Parla il capo dei “Cinque dell’Ave Maria”, l’ex funzionario Ucigos Nicola Ciocia: «Torture contro i Br per il bene dell’Italia»

Questa intervista realizzata quattro anni fa torna d’attualità dopo l’uscita del libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, nel quale si raccontano tutti i retroscena sulle torture all’algerina praticate contro i militanti delle Br dal 1978 alla fine del 1982. Il funzionario dell’Ucigos a capo della speciale squadretta addetta alle sevizie ammette: «tecniche d’interrogatorio particolari per certi sospettati»

Matteo Indice
Il secolo XIX, 24 giugno 2007

Certo, «i metodi forti sono stati usati, in emergenza e sempre dopo aver avuto la certezza oggettiva di trovarsi davanti il reo, le cui rivelazioni sarebbero state decisive per salvare delle vite. Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso costi quel che costi. Se ci sei dentro – racconta il super-poliziotto – non ti puoi fermare o staccare il biglietto, e come un chirurgo che ha iniziato un’operazione, devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti. Negli ultimi anni, la polizia non si è mai trovata in frangenti tanto estremi se non al G8, forse. Ma lì è mancata la professionalità, sono state usate le persone sbagliate, i tempi sbagliati, specie per l’irruzione alla scuola Diaz».
Parla, il capo operativo dei “Cinque dell’Ave Maria”. E la sua testimonianza colma in parte la lacuna evidenziata 25 anni fa dal tribunale di Padova nel primo processo sulle sevizie ai br, quando fu descritta «l’esistenza di una struttura organizzata (non individuabile in quel periodo) destinata al compimento di tali azioni». Il gruppo “parallelo” fu gestito per un certo periodo direttamente dai vertici dell’Ucigos e dal ministero dell’Interno; si muoveva da Nord a Sud per risolvere situazioni “estemporanee” e non se n’è mai occupato alcun procedimento penale.
Del funzionario (che è stato intervistato alla presenza di un’altra persona) viene rispettata la richiesta di anonimato, ma ci sono chiari riferimenti al suo lavoro in seno all’Amministrazione. La fonte ha prestato servizio per quasi tre decenni, entrando in polizia alla fine degli Anni Cinquanta e uscendone con un grado molto elevato. Ha lavorato in Sicilia, partecipando alle inchieste che portarono alla cattura di Luciano Liggio e Totò Riina (il primo arresto di quest’ultimo, nel 1963, prima della lunghissima latitanza), poi a Napoli, sia alla squadra mobile sia all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo. Infine l’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali), dove ha coordinato i blitz più «riservati». «Alla Mobile del capoluogo campano – spiega – si combatteva una vera e propria guerra contro la camorra. Occorreva invertire i rapporti di forza, la soggezione indotta dai malavitosi sull’intera cittadinanza e ovviamente sugli apparati di sicurezza. Perciò capimmo che prima di tutto bisognava accompagnare alla puntualità degli accertamenti il rispetto ottenuto dai banditi che di volta in volta catturavamo». C’è un riferimento, più emblematico degli altri. «Negli anni ’70 la zona di Pallonetto a Santa Lucia era semplicemente il regno dei contrabbandieri. Nemmeno la Finanza aveva il coraggio di entrarvi e decidemmo che non si poteva andare avanti così. Impiegando metodi forti, alla fine, ogni volta che ci presentavamo per una perquisizione i “notabili” si alzavano in piedi. Venivano colpiti in faccia, con le sedie dei bar dove si radunavano, se apparivano insofferenti alla nostra attività». L’ispettorato antiterrorismo di Emilio Santillo è un passaggio successivo, in qualche modo fondamentale nel forgiare le tecniche e il drappello dei fedelissimi, che poi saranno utilizzati all’Ucigos.
«Dopo tanti anni di lotta alla criminalità organizzata, ebbi la certezza che l’unico modo per debellare la violenza ideologica sarebbe stato mescolare gli investigatori di estrazione “politica” a quelli di provenienza “comune”, cioè impegnati da sempre nel contrasto ai malviventidi professione. Le notizie fornite dai primi, sommate all’efficacia dei secondi, hanno dato risultati importantissimi». I “cinque” si mettono in luce per esempio nell’inchiesta sui Nuclei armati proletari, specie dopo l’arresto di Giuseppe Sofia. «Ci sono due livelli d’interrogatorio, dinnanzi a un terrorista che hai la certezza essere colpevole. All’inizio ponevo una domanda lineare, aspettandomi una risposta. Se la replica risultava evasiva, o proprio non arrivava, ho sempre dato una seconda chance, dicendo sottovoce “mi stai offendendo, riproviamo”. Poi, quando l’intelligenza viene definitivamente offesa, ci sono i modi forti e a quel punto il sospettato ha l’impressione d’essere in tuo completo dominio. Si vuole parlare di torture, ma io direi che si trattava soprattutto d’una messinscena, praticata per garantire la sopravvivenza a decine di persone». La somministrazione di abbondanti dosi di acqua e sale e la finta fucilazione sono emersi con chiarezza, dalle carte degli anni successivi: «Altre situazioni, che magari hanno fatto il bene dello Stato, è meglio portarsele nella tomba».
Nel 1977, quando l’ispettorato antiterrorismo di Santillo viene sciolto, ecco l’ultimo “scatto”. Il funzionario viene chiamato a Roma, direttamente all’Ucigos, con un ruolo di coordinamento. I fedelissimi, invece, restano a Napoli: «Ma di tanto in tanto li reclutavo, quando la presenza era assolutamente necessaria e sapevo che solo un interrogatorio condotto con i loro metodi avrebbe consentito di ottenere le informazioni desiderate. Ero autorizzato e delegato ogni volta a muovermi in questo modo dai miei superiori, che riferivano al capo della polizia e al ministro dell’Interno. Ci dicevano che era necessario andare fino in fondo e noi gli risolvevamo i problemi. L’impiego dei miei investigatori non era troppo ricorrente, ma coincideva sempre con i momenti cruciali delle indagini».
C’erano testimoni da ascoltare durante il sequestro di Aldo Moro (la nostra fonte è in una delle foto simbolo scattata in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla “Renault 4” dove si trovava il corpo senza vita del politico) e pure dopo.
«Uno dei pentiti “storici” nella storia delle Br, il “tipografo” Enrico Triaca individuato successivamente alla scoperta del cadavere dello statista, fornì una serie di rivelazioni impressionanti dopo che lo torchiammo». Il metodo è trasversale. «Mi sono occupato
dell’ultradestra, dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), in particolare dell’arresto a Roma di Paolo Signorelli e altri militanti poi sospettati di aver ucciso il 23 maggio 1980 il sostituto procuratore Mario Amato (Signorelli, condannato in primo e secondo grado è stato definitivamente assolto in Cassazione, ndr)».
L’anno topico è però il 1982, il periodo compreso fra gennaio e febbraio. «Prima di partecipare alle indagini per la liberazione del generale Dozier, io e i miei uomini interrogammo a Roma il brigatista Ennio Di Rocco (bloccato il 3 gennaio 1982), militante delle Brigate Rosse-Partito guerriglia. Grazie alle sue dichiarazioni individuammo, sei giorni dopo, il leader di quell’organizzazione, Giovanni Senzani, nella base romana di via Pesci».
Di Rocco fu uno dei primi terroristi a denunciare di aver subito torture. Fu ucciso nel carcere di massima sicurezza di Trani e il suo omicidio venne rivendicato dai “proletari prigionieri per la costruzione dell’organismo di massa del campo di Trani” e fatto proprio anche dal “partito guerriglia”, che non gli perdonò le soffiate. «Dopo Senzani andammo a Padova per Dozier. Il Paese era in preda al panico, io ero un duro che insegnava ai sottoposti lealtà e inorridiva per la corruzione. Occorreva ristabilire una forma di “auctoritas”, con ogni metodo. Tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto».

