La denuncia del settimanale albanese: «Saviano copia e pure male»

Secondo il settimanale albanese Investigim Saviano avrebbe utilizzato informazioni contenute in una propria inchiesta per redigere un suo articolo senza mai indicare la fonte

Osservatorio italiano
21 marzo 2011


Tirana – Riprendendo l’intervista rilasciata da Roberto Saviano per l’emittente albanese Top-Channel, il settimanale Investigim conferma la paternità dell’inchiesta sui legami tra Camorra e Sigurimi, frutto dell’analisi dei documenti declassificati del regime comunista albanesi, poi tradotta in italiano dall’Osservatorio Italiano (si veda il copyright di Saviano). Nelle sue parole Saviano descrive le dinamiche degli affari tra i camorristi di Michele Zaza e i servizi segreti comunisti per il traffico di armi e sigarette, senza però citare la fonte da cui trae queste informazioni. «Saviano riconosce il diritto d’autore solo quando si tratta di firmare contratti milionari con aziende di Berlusconi. Mentre il diritto d’autore non si applica ai giornalisti albanesi», scrive Alket Aliu, direttore del settimanale Investigim. Nel suo editoriale, Aliu spiega come Saviano – ancora una volta – «copia, ma lo fa male», riportando molte inesattezze e disinformazioni. «Contrariamente da quanto affermato da Saviano, i mezzi di repressione delle manifestazioni popolari, come manganelli di gomma o gas lacrimogeni, sono stati acquistati dal regime di Ramiz Alia non dalla camorra, bensì dalla Cina comunista. Le armi date dalla camorra sono state vendute in contanti e non pagando con la peseta spagnola, bensì con dollari – spiega Aliu, osservando – . Le imprecisioni sono molte e sono conseguenza della tipica arroganza di chi pensa di saper tutto e parla di tutto, ed è stato raccomandato per prendere in giro spudoratamente gli albanesi. E’ un insulto al giornalismo, ai giornalisti e agli albanesi in generale che, per quanto ritengano Saviano, non sono esseri con la coda. Anzi, sono così civili, che hanno cominciato a produrre personailtà politiche e analisti sul modello del Grande Fratello». Egli osserva infine che la stessa giornalista di Top-Channel ha notato nell’intervista che Saviano non forniva nomi e fatti, ma restava sempre su toni vaghi, rimproverando gli albanesi di non sapere ciò che invece lui conosce benissimo. «Se c’è un modo per fare soldi parlando della mafia, Saviano lo ha trovato. Conviene non solo a lui, ma anche chi paga questo spettacolo, chi vuole spostare l’attenzione sulla criminalità di strada, sulla mafia di basso profilo, mentre la vera mafia passa attraverso le banche», conclude Aliu.

Fonte – http://osservatorioitaliano.org/read.php?id=79173

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Saviano e il brigatista

Franz Kafka e i professionisti della correzione

Michael Löwy, Franz Kafka. Rêveurs insoumis, Paris 2004

Riflessioni quanto mai attuali sull’uso della pena. Un’anticipazione dei moderni strumenti d’interiorizzazione della colpa introdotti nell’ordinamento penitenziario con i dispositivi premiali previsti dalla legislazione in favore dei dissociati e successivamente dalla Gozzini. Oggi ulteriormente sviluppati dopo che la figura della vittima è divenuta il perno del sistema penale. Il diritto alla riparazione simbolica dell’offeso è lentamente scivolato verso un potere di punire quantificato in base alla natura e all’entità della pena da infliggere e al riconoscimento di una capacità d’interdizione e ostracismo perpetuo sul corpo del reo. Questo processo di privatizzazione della giustizia trae origine dalla convinzione che la liturgia del processo penale possa svolgere una funzione terapeutica. Il sistema giudiziario perde il proprio ruolo di ricerca delle responsabilità per rivestire la funzione di riparazione psicologica della persona offesa. In questa prospettiva la ricerca della verità giudiziaria non offre scampo. Essendo un momento necessario all’elaborazione del lutto, la dichiarazione di colpevolezza e l’ostracismo perpetuo resta l’unica soluzione accettabile, perché il proscioglimento o la reintegrazione civile dell’accusato ostacolerebbero la guarigione mentale della vittima.
L’uso strumentale della retorica vittimistica ha così legittimato il capovolgimento dell’onere della prova, il passaggio alla presunzione di colpevolezza, l’aggravamento delle sanzioni, la limitazione dei diritti dell’accusato e l’immoralità delle amnistie, fino al paradossale esercizio di un’etica selettiva che perde improvvisamente tutta la sua intransigenza di fronte a quella ragion di Stato che ha premiato pentiti e dissociati


In un brano, conosciuto sotto il nome di frammento del sostituto, e ritrovato nei suoi quaderni postumi, Franz Kafka si diverte a mettere in scena il ragionamento servile e ottuso di un sostituto procuratore incaricato di sostenere l’accusa nei confronti di un uomo incolpato di lesa maestà.
Secondo il magistrato le cose del mondo dovevano attenersi ad una curiosa geometria dell’autorità che vede la vita assumere sempre una linea ricurva, nella quale la postura dell’essere ha senso unicamente se rivolta in posizione arcuata, prona, reclina, flessa, prostrata, accucciata, soprattutto mai dritta: «Egli credeva che se tutti avessero collaborato con il Re e il Governo nella calma e nella fiducia, si potevano superare tutte le difficoltà[…] più grande era la fiducia, e ancora di più si doveva curvare la schiena, ma in virtù di principi naturali, senza bassezza. Ciò che impediva uno stato di cose così auspicabile, erano personaggi della risma dell’accusato che, usciti da non si sa quali bassi fondi, venivano a disperdere con le loro grida la massa compatta delle brave genti». L’obiettivo della macchina giudiziaria non era più quello d’applicare un semplice castigo ma di spingere a collaborare attivamente alla propria punizione affinché la condanna assumesse il senso di una vera correzione, o piuttosto l’ossimoro della correzione, cioè il raddrizzamento, la messa in riga attraverso la curvatura dell’individuo. L’essenziale della pena diventa il processo d’interiorizzazione del sentimento di colpa. Senza una vera adesione alla propria penitenza, non c’era alcuna salvezza possibile. L’infrazione penale prendeva allora le sembianze di una colpa teologica, nella quale crimine e peccato appaiono indissolubilmente intrecciati.

Scheda 2 – Libia, le tribù contano più dei bombardieri

Equilibri. Quasi tutti i gruppi si sono schierati con gli oppositori. Con loro anche i Warfalla, che rappresentano quasi un terzo della popolazione. Il loro appoggio si era rivelato fondamentale per il colpo di Stato del 1969

di Jacopo Arbarello
Il Riformista 24 marzo 2011

La Libia è in mano alle tribù. Il destino del paese dipende dai leader tribali più di quanto non dipenda dai francesi e dalla Nato. E senza il loro appoggio Muahammar Gheddafi non potrà in nessun caso rimanere alla guida del paese. Ma quali tribù ancora appoggiano il Colonnello? La maggioranza sembra essersi rivoltata contro di lui, e non si tratta solo di tribù della Cirenaica, la regione che ha per capitale Bengasi, roccaforte dei ribelli. Nel paese si contano circa 140 tribù e almeno una trentina di queste hanno da sempre un’influenza politica importante. In questo senso la Libia è un paese più “africano” di Egitto e Tunisia, e forse anche in questo risiede la differenza tra la ribellione in Libia e quella che ha portato all’uscita di scena di Mubarak in Egitto e di Ben Alì in Tunisia. Qui l’appartenenza alla tribù non è mai venuta meno, e la struttura sociale risente ancora del diritto e delle consuetudini tribali. Con il colpo di stato del 1969 Gheddafi ha portato al potere la sua tribù, i Qadhadhifa, poco numerosi e originari di Sirte. In tutti questi anni il raìs è riuscito però a rappresentare il punto di incontro tra le diverse richieste, governando con un’abile politica di mediazione e di alleanze tra le diverse tribù. Il colpo di stato ad esempio riuscì perché Gheddafi si alleò con i due principali gruppi tribali libici, i Warfalla e i Magarha. Ma adesso le cose sono cambiate. Sono contro il raìs fin dalla prima ora della rivolta praticamente tutte le tribù della Cirenaica. A cominciare dai Misrata, la tribù più importante dell’Est, particolarmente influenti a Bengasi e Derna. Contro Gheddafi anche i Tebu, nomadi del deserto cirenaico e i Masamir, molto religiosi, che potrebbero rappresentare il collegamento con i Fratelli musulmani egiziani e con altri gruppi integralisti. Così come gli Abu Llail, da cui provengono molti insorti: alcuni di loro farebbero parte degli jahidisti del Lybian islamic fighting group, che si è unito alla rivolta assieme al ramo nordafricano di Al Qaeda. In Cirenaica solo una tribù minoritaria, gli Al Awaqir, è data in appoggio a Gheddafi, e questo perché i suoi membri, da sempre, anche prima di Gheddafi, hanno avuto ruoli importanti nel governo di Tripoli. Ma soprattutto dal 1993 Gheddafi ha contro la principale tribù libica che aveva coinvolto nel colpo di Stato. I Warfalla, con un milione di membri, sono la tribù più numerosa e influente, e rappresentando un terzo della popolazione. Nel 1993 alcuni ufficiali di questa tribù avevano provato il putsch contro Gheddafi, senza riuscirci, e da allora dopo un terribile repressione che portò ad arresti e impiccagioni, ai loro capi sono stati affidati solo ruoli di secondo piano nella gestione del paese. I Warfalla appoggiano i ribelli. I Magarha della Tripolitania sono la seconda tribù del paese. Sono guidati dall’ex numero due di Gheddafi poi caduto in disgrazia. Anche l’attentatore di Lockerbie viene da questa tribù. Molti membri sono stati al governo e nei servizi di sicurezza e conoscono perfettamente i segreti militari del raìs: per questo i Magarha potrebbero rappresentare l’ago della bilancia. Attualmente vengono dati come divisi o equidistanti tra Gheddafi e i ribelli. Incerti ma con molte riserve verso Gheddafi anche gli Zuwaya, che occupano la parte centrale della costa libica. I loro capi fin dai primi giorni della rivolta si sono opposti alle repressioni, minacciando di interrompere le esportazioni di petrolio se le violenze non fossero terminate. Sono infine contrari a Gheddafi anche i tuareg, che sono circa 500 mila e vivono nel deserto del Fezzan. Il quadro è evidentemente complicato e sempre in evoluzione. Allo stato attuale Gheddafi può contare praticamente solo sull’appoggio della propria tribù, i Qadhadhifa, e su parte dei Magarha. Molte tribù minori ma strategiche come i Bni Walid e gli Zintan hanno infatti seguito i Warfalla e ufficializzato il proprio appoggio alla ribellione ritirando gli uomini dall’esercito. Dal punto di vista tribale, che è quello più propriamente libico, Muahammar Gheddafi sembrerebbe dunque spacciato. Ma è anche vero che il Colonnello ha ancora il controllo dell’esercito e delle risorse economiche. E se dovesse resistere al suo posto ancora a lungo nonostante i bombardamenti alleati, molte tribù potrebbero essere indotte a tornare dalla sua parte dalla forza delle armi o dal fascino dei soldi del raìs.

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Scheda 1 – Il ruolo della società tribale in Libia

Scheda 1 – Il ruolo della società tribale in Libia

Libia, è l’avavanzata delle tribù a minacciare il raìs

di Umberto De Giovannangeli
L’unità 26 febbraio 2011

Non è la «cyber-rivoluzione» dei ragazzi di Piazza Tahrir. Non è la rivolta centrata sull’esercito – modello Tunisia ed Egitto – contro i raìs da sempre al potere. In Libia è una storia diversa. La fine per Gheddafi si chiama tribù: Warfala, Zintan, Rojahan, Orfella, Riaina, al Farjane, al Zuwayya, Tuareg. Le stesse che nel 1911 affrontarono gli italiani durante la guerra di Libia. Sono loro il passato che non passa: le grandi tribù che hanno rotto quel «patto» che ha rappresentato uno dei pilastri fondamentali del quarantennale potere di Muammar Gheddafi. Sono le tribù, oltre 140 alle quale appartengono l’85 per cento dei libici, a essersi sollevate in Libia, non i giovani intellettuali né le masse operaie, che nel Paese sono perlopiù composte da lavoratori stranieri. Sono loro che potrebbero assestare il colpo definitivo al regime del Colonnello. E con le grandi tribù la comunità internazionale dovrà fare i conti nella Libia del dopo-raìs. Per evitare la polverizzazione dello Stato. Per scongiurare una nuova Somalia.
Le alleanze si sono ridefinite. Nuovi patti sono stati siglati. Questo ha segnato la fine del raìs. Ciascuna delle principali tribù è rappresentata nell’establishment militare e nei comitati popolari e rivoluzionari costituiti da Gheddafi dopo la presa di potere nel 1969. Alcuni clan sono da decenni in lotta tra di loro per il potere, ma il conflitto fino a pochi giorni fa era rimasto latente, anche grazie all’attività di mediazione dello stesso leader e ai proventi di petrolio e gas. Una mediazione che è saltata. Definitivamente.
I Tuareg, che in Libia sono mezzo milione, hanno accettato la «chiamata alle armi» della tribù Warfala, che conta oltre un milione di abitanti nel Paese. Inoltre uno dei leader Warfala ha dichiarato che Gheddafi «non è più un fratello» e deve lasciare la Libia. I leader della tribù Warfala sono tra i principali oppositori del governo, al punto che, secondo alcune fonti, nel 1993 organizzarono con alcuni generali dell’Aviazione un tentativo di colpo di Stato contro il Colonnello poi fallito. E il capo della tribù al Zuwayya del deserto orientale avrebbe minacciato di interrompere le esportazioni di greggio se le autorità non porranno fine alla repressione. Domenica scorsa anche la tribù degli Orfella, che conta novantamila persone, ha deciso di sostenere la rivolta. Nei giorni scorsi, i leader delle tribù Warfalla e Zuwayya, concentrate nella zona orientale del Paese, hanno ritirato il loro appoggio a Gheddafi. Gli Zuwayya hanno persino minacciato di ostacolare le esportazioni di greggio. E le numerose altre tribù della Cirenaica (Zuwayah, Awaqir, Abid, Barasa, Majabrah, Awajilah, Minifah, Abaydat, Fawakhir ed altre ancora) sembrano aver seguito questa scelta.
Tutta la popolazione della Cirenaica, d’altronde, ha sempre considerato il golpe del 1969 contro re Idris e la monarchia Senussi alla stregua di un’egemonia dei libici «occidentali» sulle sorti del Paese. Diversa la situazione nella Tripolitania. Qui l’adesione della tribù Zintan, originaria della città omonima situata a sud di Tripoli, alla protesta contro Gheddafi, ha sì portato il dissenso nella zona occidentale del Paese, ma ha confermato – per rivalità tribali – quelle di Rayaina, Siaan, Hawamed e Nawayel nel campo opposto. Prima leali e ora «neutrali» risultano i clan berberi della zona di Misurata. Anche nel vasto Fezzan, la parte meridionale del Paese, esiste un’intricata composizione tribale. Accanto ai Mahamid arabi, troviamo le tribù non arabe dei Tabu, che popolano le zone di Qatrun e Sabha e l’oasi di Kufrah. Contro Gheddafi si sono schierate anche la maggior parte delle tribù del sud della Libia e il clan degli al-Furjan, i cui appartenenti vivono in prevalenza nella città di Sirte.
«Nel breve termine le prospettive per la Libia sono molto cupe – rileva Robert Danin, arabista del Council on Foreign Relations di New York – perché non è chiaro se riuscirà a sopravvivere come nazione unita oppure se a prendere il sopravvento sarà l’identità di un Paese decentralizzato, nel quale l’identità collettiva è molto debole mentre a prevalere sono le fedeltà a tribù e clan con le radici nei secoli passati». «La tribù Magariha da una parte è grata a Gheddafi che ha ottenuto dalla Gran Bretagna la liberazione di Baset al-Megrahi» già imprigionato per il coinvolgimento nell’attentato di Lockerbie «ma dall’altra non ha dimenticato la defenestrazione di Jallud ( l’ex primo ministro che il Colonnello ebbe al fianco per quasi dieci anni prima di defenestrarlo, accusandolo di complottare contro di lui, ndr) « ancora vissuta come una grave offesa. Poiché i Magariha sono stimati in quasi un milione di anime, sono bene armati ed economicamente forti risulteranno decisivi nel rovesciamento del raìs e nella definizione dei nuovi equilibri di potere nella Libia del futuro», riflette l’accademico egiziano Faraj Abdulaziz Najam, specializzato in storia libica.
«La tribù (qabila) è l’unica istituzione che da secoli ha plasmato, difeso e regolato la società delle popolazioni arabe (e in minima parte berbere) che hanno abitato le regioni chiamate all’inizio del Ventesimo secolo dai colonizzatori italiani Tripolitania, Cirenaica e Fezzan», rimarca su Limes Aldo Nicosia. «L’affermazione del sistema politico tribale – prosegue Nicosia – fortemente voluto e sostenuto da regime di Gheddafi proprio per impedire la nascita di una società civile, basata su istituzioni pluralistiche e democratiche (cui contrappone la banale demagogia dello slogan del “potere alla masse”), comincia a provocare il ripiegamento del libico verso la tribù di appartenenza, e parallelamente fa sprofondare il Paese nella corruzione, a tutti i livelli». Un’appartenenza tribale destinata a segnare il presente e il futuro della Libia. Con o senza il raìs».

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Scheda 2: – Il ruolo della società tribale in Libia