Dietro l’omicidio Vassallo la pista del traffico di droga

Crolla la narrazione dell’episodio diffusa dai professionisti dell’antimafia dopo l’omicidio e che suscitò forte emozione e una imponente mobilitazione politico-mediatica. Pochi giorni dopo la morte di Vassallo venne addirittura organizzato un convegno dalle fondazioni Democratica e Generazione Italia con la partecipazione di Veltroni, Fini, Mantovano e Saviano. La morte di Vassallo era diventata un’ottima passerella per quel tipo di politica che flirta con il populismo. L’incontro venne poi rinviato a pochi giorni dall’appuntamento per un malanno che avrebbe colpito Saviano, ospite di punta dell’iniziativa. Una provvidenziale polmonite in pieno settembre. Convegno, a quanto se ne sa, mai più riconvocato.
La Direzione distrettuale antimafia ha emesso cinque ordini di custodia cautelare: tre le persone arreste e due quelle latitanti. L’omicidio sarebbe il frutto di un contesto “anomalo”, frutto di una strana commistione di ambienti legali e illegali che navigano tra lo spaccio locale di droga e mire affaristiche sul litorale del Cilento

Paolo Persichetti
Liberazione 13 ottobre 2011

Il porticciolo di Pollica

«Due pistole che sparano, le pallottole che colpiscono al petto, un agguato che sembra essere anche un messaggio. Così uccidono i clan». Era passate solo 48 ore ma per Roberto Saviano, che scrisse queste parole su Repubblica, la morte di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica-Acciaroli in provincia di Salerno, avvenuta nella tarda serata del 5 settembre di un anno fa, non era affatto un mistero. Per l’autore di Gomorra si trattava dell’ennesimo crimine camorristico. Il primo cittadino del paesino del Cilento, eletto in una lista civica dopo aver rotto col Pd, sarebbe morto perché lasciato solo a combattere lo strapotere di una camorra in procinto di allargare i suoi voraci interessi affaristici e criminali su nuovi territori ancora incontaminati e strenuamente difesi dal «sindaco-pescatore».
Nel suo lungo articolo Saviano snocciolava nomi di capi clan, si dilungava in organigrammi, disegnava piramidi criminali, raccontava dei sicuri appetiti sul porticciolo turistico di Acciaroli che avrebbero fatto gola ai casalesi, i suoi nemici di sempre, additandoli come i sicuri mandanti dell’assassinio. «Uno scandalo della democrazia», concludeva lo scrittore con la scorta pronto a lanciare la sua nuova crociata.
Oggi sappiamo che la camorra non c’entra. La verità è un’altra, meno banale, meno manichea, carica di sorprese e piena di sfumature, dove i cattivi non stanno nel posto che ti aspetti. La pista che porterebbe agli assassini di Vassallo sarebbe invece legata ad un traffico locale di stupefacenti. Niente a che vedere, dunque, con la narrazione dell’episodio diffusa dopo l’omicidio e che suscitò una forte emozione e una imponente mobilitazione politico-mediatica. Il 25 settembre successivo venne addirittura organizzato un convegno, proprio a Pollica, dalle fondazioni Democratica e Generazione Italia con Veltroni, Fini, Mantovano e Saviano. La morte di Vassallo era diventata un’ottima passerella per quel tipo di politica che flirta con il populismo. L’incontro venne poi rinviato a pochi giorni dall’appuntamento per un malanno che avrebbe colpito Saviano, ospite di punta dell’iniziativa. Una provvidenziale polmonite in pieno settembre. Convegno, a quanto se ne sa, mai più riconvocato.
