Un’antica ricetta per la memoria condivisa

Uno sguardo retrospettivo sull’impiego della tortura

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Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) è un’ultra centenaria organizzazione non governativa che, analogamente ad altre, si occupa di monitorare le condizioni ed il trattamento di detenuti. Tratta in particolare i prigionieri di guerra, in applicazione del diritto umanitario che deriva dalle Convenzioni di Ginevra del 1949.
Le Convenzioni, da cui il CICR deriva il suo mandato da parte della comunità internazionale, non coprono però solo le persone detenute per un conflitto armato internazionale.
La Croce Rossa Internazionale già in occasione della Comune di Parigi (1872), dell’insurrezione carlista in Spagna (1875) e di quella serba in Erzegovina (1876) cominciò ad intervenire nei conflitti interni, non internazionali.
I suoi primi interventi rispetto ai detenuti politici iniziarono con la rivoluzione russa (1917) e soprattutto con quella ungherese (1919).
Quest’ultimo è considerato (Jacques Moreillon, Le Comité international de la Croix-rouge et la protection de détenus politiques, Lausanne, L’age d’homme, 1973) il primo ‘vero’ caso in questo senso. La presa di potere di Bela Kun trovò infatti scarsissima resistenza e fu quasi incruenta; non si trattava quindi di opera di soccorso alle vittime, altrimenti non curate, di un conflitto interno, ma delle prime visite a detenuti ‘puramente politici’.

È oggi acquisito, per la comunità internazionale, che l’organizzazione può domandare l’accesso a persone detenute per motivi legati a situazioni di violenza di intensità minore di quella di un conflitto armato.

A differenza di organizzazioni che svolgono un’attività analoga, in particolare di Amnesty International, la politica del CICR s’incentra, oltre che sui principi di neutralità, imparzialità ed indipendenza, anche su quello di confidenzialità. Questo implica non solo il poter parlare con i detenuti liberamente, cioè senza le autorità di detenzione, ma soprattutto il fatto di esporre e discutere le osservazioni sulle condizioni di detenzione e sul trattamento dei prigionieri in modo diretto e confidenziale con le sole autorità responsabili.
Nella sua visione strategica, il CICR ritiene che proprio questa confidenzialità gli permetta di ottenere e mantenere l’accesso alle persone detenute (in una settantina di paesi) e di conseguire dei risultati di concreto miglioramento del trattamento e della detenzione, grazie ai suoi soli interventi confidenziali con le autorità.

Il CICR evita dunque ogni presa di posizione nello spazio pubblico, mantenendo segrete le sue osservazioni e proteggendo il proprio lavoro perché resti ‘lontano dai riflettori mediatici’. A differenza appunto di Amnesty International, non lancia denunce o campagne pubbliche, né pubblica tempestivamente i propri rapporti, temendo che possano essere utilizzati per finalità politiche.
Si tratta di una posizione certo criticabile, e che del resto non impedisce le indiscrezioni -tanto più quando una situazione è già posta all’attenzione pubblica ed informazioni analoghe a quelle raccolte dai delegati del CICR possono trovare altri percorsi dalle fonti ai media- ma coerente e rispettabile.

La domanda si pone casomai in senso inverso, ovvero quando un rapporto del CICR viene reso pubblico, perché tanta stampa lo ignora?

Il rapporto del CICR
Recentemente il CICR ha pubblicato il suo rapporto ‘strettamente confidenziale’ fatto nel 2007 alle autorità statunitensi, sulle persone detenute segretamente dalla CIA, e non sembra che i media gli abbiano dedicato molto interesse.
Certo arriva oltre due anni dopo, eppure si tratta con grande probabilità della fonte più attendibile e precisa su una questione tanto controversa ed appunto ‘segreta’ come quella dei prigionieri di Guantanamo Bay. Questione inoltre non secondaria, se già il 22 gennaio 2009 il nuovo Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha firmato diversi decreti, che affermano che l’articolo 3 comune alle Quattro Convenzioni di Ginevra è la norma minima che regola il trattamento di ogni persona detenuta dagli USA nel quadro di un conflitto armato.

