Moretti infiltrato? Una leggenda nera fabbricata a tavolino da Sergio Flamigni

Arrestato a Milano il 4 aprile del 1981, dopo una trappola tesa in realtà ad Enrico Fenzi da un ex detenuto divenuto informatore della polizia, Mario Moretti, 75 anni compiuti il 16 gennaio 2021, ha raggiunto il suo quarantesimo anno di esecuzione pena. E’ l’unico membro del nucleo storico e del comitato esecutivo delle Brigate rosse ad essere ancora in carcere, in regime di semilibertà, misura ottenuta nel 1997 e che ha visto in questi anni chiusure, riaperture, restrizioni.
Una circostanza che da sola dovrebbe fare giustizia dell’accusa che da più parti gli viene mossa di essere stato un infiltrato all’interno delle Brigate rosse. Nel corso dei decenni trascorsi è stata costruita sulla sua persona una leggenda nera che lo rappresenta come una figura ambigua, un doppiogiochista che ha operato per conto di imprecisati Servizi segreti la cui nazionalità, o campo di appartenenza, varia di volta in volta secondo le opinioni e gli schieramenti dei suoi accusatori. Nonostante la presenza di una ricca pubblicistica e filmografia che lo rappresenta in questo modo, prove anche minime di queste affermazioni non ne esistono. Ma in questi casi non servono, basta il brusio di fondo, il gioco di specchi e di echi reciproci dove il rimbalzo delle parole dell’uno e dell’altro diventa fonte del vero. Una macchina del fango a cui basta inchiodare la persona al sospetto, all’illazione, alla congettura.

Le diffamazioni del «Mega»
A puntare il dito contro di lui, trasformando la dialettica politica, la diversità di punti vista sul modo di fare la lotta armata in attacchi alla purezza e integrità politica personale, sono stati all’inizio due suoi ex compagni. Alberto Franceschini e Giorgio Semeria, membri del nucleo storico delle Br, con grande disinvoltura gli attribuirono la responsabilità dei loro arresti chiedendo agli altri membri dell’Esecutivo esterno di aprire un’inchiesta nei suoi confronti. Indagine che venne svolta con molta discrezione da Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, i quali coinvolsero Rocco Micaletto e Raffaele Fiore1. L’accurata verifica appurò l’infondatezza dei sospetti. I due dirigenti reggiani delle Br risposero che nulla di irregolare era emerso sulla condotta di Moretti. Ma la cosa non finì lì, il sospetto, divenuto un rovello ossessivo fino a sfociare in un delirio paranoico, lavorò nella testa di Franceschini e Semeria: durante la stagione delle torture e dei pestaggi praticati dalle forze di polizia sui militanti appena catturati, i due decretarono la caccia ai «traditori» ai quali erano state estorte dichiarazioni con l’uso della forza. In un clima di caccia alle streghe, dove le divergenze d’opinione, una diversa linea politica, il mancato allineamento alle tesi del «Mega», soprannome con cui Franceschini amava farsi chiamare con deferenza nelle carceri speciali, veniva immediatamente tacciata di «resa» al nemico, «tradimento» e «infamità», un piano inclinato che portò Semeria a macchiarsi dell’omicidio di Giorgio Soldati. 
Proveniente da Prima Linea, gruppo ormai in dissoluzione, il 12 novembre 1981 Soldati venne catturato insieme a Nando Della Corte all’interno della stazione centrale di Milano dopo un conflitto a fuoco nel quale trovò la morte un poliziotto. I due stavano allacciando rapporti con il Partito Guerriglia, formazione distaccatasi dalle Br e che dal carcere Franceschini e Semeria avevano sponsorizzato per sabotare la gestione politica delle Br incarnata proprio da Moretti. In questura, dopo un interrogatorio violento, Della Corte cominciò a collaborare, mentre a Soldati vennero estorte solo delle dichiarazioni. Giunto nel carcere di Cuneo, Franceschini e Semeria lo processarono. Abbagliati da un’allucinatoria fuga dalla realtà ritenevano che le ammissioni rese non erano parole estorte con la forza ma la prova di una resa politica, un segno di imborghesimento, un tradimento della causa.

L’arrivo del bugiardo di Stato
Terminati gli anni del furore purificatorio e clamorosamente sconfitta, tra pentimenti e torture, l’esperienza del Partito Guerriglia su cui avevano scommesso tutte le loro carte, Franceschini e Semeria si avviarono sulla strada della dissociazione. Questa nuova postura tuttavia non ha modificato il loro male di vivere, l’impasto di risentimento e frustrazione che li ha spinti, nel più classico dei transfert, ad esportare sugli altri responsabilità e fallimenti personali. Ne approfittarono per acquisire vantaggi premiali in cambio di una narrazione della loro esperienza militante subordinata agli interessi di apparati politici che fuori dal carcere li accolsero a braccia aperte. Alle abituali sentenze di morte sostituirono l’arma raffinata della diffamazione che trovava nel senatore Sergio Flamigni (Pci-Pds e successivi) un abile divulgatore. Più volte membro delle diverse commissioni parlamentari che hanno indagato sulla vicenda Moro, Il suo volume, La sfinge delle Brigate rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti, scritto per le edizioni Kaos nel 2004, raccoglie, rielabora e amplifica sotto forma di biografia nera le congetture di Franceschini contro Moretti. Quella di Flamigni è un’ossessione dichiarata, un «fatto personale», come scrive in appendice al suo volume, ma anche redditizia sul piano della notorietà e della carriera politico-parlamentare, con relativi benefit annessi. Pierluigi Zuffada, un brigatista della prima ora, formatosi all’interno della Sit-Siemens, spiega così il ritorno all’ovile di Franceschini: «Grazie al Pci di allora ha trovato una collocazione sociale e lavorativa in seguito alla sua dissociazione. Ma per portare acqua al suo mulino, Franceschini sa bene che doveva dare qualcosa in più. E il “qualcosa in più” fa parte proprio della sua personalità: lui si considerava il più intelligente e … il più furbo, proprio così. E conoscendo i suoi polli, sapendo che la sola dissociazione non era poi la carta definitiva da giocare, ecco che trova la via maestra da percorrere tutta, insieme a Flamigni e soci: grazie alla veste politica e culturale del “redento”, inizia a suggerire argomenti che sicuramente avrebbero fatto presa nei suoi interlocutori, a rafforzare cioè la ricerca e di chi sta dietro alle “sedicenti”, o “cosidette” Brigate Rosse. La risposta per Franceschini è semplice: ma sicuramente Moretti. Poiché è difficile sostenere che Moretti sia al servizio del Kgb o della Cia, Franceschini insistere su una presunta ambiguità del “capo”, lasciando poi ai suoi interlocutori/padroni il compito di ricamarci a dovere, cosa di cui sono veramente abili»2.

Il percorso politico-sindacale di Moretti
Nato a porto San Giorgio nelle Marche, orfano minorenne di padre in una famiglia con altri tre figli e una madre in difficoltà per crescerli, Moretti frequenta un convitto di salesiani a Fermo dove termina gli studi per raggiungere Milano grazie all’interessamento della marchesa Casati, sollecitata da una sua zia che aveva una portineria in un palazzo milanese della nobildonna. Questa vita di provincia è dipinta da Flamigni con toni foschi, Moretti viene descritto come un predestinato, un giovane «di destra» cresciuto in un «humus clericale» che dovrà infiltrare la sinistra (sic!), solo perché arriva alla politica e alla militanza rivoluzionaria a 22 anni, nella Milano del 1968-69, come tanti suoi coetanei. Anche il passaggio all’università Cattolica, l’unica che consentiva in quegli anni di frequentare corsi serali ad uno studente lavoratore come Moretti, che con il suo stipendio sostiene l’anziana madre e i tre fratelli, diviene la prova della sua ambiguità culturale, anche se in quella università con l’occupazione del novembre 1967 si manifestò uno degli eventi anticipatori della rivolta del 1968. In quella stessa università fece i suoi studi anche Nilde Jotti, ma a quanto pare per lei la regola di Flamigni non vale. Nemmeno la formazione politico-sindacale all’interno della Sit-Siemens, azienda che impiegava alla catena di montaggio tecnici diplomati come il giovane Moretti, placa il pregiudizio di Flamigni3. Anche il ruolo d’avanguardia nelle lotte all’interno della fabbrica, insieme a Gaio Di Silvestro e Ivano Prati, e che porta alla nascita del Gruppo di studio impiegati, contemporaneo alla formazione del primo Cub Pirelli, che poi si trasformerà nel Gruppo di studio operai-impiegati, «esperimento – racconterà lo stesso Moretti – di organizzazione autonoma dei lavoratori in fabbrica, tra il sindacato e la politica, tra la critica al modo di produzione capitalistico e il sogno di una progettualità democratica, rivoluzionaria»4, è per Flamigni motivo di maldicenza, ottusa dimostrazione della inadeguatezza culturale di un funzionario del Pci di fronte a quel che avveniva nelle fabbriche di quegli anni.


Gli arresti di Pinerolo
Ispirato dalle accuse di Franceschini, Flamigni rincara la dose attribuendo a Moretti responsabilità dirette nel primo arresto di Curcio e dello stesso Franceschini 5. Ma a smentire i due sono le stesse parole di Curcio e quelle di Pierluigi Zuffada. Alberto Franceschini sa perfettamente di essere il primo responsabile della propria cattura. Non doveva trovarsi a Pinerolo con Curcio e Moretti nemmeno sapeva della sua presenza all’appuntamento con “Frate Mitra”, glielo dirà Mara Cagol dopo il disperato tentativo di intercettare i due lungo la strada per Pinerolo. I tre si erano visti a Parma il sabato 7 settembre 1974, dove c’era un appartamento in cui si tenevano gli incontri del «Nazionale». Era definita così, in quella fase in cui non esisteva ancora un Esecutivo formalizzato, la sede di coordinamento tra le varie colonne. A Milano operava Moretti, a Torino Margherita Cagol e Curcio, Franceschini era sceso a Roma con altri membri del gruppo, Bonavita e Pelli. Terminata la riunione nel tardo pomeriggio, Moretti rientra a Milano. Sa che Curcio il giorno successivo dovrà rivedere per la terza volta Girotto a Pinerolo. Lo raggiungerà direttamente da Parma dove resterà a dormire mentre Franceschini sarebbe rientrato a Roma. In realtà, mutando i programmi stabiliti, Franceschini non va a Roma ma accompagna Curcio a Torino. I due poi la domenica partono per Pinerolo. Il venerdì sera era arrivata una telefonata ad Enrico Levati, un medico del gruppo di Borgomanero, vicino Novara, che aveva contatti periferici con le Br. Nella telefonata un anonimo diceva che la domenica successiva Renato Curcio sarebbe stato arrestato all’appuntamento con Girotto. Levati raggiunse Milano ma ebbe grosse difficoltà per riuscire a trovare il contatto giusto negli ambienti delle fabbriche milanesi e far pervenire l’informazione. Quando questa arrivò alle Br, Moretti aveva già lasciato Milano per Parma. Al suo rientro trovò ad attenderlo con la notizia Attilio Casaletti, membro della colonna milanese. Sicuro di trovare ancora Curcio, Moretti fece ritorno a Parma dove arrivò intorno alle 22 insieme a Casaletti, ma non trovò nessuno nella base. A questo punto, racconta Curcio, «Moretti tenta di rintracciarmi nella mia casa di Torino, dove era venuto una volta, ma non ricorda l’indirizzo e neppure sa come fare ad arrivarci. Allora prova a ripescare Margherita, che doveva trovarsi in un’altra casa, ma anche lei era appena partita per non so dove. Come ultima possibilità convoca, in piena notte di sabato, un gruppo di compagni di Milano e gli dice di creare dei “posti di blocco” sulle strade tra Torino e Pinerolo»6. Tentativo che Moretti racconta in questo modo: «andiamo sulla strada per Pinerolo, separandoci sui due percorsi che portano a quella cittadina, e ci mettiamo nel bordo sperando che Curcio ci noti mentre passa»7. Zuffada aggiunge altri dettagli: «i compagni partano per l’Astigiano per avvisare Mara, che conosce l’abitazione di Renato, ma non la trovano. Pensano che sia a Torino a casa di Renato, per cui da lì vanno a Torino per cercarli, sperando che un contatto del luogo potesse conoscere l’abitazione di Renato. Non trovano il contatto, e in quel momento Mario e i due compagni prendono una decisione folle, anche perché era arrivata la mattina: vanno sul luogo dell’appuntamento a Pinerolo nella speranza di avvisare Renato prima dell’incontro con Girotto, rischiando di cadere anch’essi nella trappola. Pensavano che ad accompagnarlo fosse Mara, non certo che Franceschini fosse presente all’appuntamento. Si accorgono di una situazione strana, nel senso che il luogo pullula di agenti in borghese. La trappola era già scattata, i compagni riescono a svignarsela»8. Conclude Curcio, «Moretti non sapeva che non avevo viaggiato sulle strade statali, ma su strade bianche e percorsi miei che non rivelavo a nessuno. Dunque tutti i tentativi di raggiungermi vanno a vuoto»9.
Zuffada e Moretti, smentendo Flamigni, sostengono che sulla figura di Girotto, a parte Curcio, ci fosse nel gruppo una perplessità generale, in particolare della Cagol. Secondo i piani di Curcio, l’ex frate avrebbe dovuto essere inserito nel fronte logistico in costituzione. Diffidenza rimasta anche dopo il secondo incontro a cui partecipò lo stesso Moretti (presidiato da un folto gruppo di brigatisti che controllavano la zona in armi, dissuadendo così le forze di Dalla Chiesa dall’intervenire). L’arruolamento programmato di Girotto derogava una regola ferrea, spiegherà successivamente Moretti: «nelle Br si arriva dopo una militanza nel movimento, sperimentata e verificata. Per Girotto non poteva essere così. Decidemmo almeno di essere rigidissimi sulla compartimentazione. Stabilimmo che avrebbe lavorato solo con Curcio in una struttura periferica, alla cascina Spiotta»10. Sulle successive recriminazioni di Franceschini, Zuffada fornisce alcune chiavi di lettura interessanti: «A partire dalla liberazione di Renato [nel carcere di Casale Monferrato, Ndr], Franceschini ha iniziato a imputare a Mario di non essere andato a liberarlo: la sua “visione” su Moretti è stata rafforzata dall’aver preferito Renato a lui. Non poteva prendersela con Mara, conoscendo bene come era fatta: lei non gliela avrebbe mai fatta passare. Si può dire che Franceschini abbia tratto un vantaggio dalla morte di Mara, nel senso che si è trovato un testimone in meno per contrastare la sua versione»11. Sul valore delle recriminazioni di Franceschini contro Moretti per la sua mancata evasione, Lauro Azzolini fornisce ulteriori dettagli: «Dopo la liberazione di Renato non è vero che l’Organizzazione non provò a liberare il Franceschini, anzi. Avvenne nel vecchio carcere di Cuneo; Franceschini lì era recluso e sapeva che l’Organizzazione aveva stabilito con lui la sua liberazione in altra modalità di quella di Casale. Pronto il nucleo, con Mara, e lui che pur armato fa tali errori da venire bloccato prima dell’intervento esterno. Col rischio di far pure catturare i compagni che erano pronti a “portarlo a casa”»12.

Il secondo arresto di Curcio, la trappola contro Semeria e il delatore interno alla colonna veneta
Alcuni documenti recentemente desecretati e la testimonianza del giudice Carlo Mastelloni hanno permesso di ricostruire i retroscena che portarono al secondo arresto di Curcio nella base di via Maderno a Milano, il 18 gennaio del 1976, insieme a Nadia Mantovani, all’arresto nella stessa operazione di Angelo Basone, Vincenzo Guagliardo e di Silvia Rossi, moglie di quest’ultimo che però era estranea al gruppo. Le stesse fonti hanno permesso di ricostruire anche il nome di chi portò alla trappola tesa a Giorgio Semeria due mesi dopo, il 22 marzo 1976, sulla pensilina del rapido Venezia-Torino nella stazione centrale di Milano. Semeria provò a scendere dal treno ancora in movimento ma venne catturato e colpito al torace dal brigadiere Atzori quando era già stato immobilizzato. Il tentativo di omicidio nei suoi confronti spinse Semeria, allora responsabile del logistico nella colonna milanese, a ritenere che lo si volesse uccidere per coprire l’infiltrato che lo aveva venduto. In carcere, rimuginando insieme a Franceschini sulle circostanze dell’arresto, non trovò di meglio che indirizzare i sospetti contro Moretti, con il quale avrebbe dovuto incontrarsi il giorno successivo, chiedendo all’esecutivo di indagare su di lui. Accuse riprese da Flamigni nella sua monografia dedicata a Moretti13. Il delatore era, in realtà, un operaio veneto presente nella colonna fin dai suoi inizi e che lo aveva accompagnato alla stazione di Mestre, dove Semeria si era recato per rimettere in piedi la struttura locale. Secondo quanto riferito dal giudice Carlo Mastelloni nel suo libro Cuore di Stato, Semeria una volta in carcere fu avvertito dei sospetti che pesavano sull’operaio: due militanti veneti, Galati e Fasoli, che stavano per uscire dal carcere per scadenza dei termini di custodia cautelare, gli chiesero «di poter fare gli accertamenti del caso e colpire il presunto traditore». Semeria si oppose convinto che semmai l’operaio avesse avuto un ruolo, questi faceva parte di una rete di infiltrati che faceva capo a Moretti14. L’operaio venne arrestato da Mastelloni nel corso delle indagini sulla colonna veneta, «Ricordo – scrive Mastelloni – che qualche giorno dopo si precipitò nel mio ufficio per ottenere informazioni il colonnello Bottallo, capocentro a Padova del Sismi, già appartenente al vecchio Sid». Subito dopo questo intervento l’uomo venne rimesso in libertà15. 
In un appunto del generale Paolo Scriccia, consulente della Commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, si può leggere che l’11 maggio 1993, nel corso di un esame testimoniale condotto dai pubblici ministeri romani Ionta e Salvi, il generale Nicolò Bozzo, collaboratore per il centro-nord del generale Dalla Chiesa, rivelò il nome di questo confidente: «ho notizia di un altro infiltrato nelle Brigate rosse e specificatamente di questo Tovo Maurizio che portò alla cattura di Curcio nel 1976 unitamente a Semeria Giorgio, Nadia Mantovani e Basone Angelo». Sempre nello stesso appunto troviamo un’altra testimonianza resa in commissione Stragi, il 21 gennaio del 1998, dove il generale Bozzo precisa: «noi abbiamo avuto un infiltrato, un certo Tovo Maurizio di Padova, nel 1975/1976. Questo Tovo Maurizio, Tovo o Lovo – io non l’ho mai visto e non ricordo bene – era una fonte del centro Sid di Padova. Il Sid, nella persona del generale Romeo. […] Seguendo questo soggetto siamo arrivati alla Mantovani, seguendo la Mantovani siamo arrivati al covo di via Maderno numero 10 [5 Ndr], dove la sera del 18 gennaio 1976 c’è stata un’irruzione, un conflitto a fuoco. Ferito Curcio e ferito gravemente il vicebrigadiere Prati. Sono stati catturati in due, Curcio e Mantovani. Da allora sono cessati gli infiltrati»16. In altri documenti dell’Aise, citati da Scriccia, si legge che l’infiltrato era indicato come fonte «Frillo». 
Nel l’ottobre 1990, sempre il generale Bozzo aveva rivelato in un altro interrogatorio che per quanto riguarda il Nord, i Carabinieri avevano avuto nel corso di tutta la loro attività di contrasto alle Brigate rosse, «solo tre infiltrati, tutti interni o fiancheggiatori, nessuno dei quali militare». Questi erano: «Silvano Girotto, nonché altri due, uno di Padova e uno della zona di Torino, i cui nomi sono noti ai magistrati che si interessarono delle relative vicende». Fonti – aggiunge Bozzo – che hanno collaborato «nell’anno 1974 (Girotto), nell’anno 1975/76 (quello di Padova) e nel 1979/80 (quello di Torino)». In realtà a Girotto non venne dato il tempo di infiltrarsi ma fu impiegato unicamente come esca. Dell’infiltrato torinese, parla invece il giudice Mastelloni nel suo libro: si trattava anche qui di un operaio della Fiat proveniente dal Pci che nel dicembre 1980 fece arrestare Nadia Ponti e Vincenzo Guagliardo, tornati a Torino per riorganizzare la colonna distrutta dalla collaborazione di Peci con i carabinieri di Dalla Chiesa. Contattato dalla staff di Dalla Chiesa – scrive Mastelloni – «l’uomo si accordò con i militari dietro promessa di un forte compenso economico per consegnare i due militanti clandestini, puntualmente bloccati all’interno di un bar del centro»17.

Note
1.
Testimonianza di Lauro Azzolini all’autore in data 12 aprile 2021, «Dopo le insistenze da parte di alcuni che erano incarcerati di porre attenzione al compagno Mario, anche Micaletto venne coinvolto, insieme ad altro compagno che ritenevamo di provata sicurezza, Fiore. In quei mesi Mario mostrò tutto il suo altruismo e solidarietà di comunista partecipando attivamente alle necessità della Organizzazione, come, in prima persona nel combattimento, col rischio della propria vita, per porre in salvo e cure a compagni feriti…e non solo. Per cui dopo mesi di “freno delle attività” dovute a tale voluta depistante inchiesta alla quale dammo risultanze concrete, riprendemmo a porre in essere il percorso strategico di costruzione offensiva della Organizzazione».
2.
Pierluigi Zuffada, Le bugie di Alberto Franceschini, https://insorgenze.net/2020/08/03/le-bugie-di-alberto-franceschini/, 3 agosto 2020.
3. Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate rosse, Kaos 2004, pp. 7-32.
4. Mario Moretti, Brigate rosse, una storia italiana, prima edizione Anabasi p. 7.
5. Sergio Flamigni, Idem, pp. 138-142.
6. Renato Curcio, A viso aperto, Mondadori 1993, p. 103-104.
7. M. Moretti, Idem, p. 76.
8. Pierluigi Zuffada, Idem, 3 agosto 2020.
9. R. Curcio, Idem, p. 104.
10. M. Moretti, Idem, p. 73-74.
11. Pierluigi Zuffada, Idem, 3 agosto 2020: «La liberazione è stata decisa dall’Esecutivo dell’organizzazione all’interno di un programma per la liberazione dei compagni dalle galere. L’inchiesta ha portato a scegliere il carcere di Casale Monferrato come primo obiettivo, e tale scelta è stata imposta dalle allora capacità operative dell’Organizzazione, soprattutto dall’inesperienza nell’assaltare un carcere. Nella decisione di scegliere Casale hanno pesato soprattutto le argomentazioni di “Mara” Cagol. In contemporanea era stata fatta un’inchiesta sul carcere di Saluzzo, dove Franceschini era recluso, e addirittura in seguito al suo trasferimento a Pianosa, Moretti ha portato avanti inchieste per pianificare un’evasione da Pianosa. Da notare che Franceschini si è fatto beccare sul tetto di quel carcere durante una ricognizione per scappare, vanificando di fatto tutto il progetto di fuga. Se non ricordo male, né lui, né i suoi compagni di cella sono mai stati incriminati per tentata evasione, o danneggiamento delle sbarre della finestra. Ma ritornando a Casale, nella fase di pianificazione dell’azione sono stati evidenziati errori “tecnici”, per il superamento di uno di questi io sono stato chiamato da Mario Moretti: una volta corretto, ho insistito per parteciparvi attivamente, e in seguito processato e condannato».
12. Testimonianza di Lauro Azzolini all’autore in data 12 aprile 2021 che aggiunge: «Chi ha combattuto e vissuto con Mario non ha dubbi alcuno. Per quanto riguarda la Storia della Organizzazione Br e le “rotture che ha subito”, non essendo stato io in accordo con tali posizioni date, penso che il Franceschini abbia dato un forte apporto perché ciò succedesse»
13. Sergio Flamigni, Idem, 162-164.
14. Carlo Mastelloni, Cuore di Stato, Mondadori 2017, p. 223.
15. Ibidem, p. 223.
16. CM Moro 2, Doc 799/3 del 2 novembre 2016, Appunto del generale Paolo Scriccia, declassificato il 2 febbraio 2018.
17. Carlo Mastelloni, Idem, pp. 103-104.
5

Parla Giovanni Senzani, «Non ho avuto alcun ruolo nel rapimento Moro»

L’intervista – Dopo Sangue, il film girato da Pippo Del Bono, ora esce anche un libro con lo stesso titolo. Senzani rompe il silenzio e comincia a raccontare alcuni passaggi della sua controversa storia politica dentro le Brigate rosse

Katia Ippaso
Garantista 4 ottobre 2014

giovanni-senzani-originalL’uomo che mi siede di fronte indossa una maglietta a righe sopra un’altra maglietta grigia. Sopra le due magliette, pende sbilenco un gilet nero con un bordino rosso. Il tutto un po’ caotico, come se fosse stato messo al buio, di fretta. Una cosa non sta esattamente sopra l’altra, ma insieme all’altra. Sulla testa, un berretto estivo. L’uomo che mi siede davanti porta gli occhiali. Al polso, stretti l’uno all’altro, decine di braccialetti di cuoio che devono essere stati molto usati. E’ lui a scegliere dove sedersi, obliquamente. «Un orecchio non funziona più molto», ci dice con quella sua voce acuta, che a tratti si spegne per andare dietro alla parole che si accartocciano nella corsa. Una voce che ride. Si chiama Giovanni Senzani, è stato uno dei leader delle Br. Oggi ha 72 anni. Ha appena scritto un libro assieme a Pippo Delbono, che si intitola Sangue: un ”dialogo tra un artista buddista e un ex brigatista tornato in lbertà”. imageItemL’ha pubblicato Clichy. C’è il coraggio di chi sopravvive, in quel libro. E’ molto bello. E prima del libro c’era un film, che si intitolava anche lui Sangue e aveva ricevuto premi e critiche pazzesche da Le Monde ma aveva fatto anche arrabbiare qualcuno, per via della presenza di Senzani appunto, di questo uomo che oggi mi siede davanti nella sua mitezza ma che nel film parla dell’esecuzione di Roberto Peci (che lui e i suoi compagni uccisero nel 1981), in un modo che alcuni hanno giudicato gelido. Delbono ha scelto un uomo che ha dato la morte per affrontare il lutto. A distanza di tre giorni l’una dall’altra se ne andavano la madre di Pippo e la moglie di Giovanni, Anna. Rimasti soli, l’artista buddista e l’ex terrorista tornato in libertà hanno affrontato il trapassatoio di chi, dopo aver visto quello che ha visto, è rimasto in vita.
Avremmo dovuto incontrarci nella sua casa di Firenze ma poi lui ha preferito di no. Giovanni Senzani ha preso un treno la mattina presto ed è venuto a Roma. Via della Panetteria la conosceva bene, mi aveva detto per telefono.

Quindi lei viveva qui vicino, tanti anni fa.
Stavamo a via della Vite, con Anna, mia moglie. Era il 1969. Ricordo una casa piena di ospiti, perché Anna voleva sempre gente in casa. All’angolo con via Mario dei Fiori, parlavamo con quelli degli alberghi accanto… Era di una bellezza incredibile. Da quelle finestre lunghe si vedeva il Quirinale… Quell’attico apparteneva a un signore di Genova, lo diede a noi e Anna, che aveva avuto in eredità tre lire dopo la morte del padre, le spese tutte per restaurarlo. Scrissero che vivevamo nella casa di uno dei servizi segreti, ma questa è una fandonia assoluta. E’ solo una delle falsità che si sono dette su di me. Un’altra è che lavoravo per il Ministero di Grazia e Giustizia.

Le cronache di quegli anni parlano di una doppia vita, militante delle Br e consulente del Ministero di Grazia e Giustizia.
292qhvmLa cosa è molto differente. Io sono laureato in legge a Bologna, in diritto del lavoro. E ho cominciato subito a fare il ricercatore. Per la Comunità del Molo, che era un gruppo del dissenso genovese, cominciai una ricerca sul campo in 118 istituti di rieducazione in tutta Italia. Dietro la ricerca c’era la Fondazione Iniziative Assistenziali Pilota di Torino. Naturalmente in questo modo conobbi tutti i direttori delle carceri e ci mancò poco che facessi pure io il direttore… Negli istituti ci andavo con un fotografo. Io ero vissuto come una specie di “ispettore”, ma al fotografo, che si presentava in maniera più informale, i ragazzi affidavano dei bigliettini in cui raccontavano tutta la verità sulla loro condizione negli istituti. Da quell’esperienza nacque un libro che è stato considerato a lungo il libro più importante per le scuole di formazione dei servizi sociali, “L’esclusione anticipata”…
Oggi se cerchi “L’esclusione anticipata” su Google ti dicono che il libro non è disponibile, ma galleggia ancora in rete una recensione che era stata pubblicata l’8 agosto del 1970 sul “Corriere della Sera” firmata da uno dei più autorevoli giornalisti della testata milanese, Giuliano Zincone.

Ha fatto il criminologo?
Ad un certo punto, nel 1972/73, sono andato in America, all’Università di Berkeley, per fare una ricerca su “Deviance and Control” rispetto ai minorenni e alle minoranze black e spanish, e quando sono tornato ho pubblicato e tradotto in Italia un libro di un importante criminologo, “L’invenzione della delinquenza” di Anthony Michael Platt. Non ho mai fatto il criminologo.
$_57Anche di questo libro c’è una traccia, ma più fantasmatica dell’altra. Si vede una copertina marrone ma i caratteri di titolo e autore sono stati cancellati, c’è una riga neutra al loro posto. La scheda dice che la cura del libro è di Giovanni Senzani, 1975, zero recensioni.

Chi erano i suoi genitori?
Dissero che venivo da una famiglia borghese. Io invece sono figlio di una famiglia di contadini di sinistra, sono nato a Forlì. Il Pci lo sa benissimo da dove vengo… Come romagnolo, ero fuori dalla sinistra legata al Pci che governava in quelle terre, al massimo andavamo a sentire Ingrao. Eravamo della cosiddetta sinistra extraparlamentare.

Dove vi siete conosciuti con Anna?
A Genova. Anna era tornata da Londra, dove aveva fatto le scuole internazionali. Scoppiò questa follia dell’amore. Ci sposammo a Genova, ma ci trasferimmo quasi immediatamente a Roma, e subito dopo a Napoli. Ci fu poi l’esperienza americana. Nel frattempo nacquero le nostre due figlie, Francesca e Alessandra. Tornammo a Napoli, dove creai tra le altre cose una biblioteca bellissima di studi marxisti… Poi mi trasferirono a Firenze. Cominciai a fare l’assistente all’Università, per la cattedra di Sociologia. Superai il concorso e diventai professore, prima a Siena e poi a Firenze… Ma a quel punto io ero già una persona impegnata politicamente.

Vuol dire che era già entrato nella lotta armata?
Io sono entrato nelle Br molto tardi.

Come è successo?
La mia generazione era immersa in quel clima, in quel dibattito. Poi il problema è se ai discorsi fai seguire i fatti.

Nel dialogo con Delbono, lei afferma: «Non mi sono mai considerato né mi considero un terrorista, ma un militante politico che praticava la lotta armata come strumento di lotta politica. Non accetto questa specie di guerra di annientamento di tutto e di tutti».
E’ così, io non voglio fare il santo, ma sono contrario alla criminalità.

Lei è contrario alla criminalità?
Sì, lo so che può sembrare assurdo, ma io sono profondamente contrario alla criminalità. Io ero noto perché ero quello che aveva denunciato i direttori delle carceri, che ha fatto chiudere le carceri minorili, mentre poi sono diventato quello che sono diventato. Io volevo aiutare i poveri e soprattutto le persone del sud. Uno degli istituti che avevo frequentato era diretto dai preti, mi scrivevano lettere bellissime… Nel ’68 sono stato da Basaglia, lì mi sono nate delle idee e sono diventato molto rigido contro l’emarginazione.

Lei fu arrestato una prima volta nel 1979, ma ne uscì dopo 5 giorni. Entrò in carcere tre anni più tardi, nell’82.
Mi arrestò Vigna, che era un magistrato che non scherzava. Non sapevo come sarebbe andata a finire…In quei cinque giorni ho visto il carcere in un modo ancora diverso. Da carcerato, mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: e adesso come faccio? Poi questo sentimento è tornato nei miei lunghi isolamenti durati cinque anni. Quando uno è in isolamento o scoppia o impara a reggere, e la resistenza diventa una paradossale forma di rispetto.

Rispetto verso chi?
Verso l’altro e verso te stesso. L’unico rapporto che hai è con una guardia. Qualche volta veniva anche il direttore del carcere che aveva anche una sua umanità e diceva: «Senzani, hai visto? Hai conosciuto il carcere da fuori, l’hai studiato, e adesso sei dentro al carcere. Forse hai voluto viverlo, dovevi fare quest’esperienza». Non era proprio così, ma lui la vedeva così.

Lei ebbe un coinvolgimento nel rapimento e nell’uccisione di Aldo Moro?
Non c’entro niente con Moro. E’ stato detto pure che ero una delle menti del processo a Moro. Ma è assurdo. Non si può continuare a parlare delle Br come se fossero una banda di poveracci. Era una struttura militare. Il mio è stato un percorso molto più lento degli altri compagni. Non faccio parte della prima parte della storia delle Br.

Come si spiega che sia stato fatto allora il suo nome?
La faccenda è molto complicata, ma io non ho voluto in qualche caso fare delle smentite, perché per quello che riguarda la lotta armata la mia è una vicenda politica, è una storia politica collettiva. Anche rispetto al sequestro Cirillo non ho mai parlato.

Il nostro giornale ha intervistato quest’estate un ex brigatista che non aveva mai parlato, il napoletano Enzo Olivieri, che aveva preso parte al sequestro Cirillo (rapito da voi il 27 aprile 1981 e rilasciato il 24 luglio). Smentì che ci fu una trattativa Stato-camorra-Brigate Rosse.
ciro cirillo brEnzo Olivieri ha detto esattamente come sono andate le cose. Non ci fu nessuna trattativa. Un mitomane come Cutolo che si sentiva onnipotente si sarà inventato questa cosa per avere notorietà. Può anche essere che dopo aver raccolto noi i soldi del riscatto, loro ne abbiano raccolti altri per conto proprio. Di sicuro non ci fu nessuna mediazione. Non ne avevamo bisogno. Anche perché avevamo deciso di liberare Cirillo e la cosa del riscatto ci venne in mente dopo, solo per raccogliere soldi che ci servivano per autofinanziarci. E la cosa fu talmente farraginosa, quasi comica: l’uomo che fece da mediatore tra noi e gli amici di Cirillo che raccolsero i soldi (Enrico Zimbelli, ndr), fu spedito a Roma con un valigia pesantissima piena di soldi (un miliardo e quattrocentocinquanta milioni, cinquanta se li trattenne lui) che quasi faceva fatica a camminare…

Olivieri ci ha anche detto che lo Stato voleva Moro morto, mentre Cirillo lo voleva vivo.
Può darsi che fosse così, ma comunque noi l’avremmo lasciato vivo. Bisogna capire che a Napoli c’era stato il terremoto e il democristiano Cirillo, che era l’assessore all’Urbanistica, rappresentava il male della politica. A Napoli le case crollavano, le scuole erano occupate, la città era in ginocchio. Non c’erano poteri occulti che ci manovravano. Le Brigate Rosse a Napoli erano fatte di napoletani che vivevano nei quartieri, in mezzo al popolo. Per quei tre mesi abbiamo realizzato diverse azioni e riempito la città di comunicati sonori e volantini. Mettevamo gli altoparlanti alle stazioni dei treni per fare sentire i nostri messaggi. Un giorno si sente la registrazione con la voce di Cirillo che parla napoletano e chiede di esaudire le richieste dei comitati dei terremotati, tra cui la requisizione delle case sfitte perché venissero date, appunto, ai terremotati. E così fu. La gente a Napoli parlava, solidarizzava. Molti tra i proletari ci hanno anche rimproverato di non averlo ucciso perché era una persona odiata. Ma io ero contrario al giustizialismo.

Come fa a dire di essere contrario al giustizialismo?
Uccidere come fa un camorrista perché gli toccano il suo quartiere e i suoi interessi, è ben diverso da come uccidevamo noi. Detto questo, io oggi dico che quella delle Br è stata una storia molto dolorosa e molto pesante. Che sono stati fatti anche degli sbagli militari. Il processo proletario in sé è un’aberrazione. Già allora ero contrario. Quel processo era mutuato da altre esperienze rivoluzionarie, ma a ripensarci ora era una parodia, una cosa ridicola, per non parlare della violenza inutile.

In quella stessa estate del 1981 voi avete sequestrato (il 10 giugno) e ucciso (il 3 agosto) l’operaio Roberto Peci, il fratello di Patrizio Peci, che si era dissociato e pentito. Roberto aveva venticinque anni e aspettava una bambina dalla moglie. Filmaste l’esecuzione.
11449257_intervista-esclusiva-roberta-peci-voglio-un-incontro-con-assassino-di-mio-padre-0Non voglio riaprire questioni di questo tipo perché lì qualsiasi cosa si dica non va bene.
 Qualsiasi cosa si dica in merito a questa storia che è una storia pesante offende le vittime, le famiglie. Che senso ha dopo tanti anni parlare di tutto questo? E poi ci sono i quattro compagni uccisi a via Fracchia, a Genova. Il generale Alberto Dalla Chiesa, che è il protagonista di questa storia, è morto, e la verità con lui.

[Il 28 marzo del 1980 un drappello di 30 uomini dell’antiterrorismo irrompe nel covo Br di via Fracchia, a Genova. E’ notte fonda. All’interno dell’appartamento ci sono 5 militanti della colonna genovese, quattro uomini e una donna. I cecchini dell’antierrorismo, inviati dal generale Dalla Chiesa (che pare avesse ricevuto le informazioni dal pentito Patrizio Peci), non danno ai brigatisti il tempo né per reagire né per arrendersi. Li uccidono subito.]

Nel film “Sangue” lei rivive l’esecuzione di Peci. Racconta qualcosa che non è sogno, forse più un incubo ad occhi aperti. Leggo dalla sceneggiatura: «I compagni avevano sistemato un cartello ”Morte ai traditori” e poi dopo è arrivata quello che noi chiamiamo l’esecuzione, la fucilazione. E quell’urlo: No! È stato improvviso, proprio come sentire uno che in quel momento capiva, che sentiva penetrare i colpi dentro di lui… E’ vero che la morte ai traditori era una cosa abbastanza diffusa all’interno del movimento rivoluzionario, ma farlo in questo modo… Si trattava pur sempre di una persona inerme».
Questa cosa di Peci è venuta fuori nel dialogo in barca con Bobò (oggi primattore della compagnia, è stato sottratto da un vita in manicomio tanti anni fa dallo stesso Delbono, ndr), che si legge nel libro. Bobò però è sordomuto, non mi risponde ma capisce tutto. A lui cercavo di dire proprio questa cosa di Peci. Sono riuscito a raccontargli tutta la mia storia, gli anni della lotta armata, le torture che mi hanno fatto in carcere, l’isolamento. Gli ho detto chi ero, ma quella cosa lì non sono riuscito a dirla bene. Anche perché lui è come sfuggito. E poi la cosa di Peci l’ho raccontata una sera a Pippo in un altro momento, ed è venuta così, e poi lui l’ha messa nel film…. Ho descritto quello che è accaduto nella mia testa, sì, posso immaginare che… Io ho avuto un contatto con la morte… Mi fa effetto. Ma non è bello parlare di queste cose, non posso.

Che sensazione le dava usare un’arma?
Io ho fatto il militare perché mi toccava e ho fatto l’addestratore per l’uso delle armi. Ma non mi piacevano le armi. Cioè le smontavo, le usavo, ma le ignoravo. Solo quando sono diventato brigatista ho capito cosa significhi avere un’arma. A quel punto è diventata una parte di me. Era la garanzia che potevo salvarmi. Se uno di noi usciva senza arma, tornava a casa perché sentiva che gli mancava qualcosa. La domanda bella che ha fatto Pippo è stata: «Ma tu allora facevi la guerra e rischiavi di morire?». «Nella guerra, Pippo, si muore» ho risposto io. E lui: «Io questa cosa non l’accetterei mai». Lui mi ha fatto capire, da buddista, che io disprezzo la vita. Ma io non la vedo così. La morte, la mia morte, era nel percorso, nella scelta che avevo fatto.

C’è una lettera di Roberta Peci, la figlia di Peci, che nacque qualche mese dopo la morte del padre, in cui chiede di incontrare lei.
Ma il giorno dopo è andata da Bruno Vespa.

Nella lettera chiedeva che l’incontro tra voi due avvenisse lontano dai riflettori, in privato.
Ma non ha mai fatto sì che questo accadesse.

Forse sta a lei far sì che questo accada.
Lei voleva venire con le telecamere.

Se al mio posto, qui di fronte a lei, ci fosse Roberta Peci, e se voi foste soli, che cosa le direbbe?
Silenzio.

Che cosa le direbbe?
Le direi che capisco il dolore che ha provato. Che so che la sua vita è stata distrutta da quell’avvenimento. La perdita del padre è una cosa enorme. …E poi c’è stata una costruzione tremenda. Hanno fatto diventare suo padre un personaggio negativo. Le direi che suo padre era invece una persona dignitosa… Io lo so cosa vuol dire passare per mostro. Io non sono quello lì… No, non sono quello lì…. Poi, uno la morte, finché non la prova non la può capire.
Io penso all’Antigone. Penso a Polinice e Antigone. Penso all’importanza del seppellimento dei propri morti. E finché non seppellisci i tuoi morti non hai pace.
Riesco a capire questa cosa. E una riflessione sui morti l’ho fatta anche al funerale di Prospero Gallinari, che si vede anche nel film di Pippo.

Lei ha preferito che ci incontrassimo a Roma perché la sua casa di Firenze è piena della sua vita con Anna?
E’ la casa di Anna.

E’ per questo, quindi?
Sì, è per questo. Non è che ne voglio fare un museo… E’ evidente che… Io adesso vivo solo. Ho una figlia sposata all’estero. L’altra è a Firenze ma vive da un’altra parte… Sono rimasto lì, solo.

Non ha toccato niente delle cose di Anna?
No.
 Silenzio.
Per questo posso capire quando parlavamo prima della figlia di Peci….La perdita di Anna è difficile da rielaborare per me… Per lei è stato difficile accettare la mia scelta, ma io ho sempre pensato che se dici certe cose poi le devi anche fare.

Anna è sempre stata contraria alla sua scelta.
E’ inconcepibile per Anna poter uccidere qualcuno.

Ne parla come se fosse viva.
Anna mi ha aspettato tutta la vita.

Ci sono nel libro suoi racconti di Anna che «prendeva i treni della notte con i pacchi pieni di borse, con il pacco viveri per il carcerato, e magari arrivava all’isola di Pianosa o in quei posti infami in cui ero rinchiuso, lei veniva perquisita, le bambine spogliate, veniva da me dietro un vetro blindato, mi lasciava da mangiare e se ne andava». Cosa l’ha sostenuta per tutti questi anni?
Anna è forte. Io sono fragile. Io sono molto più fragile di Anna. Lei è forte. E’ stata forte anche quando per colpa mia l’hanno licenziata dalla Feltrinelli. Anna ha avuto un unico momento veramente fragile e si vede. Io ho dei ritratti di Anna fatti da pittori, uno non l’avevo mai visto, l’ho visto dopo. E lì si vede come una ribellione… Ma poi è sempre andata avanti. E’ una che ha una dimensione positiva della vita. E’ una che fa le cose.

Cosa immagina quando pensa alla sua di morte, alla morte di Giovanni Senzani?
Non è un gran problema per me il pensiero della mia morte. La frase che c’era nel film e ora è solo nel libro… La frase in cui dico «Questa vita non mi piace, questo mondo non mi piace, di questa libertà non so che farmene» e che mia figlia mi contesta, è vera. Io ogni tanto mi dico: «Basta. Che ci faccio qui? Cosa ci faccio qui?». Poi un altro può rispondere: «Ma come, Giovanni, hai un nipotino a cui sei legatissimo, che dici?». Impazzisco all’idea di non vederlo più.

Però la libertà l’ha aspettata per 27 anni. Dall’82 al 2009, anno in cui è uscito di prigione.
Sì, ho sognato per tanti anni di uscire. Ne sono uscito dignitosamente. Non ho fatto nulla di particolare per ottenere la libertà. Ho fatto un percorso normale. Sono uscito. E quando sono uscito è stato travolgente. All’inizio una persona che viene da altri mondi, come nel film Blade Runner, non se ne accorge subito che non capisce nulla, che non riconosce più niente. Non riconosce niente della realtà. Prima c’era il travaglio che ti portavi in casa quando la tua libertà era intermittente. E poi alla fine torni per sempre perché la Magistratura ha decretato che esci per estinzione della pena. Completamente libero. A quel punto arriva l’imprevisto. Anna che non era mai stata malata nella sua vita si ammala di tumore. Avevo già vissuto questa cosa. Mia sorella tanto amata è morta in un mese. Ma vedere crollare Anna è stato…

Che rapporto ha con la fede?
Non sono credente, ma il mistero della fede lo capisco. Mia madre era cattolica, sono cresciuto in quell’ambiente ma io non mi sono mai avvicinato. Però ho rispettato sempre molto le persone che credono. Quando sono stato quei lunghi anni in isolamento, ed è stato molto pesante, avrei voluto anche avere fede. Perché la fede ti fa vedere cose incredibili. Pippo, che è buddista, vede cose incredibili. Anche Padre Fantuzzi, che è gesuita e ha scritto una bellissima recensione su Sangue, vede cose incredibili. Dice di aver visto il divino persino in me.

Come ha conosciuto Pippo Del Bono?

Una volta, a Firenze, vado a vedere uno spettacolo di Pippo Delbono. Lui viene a sapere che io sarei stato in platea e mi fa sapere che dopo lo spettacolo mi aspetta in camerino. Lo invito a colazione per il giorno dopo. Avevamo comprato i cornetti, io e Anna lo aspettavamo, e sa come è Pippo, non si presenta. Alle due di notte mi telefona e mi dice che si era perso il numero e che poi non si sa come se l’era procurato. Insomma mi chiede: «Posso venire a mangiare adesso da te?». Si presenta a quell’ora e parliamo tutta la notte. Io gli dico: «Ho capito, tu sei abituato a fare le cose con Bobò, con gli emarginati, e adesso vuoi fare una cosa con me che sono un reietto. E’ evidente, tu vuoi fare qualcosa con “Senzani il mostro”». Poi è venuto lo spettacolo, Dopo la battaglia, in cui io leggevo una cosa sul carcere con la mia voce, che lui ha detto fa un po’ schifo la tua voce ma è un po’ come quella di Pasolini che uno se la ricorda, e poi tutto il resto. Ma Anna è stata molto importante in questo incontro, è con lei che Pippo aveva veramente legato, anche se adesso che sono morte sua madre e Anna siamo legati noi.

Lei ha esercitato il potere, fuori e dentro il carcere (il famoso “fronte delle carceri”). La chiamavano “il professore”, era ascoltato e temuto. Molti avevano, e hanno ancora, paura di Giovanni Senzani.
Il potere è una cosa deteriore, anche dentro le Brigate Rosse ci sono state delle lotte di potere.

Le dava piacere comandare?
Una volta mi hanno accusato di questo. Però sì, il potere è rischiosissimo. Uno dovrebbe avere la presenza e quindi la coscienza di sottrarsi. Il potere ti uccide, e uccide.

Un altro “intellettuale” delle Br era suo cognato Enrico Fenzi. Entrambi eravate chiamati “i professori”. Vi frequentate ancora?
Fenzi è un famoso italianista, un intellettuale vero, e io una volta sono andato a sentirlo. Ma i fotografi si sono accorti che io ero tra il pubblico, anche se ero seduto in fondo, mi hanno fatto delle domande e alla fine hanno pubblicato la mia foto con scritto: “Senzani è sempre lo stesso, si rifiuta di parlare”.

Quando suo nipote le chiederà «Nonno, cos’erano le Brigate Rosse?», lei cosa racconterà?
Che la storia delle Brigate Rosse fa parte di una storia più grande, la Storia del Movimento Rivoluzionario, e che bisogna partire dagli albori. Gli direi che la storia delle Brigate Rosse è storia cruenta. Che hanno preso le armi e hanno fatto assurdi processi proletari. Gli direi che anche suo nonno ha creduto che bisognasse fare una rivoluzione nell’Occidente avanzato, ma che questa guerra è stata una scorciatoia. Che i processi storici sono molto più lunghi. Gli direi che con il crollo del Muro di Berlino si è visto che cos’era la rivoluzione russa. Gli direi che io non sono mai stato a favore del socialimperialismo, che io sono stato un brigatista. Che io sono marxista ma non si può prendere Marx e ripeterlo. Gli direi che, al di là dei limiti della nostra impresa politica, i tempi non erano giusti. E che abbiamo messo in moto una cosa che ha comportato tanti lutti. Gli direi che suo nonno amava insegnare e sarebbe stato un bravo professore e la sua vita sarebbe stata tranquilla, gli ricorderei di quando aiutavo i ragazzi devianti a denunciare le loro condizioni. Gli direi che sua nonna era una persona meravigliosa che ha sopportato tutto e che ha avuto tanta forza…. Il problema delle Br non sta solo in me. Io non sono un maestro né cattivo né buono. Ai funerali di Prospero Gallinari c’erano dei ragazzini che partecipavano e alzavano il pugno. C’era Oreste Scalzone, c’erano i compagni della colonna romana, c’eravamo tutti, anche se io e Pippo ci siamo capitati per caso (poi la scena dei funerali di Prospero si vede in Sangue). E nessuno di noi ha alzato il pugno. Non perché siamo vigliacchi, ma perché siamo ormai fuori da questa storia. Abbiamo fallito.

Una volta ha dichiarato che per lei chiedere perdono è un atto osceno. Si ricorda quello che abbiamo detto prima? Che io potrei essere la figlia di Peci.
Chiedere perdono a una persona a cui ho ucciso un parente… Mi sembrava una cosa oscena, sì. Era come farle un’offesa ulteriore. Il perdono me lo dà la persona, se me lo vuole dare. Io non sono nelle condizioni di chiedere niente.

Si può dire: «Ho sbagliato».
Non solo io ho sbagliato, ho fatto molto di più, io ti ho tolto il padre. Non è un semplice errore. E’ qualcosa di molto più grande. Una cosa immensa. Ho inferto una ferità che non si risanerà mai. Ti ho ucciso il padre. Un morto è un morto. Non c’è niente da fare su questa cosa. Chiedendo il perdono, mi sembrava allora di andare ad interferire con la storia umana di una persona e di imporre una ferita ancora più grande. Però tu sei libera di perdonarmi, se lo vorrai.

Ci alziamo entrambi. Senzani è un po’ stordito. Prende la sua bottiglietta d’acqua non ancora finita. Ha davanti a sé diverse ore, riprenderà il treno per Firenze alle sette di sera. E’ indeciso se parlare o no. Prima di uscire dalla stanza si gira verso di me.
G.S. Posso farle io una domanda ora? Prima, quando ha detto quella cosa della casa di Firenze che è piena delle cose di Anna, perché l’ha detto? Come faceva a saperlo?
K.I. Non lo so, quando lei mi ha detto «Preferisco di no, preferisco venire a Roma», ho pensato che fosse per quello, e non perché avesse qualcosa da nascondere.
G.S. Adesso passo a via della Vite. Mi piacerebbe sapere se c’è ancora quella vite americana che avevo piantato nel terrazzino vicino alla cucina. Non è che ci posso entrare. Ma magari c’è ancora.

Fonte il garantista.it 2014/10/04 Ho ucciso tuo padre e non oso chiedere perdono, pero se lo vorrai perdonami

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«La sera del mio arresto venni condotto prima al 1° Distretto di polizia ove ricevetti, nella cella, calci e schiaffi. Poi sono stato spostato alla caserma di Castro Pretorio. Dopo circa un’ora sono arrivati tre incappucciati che hanno incappucciato anche me, mi hanno caricato su un furgone e mi hanno condotto in un luogo che non so riconoscere perchè incappucciato, ma che ritengo essere una casa. In questo luogo per la notte e il giorno successivo (per quel che ho potuto capire) sono stato – a rotazione di squadrette di 3 o 4 persone- picchiato con calci, pugni e bastonate ed in pratica in ogni modo, con le manette strette ai polsi di dietro che venivano torte. Mi è stata poi praticata una puntura al braccio destro. Poi sono stato fatto sdraiare su di un letto e coperto con due coperte, chiaramente al fine di farmi sudare. Per un periodo di tempo che non so dire, dopo che avevo subito la puntura, si sono alternate domande suadenti e botte. Non credo di avere detto nulla sotto questo trattamento.
Il giorno dopo c’è stata una nuova rotazione di percosse, sino a che non è arrivata una squadretta che ha continuato a battermi con i bastoni sulla pianta e sul dorso dei piedi e sulle caviglie; preciso che in tutto questo tempo ero legato con mani e piedi ad un letto. Sono stato picchiato anche sulle ginocchia, sul petto ed in testa. In tutto questo periodo sentivo le urla dell’altro compagno, che ritengo fosse Stefano Petrella, che però ovviamente non vedevo. 
Può darsi che io dimentichi qualche altro particolare di questi tre giorni.
Incappucciato e dentro un furgone sono stato spostato in un altro edificio; dopo un viaggio di 45 minuti. Nel nuovo luogo di detenzione sono stato costretto a bere tre bottiglie di Caffè Borghetti, così mi dicevano. Mi sono addormentato e nel sonno mi facevano delle domande in relazione a cose che volevano sapere e alle quali ritengo, bene o male, di essere riuscito a non rispondere.
 Può darsi che poi io abbia avuto delle allucinazioni, perchè sognavo di gridare e poi mi sono svegliato dopo essermi orinato addosso. Allora qualcuno si è avvicinato.
Dopo un intervallo abbastanza lungo, durante il quale non mi è stato fatto niente, mi hanno fatto mangiare. 
Subito dopo sono stato prelevato dal letto e portato in una cucina (che ho potuto intravedere attraverso le bende agli occhi). Sono stato disteso lungo su un tavolo, mi è stato tolto il maglione e la camicia e messo con mezzo busto fuori dal tavolo. Ero a pancia all’aria e avevo le mani e i piedi legati alle gambe del tavolo. Una persona mi torceva gli alluci; altri due mi tenevano gambe e braccia; un altro mi teneva il naso chiuso e mi reggeva la testa. Qualcun altro mi mandava acqua e sale nella bocca, non facendomi respirare e tentando di soffocarmi. Non so quanto tempo ciò sia durato; ad un certo momento finì l’acqua salata e cominciò quella semplice. Ho tentato di uccidermi trattenendo il respiro ma non ci sono riuscito.Lo scopo ultimo di questo trattamento era quello di ottenere la mia collaborazione. Ho trascorso un altro giorno in quel luogo e poi sono stato trasferito in questura. Ho visto un verbale che non ho firmato, datato 8 gennaio 1982.
I difensori chiedono accertamenti medici urgenti e l’immediato trasferimento in carcere dell’imputato».