Acca Larentia, le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere

Torno ancora una volta a parlare del libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali“: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer, sul quale non mancheranno altri post in futuro.

Seconda parte

Il libro di Rao contiene anche la testimonianza di Antonio Savasta, collaboratore di giustizia.  Il racconto del più importante pentito delle Brigate rosse dopo Patrizio Peci è molto scadente. Dopo aver riempito migliaia di pagine di verbali Savasta poteva risparmiarsi questa ulteriore fatica. Delle sue parole colpiscono due cose:

1) il tentativo di minimizzare le violenze subite dopo l’arresto nelle ore in cui rimase nelle mani dei Nocs. “De Tormentis” nega di averlo torturato. Le violenze furono opera di altri, impressionante la scena del calcio scagliatogli in piena faccia con rottura del setto nasale, nonostante stesse collaborando da quasi 24 ore, solo perché la base dell’esecutivo nazionale situata a Milano e di cui aveva rivelato l’indirizzo venne trovata vuota.

2) il vizio di riferire fatti che nemmeno conosce formulando ricostruzioni sulla base di proprie convinzioni personali, come il tentativo di coinvolgere la brigata di Torre Spaccata nei fatti di Acca Larentia. In questo caso sospinto anche dalla curiosità di Nicola Rao, autore di numerosi libri sulla storia dell’estrema destra. E’ un po’ di tempo che da più parti si assiste al singolare tentativo di coinvolgere le Brigate rosse nelle uccisioni, rimaste non chiarite, di militanti dell’estrema destra. Se andate su Wikipedia troverete che l’omicidio di Mario Zicchieri, giovane militante del Fronte della Gioventù ucciso davanti alla sua sezione nel quartiere Prenestino di Roma, viene attribuita ad un commando brigatista nonostante nell’ottobre 1975 non esistesse ancora nessuna colonna romana delle Brigate rosse. E quando questa nacque nel corso del 1976, dopo un laborioso lavorio di contatti e discussioni, le basi politiche della sua azione furono molto chiare e nette distinguendosi, come nel resto delle altre colonne, dalla pratica dell’antifascismo militante. Le Br erano veute a Roma per colpire il cuore dello Stato, non certo per alzare il tiro in un sterile guerra tra giovani di opposti colori politici. Al centro della loro azione c’era il sistema politico democristiano ed il 7 gennaio 1978 erano impegnate in ben altre faccende. Stavano mettendo a punto il rapimento del presidente della democrazia cristiana Aldo Moro, preso in via Fani 78 giorni dopo.

Pubblichiamo di seguito una documentata risposta alle inesatte affermazioni di Savasta.

Torture, “pentimenti” e falsità. Recensione del libro di Nicola Rao “Colpo al cuore”

di Sandro Padula

Il “professor de tormentis” e il “pentito” Antonio Savasta ricordano e rivendicano rispettivamente le torture e le delazioni per combattere le Brigate Rosse nell’Italia degli ultimi anni ’70 e dei primi anni ‘80. Questo, in sintesi, è il contenuto del saggio-inchiesta di Nicola Rao «Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata» (casa editrice Sperling&Kupfer, ottobre 2011), un libro utile per conoscere meglio il clima da Santa Inquisizione determinatosi in quel periodo storico della società italiana.

Il “professor de tormentis”, poliziotto “anonimo” esperto in torture con acqua e sale, a dire il vero non inventò proprio nulla.
La tortura chiamata “algerina”, meglio nota nel XXI secolo con il termine waterboarding perché praticata dagli Usa a Guantanamo, in Italia venne usata diverse volte dai carabinieri e dalla polizia.
Negli ultimi mesi del 2007, un ex brigadiere dell’Arma dei Carabinieri, Renato Olino, membro del nucleo “anti-terrorismo” di Napoli, che in provincia di Trapani partecipò alle prime indagini sulla “strage di Alcamo Marina” del 27 gennaio 1976, quando furono uccisi due carabinieri all’interno di una casermetta, ha raccontato di aver visto usare questo tipo di tortura per estorcere delle confessioni. Sia Giuseppe Vesco –  ragazzo dalle idee anarchiche e principale imputato poi “suicidatosi” in carcere il 26 ottobre 1976 –  che altri giovani accusati furono costretti ad ingoiare numerosi quantitativi di acqua e sale tramite degli imbuti inseriti in bocca.
Senza dubbio l’uso più sistematico della tortura a suon di acqua e sale, magari condita da scosse elettriche e sigarette spente sui corpi,  avvenne dopo il decreto legge del 21 marzo 1978 n. 59 che autorizzava gli interrogatori delle persone arrestate senza la presenza dell’avvocato e del magistrato.
Grazie a quella misura legislativa i governanti, i partiti di supporto alla maggioranza parlamentare denominata “solidarietà nazionale” e il Consiglio Superiore della Magistratura, agente come consigliere delle leggi speciali da introdurre, si assunsero la responsabilità politica di tutte le successive torture usate dalle forze dell’“ordine” contro le Br e le altre organizzazioni sovversive.

