Sui tetti di Rebibbia in rivolta, 1973

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Proteste nelle carceri: amnistia subito e abolizione delle leggi che fabbricano detenzione

La legge Martelli sull’immigrazione (1991), la Bossi-Fini (2002), la ex Cirielli (2005), la Fini-Giovanardi (2006)  e il pacchetto Maroni (2009), hanno portato la popolazione detenuta dalle 29 mila unità del 1990 alle 64 mila di oggi.
Quando la Francia della terza repubblica progettava il suo nuovo sistema penitenziario, il padre della sociologia Émile Durkheim dava consigli affinché le condizioni di vita del detenuto non si allontanassero molto dalla durezza spartana della vita di strada condotta da un normale clochard. È passato molto più di un secolo da allora, ma la mentalità dei burocrati dell’amministrazione penitenziaria non è molto cambiata

Paolo Persichetti
Liberazione 21 agosto 2009

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Anche il carcere romano di Regina Coeli si è unito ieri alle proteste degli altri detenuti che stanno agitando diversi istituti di pena in questo torrido agosto. Una battitura delle sbarre è partita in mattinata. Notte agitata, invece, nel carcere femminile di Rebibbia, sempre a Roma, dove le detenute a causa del gran caldo hanno chiesto, e finalmente ottenuto, l’apertura delle celle dalla mattina alla sera, e così anche l’accesso alle docce. Le proteste di questi giorni non sono una novità. Seppur coperte dal silenzio quasi totale dei media, nello scorso luglio una prima ondata di mobilitazioni aveva traversato decine di istituti penitenziari. Lanciano (7 giorni di battitura delle inferriate), Napoli Secondigliano, Reggio Emilia, Rebibbia reclusione, Rebibbia femminile, Genova-Marassi, Como, Ascoli Piacenza, Saluzzo, Catania, Palermo, Pisa, Verona e Venezia, solo per citarne alcuni. Allora si trattava d’iniziative concertate, con battiture delle sbarre e lo stato d’agitazione generale programmato per alcuni giorni, per poi proseguire altrove come in una sorta d’ideale staffetta. Alcuni episodi isolati, ma importanti, avevano preannunciato questo ciclo di lotte. Il 19 aprile, a Trapani, una due giorni di battiture era trascesa in incidenti tra detenuti, in prevalenza tunisini, e agenti di custodia. A Poggioreale, invece, la protesta era scattata il 3 giugno.
Queste mobilitazioni hanno tutte in comune repertori d’azione e rivendicazioni. Alla base delle iniziative di protesta c’è sempre la richiesta di migliori condizioni materiali di vita. A Poggioreale, per esempio, si chiedeva l’abbassamento a non più di quattro del numero di detenuti in ogni cella e l’aumento delle ore d’aria, che in questo istituto a causa dell’eccezionale sovraffollamento (al momento delle proteste il numero raggiungeva le 2500 persone) è tradizionalmente ridotto ai minimi termini. Le altre richieste riguardavano l’accesso alle docce, che in estate diventa un problema d’igiene drammatico. Se a Poggioreale è possibile solo due volte a settimana, nella stragrande maggioranza degli istituti di pena è precluso la domenica. Nell’Italia rurale e contadina di un tempo, la domenica oltre ad essere il giorno del Signore era anche quello del bagno. Nelle carceri, invece, è il giorno in cui per regolamento non ci si lava. Inutile cercare una ragione logica. Non c’è. Banale ottusità e l’idea che chi è recluso vale meno di una bestia.
Quando la Francia della terza repubblica progettava il suo nuovo sistema penitenziario, il padre della sociologia Émile Durkheim dava consigli affinché le condizioni di vita del detenuto non si allontanassero molto dalla durezza spartana della vita di strada condotta da un normale clochard. È passato molto più di un secolo da allora, ma la mentalità dei burocrati dell’amministrazione penitenziaria non è molto evoluta. La domenica non ci si lava. E se c’è sovraffollamento, ci si lava a giorni alterni oppure non più di due volte a settimana. La mancanza d’igiene evidentemente fa parte del percorso di rieducazione. È un’idea di purificazione al rovescio. Una pulizia dell’anima, mica del corpo. E poco importa se la mancanza d’igiene scatena poi le emergenze vere, come quella sanitaria ricordata in una lettera aperta della Cgil funzione pubblica dell’Umbria alla presidente della Regione, Maria Rita Lorenzetti. «Il raddoppio della popolazione detenuta – scrive il sindacato – grava su un organico sanitario già di fatto insufficiente e rialimenta focolai di infezioni quali la scabbia, la tbc, epatiti di varia natura difficili da gestire in situazione di sovraffollamento e di ridotto organico».
Non stupisce, dunque, se intorno a Ferragosto, anche per l’imprevista attenzione suscitata dalle visite parlamentari, il ciclo di proteste sia ripreso con i picchi raggiunti dalle proteste di Como e Sollicciano. In realtà molte altre strutture si sono mobilitate o lo stanno facendo in queste ore, non tutte però riescono a far pervenire la notizia all’esterno.
Queste proteste un primo obiettivo l’hanno comunque raggiunto, mettendo in evidenza come la strada della costruzione di nuove carceri scelta dal governo non solo non andrà da nessuna parte, ma non è la soluzione. Come ha sostenuto ai microfoni di Radio vaticana il cappellano di Rebibbia, Sandro Spriano: «L’unica via è mettere mano al Codice penale, alla depenalizzazione dei reati, a non immaginare che tutto debba essere semplicemente punito con il carcere. Potremmo costruirne 100 all’anno e non risolveremmo il problema!». La vera emergenza è dunque l’abolizione delle leggi che producono detenzione, oltre ad una amnistia che riporti nei parametri della legalità il numero delle presenze dentro le celle. Gli unici provvedimenti che hanno decarcerizzato negli ultimi 20 anni sono stati il decreto Bondi sulla detenzione cautelare (4 mila scarcerazioni), l’indultino del 2003 (1500) e l’indulto del 2006. Altrimenti dalla legge Martelli sull’immigrazione del 1991 ad oggi, passando per la Bossi-Fini (2002), la ex Cirielli (2005), Fini-Giovanardi (2006)  e il pacchetto Maroni (2009), si è passati dai 29 mila detenuti del 1990 ai 64 mila attuali. Serve anche praticare delle misure alternative più automatiche, «su Roma – ha spiegato ancora don Spriano – su circa 2500 detenuti solo 50 sono in semi-libertà; e poi più del 50% non sono ancora condannati in maniera definitiva, non dovrebbero stare nemmeno in carcere, però stanno lì».

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Non si ferma la protesta nelle carceri italiane

A Sollicciano la Direzione negozia, ad Arezzo denuncia. Franco Corleone (Garante per i diritti dei detenuti):
“Dare voce ai detenuti in tutte le carceri”

Paolo Persichetti
Liberazione
19 agosto 2009

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Dopo la dura protesta inscenata lunedì sera, è continuata la mobilitazione dei detenuti del carcere di Sollicciano. Un quasi tumulto che aveva fatto temere l’avvio di una rivolta in grande stile tanto da far scattare l’allarme attorno alla cinta muraria, subito circondata da importanti forze di polizia. Nella serata di martedì è partita ancora una volta la battitura delle sbarre, ripresa nella mattinata del giorno successivo. Iniziata intorno alle 22, è durata per circa due ore. Questa volta con modalità meno dure, senza incendi e danneggiamenti. Preoccupato per le notizie che giungevano dal carcere fiorentino e per episodi analoghi avvenuti in altri istituti, il capo dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, si è recato ieri in visita al carcere per accertarsi di persona della situazione. Oltre a Lucca, Como e Perugia, si segnalano proteste ad Ancona, prima di Ferragosto, alle quali sembrano seguite punizioni, e Pesaro che ospita ormai 300 detenuti invece dei 170 regolamentari. Ad Arezzo (114 detenuti per una capienza normale di 65), dopo la battitura di Ferragosto, la Direzione per rappresaglia ha chiesto sette trasferimenti e presentato 4 denunce.
Sempre ieri si è tenuto il preannunciato incontro tra il direttore della casa circondariale di Sollicciano, Oreste Cacurri, e una commissione di detenuti, circa una trentina, rappresentativi delle diverse sezioni. Alla riunione ha preso parte anche il garante per i diritti dei detenuti del comune di Firenze, Franco Corleone, a cui abbiamo chiesto di raccontarci come è andata.

Cosa è successo veramente a Sollicciano lunedì sera?
Non chiamerei quanto accaduto una rivolta. C’è molta esasperazione in una popolazione costituita fondamentalmente da soggetti deboli, incapaci di dare voce alle loro richieste. Prima si tagliavano per comunicare, ora protestano. La molla scatenante è stata la distribuzione di pane ammuffito il giorno di Ferragosto, dopo che da diverso tempo veniva lamentato un vitto molto scadente. Il cibo distribuito nelle carceri ha un costo medio per detenuto di 1,53 euro a pasto. Forse questo spiega molte cose.

Allora si è trattato di un tumulto del pane come nella più manzoniana delle tradizioni?
Quella è stata la scintilla. Ma le ragioni di fondo sono le condizioni materiali intollerabili e la preoccupazione per il futuro, l’insopportabilità del sovraffollamento, il timore che possa durare all’infinito e che la cifra di 950 detenuti, invece dei 400 previsti, possa aumentare ancora. Ormai è stabile la terza branda in celle nate per essere singole.

Cosa è venuto fuori dall’incontro col direttore?
Richieste molto concrete che segnalano una situazione degradata: un’alimentazione più decente, doccia anche la domenica, le ore d’aria che vengono ridotte, gli spazi angusti. Una situazione dove i detenuti vengono considerati pacchi da spostare da un corridoio all’altro e non persone titolari di diritti. Poi la sanità che non funziona, il codice fiscale non più attribuito agli stranieri (causa l’ultimo pacchetto sicurezza) che così non possono più lavorare, l’impossibilità di chiamare i cellulari quando molte famiglie non hanno più numeri fissi, le condizioni dei colloqui, l’atteggiamento ostruzionistico delle magistrature di sorveglianza che non applicano le misure alternative previste dalla legge.

Un po’ come chiedere la luna?
Si, quando regna una mentalità sciatta e burocratica. Ma il vero problema è che per molto tempo gli stessi detenuti hanno dimenticato di essere portatori di diritti e quindi hanno cercato di sopravvivere nel carcere alla meno peggio, senza parlare, senza farsi sentire, vittimizzandosi con l’autolesionismo.

Il responsabile della Uil penitenziaria, Eugenio Sarno, ha detto che a «fomentare la rivolta sarebbero i detenuti stranieri». Esponenti dell’Osapp hanno chiesto di ripristinare lo stato d’emergenza, come nel 1977. È giusto utilizzare il termine “fomentare»”? Non è forse la situazione a fomentarsi da sola?
In questo caso spinte all’intervento militare ci sono sempre. Ma io credo che l’esempio di oggi sia confortante. Non c’è stata una chiusura a riccio dell’amministrazione. Ho spiegato a Ionta che la protesta è giustificata. Se da questa vicenda uscisse fuori la possibilità che si riconoscano, in ogni carcere, commissioni di detenuti in grado di formulare documenti con richieste, con la possibilità di negoziare direttamente con le Direzioni e il Dap, sarebbe un passaggio positivo. Tornare ad avere voce nella vita delle prigioni è per i detenuti l’unico modo per uscire da una condizione di minorità. Occorre ridare la parola a una popolazione incarcerata rimasta per troppo tempo muta.

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