In effetti che non fosse un delitto classico di camorra, lo si poteva sospettare subito. A mettere in dubbio questa versione era la dinamica dell’agguato, lontana dalle modalità operative dei gruppi di fuoco camorristi. E poi i primi risultati dell’autopsia smentirono che a sparare fossero state più pistole. L’esame autoptico disegnò un’altro scenario: a fare fuoco era stata una sola arma, nove colpi, tutti andati a segno con particolare ferocia. Prova di un accanimento, quasi di un fatto personale. Non solo, ma i colpi erano stati esplosi a pochissima distanza, non più di 50 centimetri. Vassallo aveva abbassato il finestrino della sua automobile dopo aver tirato il freno a mano. Circostanza che lascia supporre la mancata percezione del rischio da parte sua, forse perché conosceva il suo assassino oppure perché credette che la persona che gli si parò davanti, lungo la strada buia, stesse chiedendo soltanto soccorso.
La svolta nell’inchiesta è arrivata nei giorni scorsi quando la Dda di Salerno, titolare delle indagini, ha emesso cinque ordinanze di custodia cautelare per reati legati al traffico di stupefacenti. Martedì i carabinieri hanno eseguito tre arresti nei confronti di Lorenzo Conforti di San Giorgio a Cremano, Gerardo Radano di Montecorice e Bernardo La Greca di Acciaroli. Alla cattura sono sfuggiti invece il Brasiliano Bruno Humberto Damiani e Gabriele Pisani, titolare di un negozio di oggetti etnici sul corso principale di Acciaroli. Entrambi sarebbero riparati, secondo indiscrezioni, in Brasile. La pista del traffico di stupefacenti era stata subito evocata dal fratello del sindaco, Claudio, che aveva raccontato di problemi con la droga accaduti ad Acciaroli nel corso dell’estate, per poi aggiungere sibillino: «Mio fratello, prima di essere ammazzato, mi aveva detto che personaggi delle forze dell’ordine erano in combutta con personaggi poco raccomandabili».
Una frase che solo oggi, dopo gli ultimi sviluppi, acquista un significato più chiaro. Originario di Acciaroli è infatti anche il generale dei carabinieri, oggi in pensione, Domenico Pisani. Già capo di stato maggiore e fondatore dei Ros, ritenuto personaggio influente nel Cilento, entrato anch’egli in contrasto con Vassallo per l’opposizione del sindaco nei confronti di un suo progetto edilizio sul lido di Pollica, messo in piedi con una famiglia, gli Esposito, molto chiacchierata nella zona.
L’ex generale è citato anche in una relazione redatta da un alto ufficiale dei carabinieri immediatamente dopo il delitto: «Ad Acciaroli – scriveva l’ufficiale – vi è anche un nipote del generale Pisani, tale Pisani Gabriele, titolare del negozio Algo Mais che è dedito allo spaccio di stupefacenti da oltre dieci anni». Gabriele Pisani risulta anche molto legato a sua cugina, Sonia Pisani, figlia dell’ex generale e convivente con un personaggio ritenuto esponente di un clan catanese radicato nel basso Lazio. La donna è finita nei guai lo scorso giugno per il possesso di un’arma utilizzata nell’esecuzione di due pregiudicati, avvenuta a Cecchina, nella zona sud di Roma, per un dissidio tra gruppi rivali legato alla consegna di una partita di droga.
L’attività di spaccio, cocaina e haschish, sostenuta addirittura con iniziative promozionali come la «degustazione gratuita» per fidelizzare i clienti, che il nipote del generale dei carabnieri in pensione gestiva – secondo le accuse – ad Acciaroli dava molto fastidio ad Angelo Vassallo, noto anche per la sua interpretazione poco “ortodossa” del mandato elettivo: una vocazione decisionista e interventista che gli aveva fatto guadagnare l’appellativo di «sindaco sceriffo», di «padre-padrone», come avvenne per il Tso adottato, senza nemmeno titolo perché fuori competenza territoriale, nei confronti del maestro di scuola Francesco Mastrogiovanni, morto legato sul letto di contenzione dopo un’agonia atroce.
Sembra accertato che Vassallo poche sere prima della sua morte affrontò alcuni pusher con i vigili del comune in un locale di Acciaroli.
Gli inquirenti per il momento restano prudenti: a nessuno dei destinatari dei provvedimenti restrittivi è stato contestato il concorso nell’uccisione di Vassallo, ma è evidente che le indagini cercano gli assassini del sindaco all’interno di questo contesto “anomalo”, frutto di una strana commistione di ambienti legali e illegali.