Neppure l’ex br Antonio Savasta, con le confessioni estorte durante l’”algerina”a cui fu sottoposto dopo il suo arresto del 28 gennaio 1982, inventò qualcosa di nuovo. Da quando mondo è mondo si sa che le persone torturate spesso dicono cose vere e cose false insieme.
Il fatto curioso è che oggi, spinto dalle sole domande di Nicola Rao, Savasta da un lato  racconti qualcosa di autentico e indiscutibile del proprio percorso politico degli anni ’70, ad esempio ricordando le lotte per la casa nella borgata romana di  San Basilio, e dall’altro senta il bisogno di sparare giudizi su fatti di cui non conosce letteralmente nulla e, fra una congettura e l’altra, di attribuire alle Br romane, e in particolare alla brigata di Torre Spaccata, una sorta di probabile responsabilità politica dell’azione sanguinaria avvenuta il 7 gennaio 1978 contro i neofascisti del Msi di via Acca Larentia.
Nicola Rao, giornalista esperto dei fenomeni di destra e di destra radicale, cercava forse di fare uno scoop e quindi non si è per niente preoccupato di verificare l’attendibilità sul piano storico di tale ipotesi prodotta dal “pentito” in questione.

Facciamo allora un salto all’indietro nel tempo per capire come stanno davvero le cose.
Il 7 dicembre del 1976 le Br romane rivendicarono gli attentati contro le autovetture di uomini politici come Vittorio Ferrari, consigliere democristiano alla quinta circoscrizione, e Umberto Gioia, segretario della Dc di Torre Spaccata.
(http://www.archivio900.it/it/documenti/doc.aspx?id=277).
Pensavano che attaccando il regime democristiano sarebbe stato possibile mettere in crisi il sistema politico, leggi liberticide comprese, ed aprire nuovi spazi politici ai movimenti di lotta del proletariato.
In maniera opposta ragionavano i neofascisti che nella Roma del 1977 ferirono Guido Bellachioma e uccisero Walter Rossi. E in maniera diversa operavano i militanti dei Nuclei Armati di Contropotere territoriale che il 7 gennaio 1978 realizzarono un assalto contro la sede del Movimento Sociale Italiano (MSI) a via Acca Larentia, nella zona romana dell’Appio-Tuscolano, che provocò la morte di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta.
Dopo quest’ultima tragedia nella capitale si intensificarono le azioni armate dei neofascisti contro i giovani di sinistra ma in quel periodo, com’è riconosciuto da tutti gli storici degni di questo nome, le Br cercarono sempre di canalizzare il sovversivismo rosso nella lotta contro il regime democristiano.
Per tutte queste ragioni è priva di fondamento l’idea di Antonio Savasta, riportata nel saggio-inchiesta di Nicola Rao, secondo cui dietro l’agguato di Acca Larentia forse ci sarebbe stata la colonna romana delle Br e in particolare la brigata di Torre Spaccata.
Antonio Savasta entrò nelle Br nei primi mesi del 1977, quando la colonna romana delle Br e la brigata di Torre Spaccata già esistevano in termini logistici e operativi. Non sapeva nulla, se non qualcosa di vago e solo per sentito dire da altri sentito dire, a proposito della strutturazione della colonna romana avvenuta nel biennio 1975-1976 e in riferimento alla composizione assunta nel corso degli anni dalla brigata di Torre Spaccata.
Pensava di essere entrato nella colonna romana prima della nascita della brigata di Torre Spaccata ma questa convinzione è sbagliata. Riteneva inoltre che ci sarebbe stata equivalenza fra un gruppo di 7 presunti ex militanti di Viva il comunismo confluiti nelle Br, fra cui inserisce addirittura un ex militante di base del Partito Socialista Italiano, e la brigata di Torre Spaccata. Anche questa idea risulta però priva di fondamento.
La brigata di Torre Spaccata, oltre a non svolgere le proprie attività nell’area dell’Appio-Tuscolano,  non effettuò mai delle riunioni interne con i 7 presunti ex militanti di Viva il comunismo elencati da Savasta, anche perché una brigata poteva essere composta dai 3 ai 5 aderenti, nelle Br non si entrava in gruppo ma singolarmente e i brigatisti rossi abitanti nel quartiere non avevano mai fatto parte di Viva il comunismo.
Nel 1978 le brigate romane seguirono sempre la linea ufficiale e nazionale delle Br. Già dall’estate del 1977 avevano discusso i documenti preparatori della Risoluzione Strategica del febbraio 1978. Sapevano in termini politici che l’organizzazione stava preparando un fortissimo attacco alla Democrazia Cristiana. Condivisero quella linea politica e se ne assunsero la responsabilità.

