Di Pietro e il suo cenacolo, retroscena di una stagione

Le affinità elettive tra Tangentopoli e i poteri forti. Economia mista e Partecipazioni statali facevano gola al capitale internazionale

Paolo Persichetti
Liberazione 7 febbraio 2010

Non si può certo dire che la Seconda Repubblica – figlia del ciclone giudiziario passato alla storia col nome di “Mani pulite” – sia nata all’insegna della trasparenza. Complice forse il polverone provocato dal crollo del muro di Berlino, ancora oggi una spessa coltre getta un sinistro velo di opacità su molte delle vicende e dei personaggi che hanno dato vita a questa seconda era repubblicana. Due figure più di ogni altra incarnano questa oscurità: Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro. Coppia speculare. Simili, talmente simili da respingersi. Anche se poi, nel lontano 1994, il pm divenuto l’emblema di Tangentopoli tentennò, fino quasi ad accettare il ministero degli Interni offertogli dal leader dell’allora Forza Italia. Proposta che rifiutò dopo che qualcuno lo avvertì dei guai giudiziari in arrivo per il magnate di Arcore.

L’accumulazione originaria di Silvio Berlusconi fa scorrere fiumi d’inchiostro. L’editore Chiarelettere e Marco Travaglio vi hanno costruito sopra una fortuna editoriale. Un tempo, quando Marx veniva ancora studiato, si sapeva che ogni accumulazione originaria è costellata di crimini atroci e illegalità. L’accumulazione originaria della Fiat, per esempio, è intrisa del sangue delle trincee della prima guerra mondiale, alla faccia del «capitale etico» evocato proprio durante tangentopoli da quel licenziatore di operai che porta il nome di Cesare Romiti, lo stesso che negoziò con il pool di Milano una via d’uscita dalle inchieste facendo rifugiare a Londra i suoi manager. L’indignazione avrebbe dovuto rivolgersi al sistema, invece Travaglio e la sua banda l’hanno antropomorfizzata su un solo individuo, confondendo la parte per il tutto.

Ma anche le origini di Antonio Di Pietro muovono da una zona grigia: alle radici contadine, ai lavori da migrante, segue una fulminea laurea in giurisprudenza. Un vero miracolo per un personaggio che con la cultura c’azzecca poco. Ma siamo ancora al piccolo peccato veniale. Arriva l’ingresso in polizia, da commissario Basettoni. Metodi spicci. Poi l’entrata in magistratura. Arranca ma ce la fa. Tipi così hanno un nome ben preciso, «intrallazzini». Hanno il pelo sullo stomaco, s’intrufolano ovunque, sono lesti a cogliere l’occasione, costruiscono relazioni con richieste di favori, scambi, segnalazioni. Un modo di fare conosciuto talmente bene da divenirne, ad un certo punto, un micidiale fustigatore. L’affossatore di quella «Milano da bere» a cui si era per lungo tempo dissetato. Arriviamo al punto. Eliminata buona parte del ceto politico messo sotto inchiesta, Tonino si toglie la toga e ne prende il posto. In un qualsiasi regime liberaldemocratico serio, dove vige la separazione dei poteri, una tale investitura avrebbe sollevato seri interrogativi e durissime resistenze. Invece tutti lo temono, la destra berlusconiana cerca di accaparrarselo. In fondo è grazie a lui se il “partito azienda” si è visto spianata la strada del potere. Sul fronte opposto D’Alema lo «costituzionalizza» facendolo eleggere nella circoscrizione blindata del Mugello, la più rossa d’Italia. Qui la vicenda s’intorbidisce al punto che sui giornali della destra più di una volta è stata evocata la pista del complotto. Una tesi cara ad alcuni settori politici rimasti vittime delle inchieste anticorruzione e tornata d’attualità in questi giorni, dopo la pubblicazione della foto nella sala mensa dei carabinieri del Ros di Roma. Si tratta di un episodio del 15 dicembre 1992, il giorno dell’avviso di garanzia a Bettino Craxi. 12 fotografie, 8 scomparse, 4 riapparse grazie all’avvocato Mario Di Domenico, un altro ex fedelissimo ora in rotta che sta terminando un libro sui retroscena del dipietrismo. In compagnia del pm un parterre di “barbe finte” di tutto rispetto: i colonnelli operanti nei servizi Gargiulo, Del Vecchio, Conforti, il generale Vitagliano, Bruno Contrada del Sisde e poi Rocco Mario Modiati. Chi è costui, definito su alcuni quotidiani l’«amico americano»? Si tratta del capo della Kroll, l’agenzia di sicurezza di Wall Street.
Il clamore destato dalla presenza di Contrada, arrestato pochi giorni dopo per complicità con la mafia, ha posto in secondo piano un aspetto molto più intrigante: che ci faceva il secret service del più forte centro affaristico del mondo?
A nostro avviso la tesi del complotto non regge. Le inchieste anticorruzione sono state solo l’innesco di un crollo che mette radici nel brusco mutamento degli equilibri internazionali dopo la fine dei blocchi e nella crisi di un sistema privo di ricambio politico, a causa della consociazione che aveva prima affossato le potenzialità di rinnovamento contenute nei movimenti conflittuali degli anni 70 e poi al welfare clientelare e corruttivo utilizzato per comprare consenso negli anni 80. Tuttavia in quelle foto è contenuta una narrazione che andrebbe indagata più a fondo. Le inchieste di mani pulite non hanno agito nel vuoto, ma nel crogiolo d’interessi e schieramenti internazionali che vedevano con favore la scomparsa dei vecchi mediatori politici della Prima Repubblica e della loro base sociale, l’economia mista, le partecipazioni statali. Quelle «sacche di socialismo reale», come le aveva definite Francesco Cossiga, facevano gola al capitale internazionale. Si apriva la grande partita delle privatizzazioni. Liberarsi poi dell’uomo di Sigonella e della politica estera mediterranea di marca democristiana faceva gola all’amministrazione Usa.
La domanda è un’altra: che ruolo ha giocato in questa partita la sinistra? A quanto sembra quello degli utili idioti.

Link
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L’utopia moralizzatrice della giustizia internazionale

Libri – Antoine Garapon, Crimini che non si possono né punire né perdonare, Il Mulino, pp. 296, euro 15
Il giurista francese Antoine Garapon analizza criticamente il processo di giudiziarizzazione che ha investito il mondo e la nascita dei tribunali penali

Paolo Persichetti
Liberazione
25 ottobre 2005

«Dalla tragedia greca alla filosofia moderna è una intera dottrina della facoltà di giudicare che si elabora e si sviluppa» nel tempo, scriveva Gilles Deleuze in Critica e Clinica, all’interno di un capitolo intitolato per l’appunto pour en finir avec le jugement. Ma, contrariamente a questo auspicio, l’idea che il ricorso al giudizio penale possa rappresentare la soluzione ai problemi della società si è affermata al punto da consentire la nascita di tribunali internazionali e 09829 l’elaborazione di dottrine giuridiche che rivendicano competenze universali. Episodi come l’arresto a Londra, nel marzo 1999, del famigerato generale Augusto Pinochet, su richiesta del giudice madrileno Baltasar Garzon nonostante la presenza dell’immunità diplomatica; la cattura di un capo di Stato in esercizio, come Slobodan Milosevic, e la sua consegna al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia; la nascita della Corte penale internazionale, hanno fornito la facile illusione che una nuova era dei diritti umani e della giustizia fosse alle porte. Ma questo nuovo modello di giustizia penale planetaria, che ridefinisce pesantemente la stessa nozione di sovranità, non si riduce forse ad una nuova utopia moralizzatrice dietro la quale si cela unicamente la volontà dei vincitori? Le sentenze della magistratura contribuiscono alla ricostruzione della pace ed alla corretta scrittura della storia? Cosa ha trasformato la domanda di giustizia in una triste voglia di tribunali? Antoine Garapon, magistrato che dirige a Parigi l’Istituto di alti studi sulla Giustizia, membro della rivista Esprit, ed esponente di quell’area riformista conosciuta sulle rive della Senna sotto il nome di deuxième gauche, si mostra piuttosto perplesso nei confronti del processo di giudiziarizzazione che ha investito le relazioni internazionali. In passato, egli è più volte intervenuto con accenti critici nei confronti del militantismo giudiziario. In questo ultimo libro, Crimini che non si possono né punire né perdonare (Il Mulino, pp. 296), però la sua riflessione è forse ancora più interessante, poiché nasce dal bilancio critico di uno dei fondatori di quel Comité Kosovo, che fu tra i più accesi sostenitori dell’interventismo penale internazionale. Filosofi, sociologi, storici, riconoscono oramai come siano drasticamente mutati i repertori della legittimità che giustificano l’azione collettiva. L’idea di giustizia per lungo tempo è stata sospinta da ragioni che disprezzavano gli strumenti della penalità e del carcere, mentre facevano riferimento alla ricerca del bene comune. Si trattava di raggiungere obiettivi universali in grado di ripercuotersi in un miglioramento delle condizioni di vita di ciascuno. Oggi, invece, il motore dell’indignazione e della mobilitazione viene troppo spesso incarnato dalle immagini prosaiche della sofferenza e del dolore. Questo nuovo senso comune è imbevuto di una rozza rappresentazione manichea, dove o si è interamente vittime o totalmente colpevoli. Tutto ciò è forse una diretta conseguenza della crisi di quelle grandi narrazioni della storia che descrivevano cammini di liberazione. Il sogno del miglioramento delle sorti collettive è ormai sopravanzato dall’incubo della punizione. Una tale visione penitenziale del mondo – si chiede Garapon – non nasconde forse una grande ricerca d’innocenza? L’azione penale, concepita come un paradiso incontaminato, viene contrapposta alla realtà impura dell’attività politica. Prende forma una nuova versione della filosofia della fine della storia, dove il compimento non è solo temporale ma anche spaziale. Extraterritorialità e imprescrittibilità cancellano le frontiere e menomano le vecchie sovranità, introducendo quel che Deridda chiamava «l’ordine trascendentale dell’incondizionale […], una sorta di anistoricità, di eternità e giudizio finale che oltrepassa la storia e il tempo finito del diritto […], senza più cancellare l’archivio giudiziario». Nasce così una umanità senza tempo e senza altrove. Ingerenza umanitaria, competenza universale e guerra preventiva, incrinano i modelli sovrani e nazionali con i quali un tempo si gestivano alcune incriminazioni. Le guerre civili perdono la possibilità di trovare una soluzione al conflitto. Peggio, guerriglieri che combattono nel loro paese truppe d’occupazione vengono estradati e processati dai tribunali nazionali dei paesi occupanti, quando non finiscono nei buchi neri dell’eccezione come Guantanamo. Cosa avremmo pensato vedendo dei nostri Resistenti processati davanti ad una corte di Berlino? Una nuova utopia democratica ha trasformato il tribunale della storia nella storia di un tribunale. Ma da dove nasce tutto ciò? Ecco scorgere, allora, l’ombra lunga d’Auschwitz che si erge ad attanagliare la coscienza del secolo. Dietro la sua terribile eredità è l’intera concezione della società che si degrada. Male, colpa, vittima, assurgono a nuove categorie assolute che relegano la politica in luoghi reconditi. Una nuova consapevolezza porta a definire per la prima volta la nozione di crimine contro l’umanità. Un evento che è figlio della guerra, ma che paradossalmente è l’esatto opposto del combattimento. Questo, infatti, presuppone due parti legate tra loro da una relazione combattente. Il crimine contro l’umanità è invece l’esatto contrario. L’aggressione totale contro la passività assoluta. Ma al tempo stesso il genocidio, la pulizia etnica, hanno elevato la figura della vittima, trasformandola in una icona ambita poiché fonte immediata di legittimazione politica. L’esaltazione narcisistica della sofferenza, di cui parla Zigmunt Bauman in Modernità e olocausto, diventa una risorsa che le parti in lotta introducono nella dimensione simbolica del conflitto, percependosi ciascuna non più come avversaria e combattente, ma l’una vittima dell’altra. La reciprocità agonistica è sostituita dall’inconciliabilità vittimistica. Una competizione della sofferenza che mina ogni possibile terreno di soluzione e ogni riconciliazione civile. La condizione della vittima investe nei casi estremi una identità negata che chiede di essere ricostruita, un pregiudizio che domanda di essere riconosciuto attraverso – questa è la grande novità – un atto giudiziario che stravolge la natura stessa del processo penale. Quest’ultimo, da luogo di ricerca di prove che definiscano il grado della responsabilità soggettiva o l’eventuale innocenza, si trasforma in una cerimonia catartica, dove l’esito è segnato in anticipo poiché non vi può essere sacrificio riparatore senza capro espiatorio. Ma il processo diventa anche la sede di un’ingiunzione paradossale: offrire riparazione per un crimine rappresentato come irreparabile. Allora la pedagogia dell’appagamento giudiziario della sofferenza mette in luce tutta la sua vacuità. Educata alla religione dell’unicità dell’evento che ha provocato la sua sofferenza, la vittima non può più trovare consolazione nel processo. Allora di fronte alla delusione e al disincanto l’avvitamento vittimistico diventa iperbolico. Come se ne esce? Il processo penale più che offrire una risposta rappresenta il problema. L’universale cui si richiama la giustizia è generale solo nello spazio ma particolare nella sua applicazione, poiché dipende dallo Stato sergente che gli presta la forza. Così «ci si erge a tribunale senza cessare di esser nemici». Ispirandosi al principio della bilancia senza spada, Garapon propone una pista: lavorare per una giustizia ricostruttiva, far recedere la penalità a vantaggio della politica, rinazionalizzare i contenziosi, tornare alle amnistie, preferire la verità alla pena.

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Quando la memoria vittimaria uccide la ricerca storica