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Ucciso il sindaco di Pollica, dubbi sulla matrice camorristica

Oggi l’autopsia chiarirà la dinamica dell’agguato. Fiaccolata dei sindaci campani

Paolo Persichetti
Liberazione 8 settembre 2010

L’inchiesta sull’omicidio di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucciso in un agguato lunedì notte, è passata nelle mani della direzione distrettuale antimafia di Salerno diretta dal procuratore Franco Roberti. La decisione è stata presa di comune accordo con i vertici della procura di Vallo della Lucania e il comando provinciale dei carabinieri. Alle indagini parteciperanno anche elementi del Ros e del Ris. L’enorme rilievo politico-mediatico assunto dalla vicenda ha reso quasi inevitabile questo passaggio di competenze in favore di una struttura inquirente dotata di un raggio d’azione e strumenti investigativi molto più potenti e penetranti. Ciò non vuol dire però che le indagini debbano orientarsi per forza verso un delitto di stampo camorristico di tipo tradizionale. Una fin troppo facile concessione agli stereotipi è apparsa infatti la fretta con la quale media, mondo politico, professionisti dell’antimafia e cantori della legalità, hanno voluto etichettare la matrice camorristica dell’omicidio. Allo stato delle indagini nulla si sa ancora sul movente esatto dell’agguato mortale. «Smettetela di parlare di camorra, qui non è mai arrivata», ha gridato a gran voce il vice sindaco di Pollica, Stefano Pisani. Parole mosse innanzitutto dalla preoccupazione di non danneggiare l’immagine fortemente positiva della zona e un’ economia turistica di gamma alta incentrata sull’alto valore naturalistico dei luoghi. Tuttavia le parole del primo collaboratore di Angelo Vassallo dicono una verità: il Cilento non è terra di camorra. Almeno non lo è stata fino ad oggi. «La criminalità qui non ha mai avviato i suoi affari – ha spiegato ancora Pisani – anche se eravamo preoccupati che questo potesse accadere». Ciò non toglie che Vassallo, nel corso della sua attività di amministratore pubblico, possa essere entrato in contrasto con personaggi che avevano grossi interessi nella zona. L’omicidio potrebbe avere origini nell’intreccio di questioni amministrative, ambientali, economiche interne al territorio. C’è chi ha ricordato, per esempio, la sua forte opposizione alla privatizzazione del porticciolo di Acciaroli. Ad agosto, ha raccontato il vicesindaco, Vassallo era intervenuto personalmente contro alcuni spacciatori all’interno di alcuni locali pubblici e in altri posti un po’ più isolati del paese, segnalandoli poi alle forze dell’ordine. Secondo il fratello vi sarebbero stati dei contrasti anche con i carabinieri: «prima di essere ammazzato, mi aveva detto che personaggi delle forze dell’ordine erano in combutta con personaggi poco raccomandabili. Ci sono delle lettere scritte sia al comando provinciale, sia al comando centrale a Roma senza alcuna risposta». Circostanza smentita dal generale Franco Mottola, comandante della Legione carabinieri Campania, il quale ha aggiunto che le lettere riguardavano solo «piccole lamentele, relative alla sfera di competenza del comandante della Compagnia di Vallo della Lucania e a quella dello stesso sindaco (ad esempio per gli adempimenti cui sono chiamati i titolari negli alberghi per la segnalazione degli ospiti). Questioni peraltro chiarite per le vie brevi tra i due». Intanto si è saputo che tutti gli esposti presentati contro il sindaco erano stati archiviati. La notizia della presenza di denunce nei suoi confronti era circolata ieri nei lanci di agenzia. Il nome di Vassallo era salito alle cronache anche per un altra vicenda, la morte di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico deceduto per un edema polmonare nel corso di un Tso, dopo aver trascorso 82 ore senza cibo né acqua legato ad un letto di contenzione del reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania. Per quella morte sono sotto processo 18 persone, tra medici e infermieri. A firmare l’autorizzazione, largamente immotivata, per il ricovero coatto era stato proprio Vassallo. Tuttavia al momento del ricovero Matrogiovanni si trovava a san Mauro del Cilento, cioè fuori dalla giurisdizione del sindaco di Pollica-Acciaroli, che quindi in quel tragico episodio aveva abusato dei propri poteri. Vicenda che getta un’ombra cupa su un personaggio dipinto in questi giorni come una stella. Ma forse, più semplicemente, Vassallo interpretava fedelmente la sinistra di oggi.

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Dietro l’omicidio Vassallo la pista del traffico di droga

Ancora un episodio di violenza e tortura in una caserma dei carabinieri

Da Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, da Aldo Bianzino a Giuseppe Uva, la lunga lista dei morti ammazzati dalle forze dell’ordine dopo brutali pestaggi

Paolo Persichetti
Liberazione 21 marzo 2010

E’ stato rincorso e poi picchiato prima di essere caricato su una macchina delle forze dell’ordine. Giunto in caserma è stato pestato di nuovo. Un testimone racconta di un lasso di tempo lunghissimo nel quale si sentivano distintamente le urla del malcapitato provenire da un’altra stanza. Stiamo parlando del fermo di Giuseppe Uva morto il 14 giugno 2008 dopo le percosse subite in una stazione dei carabinieri e il ricovero coatto in una struttura psichiatrica. La vicenda è stata resa nota ieri da Luigi Manconi dopo che l’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che ha seguito il caso di Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, ha assunto il patrocinio legale a nome della famiglia. Giuseppe Uva aveva 43 anni e la sera del fermo aveva fatto le ore piccole. Alle tre di notte forse era un po’ brillo mentre si aggirava per le strade di Varese a fare “bischerate”, come in Amici miei. Ricordate il film di Mario Monicelli, girato nel 1975, dove cinque amici ormai cinquantenni si divertono a organizzare scherzi goliardici in giro per la città? Una delle ultime pellicole della commedia all’italiana dove si descriveva un paese ancora in grado di ridere di sé. Una risata piena e disperata, consapevole di una condizione umana ormai persa in un mondo senza grandi prospettive. Le «zingarate» dell’allegra brigata erano una fuga per non morire di tristezza. Un tentativo d’annegare la disillusione in un riso intriso di malinconia. In quell’Italia lì si poteva finire in caserma o in carcere per tante ragioni, spesso politiche, ma non ancora per ridere. Non erano tempi terribili e cupi come quelli dell’Italia attuale, dove un ragazzo che rientra da un concerto, com’è accaduto a Federico Aldovrandi, viene fermato sul ciglio del marciapiede di una strada di Ferrara e massacrato da alcuni poliziotti. Dove un artigiano mite che lavorava il legno come Aldo Bianzino, uno che viveva nel suo casolare umbro senza dare disturbo a nessuno, viene arrestato perché nel suo orto crescevano delle piante di marijuana che consumava solo per sé. Portato in carcere lo ritroveranno morto in cella. L’autopsia segnalerà la presenza di traumi interni, lacerazioni del fegato e degli altri organi dell’addome, manifesta conseguenza di percosse subite. A Riccardo Asman non è andata meglio. Affetto da problemi psichiatrici, mostra segni di forte euforia spogliandosi e tirando petardi dalla finestra di casa, da dove fuoriesce anche musica ad alto volume. L’intervento del 113 finisce in tragedia. L’uomo muore soffocato con le caviglie legate da fil di ferro, le pareti dell’abitazione sporche di sangue e il corpo devastato da brutali percosse praticate con oggetti contundenti. Stefano Cucchi invece è morto disidratato, segnalano i referti, nell’indifferenza e l’incuria di un ospedale penitenziario. Il suo corpo era martoriato da lesioni, fratture ed ematomi. Traumi subiti dopo il suo fermo mentre era nelle mani di chi doveva assicurarne la custodia.
Giuseppe Uva pare avesse spostato delle transenne in mezzo alla via. Non aveva commesso reati, al massimo una violazione al codice della strada. Per questa bischerata è morto. Il suo decesso ricorda quello di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico di Castelnuovo Cilento anche lui fermato per futili motivi e condotto nell’ospedale di Vallo della Lucania dove è deceduto durante un Tso. L’autopsia ha rivelato la presenza di un edema polmonare. Mastrogiovanni era rimasto legato per giorni su un letto di contenzione, lacci ai polsi, contro ogni regola. Qualcosa del genere è accaduta anche a Giuseppe Casu, l’ambulante cagliaritano fermato e poi ricoverato a forza perché non voleva lasciare la sua bancarella vicino al municipio. Sette giorni di letto di contenzione, farmaci somministrati contemporaneamente e in dosi elevate l’hanno ucciso. Queste morti hanno tutte un filo comune: colpiscono piccoli consumatori di droghe, persone con disagi psichiatrici o individui percepiti dalla comunità come “diversi”, troppo originali. Insomma segnalano un problema d’intolleranza e disprezzo verso popolazioni stigmatizzate, fasce considerate immeritevoli di rispetto e diritti. Sollevano poi l’irrisolto problema degli apparati di polizia pervasi da culture sopraffattrici, specchio di un’epoca dove la spoliticizzazione ha aumentato a dismisura il grado di violenza che pervade i rapporti sociali. Infine sollevano un paradosso: una legalità eretta a tabù si rovescia nel suo esatto contrario.

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Caso Giuseppe Uva: dopo tre anni finalmente la superperizia
Le sevizie contro Giuseppe Uva: parla il legale Fabio Anselmo
La vendetta dei carabinieri contro Giuseppe Uva: “Il racconto choc dell’amico”

Quelle zone d’eccezione dove la vita perde valore

L’ultima vittima arriva dal manicomio criminale di Aversa, ma nell’elenco anche Cie e camere di sicurezza

Paolo Persichetti
Liberazione
31 dicembre 2009

L’anno carcerario si chiude con la notizia di un’altra morte. Pierpaolo Prandato, 45 anni, internato nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa è morto «soffocato da un rigurgito». Il decesso risale al 21 dicembre scorso, ma solo ieri è stato reso noto per volontà della famiglia. Lo riferisce, in un comunicato, l’Osservatorio permanente sulle morti in carcere, messo in piedi dai Radicali Italiani e da alcune associazioni (Antigone, il Detenuto ignoto, A buon diritto), insieme alle redazioni di Radio Carcere e Ristretti orizzonti.
Con la morte di Prandato salgono a 175 i detenuti del cui decesso si è avuta notizia dall’inizio dell’anno, di cui 72 suicidi. Questo episodio ricorda quello di Francesco Mastrogiovanni , il maestro salentino morto la scorsa estate in un letto di contenzione dell’ospedale di Vallo della Lucania. La frequenza impressionante di questi decessi, o dei maltrattamenti certificati che avvengono in situazioni di privazione o limitazione della libertà personale, non solo all’interno del sistema penitenziario, sollevano un allarme grave sulla cultura degli apparati repressivi e di contenimento. La morte di Stefano Cucchi è per la sua dinamica la più emblematica. Riassume tutte le altre accadute nel corso del 2009 e negli anni precedenti. Cucchi ha attraversato nel corso del suo rapido e terribile calvario tutti i luoghi e le amministrazioni che si occupano della “presa” e della “cura” dei corpi. Per sua sfortuna all’inizio è finito in mano ai carabinieri, ha pernottato nel corso di una notte in due diverse camere di sicurezza, visitato inutilmente dal personale del 118. Il giorno successivo ha conosciuto, sventura ancora più grande, i sotterranei del tribunale. E’ salito per un po’ in superficie, dove pare si amministri la giustizia, ma nessuno si è accorto di come era ridotto. E’ finito in carcere, dove ha soggiornato in infermeria. E’ passato per due ospedali, il Fatebenefratelli e il Pertini.
Diverse amministrazioni dello Stato hanno avuto in consegna il suo corpo, non si può dire che si siano occupate della sua persona, al punto che si può affermare senza remore: «Cucchi è morto di Stato». Come Alì Juburi, il detenuto iracheno quarantaduenne deceduto nell’agosto 2008 a causa di uno sciopero della fame intrapreso per protesta contro una condanna che considerava ingiusta. «Abbandono terapeutico» che ha causato anche il decesso di Franco Paglioni in una cella del carcere di Forlì. Cinismo, indifferenza, sprezzo della vita umana, hanno precipitato la morte di questo uomo di 44 anni profondamente debilitato da una malattia che il senso comune fa fatica a pronunciare, l’Aids. Stefano Brunetti, sempre nel 2008 morì in ospedale il giorno successivo al suo arresto a causa delle percosse subite. Dall’autopsia sarebbe emersa, secondo quanto riportato dal legale, la presenza di «un’emorragia interna dovuta a un grave danno alla milza. Risultano fratturate anche due costole». Nell’estate 2009 un detenuto straniero, di nome Mohammed, moriva