Tutto questo significa che il saggio-inchiesta di Nicola Rao merita di essere letto sapendo ben distinguere, fra le sue righe, il vero dal falso!

2/Fine

Link
Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Torture contro i militanti della lotta armata
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti

Torture contro le Brigate rosse: chi si nasconde dietro l’eteronimo “De Tormentis”? Chi diede il via libera alle torture?

Torno ancora una volta a parlare del libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali“: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer, sul quale non mancheranno altri post in futuro

De Tormentis è in questa foto

Prima parte

L’outing del capo della squadra speciale del ministero dell’Interno addestrata all’uso del waterboarding per interrogare gli arrestati accusati di appartenere alle Brigate rosse è uno dei pochi fatti nuovi venuti fuori dalla mole di pubblicazioni sulla lotta armata, il sequestro Moro e la storia delle Br, apparse negli ultimi mesi e in gran parte caratterizzate dai soliti approcci dietrologici.
Il funzionario dell’Ucigos, che appare sotto l’eteronimo di “professor De Tormentis”, accompagnato anche dal racconto del commissario della Digos Salvatore Genova, inquisito per aver partecipato alla tortura di Cesare Di Lenardo ma “salvato” dall’immunità parlamentare ottenuta grazie all’elezione come deputato nelle file del partito socialdemocratico, che in quegli anni vantava come segretario Pietro Longo, affiliato alla loggia P2, riconosce che una struttura ad hoc era stata creata nel 1978, quando venne impiegata durante il sequestro Moro contro il tipografo delle Br, Enzo Triaca.
Struttura che – afferma “De Tormentis” –  venne messa in sonno dopo la denuncia di Triaca nella quale si raccontava in modo dettagliato il “trattamento” subito. Denuncia che costò a Triaca una ulteriore condanna per calunnia, anche se quei fatti – oggi sappiamo grazie alla circostanziata conferma di “De Tormentis” – erano veri.
La struttura speciale, spiega ancora il maestro della tortura che simula l’annegamento con acqua e sale, fu riattivata durante il sequestro, da parte delle Br-pcc del generale americano James Lee Dozier. Una riunione del comitato interministeriale per la sicurezza presieduto dall’allora capo del governo, il repubblicano e ultra-atlantista Giovanni Spadolini, diede il via libera all’uso della tortura per estorcere informazioni durante gli interrogatori. La struttura operò per due anni fino alla fine del 1982 non solo contro le Brigate rosse ma almeno in un caso anche contro un arrestato di destra.

La confessione di “De Tormentis” e il riscontro incrociato con le parole di Genova non chiariscono però tutto. Restano da sapere ancora molte altre cose: quale fu l’esatta filiera di comando? Nel libro viene tirato in ballo Umberto Improta, allora dirigente Ucigos, poi promosso questore e successivamente prefetto. Di lui già si sapeva. Ma chi c’era ancora più su?
Sarebbe interessante sapere come l’ordine sia passato dal livello politico a quello sottostante, in che termini sia stato impartito. Con quali garanzie lo si è visto: impunità flagrante. Venne pizzicata solo una squadretta dei Nocs capeggiata da Genova, che nel libro di Rao si racconta come il buono, uno che assisteva soltanto alle torture, quasi schifato dai metodi di “De Tormentis”. Quei Nocs, condannati in primo grado per violenza privata (in Italia il reato di tortura non esiste) ma prosciolti in seguito, racconta un compiaciuto “De Tormentis”: «vollero strafare, tentarono di imitare i miei metodi senza essere sufficientemente addestrati e così si fecero beccare».

Queste rivelazioni portano un colpo decisivo alle tesi apologetiche propagandate da magistrati come Giancarlo Caselli e Armando Spataro (cf. Il libro degli anni di piombo, Aa.Vv. curato da Marc Lazar, Rizzoli, oppure Ne valeva la pena, Laterza) o da ex giudici come Sergio Turone in, Il caso Battisti, Garzanti), secondo i quali la lotta armata per il comunismo sarebbe stata affrontata dallo Stato italiano con le sole armi dello stato diritto e l’applicazione alla lettera della costituzione, eccetera.

Allo stato d’emergenza, alle leggi speciali e alla giustizia d’eccezione si accompagnò invece anche il più classico degli strumenti tipici di uno stato di polizia: la tortura impiegata in modo sistematico nel corso del biennio cruciale 1981-82 contro i militanti catturati, per giunta ricorrendo alla lezione dell’indiscusso maestro della tortura nel dopoguerra, quel Paul Aussaresses il cui manuale sperimentato in Algeria servì da libro di testo nella scuola delle Americhe che formò tutti gli ufficiali torturatori delle dittature sudamericane.

1/continua

Link
Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Torture contro i militanti della lotta armata
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti