano di folla non valeva le vetrine di qualche banca. Solo più tardi, i corrispondenti hanno potuto finalmente appagare la loro  sete di vampiri eccitati con le immagini sanguinolente, i fuochi e gli scontri.
Dopo giorni e giorni di tam tam mediatico che chiamava alla rivolta, ripreso dalle farse della “guerra comunicazionale” dichiarata da alcuni gruppi, la trappola mediatica si è richiusa sul popolo degli ammutinati che si era raccolto nelle strade di Genova. L’icona del Black bloc, emblema del bandito postmoderno, è stata marchiata col sigillo d’infamia dell’infiltrato e del provocatore. Lo spettacolo sociale dava vita ad una nuova telenovela infinita destinata a riproporre ad ogni futuro episodio una sorta di revisionismo storico in tempo reale.

Frattura ideologica e frattura sociale
Brevemente forse vale ricordare che i movimenti sociali sono sempre stati il prodotto di una convivenza obbligata, avvolte d’interesse, tra tendenze e approcci diversi. Pratiche più o meno nonviolente e condotte violente hanno coabitato ignorandosi o polemizzando, a volte persino confondendosi. A seconda delle circostanze, l’una è  prevalsa sull’altra. Movimento di massa e forza d’urto; minaccia del numero e violenza dell’atto; forza delle ragioni e ragioni della forza; spessore e imponenza contro agilità, visibilità e incisività; guerra di posizione e guerra di movimento. Insomma, quando appare, un movimento sociale di massa rassomiglia ad un poliedro, forma geometrica dalle molteplici sfaccettature. Può accadere anche che ci siano movimenti omogenei o egemonizzati da alcune sue componenti, ma il più delle volte i movimenti emergono come “plurali”, “molteplici”, “variegati”. Ora il fenomeno antiglobalizzazione si autodefinisce “movimento dei movimenti” e costitutivamente si ritiene attraversato dalla “contaminazione reciproca” delle sue componenti. Niente di più normale, dunque, che in questa fiera del molteplice vi siano dei settori (allo stato minoritari) che non escludono o privilegiano il ricorso a forme di violenza politica o d’azione illegale.
Pertanto la semplice violenza politica di strada, e prim’ancora l’idea stessa d’azione illegale, vengono maggioritariamente percepite dalle altre componenti come un tabù inviolabile. Esiste un nodo ideologico di fondo, egemone nel movimento antiglobal, che identifica la violenza come una risorsa illegittima e l’illegalità come una soglia difficilmente valicabile. Questa caratteristica ideologica è dovuta probabilmente alla sua attuale composizione sociale, predominano infatti le componenti cristiane e i ceti medi, organizzazioni del volontariato animate da approcci etici alla regolazione del capitalismo (economia solidale, finanza etica), oppure da pratiche procedurali (bilancio deliberativo), o ancora da organizzazioni sindacali del mondo agricolo e contadino, organismi politico-editoriali e settori istituzionali legati a posizioni sovraniste o fordiste della politica, dello Stato e dell’economia.
La frattura ideologica e politica che si delinea attorno al problema dell’uso eventuale della violenza e dell’illegalità ripercorre la stessa frattura sociale che divide il nuovo mondo della precarietà, il popolo dei selvaggi delle periferie urbane, generato dal capitalismo postfordista, dai ceti medi o i gruppi sociali dotati di tutele sindacali e corporative che pensano di poter regolare la globalizzazione ultraliberale.

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Link
Il secolo che viene
L’inchiesta di Cosenza contro Sud Ribelle
Carlo Giuliani, quel passo in più