suicida nella «cella di punizione» del carcere di santa Maria Maggiore, a Venezia. Il luogo, descritto da testimoni e da chi aveva potuto verificarne l’esistenza, come «stretto, buio, dall’odore nauseabondo», assomigliava più a una segreta medievale che a una moderna camera di sicurezza. Potremmo continuare ricordando il suicidio di Diana Blefari Melazzi, la cui sofferenza psichiatrica non fu mai presa sul serio. Citare la morte del testimone scomodo del carcere di Teramo, il «negro» Uzoma Emeka che aveva assistito al pestaggio di un altro detenuto. Per quell’episodio, il comandante degli agenti di custodia, Giovanni Luzi, venne preso in castagna da una registrazione audio mentre in un concitato colloquio rimproverava un assistente di polizia penitenziaria per aver pestato un detenuto in sezione, davanti agli altri reclusi, invece di averlo portato “sotto”, cioè nel reparto di isolamento, dove abitualmente al riparo da sguardi indiscreti avvengono i pestaggi, le “punizioni”. Questo tipo di vicende, oltre a porre un problema di tutela dei corpi, dei diritti e delle libertà calpestate, suggeriscono una riflessione meno episodica è più attenta alla natura sistemica del fenomeno.
Negli ultimi decenni l’Italia ha conosciuto diversi tipi di eccezione. Sul finire degli anni 70 s’impose un «stato d’eccezione giuridico» contro la lotta armata, procastinata successivamente contro la mafia. Forma subdola e insidiosa che stravolgeva l’eccezione classica della modernità, quella di matrice giacobina codificata nelle costituzioni liberali, che attribuisce pieni poteri all’esecutivo e sospende le garanzie giuridiche per un periodo limitato nel tempo e nello spazio. Da noi, al contrario, il ricorso all’eccezione è stato gestito dalla magistratura per delega politica. Circostanza che ha dato forma a un sistema penale ibrido, dove norma regolare e regola speciale convivono, si integrano e si sostengono reciprocamente. Tanto che non è più possibile pensare di poter ripristinare la normalità giuridica poiché non vi è mai stata sospensione, ma unicamente ibridazione di più registri giuridici e penali, legislativi e procedurali, fino a determinare un groviglio inestricabile che non consente più alcun riassorbimento o fuoriuscita. Negli anni 90 si è andato diffondendo un nuovo modello emergenziale flessibile, modulabile, a macchia di leopardo, caratterizzato dalla presenza di «zone grigie», buchi neri in cui il confine tra legalità e illegalità resta incerto. «Ambiti riservati davanti ai quali lo stato di diritto arretra», come ha scritto una volta sul Corriere della sera il professor Panebianco. Una sorta di doppio binario: legalità e diritti riconosciuti solo per una parte della popolazione e trattamenti differenziati per la restante. Le camere di sicurezza delle questure e dei carabinieri, i reparti d’ospedale dove si somministrano trattamenti sanitari obbligatori, sono spazi di diritto attenuato facilitato dall’opacità dei luoghi. I Cie, le frontiere, le zone costiere, gli aeroporti, appartengono alle «zone d’eccezione» che pongono limiti allo spazio giuridico, espellono lo stato di diritto. Definiti da alcuni anche «Non luoghi», spazi di arresto della mobilità di persone che non hanno commesso alcun crimine, caratterizzano la democrazia reale.

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Cronache carcerarie
Nasce l’osservatorio sulle morti e le violenze nei Cie, questure, stazioni dei carabinieri e i reparti per Tso