Link
Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
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Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti

Dietro l’omicidio Vassallo la pista del traffico di droga

Crolla la narrazione dell’episodio diffusa dai professionisti dell’antimafia dopo l’omicidio e che suscitò forte emozione e una imponente mobilitazione politico-mediatica. Pochi giorni dopo la morte di Vassallo venne addirittura organizzato un convegno dalle fondazioni Democratica e Generazione Italia con la partecipazione di Veltroni, Fini, Mantovano e Saviano. La morte di Vassallo era diventata un’ottima passerella per quel tipo di politica che flirta con il populismo. L’incontro venne poi rinviato a pochi giorni dall’appuntamento per un malanno che avrebbe colpito Saviano, ospite di punta dell’iniziativa. Una provvidenziale polmonite in pieno settembre. Convegno, a quanto se ne sa, mai più riconvocato.
La Direzione distrettuale antimafia ha emesso cinque ordini di custodia cautelare: tre le persone arreste e due quelle latitanti. L’omicidio sarebbe il frutto di un contesto “anomalo”, frutto di una strana commistione di ambienti legali e illegali che navigano tra lo spaccio locale di droga e mire affaristiche sul litorale del Cilento

Paolo Persichetti
Liberazione 13 ottobre 2011

Il porticciolo di Pollica

«Due pistole che sparano, le pallottole che colpiscono al petto, un agguato che sembra essere anche un messaggio. Così uccidono i clan». Era passate solo 48 ore ma per Roberto Saviano, che scrisse queste parole su Repubblica, la morte di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica-Acciaroli in provincia di Salerno, avvenuta nella tarda serata del 5 settembre di un anno fa, non era affatto un mistero. Per l’autore di Gomorra si trattava dell’ennesimo crimine camorristico. Il primo cittadino del paesino del Cilento, eletto in una lista civica dopo aver rotto col Pd, sarebbe morto perché lasciato solo a combattere lo strapotere di una camorra in procinto di allargare i suoi voraci interessi affaristici e criminali su nuovi territori ancora incontaminati e strenuamente difesi dal «sindaco-pescatore».
Nel suo lungo articolo Saviano snocciolava nomi di capi clan, si dilungava in organigrammi, disegnava piramidi criminali, raccontava dei sicuri appetiti sul porticciolo turistico di Acciaroli che avrebbero fatto gola ai casalesi, i suoi nemici di sempre, additandoli come i sicuri mandanti dell’assassinio. «Uno scandalo della democrazia», concludeva lo scrittore con la scorta pronto a lanciare la sua nuova crociata.
Oggi sappiamo che la camorra non c’entra. La verità è un’altra, meno banale, meno manichea, carica di sorprese e piena di sfumature, dove i cattivi non stanno nel posto che ti aspetti. La pista che porterebbe agli assassini di Vassallo sarebbe invece legata ad un traffico locale di stupefacenti. Niente a che vedere, dunque, con la narrazione dell’episodio diffusa dopo l’omicidio e che suscitò una forte emozione e una imponente mobilitazione politico-mediatica. Il 25 settembre successivo venne addirittura organizzato un convegno, proprio a Pollica, dalle fondazioni Democratica e Generazione Italia con Veltroni, Fini, Mantovano e Saviano. La morte di Vassallo era diventata un’ottima passerella per quel tipo di politica che flirta con il populismo. L’incontro venne poi rinviato a pochi giorni dall’appuntamento per un malanno che avrebbe colpito Saviano, ospite di punta dell’iniziativa. Una provvidenziale polmonite in pieno settembre. Convegno, a quanto se ne sa, mai più riconvocato.
