Strage di Ustica, quando Giovannardi fu sputtanato da wikileaks

Era il 2003, l’allora ministro per i rapporti col parlmento del governo Berlusconi, Carlo Giovannardi, sollecitava l’appoggio dell’ambasciata Usa a Roma per ottenere aiuto nella divulgazione della tesi dell’ordigno esploso all’interno del Dc9, versione dei fatti messa in difficoltà da alcuni documenti americani appena desecretati.
«Se le rivelazione non fossero supportate potremmo aiutarlo, così abbiamo le mani legate», fu la replica del funzionario.
Ora che la sentenza della terza sezione civile della cassazione ha riacceso i riflettori dell’attualità sulla strage del 27 giugno 1980, ribadendo che all’origine della tragedia che si svolse sul cielo del Tirreno c’era un missile, vale la pena rileggere questi due articoli di Antonella Beccaria e Francesco Midolo che illuminano sui restroscena dell’ennesimo depistaggio

Antonella Beccaria
Il Fatto quotidiano, 6 settembre 2011

Il primo cablogramma è classificato come confidenziale e reca la data del 25 giugno 2003 mentre il secondo, “segreto”, è del 14 luglio dello stesso anno. Entrambi riportano la firma dell’ambasciatore americano a Roma Thomas Countryman e in essi si manifesta preoccupazione per “il ritorno in prima pagina della strage di Ustica”. Ma soprattutto i due documenti diplomatici statunitensi, contenuti nel pacchetto diffuso in versione integrale da Wikileaks lo scorso 30 agosto, oltre al disastro del 27 giugno 1980 che costò la vita a 81 persone, citano anche un politico italiano, Carlo Giovanardi, ai tempi della XIV legislatura (dal 30 maggio 2001 al 27 aprile 2006) ministro per i rapporti al parlamento.
Più nel dettaglio l’oggi sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri di origine modenese avrebbe incontrato Countryman chiedendogli un intervento per “mettere a tacere” le teorie diverse dalle sue che giravano e si sarebbe anche lamentato della scarsa collaborazione delle autorità d’oltre oceano sulla vicenda. Anzi, avrebbe proprio manifestato biasimo per la pressoché inamovibilità degli americani di fronte a una tesi tutta sua: l’aereo non sarebbe caduto per un’azione di guerra non dichiarata nei cieli del Mediterraneo, ma per un’esplosione interna causata da una bomba. Poi, ancora, a proposito di documenti a stelle e strisce desecretati, si lagna perché “minano la sua credibilità”.
I documenti al centro di questa vicenda, richiesti ai sensi del Freedom for information act (legge che stabilisce le modalità con cui ogni cittadino può avere accesso agli atti della pubblica amministrazione statunitense), erano diventati oggetto di un servizio del Tg3 nazionale con cui si dava conto di “nuove rivelazioni” in merito alla strage del giugno ’80. E aggiungeva il quotidiano La Repubblica: “Ustica: gli Stati Uniti hanno spiato Amato”. Il riferimento è a Giuliano Amato, il primo ministro che nel 1992 sarebbe stato intercettato dal Grande Fratello americano insieme all’allora ministro della difesa, Salvo Andò. Gli ascolti abusivi sarebbero poi stati utilizzati per far pressione su Bettino Craxi, ai tempi deputato del Psi, lo stesso partito di premier e di Andò. Scopo: dissuadere l’esecutivo dal proseguire nella ricerca della verità su Ustica.
Giovanardi, quando Tg3 e Repubblica diedero eco le notizie sul caso, le liquidò dicendo che non rappresentavano alcuna novità. E nel cablogramma del 14 luglio 2003 si aggiunge: “L’ambasciata [americana] non intende commentare pubblicamente le rivelazioni, ma se queste non fossero supportate dai documenti stessi, allora saremmo in grado di aiutare Giovanardi a respingere la mozione dell’opposizione. Date la tendenza alle teorie cospirazioniste che continuano a circondare sull’incidente di Ustica, preferiremmo non rispondere ai familiari delle vittime su copie di documenti interni del dipartimento di Stato”.
In merito a queste due comunicazioni diplomatiche, il sottosegretario ha già fatto sapere di non saperne nulla e di non sapere nulla neanche di incontri con Countryman per discutere della questione. Al giornalista Emanuele Midolo di Agoravox Italia (http://www.agoravox.it/ESCLUSIVO-Cable-WikiLeaks-su.html) ha però aggiunto: “Io ho contattato tutte le fonti che erano in grado di dare informazioni su Ustica. I servizi italiani, la magistratura, i periti. Ho contattato anche l’ambasciata americana per sapere se aveva informazioni da darmi oltre alle rogatorie e alla lettera formale che Clinton aveva inviato a Giuliano Amato, lettera personale nella quale Clinton diceva che gli Stati Uniti non c’entravano niente con la strage”.