Sulla stampa italiana, l’esistenza del rapporto è stata letteralmente ignorata. La notizia figura solo su una breve di 15 righe su La Stampa del 17.3.2009.
Il rapporto che descrive il trattamento subito dai quattordici detenuti “high value” (categoria inventata di sana pianta per tentare di sottrarli a qualsiasi legge e giurisdizione normale) vale invece la pena di essere letto, lo si può sfogliare e scaricare qui :

Si noterà il linguaggio utilizzato, molto diplomatico, strettamente incentrato sui fatti, tanto che né sentimenti né emozioni traspaiono dalle stesse testimonianze dei torturati, ed assolutamente privo di toni accusatori: eppure fermo nel definire le condizioni ed il trattamento specifico dei detenuti come ‘tortura’ e/o ‘trattamento inumano o degradante’.

Scriveva Christian Rocca, su il Foglio del 30.1.2009, che Guantanamo “è probabilmente la prigione d’alta sicurezza più rispettosa dei diritti umani di sempre…” (sic). Infatti la Croce Rossa Internazionale, “salvo casi isolati di abusi fisici, ha lamentato soltanto l’assenza di status giuridico dei detenuti.”

Quel che il CICR ha invece constatato, figura appunto nel Rapporto (ed è solo ‘un’ rapporto).
Sul menu del trattamento, con le differenze tra un caso e l’altro, figuravano, oltre all’isolamento assoluto e la totale assenza di informazioni e comunicazioni da e verso l’esterno (“incommunicado detention”):

  • il soffocamento con l’acqua
  • lo stress da prolungata posizione in piedi
  • lo sbattimento al muro tirando il collare
  • le botte con pugni, calci, schiaffi
  • il confinamento in una piccola gabbia chiusa
  • la nudità prolungata
  • la privazione di sonno
  • l’esposizione a temperature fredde
  • l’ammanettamento prolungato di mani e/o piedi
  • la minaccia di riprendere il trattamento, e di applicarlo ai famigliari
  • la rasatura forzata di barba e capelli
  • la deprivazione di cibo solido.

Il soffocamento con l’acqua, ora mondialmente famoso come ‘water boarding’, consiste nell’immobilizzare il prigioniero con la schiena a terra, o su un ripiano che permetta di inclinarlo in modo che i piedi siano più in alto della testa, e di versargli ininterrottamente dell’acqua sul viso, coperto da un telo, impedendogli di respirare. Non provoca dolore, se non per il fatto che la reazione del corpo che vuole naturalmente svincolarsi può provocare ferite, ma un senso di soffocamento e di morte, che fa leva sul profondo timore animale di annegare per provocare il panico.
Questo metodo ha il vantaggio, dal punto di vista degli inquirenti, di non lasciare tracce visibili, rispetto alle sue varianti, che consistono nel fare ingurgitare molta acqua, talvolta salata, anche infilando un tubo in bocca.
Il senso di questo trattamento, come di tutti gli altri, sta nel desiderio degli interroganti di ottenere risposte confacenti alla propria prospettiva. ‘Condividi con noi, che siamo i buoni, la tua memoria’, dicono, ‘e raccontaci chi sono i cattivi’.

Uomini della CIA ed ‘esperti’ hanno più volte affermato l’efficacia del trattamento, cui gli interrogati resisterebbero solo per lassi di tempo dell’ordine di secondi.
In un articolo su Il Giornale del 2.10.2009, Fausto Biloslavo vanta la bontà dei sequestri di persona chiamati “extraordinary renditions”, e cita i casi di Khalid Sheikh Mohammed e di Abu Zubaydah, catturati in Pakistan dalla CIA e poi trasferiti in varie prigioni segrete fino a Guantanamo Bay:

La CIA li ha sottoposti a tattiche di interrogatorio che sfiorano la tortura. Alla fine hanno ottenuto informazioni cruciali sia con le buone che con le cattive maniere.

Nel rapporto si può leggere la testimonianza diretta di Khalid Sheikh Mohammed, che racconta di essere stato sottoposto 5 volte al water-boarding in quel periodo (si veda per il seguito il New York Times, che parla di 183 volte) e che conclude (p. 38) :

Durante il periodo più duro del mio interrogatorio ho dato un sacco di false informazioni per soddisfare ciò che credevo gli interroganti volessero sentire perché il maltrattamento terminasse. In seguito dissi loro che i loro metodi erano stupidi e controproduttivi. Sono certo che le false informazioni che sono stato forzato ad inventare per far smettere il maltrattamento gli ha fatto perdere un sacco di tempo ed ha portato a far annunciare diversi allarmi rossi negli Stati Uniti.