Violenza di Stato…non suona nuova

Violenza di Stato? Non è una novità. Stefano è l’ultima vittima


Paolo Persichetti
Liberazione, 31 ottobre 2009

La schiena di Stefano Cucchi

La schiena di Stefano Cucchi

Stiamo assistendo ad una recrudescenza della violenza statale?
La domanda è d’obbligo dopo l’ultima vicenda che ha portato alla morte di Stefano Cucchi. In realtà il ricorso a pratiche violente da parte degli apparati statali non è una novità. Una semplice disamina di lungo periodo del fenomeno porta a concludere che il ricorso ad un uso brutale, non proporzionato e fuorilegge della forza, è “prassi ordinaria” dei corpi dello Stato. Per i più giovani la memoria arriva alla «macelleria messicana» di Bolzaneto e della Diaz. I più anziani ricordano cosa fossero i commissariati e le carceri del dopoguerra, e cosa accadde nel calderone degli anni 70 con la legge Reale. Dal 1 gennaio 1976 al 30 giugno 1989 vennero uccise dalle «forze dell’ordine» 237 persone, mentre altre 352 rimasero ferite (dati censiti dal Centro Luca Rossi e fondazione Calamandrei). Senza dimenticare le torture contro i militanti della lotta armata praticate nel biennio 1981-1983, dopo il via libera venuto dal Cis, il comitato interministeriale per la sicurezza.
Una squadretta dei Nocs imperversò per l’Italia praticando sevizie apprese dai manuali utilizzati dagli aguzzini delle dittature militari dell’America latina. Manuali redatti dai generali francesi che ne avevano aggiornato le tecniche durante la guerra d’Indocina e poi in Algeria, ed esportate in seguito nella famigerata Scuola delle Americhe . Eppure c’è la sensazione che negli ultimi tempi qualcosa sia cambiato. Analisi sociologiche ci spiegano che le forze di polizia si sono hooliganizzate , basta leggere il libro di Carlo Bonini, Acab, (Einaudi 2009) per farsene un’idea. Sorta di calco del mondo imbastardito delle curve. La sensazione d’impunità, la forza dell’omertà-ambiente che copre questi comportamenti, hanno attenuato i meccanismi di autocontrollo. Il populismo penale, l’importazione dei modelli di “tolleranza zero”, hanno portato alla costruzione di un nuovo “nemico interno” identificato nella piccola devianza, nei migranti. Una gestione dell’ordine pubblico militarizzata, sommata alla legislazione proibizionista e all’internamento carcerario come soluzione dei problemi, hanno generato un mostro sicuritario che produce un fisiologico esercizio della coercizione che dilaga in violenza aperta, tra fermi, celle di sicurezza, tribunali, prigioni.
Negli ultimi anni la cronaca è fitta di episodi del genere:
Marcello Lonzi, morto nel 2003 all’interno del carcere di Livorno. Sul suo corpo numerosi segni di vergate e colpi di bastone. Dopo anni di denunce la procura ha recentemente riaperto l’inchiesta. Due agenti penitenziari sono indagati.
Federico Aldovrandi, pestato a morte il 25 settembre 2005 in piena strada dai poliziotti di una volante.
Aldo Bianzino, deceduto il 14 ottobre 2007 nel carcere di Perugia. Sul suo corpo vengono riscontrate «lesioni massive al cervello e alle viscere», provocate prima dell’ingresso nel penitenziario. Un’inchiesta per omicidio volontario è in corso contro ignoti.
Stefano Brunetti, arrestato ad Anzio l’8 settembre 2008, muore in ospedale il giorno successivo a causa delle percosse subite. Dall’autopsia emerge un decesso provocato da «emorragia interna dovuta ad un grave danno alla milza. Risultano anche fratture a due costole».
Mohammed, marocchino di ventisei anni suicidatosi il 6 marzo 2009 nel carcere di santa Maria Maggiore a Venezia, dopo una lunga permanenza in cella liscia. Sei poliziotti della penitenziaria finiscono nel registro degli indagati per «abuso di autorità contro persone arrestate o detenute».
Francesco Mastrogiovanni, morto in un letto di contenzione il 4 agosto scorso dopo un Tso abusivo. Per le molteplici morti violente avvenute in carcere e nelle questure, l’Italia è sotto accusa da parte di alcuni organismi internazionali e dalla commissione europea per la prevenzione della tortura.

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Cronache carcerarie
Caso Stefano Cucchi, “il potere sui corpi è qualcosa di osceno”
Stefano Cucchi, quella morte misteriosa di un detenuto in ospedale
Stefano Cucchi morto nel Padiglione penitenziario del Pertini, due vertebre rotte e il viso sfigurato
Caso Stefano Cucch, “il potere sui corpi è qualcosa di osceno”
Violenza di Stato non suona nuova