*   *   *   *

Emanuele Midolo
Agoravox 5 settembre 2011

ESCLUSIVO – Cable WikiLeaks su Ustica. USA “coinvolti”. Giovanardi tentò di coprire lo scandalo

Tra i 251.286 cables rilasciati lo scorso 30 agosto da WikiLeaks ce ne sono due che aprono nuovi importanti scenari sulla strage di Ustica. I cables 03ROME2887 e 03ROME3199 inviati dall’Ambasciatore Americano a Roma, Mel Sembler (e classificati dal funzionario Thomas Countryman) al Dipartimento di Stato, mostrano la preoccupazione degli USA riguardo la possibilità di una fuga di notizie e rivelano il loro “coinvolgimento”. Carlo Giovanardi difese in Parlamento la versione della bomba per tentare di negare le responsabilità americane. Ma, preoccupato, si lamentò con l’ambasciata: “Queste nuove rivelazioni minano la mia credibilità”.

RICHIESTA D’INTERVENTO. E’ il 25 giugno 2003, il Political Minister Counsellor Thomas Countryman, diplomatico dell’ambasciata americana a Roma dal 2001 al 2005, richiede con urgenza al Dipartimento di Stato Americano alcuni documenti inerenti la strage di Ustica, desecretati secondo il Freedom of Information Act.
Nel documento si evidenzia il crescente interesse, in seguito ad uno speciale del Tg3 del 21 giugno 2003, della maggior parte dei giornali italiani riguardo le “nuove rivelazioni” sul caso Ustica. In particolare, viene citato l’articolo che la Repubblica pubblicò in prima pagina col titolo: “Ustica: gli Usa spiarono Amato”.
L’articolo denunciava l’avvenuta intercettazione da parte degli americani di una telefonata tra l’allora – era il 1992 – Presidente del Consiglio Giuliano Amato ed il Ministro della Difesa Salvo Andò (entrambi socialisti); nella quale i due discutevano degli “sforzi” fatti dall’amministrazione americana al fine di “monitorare” (questo il termine usato nel cablo) le indagini di giudici e parlamentari.
Il diplomatico USA riporta la notizia secondo cui l’ambasciatore americano dell’epoca, Peter Secchia, utilizzò l’informazione intercettata per fare pressioni su Bettino Craxi affinché il governo italiano non si costituisse parte civile nel processo sulla strage.
Countryman nota tra le righe che la storia dell’intercettazione abbia alimentato un solo “ciclo di notizie” (“one news cycle”), nonostante egli stesso predica che la vicenda Ustica possa venire approfondita ulteriormente in futuro. Non si può fare a meno di registrare una certa preoccupazione da parte degli americani riguardo anche solo la possibilità che si continui a discutere della strage (per non parlare della prosecuzione delle indagini). A tal proposito, al fine di rigettare e limitare il “prolungarsi di teorie cospirazioniste”, l’ambasciata richiede una copia dell’intercettazione telefonica del ’92.

GIOVANARDI CERCA DI BLOCCARE LA FUGA DI NOTIZIE
Ma c’è dell’altro. Le notizie più interessanti sono contenute nel cablo 03ROME3199, inviato il 14 luglio 2003 e classificato “SECRET” dallo stesso Countryman, nel quale è riportato il contenuto di un colloquio avvenuto il 10 luglio 2003 tra l’allora Ministro dei Rapporti col Parlamento, Carlo Giovanardi, e lo stesso Countryman. Giovanardi si sarebbe lamentato della “mancanza di chiarezza e cooperazione” da parte degli USA nei confronti del Governo Italiano; quest’ultimo avrebbe raccontato di come, un anno prima, lui stesso relazionò in parlamento nel tentativo di “mettere a tacere la vecchia questione Ustica” (“tryin to put the 20 year old Ustica crash case to rest”).
 Giovanardi “vendette” in Parlamento la versione secondo cui il disastro sarebbe stato causato da un’esplosione avvenuta a bordo dell’aereo e non per un missile americano” (“not by a US missile”). “Ma queste nuove rivelazioni minano la mia credibilità”, avrebbe detto l’attuale sottosegretario al diplomatico americano. Il Ministro avrebbe dovuto essere ascoltato da una Commissione Parlamentare prima della fine di luglio; in relazione a ciò, Giovanardi chiede al Political Minister Counsellor di poter avere una copia dei documenti rilasciati alle famiglie delle vittime, al fine di controbattere le accuse.

Il politico italiano prega inoltre di “coordinare insieme all’ambasciata americana una dichiarazione pubblica”. In pratica, Giovanardi chiede a Countryman l’equivalente di una “versione congiunta”, come fanno i sospettati quando vengono interrogati da un giudice. Il clima che traspare dal cablo è di grande tensione. Soprattutto da parte dell’ex ministro. Ma i toni sembrano poi rientrare.
Countryman e Giovanardi sono infatti d’accordo sul fatto che il servizio del Tg3 “non apporta nessuna nuova prova in merito al disastro di Ustica”, e “non smentisce direttamente ciò che Giovanardi ha riferito in parlamento e che noi (gli USA, ndr) abbiamo sempre sostenuto: non vi è stato nessun coinvolgimento degli Stati Uniti nella strage”.
Ma quel servizio del Tg3 dimostra comunque l’attività di spionaggio operata dagli americani. Il che, come riporta lo stesso dispaccio, implica che gli USA sono stati molto “attenti” all’affaire Ustica; di più, sono “coinvolti” (“involved”) nell’intera vicenda e nel tentativo di “occultare” (“cover up”) la verità.

Stefano Cucchi, “non l’uccise la morte ma chi volle cercargli l’anima a forza di botte”

Il libro di Ilaria Cucchi sulla morte del fratello Stefano: «Nessuno deve più morire in un carcere o in una caserma». Ostacoli e retroscena su una verità che fa paura alle istituzioni. Vorrei dirti che non eri solo. Storia di Stefano mio fratello, Rizzoli 2010

Paolo Persichetti
Liberazione 22 ottobre 2010

«Noi non c’entriamo, la divisa non ha colpa». Si congeda con queste parole il maresciallo dei carabinieri che aveva portato alla madre di Stefano Cucchi la notizia del decesso del figlio, esattamente un anno fa nel reparto penitenziario dell’ospedale Sandro Pertini. Non una imbarazzata frase di circostanza ma l’annuncio di una programmatica impunità. L’episodio è rivelato da Stefania Cucchi nel libro scritto insieme al giornalista del Corriere della Sera Giovanni Bianconi, Vorrei dirti che non eri solo. Storia di Stefano mio fratello, Rizzoli. Di frasi del genere in questa terribile storia che racconta l’oscenità del potere che si impossessa dei corpi, se ne trovano altre, come quella pronunciata da un’altro uomo in divisa davanti al reparto dove Cucchi è morto, «Ci sono tutte le carte a disposizione. Se volete potete controllare, noi siamo tranquilli». L’accesso alle carte sarà invece un percorso labirintico, per nulla spontaneo, dovuto unicamente all’attenzione politico-mediatica accesa sul caso dalla pubblicazione delle foto del corpo straziato di Stefano sul tavolo dell’obitorio e dalla caparbietà della famiglia costretta a rinunciare all proprio lutto privato. Le denunce pubbliche innescheranno una doppia inchiesta, parlamentare e amministrativa, arrivando lì dove l’indagine penale da sola non sarebbe mai giunta senza tuttavia dissolvere le molte ombre. L’autoassoluzione preventiva appartiene alle caratteristiche peculiari delle burocrazie repressive. E’ parte del patto tacito stipulato con le gerarchie in cambio della fedeltà e dei servizi prestati, spesso inconfessabili. Non a caso a sancire l’irresponsabilità è arrivato anche il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, che a conclusione dell’inchiesta ministeriale affermava, «Gli accertamenti amministrativi hanno rilevato fin qui l’assenza di responsabilità da parte della polizia penitenziaria», nonostante l’indagine interna redatta dal numero due del Dap, Sebastiano Ardita, traesse ben altre considerazioni. «Quando ho potuto leggerla – afferma Ilaria Cucchi – mi sono resa conto che si stava tentando di celare perfino quanto scoperto dalle stesse istituzioni». A fargli compagnia le dichiarazioni preventive del ministro della Difesa Ignazio La Russa in favore dell’Arma dei carabinieri, quando le indagini erano ancora al punto di partenza, e la sortita ignobile del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al lotta contro le tossicodipendenze, Carlo Giovanardi, per il quale Cucchi se l’era cercata. In questa gara all’esportazione delle responsabilità non è stata da meno neanche la Asl competente per territorio sull’ospedale Pertini, che appena dieci giorni dopo il trasferimento in via cautelare reintegrava il personale sanitario indagato. Eppure nei sei giorni che l’hanno separato dall’arresto fino all’ultimo respiro Stefano Cucchi non ha fatto altro che passare di mano da una divisa e l’altra attraverso caserme, camere di sicurezza, carceri, reparti penitenziari di ospedali. In realtà le divise e i camici, inquadrati da altre divise, nella sua morte c’entrano eccome. «In tutte le tappe che hanno visto Stefano Cucchi imbattersi nei vari servizi di diversi organi pubblici, emerge una incredibile continuativa mancata risposta alla effettiva tutela dei diritti», afferma il rapporto interno del Dap che riassume così il calvario del giovane: «Assenza di comprensione del disagio, mancata assistenza ai bisogni, trattazione burocratica della tragica vicenda personale e in alcuni casi assenza del comune senso di umanità, si sono susseguiti in un modo probabilmente non coordinato e con condotte indipendenti fra loro, ma con inesorabile consequenzailità». Il tutto condito da tante violenze, prima durante e dopo, testimoniate da un corpo fratturato e pieno di ematomi. A Cucchi, come recita la canzone di De André, non l’uccise la morte ma chi volle cercargli l’anima a forza di botte. Il libro è la testimonianza dolorosa del percorso di una famiglia legata a valori tradizionali, «religione, legge e ordine», che proprio per questo scopre il tradimento delle istituzioni in cui ha sempre creduto. Una presa di coscienza che fa dire a Ilaria, “sorella coraggio”, di aver sentito dire in giro che la morte del fratello fa parte di quegli incidenti «inevitabili conseguenze di pratiche e comportamenti che servono a tutelare la sicurezza della collettività. Forse anch’io, un tempo, mi sarei lasciata andare a cose simili ma oggi so che sono inaccettabili. Perché non ci può essere un motivo valido per cui un ragazzo debba morire in un carcere o in una caserma. Non deve accadere, né deve accadere che l’opinione pubblica lo giustifichi come uno sgradevole inconveniente». Ad Ilaria e alla famiglia diciamo una cosa sola: non vi lasceremo mai soli.

