Nuova inchiesta sulla cascina Spiotta, Renato Curcio prende la parola

Renato Curcio torna a prendere la parola a pochi giorni dalla udienza del gip di Torino (26 settembre prossimo) che lo vede imputato insieme a Mario Moretti, Lauro Azzolini e Pierluigi Zuffada, dopo la nuova inchiesta (a 49 anni dai fatti) sul sequestro dell’industriale dello spumante Vallarino Gancia, realizzato dalla colonna torinese delle Brigate rosse, e la sparatoria del 5 giugno 1975 davanti alla cascina dove l’ostaggio era custodito. Curcio smonta il teorema accusatorio messo in piedi dai pm, smentisce alcune convinzioni storiche errate sul funzionamento interno delle Brigate rosse («non esistevano figure apicali, l’organizzazione era trasversale, le colonne agivano in autonomia»), tanto meno direttive centrali che imponevano conflitti a fuoco frontali con le forze di polizia, per chiedere come mai la procura titolare delle nuove indagini non abbia voluto fare luce sulla morte di Mara Cagol nonostante la perizia ne avesse accertato l’uccisione a freddo, le innumerevoli versioni sui fatti fornite dai carabinieri intervenuti all’epoca, i moltepolici dubbi e incertezze ammessi dagli stessi inquirenti

– foto luca zennaro –

Caro Paolo,
ho letto sul tuo blog l’articolo Il passato che non passa, il prossimo 26 settembre davanti al gip di Torino le richieste di rinvio a giudizio contro Azzolini, Curcio, Moretti e Zuffada per la sparatoria alla Spiotta di 49 anni fa che hai postato il 20 settembre. Anzitutto voglio ringraziarti per l’attenzione a questa tardiva coda giudiziaria di una vicenda già considerata chiusa da altri magistrati e che comunque si perde nella notte di “altri tempi”. Più ancora però ho apprezzato il tuo tentativo di analizzare la pretesa giudiziaria in una prospettiva storica. In questa stessa prospettiva mi permetto di sottoporti alcune considerazioni in stretta relazione alle questioni che più direttamente mi riguardano.
In apertura della tua analisi scrivi che mi viene mossa l’accusa di «concorso morale sulla base di una frase presente in un articolo scritto (non da me) quattro mesi dopo la sparatoria su un giornale clandestino di propaganda, Lotta armata per il comunismo, che per i pm avrebbe avuto valore predittivo, prova di una fiscale direttiva interna emessa dalle istanze dirigenziali delle Brigate rosse».

Nessuna fugura apicale, le Brigate rosse erano un’organizzazione orizontale
Ho letto attentamente il documento Avviso all’indagato di conclusione delle indagini preliminari a cui ti riferisci ma la dizione «concorso morale» mi sembra che non venga mai utilizzata. Al mio riguardo viene spesa invece una espressione anche più ambigua: «figura apicale».
Espressione interessante perché nella sua indeterminazione rimanda insieme a una insinuante apparenza e ad una sostanziale inconsistenza. L’apparenza insinuante è che, essendo stato un fondatore dell’organizzazione di propaganda armata Brigate Rosse, non potevo che essere anche, in quel particolare momento, al «vertice» di quell’organizzazione. L’inconsistenza sta invece nel fatto che le Brigate Rosse non erano affatto un’organizzazione verticale ma erano costituite da alcune Colonne strategicamente unite sul piano politico ma operativamente indipendenti e rigorosamente compartimentate sul terreno operativo. Nessun «apice» dunque poteva decidere cosa dovessero o non dovessero fare le singole colonne.
Ho visto anche che l’assunzione di responsabilità politica che sia io che Mario Moretti facciamo – nelle due interviste pubblicate nei primi anni novanta del Novecento – viene utilizzata oggi per incriminarci. Ciò che gli intervistatori – Scialoja per me e la Rossanda per Mario – assemblano delle nostre dichiarazioni personalizzandole è la decisione che i militanti delle Brigate Rosse nel loro confronto e dibattito politico interno avevano preso, di autorizzare le varie colonne a compiere sequestri di persone facoltose a fini di finanziamento qualora ne avessero, in piena indipendenza, le capacità e la volontà. Far derivare da un dibattito politico una responsabilità penale… vedi un po’ tu, se non in malafede, come ci può stare.
In quanto storico nei tuoi saggi ti sei interessato di quel periodo e sai pertanto che, assai prima delle mie attuali parole, i documenti dell’epoca spiegano con chiarezza quella struttura orizzontale; struttura che peraltro distingueva nettamente le Brigate Rosse da altre organizzazioni scese in campo in quei tempi sul terreno armato. Una paradossale conferma di ciò, d’altra parte, viene proprio dall’esito delle ricerche condotte dai Pm steso l’Avviso. Essi infatti nonostante un abnorme ricorso a intercettazioni fatte a tutto campo, ad interrogatori di pentiti, dissociati e a fonti varie, non hanno potuto trovare neppure una sola testimonianza a conforto delle loro attese. Neanche una!

Il teorema accusatorio dei pm è infondato, nelle Br la linea di condotta era quella di «evitare nei limiti del possibile gli scontri a fuoco e cercare, in caso di difficoltà imprevista, di sottrarsi preservando anzitutto l’incolumità di eventuali ostaggi»
In un altro punto del tuo articolo fai riferimento al cosiddetto “Giornale delle Brigate Rosse” – Ho avuto modo di leggere, negli atti depositati, il testo del volantino in cui sarebbe stata data la direttiva «se avvistate il nemico vi sganciate prima del suo arrivo, se venite colti di sorpresa ingaggiate un conflitto a fuoco per rompere l’isolamento». Due cose mi sono apparse davvero bizzarre. La prima è che quel documento è stato redatto alcuni mesi dopo gli avvenimenti della Spiotta tant’è che chi lo ha scritto compie una disamina esplicita e assai critica di ciò che il 5 giugno 1975 alla Spiotta era successo. Personalmente non avevo avuto contezza fino ad oggi della sua esistenza e, francamente, non saprei proprio a quale Colonna sia possibile attribuirlo. Ma, se pure non fosse un falso, colpisce nel suo linguaggio la mordacità critica che esso manifesta contro la «tattica di combattimento» di Margherita e del compagno che era con lei. In quel ciclostilato infatti si legge che «purtroppo» la «tattica di combattimento» di Margherita, fu «difensiva» e viziata dalla «illusione di potersi defilare senza annientare il nemico». Mentre, invece, a giudizio degli estensori di quel documento, «l’unica tattica di combattimento realistica sarebbe stata quella di affrontare lo scontro con l’obiettivo esplicito di annientare i Cc».
Essendo stato scritto a commento dei fatti avvenuti alla Spiotta, e rivolto a un lettore esterno alla Colonna che lo ha redatto, quel documento dunque non solo non impartisce ordini ad alcuno, ma addirittura entra in pubblica e aperta polemica con la Colonna torinese contestandone la linea operativa. Il suo estensore infatti critica in modo peraltro astioso l’orientamento tattico e il comportamento sul campo di Margherita e dell’altro compagno, definendoli «illusi di potersi defilare senza annientare il nemico». Tuttavia, e proprio questo è il punto che intendo segnalarti, con la sua critica ferocemente esplicita esso conferma la piena autonomia degli orientamenti tattici e dei comportamenti pratici della Colonna torinese a cui Margherita e il compagno fuggito si sono attenuti. Insomma, per non farla inutilmente lunga, se quel documento qualcosa ci dice è che: a) si tratta di un documento posteriore ai fatti e rivolto a lettori esterni alla Colonna che lo ha prodotto; b) non conforta in alcun modo la tesi degli estensori dell’Avviso, anzi, la smentisce; c) critica esplicitamente la regola operativa a cui da anni e in quel tempo la Colonna torinese si atteneva. Regola di lunga data e fino a quel giorno sempre osservata nelle innumerevoli operazioni di autofinanziamento che invitava ad evitare nei limiti del possibile gli scontri a fuoco e a cercare, in caso di difficoltà imprevista, di sottrarsi preservando anzitutto l’incolumità di eventuali ostaggi.