La tortura tra storia e oblio

Il water boarding venne introdotto dall’amministrazione di George W. Bush nella sua ‘guerra al terrorismo’, ed accompagnato dalla favola memoriale che si trattava di un metodo appreso dalla Corea del Nord ai tempi della guerra fredda.

L’immagine all’inizio di questo post riproduce la copertina della rivista Life del 22 maggio 1902. Il disegno rappresenta dei militari statunitensi che praticano il water-boarding su di un prigioniero filippino. Sotto la figura c’è scritto “Chorus in background: Those pious americans can’t throw stone at us anymore”.
Il “coro sullo sfondo” è composto dai rappresentanti delle potenze coloniali europee, che cantano “Questi pii yankees non potranno più scagliarci pietre”, cioè rimproverarci l’uso di metodi inumani che sono anche i loro.
Gli Stati Uniti, dopo aver fatto guerra alla Spagna (1898), in nome della libertà e dell’indipendenza delle sue principali colonie, Cuba e le Filippine, si accorsero che l’indipendenza delle Filippine non conveniva agli interessi imperialisti –che vedevano quelle isole come una testa di ponte per i mercati cinesi- e giunsero a chiederne alla Spagna la cessione della sovranità (negoziandola per 20 milioni di dollari).

Il disegno caricaturale della copertina di Life magazine non è inventato, ma ripreso direttamente da una fotografia (qui accanto) del 1901 ripubblicata recentemente dal New Yorker, che ricorda come il dibattito su tortura e contro-insurrezione sia già vecchio di un secolo. La notizia delle atrocità commesse dai militari USA nelle Filippine –incendi di villaggi, uccisione di prigionieri e appunto water-boarding- trovò modo di riflettersi nello spazio pubblico americano all’inizio del 1900.

Del water-boarding, o supplizio dell’acqua, esistono tracce e testimonianze che coprono quasi tutto il globo e praticamente ogni epoca.

Ancora gli americani, a Da Nang, in Vietnam: la fotografia venne pubblicata sulla prima pagina del Washington Post del 21.1.1968. Il militare USA che fa la supervisione della tortura applicata ad un prigioniero di guerra del Vietnam del Nord, venne portato due mesi dopo davanti alla corte marziale.

In Algeria, durante la guerra per l’indipendenza, i militari francesi utilizzarono tra i diversi metodi di tortura anche il water-boarding; ne ha ampiamente testimoniato il giornalista francese Henri Alleg che lo subì nel 1957.

Ben più indietro nel tempo, il supplizio era già praticato –sempre col fine di ottenere una confessione- dall’Inquisizione; in quella spagnola veniva chiamato ‘toca’. L’incisione qui riprodotta è tratta da J. Damhoudère, Praxis Rerum Criminalium, Antwerp, 1556: oltre agli esecutori sono rappresentati il cancelliere che verbalizza ed i tre giudici dell’inquisizione fiamminga, il cui presidente tiene in mano una pertica che ne simbolizza il potere.

Gli esempi, come s’è accennato, sono numerosissimi, e vanno dalla Cambogia dei Khmer Rossi, all’Africa, e all’America latina, dove il metodo del ‘submarino’ è stato applicato nelle ‘guerre sporche’ contro il terrorismo in Uruguay, Argentina, Brasile, Perù, Cile, San Salvador, Guatemala, ecc.

Il tratto comune è che gli interrogati sono eretici, sovversivi o terroristi, e gli interroganti sono uomini (e donne, come si legge nel rapporto CICR) del potere.

È probabilmente per questo che la tortura è riconosciuta come oggetto della storia -l’elaborazione distaccata del passato- ma rifiutata dalla memoria -l’uso del passato a fini politici attuali.

L’oblio generalizzato su questo tema porterebbe a credere che in Italia l’uso del water-boarding sia sconosciuto. Non è così, e non solo perché ogni sbirro al mondo ne conosce l’esistenza. Il metodo ‘della cassetta’ era già praticato dagli Ispettorati di PS sotto il fascismo, e riappare regolarmente:

12 dicembre 1951 

A Lucera, si svolge il processo per i fatti di San Severo del 23 marzo 1950, nei quali la polizia ha ucciso il giovane Di Nunzio e ferito decine di manifestanti. Diversi testimoni dichiarano che i rastrellamenti avvennero prima degli scontri ed alcuni imputati denunciano le torture subite: Pietro Forte denuncia la tortura dell’acqua, praticata con un tubo mentre gli era stato messo uno scarafaggio sul ventre, D’Errico dichiara di essere stato appeso ad un uncino, Matteo De Florio di aver avuto i denti spezzati durante l’interrogatorio a causa delle percosse.
24 febbraio 1979
A Milano, sono scarcerati per mancanza di indizi 3 dei 9 componenti del ‘collettivo autonomo della Barona’ arrestati in relazione all’omicidio Torregiani, Umberto Lucarelli, Roberto Villa, Fabio Zoppi. I tre denunciano subito dopo che Roberto è stato torturato mediante ustioni ai testicoli e picchiato e la stessa sorte è toccata a Sisino Bitti, ricoverato al Niguarda per le botte subite e ad Angelo Franco, costretto a ingerire litri d’acqua e bastonato. Anche Anna Casagrande, arrestata per ‘favoreggiamento’ denuncia di essere stata presa a schiaffi durante gli interrogatori.
11 gennaio 1982
A Roma, dinanzi al sostituto procuratore della repubblica Domenico Sica, il brigatista rosso Ennio Di Rocco denuncia di essere stato torturato da agenti di polizia con il metodo della ‘cassetta’ ed altri ancora. All’inizio dell’interrogatorio, su richiesta del suo avvocato Edoardo Di Giovanni, viene dato atto che “l’imputato è stato condotto con le mani ammanettate dietro la schiena, e che ha il polso sinistro sanguinante”. A conclusione dell’interrogatorio, “i difensori chiedono accertamenti medici urgenti e l’immediato trasferimento in carcere dell’imputato”.
2 agosto 1985 
A Palermo, sulla spiaggia di Sant’Erasmo, è trovato seminudo il cadavere di un uomo che sarà identificato, poche ore più tardi, come Salvatore Marino. L’uomo si era presentato spontaneamente in Questura, il giorno precedente, accompagnato dal proprio avvocato di fiducia dopo aver saputo che la polizia lo cercava per interrogarlo nell’ambito delle indagini sull’omicidio del commissario di Ps Giuseppe Montana. Trattenuto in Questura, il giovane viene interrogato nel corso della notte con il metodo della cassetta: sdraiato, con un tubo infilato in bocca attraverso il quale gli fanno bere acqua salata. Il tubo, però, sfonda la trachea e provoca la morte del torturato per insufficienza cardiaca. A quel punto, i poliziotti fanno scomparire i documenti del giovane e ne trasportano il corpo sulla spiaggia di Sant’Erasmo dove lo abbandonano nel tentativo di depistare le indagini.


Su questa pagina si trovano estratti della Sentenza di rinvio a giudizio del 17 marzo 1983 per il water-boarding su Cesare di Leonardo e del verbale in cui Ennio Di Rocco racconta ciò che ha subito.
Vale ancora la pena di ricordare che gli episodi citati del 1979, il trattamento degli arrestati in relazione all’omicidio Torregiani, sono parte del procedimento che ha portato alla condanna di Cesare Battisti, che viene oggi venduta, per ottenerne l’estradizione, come un atto perfettamente rispettoso dello Stato di diritto.

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Torture contro i militanti della lotta armata

Intervista a Paolo Persichetti sul caso Cesare Battisti e sulla politica italiana rispetto agli anni di piombo

Tutto quello che viene taciuto sulle cattive ragioni che stanno dietro la richiesta di estradizione contro Cesare Battisti

di Paolo Persichetti

Vi ricordate il rapimento di Abu Omar? Era l’imam della moschea di via Quaranta a Milano prelevato il 17 febbraio 2003 e trasferito in Egitto nell’ambito del programma di extraordinary renditions condotto dagli Stati Uniti d’America. Al suo arrivo in Egitto fu immediatamente arrestato e sottoposto a brutali torture per poi essere rilasciato l’11 febbraio 2007 senza alcuna condanna. Nel luglio 2006 la Procura di Milano aveva avanzato una richiesta di estradizione nei confronti di 26 cittadini statunitensi accusati di appartenere alla Cia e individuati come membri della squadra speciale che portò a termine la “consegna straordinaria”. Il governo italiano nelle vesti del guardasigilli Roberto Castelli prima, Clemente Mastella successivamente e Angelino Alfano oggi, ha sempre ribadito l’intenzione di non dare seguito alla richiesta per ragioni di opportunità politica legate ad accordi segreti strategici con gli Usa, dietro i quali si celano anche ragioni e modalità del rapimento. Non a caso sia il governo Prodi che quello Berlusconi hanno apposto il segreto di Stato sulla vicenda.
L’episodio riveste un notevole interesse per due fondamentali ragioni:

1) L’esistenza di un principio di discrezionalità che di fatto sfocia nella piena arbitrarietà di un governo che applica due pesi e due misure a seconda che il Paese richiesto sia il Brasile o gli Stati uniti e che la persona domandata sia Cesare Battisti o uno degli agenti della Cia che hanno rapito Abu Omar. Il rapimento di persona, aggravato dalle torture inferte contro la vittima prima in Italia, nella base aerea di Aviano, poi in Egitto, è un reato molto grave passibile di una condanna fino a 30 anni di reclusione

2) Questo episodio conferma che lo scettro finale sulla decisione inerente alle estradizioni non appartiene alla magistratura ma al potere politico. E’ il potere esecutivo che decide se avviare o meno la richiesta di estradizione; parimenti è il potere esecutivo che decide in ultima istanza se concederla o meno. La decisione di Lula sul caso Battisti, come quella espressa dal governo italiano sul rapimento di Abu Omar, è dunque del tutto legittima perché all’interno di una consolidata e più che secolare tradizione del diritto internazionale sancita da accordi bilaterali e trattati internazionali. Le magistrature nazionali vengono solo chiamate a valutare la conformità giuridica della richiesta con gli ordinamenti interni e internazionali.

Questa è solo una parte delle considerazioni da me esposte nella intervista rilasciata a radio radicale che può essere ascoltata in integrale cliccando qui.

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Franco Corleone: “Per essere credibile sul caso Battisti l’Italia deve abolire l’ergastolo”
Mozione bipartizan in parlamento: “Ridateci Battisti”. La lega: “Rapitelo”
Perché il Brasile non ha estradato Battisti. Intervista a Radio radicale
Scalzone da un consiglio ai parlamentari che si indignano per il no alla estradizione di Battisti: “Cospargetevi l’anima di vasellina”
Battisti: la decisione finale nelle mani di Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del tribunale supremo Gilmar Mendes
Caso Battisti: parla Tarso Genro, “Anni 70 in Italia, giustizia d’eccezione non fascismo”
Dall’esilio con furore, cronache dalla latitanza e altre storie di esuli e ribelli
Battisti, “Il no di Lula è una decisione giusta”
Battisti: condiserazioni di carattere umanitario dietro il rifiuto della estradizione
“Ridacci Battisti e riprenditi i trans”, finisce così il sit-in contro Lula
Le consegne straordinarie degli esuli della lotta armata
Ora l’Italia s’inventa l’ergastolo virtuale pur di riavere Battisti

Franco Corleone: «Per essere credibile sul caso Battisti l’Italia deve abolire l’ergastolo»

L’intervista – Franco Corleone, ex sottosegretario alla Giustizia e oggi Garante per i diritti dei detenuti del comune di Firenze: «revisone del processo, abolizione dell’ergastolo e ratifica del protocollo contro la tortura avrebbero fornito all’Italia una immagine diversa»

Paolo Persichetti
Liberazione 20 gennaio 2011

Con le mozioni bipartizan votate lunedì in parlamento per riavere Battisti dal Brasile, l’Italia tenta di camuffare lo stato di confusione istituzionale in cui è precipitata dopo le rivelazioni sul sexigate che hanno investito il suo presidente del consiglio. Tuttavia non basterà a ridare lustro alla propria iniziativa diplomatica. La crisi di credibilità è verticale. In nome di quale giustizia il governo italiano continua a pretendere l’estradizione, con una ostinazione che rasenta l’aggressione verso la sovranità interna di un’altro Paese, se a casa propria non è in grado di garantire l’uguaglianza di fronte alla legge? L’affare Battisti è diventato un argomento di propaganda su cui hanno investito i giustizialisti di destra e di sinistra. La stessa cosa accade in Brasile, dove la destra post-dittatura ne ha fatto un oggetto di revanche. Sullo sfondo sempre più dimenticati restano gli aspetti giuridici dell’intera vicenda. Non a caso. Ogni qualvolta i processi dell’emergenza sono stati esaminati sotto il loro profilo giuridico l’Italia ha sempre perso la partita delle estradizioni contro i militanti condannati per i fatti degli anni 70. Non ci sarà nessun ricorso all’Aja perché il Brasile è contrario. L’Ue ha spiegato alla Farnesina che le estradizioni sono un contenzioso bilaterale. Il trattato commerciale con Brasilia verrà comunque rispettato. In mano al governo di Roma non rimane altro che sperare in un golpe giudiziario che Peluzo e Mendes stanno congeniando. Singolare aspettativa per un centrodestra che non passa giorno senza denunciare in casa propria i complotti della magistratura. Ma indiscrezioni apparse nei giorni scorsi su alcuni media brasiliani fanno sapere che la maggioranza dei giudici del Stf (6 contro 3, mentre due si asterrebbero) non sembra condividere affatto la scelta, tutta personale, presa dal presidente della corte, Peluzo, di voler esaminare a febbraio la conformità della decisione presa da Lula. Peluzo, per altro, è in contraddizione con se stesso perché quando era relatore, come gli altri 5 giudici che votarono per l’estradizione, aveva condizionato la consegna di Battisti alla commutazione dell’ergastolo. Richiesta che l’Italia si è sempre ben guardata dall’adempiere. E proprio da qui parte il ragionamento di Franco Corleone, già sottosegretario alla Giustizia nel primo governo Prodi e oggi garante dei detenuti per il comune di Firenze. «Si poteva fare qualcosa di più invece che lasciarsi andare a una reazione vittimistica e isterica».

Cosa?
Spostare l’asse del dibattito dagli insulti a una riflessione sulla civiltà giuridica. Uno degli ostacoli che hanno impedito l’estradizione è la permanenza dell’ergastolo nel nostro sistema penale. Il fatto che il Brasile non abbia questa pena dimostra l’abisso che c’è tra il Paese definito la culla del diritto e quello considerato terra di selvaggi. In realtà la bilancia è a tutto vantaggio del Brasile. Sono rimasto molto colpito dalle prime reazioni attribuite al presidente della Repubblica che parlavano di sorpresa, delusione, stupore.

Perché l’Italia non sarebbe riuscita a farsi capire, come ha detto Napolitano?
Forse perché ha cercato di confondere le carte sostenendo che l’obiezione sull’ergastolo era infondata perché non esiste quando invece è vivo e vegeto. Nel giro di un decennio gli ergastoli sono addirittura raddoppiati in percentuale e numero assoluto. C’è anche la novità dell’ergastolo ostativo che impedisce a gran parte degli ergastolani di accedere alla liberazione condizionale, a meno che non collaborino. La mancata revisione del processo, la mancata commutazione dell’ergastolo, la mancata ratifica del protocollo aggiuntivo contro la tortura. Tutti appuntamenti mancati che avrebbero fornito un’altra immagine della nostra giustizia. In realtà non si vuole trovare una soluzione, siamo di fronte ad un atteggiamento a somma zero: o tutto o niente. Vogliono Battisti con l’ergastolo e basta, per di più in condizioni tali che renderebbero ostativa qualsiasi misura trattamentale. Non ci sarebbe tribunale di sorveglianza capace di applicargli la Gozzini. In realtà l’Italia non si è fatta capire solo dal Brasile ma da molti altri Paesi. La lista di quelli che hanno negato le estradizioni è lunga.

In Italia ci sono detenuti politici in carcere da oltre 30 anni.
Affrontare il nodo dell’ergastolo è ormai l’unico modo per chiudere il residuo penale degli anni 70. Napolitano ha una possibilità, quella del messaggio alla camere che è anche la prima prerogativa dell’articolo 87 della costituzione, l’ultima è quella della grazia e della commutazione della pena. Approfittando di un caso ritenuto così straordinario potrebbe spiegare cosa l’Italia può fare per rendersi credibile. Sul tappeto c’è la questione della permanenza dell’ergastolo. L’altro è invitare il parlamento a ratificare il protocollo aggiuntivo della convenzione contro la tortura e nominare una autorità di controllo sulle carceri in un momento in cui c’è una situazione d’emergenza. In attesa di una riforma del sistema delle pene, il presidente potrebbe commutare l’ergastolo di Battisti dimostrando che non saremmo di fronte ad una pena ostativa ma a una sanzione che consente di accedere a un normale percorso trattamentale.