Sulla stessa vicenda
Ilaria Cucchi denuncia: “Nel processo veniamo trattati come fossimo imputati”
Morte violenta di Stefano Cucchi due nuovi testimoni accusano i carabinieri
Caso Cucchi, avanza l’offensiva di chi vuole allontanare la verità
Cucchi, anche la polizia penitenziaria si autoassolve

Stefano Cucchi: le foto delle torture inferte. Rispondi La Russa
Caso Cucchi, scontro sulle parole del teste che avrebbe assistito al pestaggio. E’ guerra tra apparati dello Stato sulla dinamica dei fatti
Erri De Luca risponde alle infami dichiarazioni di Carlo Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi
Caso Cucchi: Carlo Giovanardi, lo spacciatore di odio
Morte di Cucchi, c’e chi ha visto una parte del pestaggio nelle camere di sicurezza del tribunale
Stefano Cucchi, le foto shock
Stefano Cucchi, le ultime foto da vivo mostrano i segni del pestaggio. Le immagini prese dalla matricola del carcere di Regina Coeli
Manconi: “sulla morte di Stefano Cucchi due zone d’ombra”
Stefano Cucchi, quella morte misteriosa di un detenuto in ospedale
Stefano Cucchi morto nel Padiglione penitenziario del Pertini, due vertebre rotte e il viso sfigurato
Violenza di Stato non suona nuova
Caso Stefano Cucchi: “Il potere sui corpi è qualcosa di osceno”
Cucchi, il pestaggio provocò conseguenze mortali

Morte di Stefano Cucchi, la sorella denuncia: «Nel processo veniamo trattati come fossimo imputati»

Aria pesante nelle prime udienze del processo aperto contro i tre componenti della polizia penitenziaria, il responsabile del Prap e il personale sanitario del reparto penale dell’ospedale Sandro Pertini accusati di avere avuto pesanti responsabilità nella morte di Stefano Cucchi

Tullia Fabiani
L’Unità 21 ottobre 2010


È come se fossimo noi gli imputati. Io e i miei genitori, i colpevoli. L’atmosfera che abbiamo percepito in Aula è ostile, come se accusa e difesa fossero coalizzate contro di noi. Forse ci si dimentica che io e i miei genitori stiamo lì perché è morto mio fratello. O forse siamo quelli che stanno dando fastidio solo perché chiediamo, senza tregua, che venga riconosciuta la verità». Ilaria Cucchi è molto amareggiata: due giorni fa è stata scortata dai carabinieri fuori dal tribunale. Era in corso l’udienza del processo che vede imputate 13 persone tra agenti di polizia penitenziaria e medici dell’ospedale romano Sandro Pertini, dove suo fratello Stefano è morto un anno fa, il 22 ottobre, dopo una settimana di agonia. «Mi hanno detto che dovevo uscire dal tribunale per motivi di ordine pubblico e mai avrei immaginato di creare un simile problema. Mi sento umiliata e molto triste, anche perché dover sentire certe cose…» 



Quali cose?
«Ho sentito dire da uno dei legali della difesa: “Adesso oltre il libro faranno anche il film”. Ecco, questo è l’atteggiamento nei nostri confronti, come se nel raccontare quanto accaduto a mio fratello avessimo chissà quale secondo fine. Come posso sentirmi di fronte a certe affermazioni? È una grande mortificazione; ripeto, la sensazione è di essere gli imputati». 



E dipende dal fatto che va in tv, rilascia interviste, scrive libri su quanto accaduto?
«Si, anche. Penso che certi atteggiamenti, come l’allontanamento dal tribunale, dipendano dai miei interventi. Evidentemente non vorrebbero tutta questa attenzione mediatica». 



Chi non la vorrebbe?
«I soggetti coinvolti: accusa e difesa. Però se i pm si sentono sotto pressione possono sempre farsi sostituire».

La procura ha chiesto comunque che dalla prossima udienza siano ammessi in aula stampa e tv.
«Sì. Ci sarà un’udienza martedì 26 e vedremo cosa decide il gup. Per me non c’è alcun problema, anzi. È importante che i giornalisti possano seguire ciò che avviene in aula, vedere come procede l’udienza e qual è il rapporto tra le parti. Che ci sia o meno la stampa la mia impressione sull’atmosfera che respiriamo quando siamo lì non cambia». 



Ce l’ha con loro perché è stata respinta la vostra richiesta di una super perizia su Stefano?
«No, non è questo. So bene che ci sono motivazioni precise e che è stata rigettata non perché infondata, ma perché, come ha spiegato il nostro avvocato, è inammissibile in questa fase processuale. La questione è un’altra: l’episodio dell’altro giorno, venire allontanati dal tribunale, vietare a mia madre di andare sul piazzale per fumare una sigaretta e dare così tanto fastidio al pm da costringerlo a lamentarsene davanti al giudice. E poi subire ad esempio dichiarazioni da parte del pm che dice ai miei avvocati “Non santifichiamo questa famiglia”. Che significa? Che non siamo dei santi e allora non possiamo chiedere giustizia per la morte di mio fratello? È assurdo. Ed è la dimostrazione che la battaglia che stiamo portando avanti è una battaglia ímpari». 



Perché ímpari?
«Oggi sento che questa giustizia non è per tutti. Sento una forte ostilità e un’ostinazione nel voler continuare a negare la realtà. Ma come si fa a continuare a parlare di lesioni lievi quando queste “lesioni lievi” hanno causato la morte di Stefano?. La verità ci è dovuta e io la pretendo». 



Domani, 22 ottobre, sarà un anno dalla morte di suo fratello. Come passerete questa giornata e cosa vi aspettate dopo?
«Per i giorni che verranno vorrei solo che si mettesse finalmente fine all’ipocrisia. E che cominci un’altra storia. È stato un anno tremendo, ci siamo trovati a combattere una battaglia al di sopra delle nostre capacità e delle nostre forze, con la disperazione di non avere risposte. Abbiamo passato giornate drammatiche e solo oggi, dopo un anno, sembra che stiamo cominciando a realizzare l’assenza di Stefano. Domani ci sarà una messa nella nostra parrocchia, alle 15.30 a Santa Giulia Billiart, al Casilino. Poi seguirà un incontro, uno spettacolo teatrale, e la presentazione del libro “Vorrei dirti che non eri solo”. Perché al di là delle allusioni e delle mortificazioni per me anche un libro è un mezzo buono per denunciare l’uccisione di mio fratello e per continuare a chiedere ancora, un anno dopo, verità e giustizia».

Link
Il libro di Ilaria Cucchi: “Nessuno deve più morire in carcere o in una caserma”

Ustica trent’anni dopo l’anniversario delle verità contrapposte

Cosa è veramente accaduto quel 27 giugno 1980?

Paolo Persichetti
27 giugno 2010

A trent’anni dalla strage di Ustica è ancora guerra feroce. Lo «scenario bellico», che secondo una delle ricostruzioni – che attualmente appaiono più plausibili – avrebbe portato un missile lanciato da un aereo militare occidentale a colpire la sera del 27 giugno 1980, il Dc9 dell’Itavia deflagrato in volo (si parla anche di un razzo ad implosione) e poi inabissatosi tra le isole di Ponza e Ustica con 81 persone a bordo, si è tramutato in una pluridecennale guerra di depistaggi, ipotesi e ricostruzioni contrapposte che pezzi d’apparato, gruppi di potere, gangli delle istituzioni hanno cominciato a scagliarsi l’uno contro l’altro già dalle prime ore che hanno seguito la tragedia.
In questa babele di verità e ragion di Stato contrapposte, il presidente della Repubblica è intervenuto con un messaggio indirizzato alla presidente dell’Associazione parenti vittime della strage di Ustica, senatrice Daria Bonfietti, ricordando come «i processi sin qui celebrati non hanno consentito di fare luce sulla dinamica del drammatico evento e di individuarne i responsabili», auspicando per questo «il contributo di tutte le istituzioni a un ulteriore sforzo per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni». Chi ha voluto leggere nelle prudenti parole di Napolitano una replica alle dichiarazioni del sottosegretario alla presidenza del consiglio Giovanardi, che ha provato a rilanciare, a nome del governo, la tesi dell’esplosione interna e dunque della bomba a bordo, è rimasto deluso. In effetti Napolitano non cita solo la mancata individuazione dei responsabili, ma anche la mancata chiarezza sulle dinamiche, nonostante sul piano processuale sia stata accertata l’infondatezza dell’esplosione a bordo e quella del cedimento strutturale, madre di tutti i depistaggi.
Per questo ragione Giovanardi ha dichiarato di «condividere» l’appello del Quirinale, aggiungendo che «fra le opacità non possono essere annoverati i comportamenti degli uomini dell’Aeronautica militare italiana». Priorità dell’attuale governo, infatti, è difendere il comportamento omertoso della lobby militare, il cinismo in stellette della ragion di Stato che ha portato i vertici militari a distruggere prove, far sparire i registri delle presenze nelle postazioni di controllo e i tracciati radar, tappare la bocca ai sottoposti che quella notte hanno visto cosa è accaduto in pieno Mediterraneo. Anche Giuliana De Faveri Tron, che perse la madre nella tragedia di Ustica, e che non fa parte dell’Associazione dei parenti presieduta da Daria Bonfietti, ha voluto ringraziare «il capo dello Stato per l’affettuoso messaggio» ma soprattutto il senatore Carlo Giovanardi, «per l’impegno profuso dal Governo nella ricerca di una verità troppe volte sacrificata a pregiudizi di parte». Ormai anche i familiari delle vittime sono lottizzati. Ci sono i governativi e gli antigovernativi. Il vittimismo divenuto uno dei repertori legittimi della politica non ha più un solo colore e si declina in forme partigiane opposte. Con la sua formula salomonica Napolitano ha evitato di prendere partito nella disputa delle “verità contrapposte”, ripiegando sulla retorica dei misteri.
Ma se la via che può portare alla verità va ormai cercata, come sembrano suggerire le parole del Presidente della repubblica, in quella sfera riservata dello Stato che Alessandro Pizzorno ha chiamato “nucleo cesareo della politica”, Napolitano dovrebbe usare ben altri toni e trarre ben altre conseguenze. Rosario Priore, giudice istruttore che ha condotto l’inchiesta, sostiene che dietro la «verità indicibile» sulla strage di Ustica vi sarebbe la politica estera mediterranea condotta dall’Italia in autonomia rispetto alle direttive Nato. Il nostro sostegno a Gheddafi, la guerra segreta con Francia e Inghilterra per l’influenza nel Nord Africa, l’intervento dei nostri piloti nei bombardamenti in Ciad, la rappresaglia francese contro i mig libici (autorizzati segretamente dall’Italia a sorvolare alcuni corridoi Nato non sorvegliati) che dovevano scortare Gheddafi. Rappresaglia che avrebbe involontariamente provocato la tragedia. Priore estende il suo paradigma interpretativo ben oltre la vicenda di Ustica per retrocederlo all’intera storia degli anni 70. Vicissitudini che troverebbero una spiegazione all’interno dei conflitti geopolitici: non quelli della guerra fredda ma tra rive opposte del Mediterraneo, rispolverando quelli che erano stati gli assi tradizionali del conflitto interimperialistico europeo del primo Novecento. Tuttavia più che un nuovo canone storiografico quello proposto sembra un’ennesima declinazione del paradigma dietrologico. La complessità evocata si perde in mille rivoli inconcludenti e contraddittori fino a diventare dissolvenza. Priore non fornisce alcuna prova decisiva, nessun fatto nuovo, ma chiede in qualche modo di affidarsi al principio autoritativo ricavato della sua esperienza. Di piste internazionali sulla strage di Ustica ne esistono diverse e sul piano logico tutte egualmente plausibili: da quella francese, indicata da Priore come la più certa, a quella statunitense. Ne esiste addirittura una israeliana (l’aviazione di Telaviv avrebbe voluto colpire un velivolo francese che portava uranio arricchito in Iraq).
Tuttavia il motivo per cui oggi alcuni settori dello Stato, di cui il giudice Priore si fa portavoce, privilegino apertamente la pista francese non è dettato dall’emergere di circostanze nuove. Si tratta piuttosto di una vecchia ossessione portata avanti fin dalle inchieste sulla lotta armata. Secondo l’ex giudice istruttore del pool antiterrorismo della Capitale le insorgenze armate apparse nell’Italia degli anni 70 avrebbero trovato complicità culturale e aperto sostegno materiale nelle autorità parigine. Quella somma di fattori che presero forma nel dopoguerra, congelando per lungo tempo il sistema politico italiano fino a renderlo privo d’alternanza per 49 anni, una fissità di sistema che secondo la sociologia più avvertita non poteva che facilitare l’apparizione di spinte rivoluzionarie in presenza di una potente tradizione sovversiva e di condizioni sociali ed economiche particolari, contesto riassunto nella formula dell’«anomalia italiana», si capovolge nel suo contrario: l’«eccezione francese». In Intrigo internazionale, Chiarelettere 2010, la Francia viene dipinta come un «santuario del terrorismo», una centrale che avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. L’obiettivo preso di mira è la cosiddetta «dottrina Mitterrand»: Ancora prima della caduta del muro di Berlino, Parigi sarebbe stata un vero incrocio d’intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Un asse socialdemocratico, guidato da Mitterrand, avrebbe tentato di giocare il ruolo della “terza forza” tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola italiana grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata.
Deciso a seguire le tracce de l’abbé Augustin Barruel, il giudice Priore trasforma il vecchio istituto di lingue Hyperion in una nuova loggia degli Illuminati di Baviera. «Con ogni probabilità – aveva affermato in precedente pubblicazione nella quale anticipava le tesi esposte in Intrigo internazionale * – il cervello parigino è esistito. In accordo con le istituzioni di questo paese, come fu provato dalle inchieste romane, esercitava una funzione d’assistenza e di controllo, quando non agiva come una guida, nel mondo eteroclita della sovversione politica. E’ a Parigi che hanno luogo questi grandi incontri di forze venute dai quattro angoli del pianeta[…] Quella che potrebbe apparire una semplice riunione tra amici, si rivela, in realtà, una macchina efficace diretta da istanze istituzionali, e serve a distribuire armi, individuare luoghi dove nascondersi e prepararsi, suddividere le risorse finanziarie[…] si tratta del luogo in cui si decidono il livello dell’attacco, il grado delle tensioni e, conseguentemente, quello della destabilizzazione, cioè quello dell’indebolimento di paesi o intere zone, in diversi continenti[…] Si può pensare molto seriamente – numerosi indizi conducono in tal senso – che un terzo giocatore sia intervenuto: un asse europeo guidato dalla Francia, ancora presente nello scacchiere mondiale. Questo asse si presentava come una terza forza, accanto all’ideologia capitalista dell’Ovest e all’ideologia comunista dell’Est. Un asse a forte dominante socialista, al quale avrebbero sicuramente cooperato i paesi scandinavi, con la Svezia di Olof Palme in testa, la Germania e l’Austria guidate da socialdemocratici, oltre ad Israele, governata dalla sinistra. Senza dimenticare i grandi paesi non-allineati, a cominciare dalla Iugoslavia, che fin dagli anni 40, ha condotto una propria strategia indipendente nello scenario europeo e svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo di conflitti all’interno di diverse regioni italiane».
Quando la storia si trasforma in noir, il racconto può avvalersi di facili licenze narrative e trascurare persino il rigore cronologico degli eventi, fino a dimenticare che negli anni 70 la Francia era sotto la presidenza di Giscard D’Estaing e Palme arriva al governo nel 1982. Lo scenario proposto dall’ex giudice istruttore è privo di pudore e richiama il vecchio mito fascista del complotto pluto-giudaico-massonico, con l’aggiunta questa volta di una componente socialista giustificata dalla presenza della Iugoslavia. Un agglomerato assai fantasioso che mette insieme Paesi con politiche estere, attività d’influenza e d’intelligence in netto contrasto strategico, in fortissima competizione e aperto conflitto tra loro.

* Che cosa sono le Br, Franceschini-Fasanella, Rizzoli 2004

Link
Strage di Ustica, quando Giovannardi fu sputtanato da wikileaks

Caso Cucchi, anche la polizia penitenziaria si autoassolve

Chiusa l’indagine interna
Per il Dap non sono emerse responsabilità
da parte della polizia penitenziaria

Paolo Persichetti
Liberazione 3 dicembre 2009

Per il ministro della Giustizia Angelino Alfano, Stefano Cucchi è caduto dalle scale. Per Carlo Giovanardi è morto di droga. Siccome era un tossicodipendente e spacciava, la sua vita non doveva valere nulla. Se l’era cercata. Per questi signori, Stefano Cucchi sarebbe morto di freddo. Anzi, come ha scritto su queste pagine Erri De Luca, «perché ostinatamente aveva smesso di respirare». Da allora la lista delle facce di bronzo non ha terminato di crescere. L’inchiesta interna condotta dall’amministrazione penitenziaria ha escluso l’esistenza di qualsiasi responsabilità della polizia penitenziaria nelle brutali percosse subite da Stefano Cucchi. E’ quanto sottoscritto ieri, ultimo in ordine di tempo, dal capo del Dap, il magistrato Franco Ionta, la cui funzione è nobilitata dall’appellativo di Presidente. Su questo terribile episodio di violenza istituzionale, la macchina della controverità marcia a velocità folle. Appena pochi giorni prima un’altra commissione interna aveva assolto i medici del reparto penitenziario dell’ospedale dove, invece delle cure, al giovane era stata somministrata cinica indifferenza e sprezzante incuria. In compagnia solo del suo dolore e dell’umiliazione di un corpo bastonato, di membra lacerate, Stefano Cucchi è morto. Delle uniformi di Stato lo avevano arrestato quando era in perfette condizioni fisiche, delle uniformi di Stato lo hanno interrogato, delle uniformi di Stato lo hanno incarcerato, in tribunale un magistrato ha finto di non vedere, l’avvocato d’ufficio ha girato la testa, poi dei camici pubblici lo hanno abbandonato. Da settimane, le varie componenti istituzionali coinvolte in questa vicenda rispondono opponendo omertà d’apparato in difesa di una impunità di principio, di una visione completamente autoreferenziale della legalità e della morale. Ma come cantava De André: «anche se vi credete assolti, siete per sempre coinvolti».

Link
Cronache carcerarie
Caso cucchi, avanza l’offensiva di chi vuole allontanare la verità
Cucchi, anche la polizia penitenziaria si autoassolve
http://perstefanocucchi.blogspot.com/
Stefano Cucchi: le foto delle torture inferte
Caso Cucchi, scontro sulle parole del teste che avrebbe assistito al pestaggio. E’ guerra tra apparati dello Stato sulla dinamica dei fatti
Morte di Cucchi, c’e chi ha visto una parte del pestaggio nelle camere di sicurezza del tribunale
Erri De Luca risponde alle infami dichiarazioni di  Carlo Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi
Stefano Cucchi, le ultime foto da vivo mostrano i segni del pestaggio. Le immaigini prese dalla matricola del carcere di Regina Coeli
Manconi: “sulla morte di Stefano Cucchi due zone d’ombra”

Stefano Cucchi, quella morte misteriosa di un detenuto in ospedale
Stefano Cucchi morto nel Padiglione penitenziario del Pertini, due vertebre rotte e il viso sfigurato
Caso Stefano Cucch, “il potere sui corpi è qualcosa di osceno”
Violenza di Stato non suona nuova

Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Stefano Cucchi: le foto delle torture inferte. La Russa rispondi!

Ripetute cicatrici da bruciatura sulle mani, il cuoio capelluto e le gambe

Per Angelino Alfano, Stefano Cucchi era caduto dalle scale. Per Carlo Giovanardi, Stefano Cucchi è morto di droga. La sua vita non doveva valere nulla perché era tossicodipendente e spacciava. Per questi signori, Stefano Cucchi sarebbe morto di freddo. Nuove foto dimostrano che il ragazzo ha subito delle vere e proprie torture e successivamente un pestaggio. Se il pestaggio, come l’inchiesta sta lentamente appurando, sembra essere avvenuto nei sotterranei del Tribunale di piazzale Clodio, le torture sono avvenute prima e in un altro luogo. Dove ha passato la notte Cucchi prima di essere appoggiato in una cella di sicurezza del Tribunale di Roma? Chi ha interrogato Cucchi per sapere dove nascondeva l’hashish? Come è stato interrogato Cucchi? Chi ha spento sulla sua pelle delle sigarette? Che divisa avevano questi benemeriti signori? Perché il ministro Ignazio La Russa tace?

Spegnere sigarette sul corpo di una persona non è pestaggio ma qualcosa di ancora più grave. Si tratta della sadica estorsione di informazioni: TORTURA!
Una pratica che in Italia non è nemmeno configurata come reato.

Link
http://perstefanocucchi.blogspot.com/
Caso Cucchi: avanza l’offensiva di chi vuole allontanare la verità
Caso Cucchi, scontro sulle parole del teste che avrebbe assistito al pestaggio. E’ guerra tra apparati dello Stato sulla dinamica dei fatti
Morte di Cucchi, c’e chi ha visto una parte del pestaggio nelle camere di sicurezza del tribunale
Erri De Luca risponde alle infami dichiarazioni di  Carlo Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi
Stefano Cucchi, le ultime foto da vivo mostrano i segni del pestaggio. Le immaigini prese dalla matricola del carcere di Regina Coeli
Manconi: “sulla morte di Stefano Cucchi due zone d’ombra”
Cronache carcerarie
Stefano Cucchi, quella morte misteriosa di un detenuto in ospedale
Stefano Cucchi morto nel Padiglione penitenziario del Pertini, due vertebre rotte e il viso sfigurato
Caso Stefano Cucchi, “il potere sui corpi è qualcosa di osceno”
Violenza di Stato non suona nuova

Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Per Carlo Giovanardi Stefano Cucchi era morto di freddo, la risposta di Erri de Luca

flagellazione-caravaggio

«Stefano Cucchi era in carcere perché era uno spacciatore abituale. Poveretto, è morto, e la verità verrà fuori, soprattutto perchè pesava 42 chili. La droga ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente… E poi il fatto che in cinque giorni sia peggiorato… Certo, bisogna vedere come i medici l’hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così»

Carlo Giovanardi, Sottosegretario con delega per la lotta alla droga, “co-ideatore” della legge Fini-Giovanardi senza la quale Stefano Cucchi sarebbe ancora vivo

Erri de Luca risponde alla sua insopportabile dichiarazione con queste righe apparse su Liberazione 11 novembre 2009

Il potere dichiara che il giovane arrestato di nome Gesù figlio di Giuseppe è morto perché aveva le mani bucate e i piedi pure, considerato che faceva il falegname e maneggiando chiodi si procurava spesso degli incidenti sul lavoro. Perché parlava in pubblico e per vizio si dissetava con l’aceto, perché perdeva al gioco e i suoi vestiti finivano divisi tra i vincenti a fine di partita. I colpi riportati sopra il corpo non dipendono da flagellazioni, ma da caduta riportata mentre saliva il monte Golgota appesantito da attrezzatura non idonea e la ferita al petto non proviene da lancia in dotazione alla gendarmeria, ma da tentativo di suicidio, che infine il detenuto è deceduto perché ostinatamente aveva smesso di respirare malgrado l’ambiente ben ventilato. Più morte naturale di così toccherà solo a tal Stefano Cucchi quasi coetaneo del su menzionato.

Link
Caso Cucchi: Carlo Giovanardi, lo spacciatore di odio
Cronache carcerarie