Caso Cucchi, è scontro sulle parole del teste che avrebbe assistito al pestaggio. Guerra tra apparati dello Stato sulla dinamica dei fatti

Carabinieri e Polizia penitenziaria forniscono versioni contrastanti sul trattamento riservato a Stefano Cucchi

Paolo Persichetti
Liberazione 12 novembre 2009

Tracce di torture sulle mani di Stefano Cucchi

Dunque c’è un teste. Si tratta di un cittadino del Gabon, S. Y., che la mattina del 16 ottobre era nei sotterranei di piazzale Clodio. Chiuso in una camera di sicurezza vicina a quella di Stefano Cucchi, ha dichiarato di aver assistito al pestaggio del ragazzo. Dallo spioncino avrebbe visto due poliziotti della penitenziaria assestare due violenti manrovesci al volto di Cucchi, che dopo essere andato in bagno faceva resistenze per rientrare in cella. Finito a terra, il giovane sarebbe stato preso a calci e trascinato nella camera di sicurezza. La scena si sarebbe svolta prima dell’udienza di convalida. La ricostruzione è stata subito contestata dal Leo Beneduci, segretario dell’Osapp. Cucchi era in una zona dei sotterranei del tribunale dove vengono appoggiati i fermati in attesa delle direttissime, non in quella dove sono parcheggiati, prima delle udienze, i detenuti provenienti dalle carceri. In questo caso la penitenziaria si limiterebbe soltanto ad avere in custodia le chiavi e aprire le celle, ma i “fermati” resterebbero sempre nella disponibilità di chi li ha arrestati, in questo caso i carabinieri. Solo dopo la convalida dell’arresto verrebbero presi formalmente in custodia dalla polizia penitenziaria. Passaggio di consegne che per Cucchi sarebbe avvenuto non prima delle 13. Resta da sapere se questo protocollo è sempre rispettato alla lettera, oppure se la prassi quotidiana è ben diversa. In questa vicenda occorre prestare molta attenzione agli orari. Sempre secondo l’Osapp, diversi poliziotti penitenziari hanno chiesto al pm, Vincenzo Barba, di essere ascoltati come testimoni. Durante il trasbordo di Cucchi dalla camera di sicurezza del Tribunale al furgone diretto in carcere, alcuni di loro avrebbero ascoltato un colloquio tra Cucchi e un altro detenuto che lo prendeva in giro per essersi fatto malmenare. «Mi risulta – afferma Beneduci – che la risposta di Cucchi non facesse riferimento alla penitenziaria». Ciò conferma l’esistenza di versioni diverse sulle circostanze delle percosse subite da Cucchi. Il racconto dei colpi inferti nei sotterranei del Tribunale è molto importante, ma non smentisce la possibilità che di pestaggi ve ne possano essere stati più di uno: prima dell’arrivo in tribunale o dopo l’ingresso in carcere. Da giorni, in maniera sotterranea, i diversi apparati dello Stato si rigettando l’un l’altro la responsabilità delle violenze. Gli interrogativi da chiarire sono ancora molti. C’erano altre persone nelle celle di sicurezza della stazione di Torsapienza la notte tra il 15 e il 16 ottobre? Se sì, potrebbero aprire uno squarcio di luce chiarificatore. Gli operatori del 118 chiamati all’alba del 16 cosa hanno visto? I due manrovesci e i calci descritti dal teste spiegano tutte lesioni presenti sul corpo di Cucchi? Forse la riesumazione del corpo chiesta dalla famiglia e ordinata dalla procura potrà chiarire meglio questo aspetto. Mistero invece sugli indagati. Contrariamente alle voci circolate nei giorni scorsi, appartengono solo a corpi dello Stato. Sembra che per ora si tratti solo di membri della polizia penitenziaria. Le pressioni provenienti dagli alti comandi dell’Arma hanno sortito il loro effetto. Ieri visita ispettiva nei sotterranei del Tribunale. Ma i familiari di Cucchi sono rimasti fuori. Intanto ennesimo decesso in carcere. Giuseppe Saladino, 32 anni, è morto nel penitenziario di Parma poche ore dopo l’ingresso. All’enrata era sano. Un’inchiesta è in corso.

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Cronache carcerarie

Morte di Cucchi, c’è chi ha visto una parte del pestaggio nelle camere di sicurezza del tribunale

Un detenuto, S.Y., ha visto Cucchi colpito da due agenti della polizia penitenziaria appartenenti al nucleo scorte. Prima due manrovesci al volto e poi calci una volta caduto a terra. Non è ancora chiaro se queste violenze fanno parte di un secodno pestaggio da lui subito. Permangono ancora molte incertezze sulla dinamica dei fatti e se alle violenze contro Cucchi abbiano preso parte diverse corpi dello Stato

Paolo Persichetti
Liberazione 11 novembre 2009

Vincenzo Barba, il pubblico ministero che indaga sulla morte di Stefano Cucchi, non è un tipo in cerca di protagonismo. Fosse per lui, preferirebbe starsene tranquillo a sbrigare la routine quotidiana fuori da clamori e riflettori. Nonostante questa indole anonima tutte le inchieste più rognose che passano per la procura romana finiscono tra le sue mani. A piazzale Clodio c’è chi fa intendere che è proprio questa sua mancanza di colore che ne fa un prescelto. Forse perché è un pm che non vuole dar fastidio, uno di quelli che più ligi non si può. Ve lo ricordate ai tempi delle indagini sulla Caffarella? Pronto a negare l’evidenza pur di tenere in piedi il teorema incolpativo. Irriducibile dell’accusa anche quando il dna scagionava i due romeni. Costruiva in continuazione nuove varianti accusatorie fino all’inverosimile, anche quando le indagini avevano intrapreso un’altra pista. Ennio Flaino avrebbe detto di lui che è uno di quelli che ha il coraggio delle idee altrui, salvo poi non accorgersi quando questi le cambiano. Oggi Barba sembra il nuovo Caronte che accompagna le inchieste nel vecchio porto delle nebbie, come un tempo veniva chiamata la procura romana.
E sì, perché sull’inchiesta aperta per chiarire le circostanze della morte di Stefano Cucchi si addensa minacciosa un’enorme coltre di bruma. La sensazione che l’inchiesta sia lontana dalla svolta, come invece era parso lunedì dopo l’annuncio delle prime iscrizioni nel registro degli indagati, comincia a palesarsi. «Come molti, resto convinto che sarà difficile che la verità sul caso Cucchi esca fuori completamente», ha detto ieri il senatore Stefano Pedica, dell’Italia dei Valori, impegnato accanto alla famiglia nel tentativo di capire come e perché Stefanino, come lo chiamavano gli amici a Torpignattara, è morto.
Perché questo timore? Perché l’inchiesta si è concentrata essenzialmente su quella manciata di ore passate da Cucchi nei sotterranei di piazzale Clodio. Una scelta che ad oggi ha solo sollevato ulteriori domande. Sembra, infatti, come confermato da uno degli avvocati della famiglia, che esista la testimonianza di un detenuto, presente nei sotterranei del Tribunale, che avrebbe assistito al pestaggio di Cucchi. Tuttavia non è chiaro se il detenuto in questione sia uno dei tre indagati, insieme ai tre poliziotti della penitenziaria, oppure se si tratti di una quarta persona che avrebbe osservato il tutto dallo spioncino di un’altra cella.
Ma se non è uno dei tre che condividevano il cameroncino con Cucchi, perché i tre che erano con lui tacciono? Secondo la testimonianza, Cucchi chiedeva di andare al bagno. L’autopsia ha dimostrato che aveva problemi ai reni dovuti anche alle percosse subite. Sembra che da questa richiesta sia scaturito un alterco, sfociato nelle botte. Ma quali e quante botte? Per chi conosce i sotterranei del Tribunale, dove ogni giorno vengono parcheggiati come buoi centinaia di detenuti provenienti da tutte le carceri del Lazio (e non solo), in attesa di passare in giudizio nelle aule situate in superficie, appare impossibile che un pestaggio come quello subito dal corpo di Cucchi, possa essere passato inosservato, senza che nessuno abbia sentito le grida e il trambusto. Che possa esserci stata violenza non è da escludere. Momenti di tensione sono quotidiani in quel posto, dove i detenuti vengono ammassati e dimenticati per ore, finché le diverse scorte non li riaccompagnano nelle carceri di provenienza.
Come lo stesso Pedica ha osservato, «sulla questione del pestaggio esistono altre versioni», fornite dai detenuti che hanno raccolto le parole dirette di Cucchi. Insomma il giallo si inspessisce. Ed ancora, l’incidente tra Cucchi e la polizia penitenziaria sarebbe avvenuto prima dell’udienza o dopo? Cucchi è rimasto sempre nella stessa cella quando è arrivato in Tribunale? I fermati che arrivano a piazzale Clodio dalle camere di sicurezza delle caserme o dei commissariati non vengono mischiati con quelli che provengono dalle carceri. Solo dopo la convalida dell’arresto e l’assegnazione del carcere, sono ristretti nelle stesse stanze. Se fosse provato che il pestaggio della penitenziaria sarebbe avvenuto prima dell’udienza, cioè delle ore 12, la posizione dei carabinieri che l’avevano fermato e tenuto in caserma per tutta la notte ne trarrebbe un evidente giovamento.
Ma se le violenze dovessero rimontare a un’ora successiva, quei 50 minuti che vanno dalla conclusione dell’udienza, 13.15, alla visita del presidio medico del tribunale, 14.05, che ha registrato le ecchimosi sul viso e i dolori nella zona sacrale, si rilancerebbe l’ipotesi del doppio pestaggio.
La famiglia, per bocca della sorella Ilaria, ha ribadito ancora ieri di fronte alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul servizio sanitario nazionale, presieduta dal senatore Ignazio Marino, che «Stefano era gonfio in volto oltremisura e gli occhi cerchiati già dal primo momento che mio padre l’ha visto in aula. Anzi, rispetto alle foto scattate all’entrata di mio fratello a Regina Coeli, era anche più gonfio». L’inchiesta dovrà anche dire dove è andato a finire il quinto carabiniere scomparso dai verbali, eppure presente al momento del fermo di Stefano e durante la perquisizione in casa dei famigliari. Tante domande ancora senza risposta.
In serata, Ilaria Cucchi, ha risposto alle dichiarazioni di Giovanardi: «continuo a trovare quelle dichiarazioni relative allo stato di salute e la personalità di mio fratello, che tra l’altro lui non poteva nenache sapere, assolutamente menzognere».

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Erri De Luca risponde alle infami dichiarazioni di  Carlo Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi
Cronache carcerarie