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Mozione bipartizan in parlamento. Al Brasile: «Ridateci Battisti»

Torna l’union sacrée, nuova versione della linea della fermezza. Tutti d’accordo senza distinzioni tra parlamentari di destra e sinistra: «Il governo faccia ogni cosa per riavere Cesare Battisti». E siccome le vie legali sono ormai esaurite perché il diritto internazionale si è sempre mostrato critico nei confronti delle inchieste e dei processi dell’emergenza contro gli insorti degli anni 70, un senatore della Lega propone di passare a vie di fatto: «rapitelo» sull’esempio degli Israeliani edegli Stati uniti. Insomma una bella “consegna straordinaria” metterebbe tutti d’accordo. Ciò che il diritto non concede si ottiene con la forza

Chi volesse approfondire la questione può ascoltare questa intervista rilasciata a Radio radicale

Paolo Persichetti
Liberazione
19 gennaio 2011

Mappa delle extraordinary renditions

Mentre scemano tristi gli ultimi giorni del crepuscolo berlusconiano in parlamento è andato in scena uno degli atti più grotteschi di quella tragedia di un Paese ridicolo, divenuta la recita quotidiana sul palcoscenico della realtà italiana. Con impavido coraggio, di fronte al discredito internazionale che le rivelazioni sui “bunga bunga” del premier Berlusconi stanno suscitando, il senato e la camera hanno approvato ieri all’unanimità una mozione che impegna il governo (sic!), «a promuovere ogni opportuna iniziativa presso il tribunale supremo federale del Brasile, la commissione di conciliazione istituita ai sensi del vigente accordo bilaterale tra Italia e Brasile, presso la corte internazionale di giustizia Onu dell’Aja e in ogni altra sede istituzionale o giurisdizionale competente affinché, ricercando ogni soluzione condivisa con la repubblica federativa del Brasile, si pervenga all’estradizione di Cesare Battisti». La mozione della camera è risultata dalla «fusione» di sette mozioni di contenuto sostanzialmente analogo. Insomma tutti uniti e tutti insieme, destra e sinistra, sopra e sotto, senza bunga bunga o Marchionne a dividere gli schieramenti. Se c’è un nome che ricompatta qualsiasi divisione, questo è quello di Cesare Battisti nei confronti del quale si cementa immediatamente un odio bavoso. I fondamenti giuridici della mozione ovviamente valgono ben poco perché l’Aja è un tribunale arbitrale che non può affrontare nessun contenzioso senza la previa disponibilità dei due contendenti. Nessun Paese serio ha mai negoziato ciò che attiene alla propria sovranità interna. Roma non lo farebbe, perché dovrebbe Brasilia? Appunto, ma che importa. Quel che conta è inscenare l’indignazione. E così persino la Fnsi, venerdì scorso a Bergamo, in occasione del proprio congresso, ha approvato all’unanimità una mozione nella quale si invitano «i mass media italiani a seguire il caso Battisti con l’obiettivo che il criminale venga estradato e consegnato alla giustizia italiana». Il documento preparato da Pierfrancesco Gallizzi, consigliere per la comunicazione del ministro della Difesa Ignazio La Russa, già candidato per il Pdl al comune di Sesto san Giovanni, «invita i giornalisti italiani a tenere sempre ben presenti le affermazioni del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in relazione a questa vicenda». Pare che sia stato presentato con un blitz notturno (alle 3 di notte) quando la platea dei 300 delegati era ormai vuota. A votare erano appena una sessantina. L’immagine dell’unanimità si costruisce anche con queste furbettate. Per non essere da meno il senatore della Lega Piergiorgio Stiffoni ha invitato i servizi italiani a rapirlo:«Bisogna fare come gli israeliani nel 1960, quando andarono in Argentina, impacchettarono Eichmann e se lo portarono a Gerusalemme. E’ un paradosso, ma non più di tanto». Prima di lui l’idea era già venuta a La Russa che ne aveva parlato durante davanti ad una platea di carabinieri. Intanto il governatore del Veneto Luca Zaia appoggia la proposta lanciata dall’assessore alla cultura della provincia di Venezia, Raffaele Speranzon, che vorrebbe mettere all’indice i testi degli scrittori italiani (oltre 40) che l’11 febbraio 2004 avevano firmato una petizione a sostegno di Cesare Battisti. «Via dagli scaffali delle biblioteche civiche i libri degli intellettuali che difendono questo terrorista». Iniziativa partita da un consigliere Pdl del comune di Martellago, Paride Costa.

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Franco Corleone: “Per essere credibile sul caso Battisti l’Italia deve abolire l’ergastolo”
Perché il Brasile non ha estradato Battisti. Intervista a Radio radicale
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