In effetti che non fosse un delitto classico di camorra, lo si poteva sospettare subito. A mettere in dubbio questa versione era la dinamica dell’agguato, lontana dalle modalità operative dei gruppi di fuoco camorristi. E poi i primi risultati dell’autopsia smentirono che a sparare fossero state più pistole. L’esame autoptico disegnò un’altro scenario: a fare fuoco era stata una sola arma, nove colpi, tutti andati a segno con particolare ferocia. Prova di un accanimento, quasi di un fatto personale. Non solo, ma i colpi erano stati esplosi a pochissima distanza, non più di 50 centimetri. Vassallo aveva abbassato il finestrino della sua automobile dopo aver tirato il freno a mano. Circostanza che lascia supporre la mancata percezione del rischio da parte sua, forse perché conosceva il suo assassino oppure perché credette che la persona che gli si parò davanti, lungo la strada buia, stesse chiedendo soltanto soccorso.
La svolta nell’inchiesta è arrivata nei giorni scorsi quando la Dda di Salerno, titolare delle indagini, ha emesso cinque ordinanze di custodia cautelare per reati legati al traffico di stupefacenti. Martedì i carabinieri hanno eseguito tre arresti nei confronti di Lorenzo Conforti di San Giorgio a Cremano, Gerardo Radano di Montecorice e Bernardo La Greca di Acciaroli. Alla cattura sono sfuggiti invece il Brasiliano Bruno Humberto Damiani e Gabriele Pisani, titolare di un negozio di oggetti etnici sul corso principale di Acciaroli. Entrambi sarebbero riparati, secondo indiscrezioni, in Brasile. La pista del traffico di stupefacenti era stata subito evocata dal fratello del sindaco, Claudio, che aveva raccontato di problemi con la droga accaduti ad Acciaroli nel corso dell’estate, per poi aggiungere sibillino: «Mio fratello, prima di essere ammazzato, mi aveva detto che personaggi delle forze dell’ordine erano in combutta con personaggi poco raccomandabili».
Una frase che solo oggi, dopo gli ultimi sviluppi, acquista un significato più chiaro. Originario di Acciaroli è infatti anche il generale dei carabinieri, oggi in pensione, Domenico Pisani. Già capo di stato maggiore e fondatore dei Ros, ritenuto personaggio influente nel Cilento, entrato anch’egli in contrasto con Vassallo per l’opposizione del sindaco nei confronti di un suo progetto edilizio sul lido di Pollica, messo in piedi con una famiglia, gli Esposito, molto chiacchierata nella zona.
L’ex generale è citato anche in una relazione redatta da un alto ufficiale dei carabinieri immediatamente dopo il delitto: «Ad Acciaroli – scriveva l’ufficiale – vi è anche un nipote del generale Pisani, tale Pisani Gabriele, titolare del negozio Algo Mais che è dedito allo spaccio di stupefacenti da oltre dieci anni». Gabriele Pisani risulta anche molto legato a sua cugina, Sonia Pisani, figlia dell’ex generale e convivente con un personaggio ritenuto esponente di un clan catanese radicato nel basso Lazio. La donna è finita nei guai lo scorso giugno per il possesso di un’arma utilizzata nell’esecuzione di due pregiudicati, avvenuta a Cecchina, nella zona sud di Roma, per un dissidio tra gruppi rivali legato alla consegna di una partita di droga.
L’attività di spaccio, cocaina e haschish, sostenuta addirittura con iniziative promozionali come la «degustazione gratuita» per fidelizzare i clienti, che il nipote del generale dei carabnieri in pensione gestiva – secondo le accuse – ad Acciaroli dava molto fastidio ad Angelo Vassallo, noto anche per la sua interpretazione poco “ortodossa” del mandato elettivo: una vocazione decisionista e interventista che gli aveva fatto guadagnare l’appellativo di «sindaco sceriffo», di «padre-padrone», come avvenne per il Tso adottato, senza nemmeno titolo perché fuori competenza territoriale, nei confronti del maestro di scuola Francesco Mastrogiovanni, morto legato sul letto di contenzione dopo un’agonia atroce.
Sembra accertato che Vassallo poche sere prima della sua morte affrontò alcuni pusher con i vigili del comune in un locale di Acciaroli.
Gli inquirenti per il momento restano prudenti: a nessuno dei destinatari dei provvedimenti restrittivi è stato contestato il concorso nell’uccisione di Vassallo, ma è evidente che le indagini cercano gli assassini del sindaco all’interno di questo contesto “anomalo”, frutto di una strana commistione di ambienti legali e illegali.

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