Perché la nuova inchiesta ha evitato di fare luce sulla uccisione di Mara Cagol, già a terra ferita e in stato di arresto?
Su un terzo punto concordo infine con quanto affermi nel tuo articolo quando rilevi: «l’assenza nella nuova inchiesta di approfondimenti sulle circostanze che portarono alla morte di Mara Cagol, nonostante la richiesta fatta durante l’interrogatorio da Renato Curcio, suo marito all’epoca».
In effetti in occasione dell’incontro con i magistrati inquirenti ho fatto presente, sia con una memoria scritta che verbalmente, che l’intera dinamica degli avvenimenti che hanno portato lutti alla cascina Spiotta non è mai stata chiarita. Sono gli stessi magistrati che hanno effettuato l’inchiesta, del resto, a manifestare “dubbi” su cosa e come sia realmente accaduto. Dubbi che essi esternano nella motivazione della richiesta di una perizia su due strani bossoli spuntati fuori negli ultimi tempi da «un sacchetto di plastica» consegnato loro dalla famiglia del carabiniere Giovanni D’Alfonso. «Ora – scrivono in questa richiesta – … si nutrono dubbi sulla ricostruzione della dinamica del conflitto a fuoco avvenuto il 5 giugno del 1975 …». Dubbi!
Molteplici e diverse sono state infatti le versioni su chi e quanti fossero i Cc realmente coinvolti; su come e quando sono arrivati alla cascina; sui comportamenti tenuti da ciascuno; sulle loro rispettive dislocazioni nello spazio e nel tempo; sulle armi di cui disponevano. Diverse sono anche le testimonianze che i Cc ufficialmente presenti hanno dato del modo in cui si sono svolti gli avvenimenti e delle pratiche circostanziali; diverso, infine, è il resoconto scritto dal militante che si sottrasse all’arresto. Imbarazzata, al riguardo, è l’indagine che su tutto ciò preferisce fare – nonostante la mia esplicita richiesta di ricostruire con precisione tutte le dinamiche – un salto a piè pari. Come se l’intrico di contraddizioni al riguardo non fosse un problema di rilevanza istituzionale ben maggiore del nome del militante che si è dileguato. La domanda allora è questa: cosa non ci stanno dicendo le istituzioni su questo intrico di contraddizioni che le riguarda? Una domanda importante perché ovviamente per capire come sono andate veramente le cose alla cascina Spiotta non possiamo basarci esclusivamente sulla relazione del compagno che si allontanò dalla cascina; relazione che riporta il “suo” raggio di osservazione peraltro molto limitato sia nello spazio che nel tempo. Chi ci fosse davvero alla Spiotta dal lato delle istituzioni, lui non poteva saperlo. Ma più rilevante ancora è infine un’altra domanda che agli storici dovrebbe interessare: perché “qualcuno” – chi francamente non m’interessa! – quando già Margherita Cagol Curcio era in stato di arresto, dunque nelle mani dello Stato, con le braccia alzate – come dimostra inequivocabilmente l’esame autoptico redatto dal Prof. Dott. Athos La Cavera – ha sparato un colpo sotto ascellare orizzontale per ucciderla?
So per lunga esperienza personale che non è mai semplice mettere d’accordo la verità giudiziaria e la verità storica. Della prima comunque sono altri a doverne rendere conto e mi auguro che lo facciano tutti onestamente, ma per quanto attiene alla verità storica che, anch’essa in tempi ravvicinati non è mai facile da documentare, spero che queste mie parole possano esserti utili quantomeno per il tuo lavoro.

Renato Curcio, 22/09/2024

Il passato che non passa, il prossimo 26 settembre davanti al gip di Torino le richieste di rinvio a giudizio contro Azzolini, Curcio, Moretti e Zuffada per la sparatoria alla Spiotta di 49 anni fa

Il 26 settembre prossimo si terrà presso il tribunale di Torino l’udienza del gip che dovrà decidere sulle richieste di rinvio a giudizio scaturite dalla nuova inchiesta sul rapimento del magnate dello spumante Vallarino Gancia, realizzato dalla colonna torinese delle Brigate rosse il 4 giugno 1975 e conclusosi il giorno successivo con una sanguinosa sparatoria davanti la cascina dove l’ostaggio era custodito. L’indagine è stata riaperta dopo un esposto del novembre 2021 presentato dall’avvocato Sergio Favretto per conto di Bruno D’Alfonso, carabiniere in pensione figlio di Giovanni D’Alfonso, l’appuntato deceduto nello scontro a fuoco nel quale perse la vita anche Mara Cagol, fondatrice delle Brigate rosse, e rimasero feriti altri due esponenti dell’arma.

Le accuse
Mezzo secolo dopo i fatti, i pm torinesi hanno chiesto il giudizio per quattro ex brigatisti, Renato Curcio, 82 anni, Lauro Azzolini, 81 anni, PierLuigi Zuffada e Mario Moretti, entrambi 78 anni, quest’ultimo in esecuzione pena “solo” da 44 anni. Azzolini perché ritenuto dai pm il brigatista (all’epoca mai identificato) che insieme a Cagol custodiva l’ostaggio e si sarebbe dileguato nel bosco sottostante la Spiotta dopo la sparatoria. Gli altri tre, in realtà non presenti sul posto, accusati a titolo di concorso morale nella morte del carabiniere D’Alfonso.


Le intercettazioni illegali e l’avvocato preso di mira
Sui i fogli che il brigatista fuggito dopo il conflitto a fuoco scrisse ai suoi compagni per descrivere la dinamica dei fatti sono state individuate ventotto impronte, a riprova del fatto che quel dattiloscritto, ritrovato sette mesi dopo la sparatoria, era passato per molte mani. Undici sono state attribuite ad Azzolini, sette non identificate e dieci giudicate inutilizzabili. L’assenza di prove determinanti – come ritenuto dallo stesso gip – ha spinto la procura a puntare tutto sulle intercettazioni ambientali, fino a realizzarne un numero impressionante, coinvolgendo decine di persone: ex imputati, familiari e amici, persino avvocati. Davide Steccanella, legale di Azzolini, è stato ripetutamente preso di mira con una violazione molto grave del diritto costituzionale alla difesa. Azzolini è stato oggetto di 222 intercettazioni tramite trojan installato nel suo cellulare, buona parte delle quali svolte prima che il gip concedesse, nel maggio del 2023, la riapertura delle indagini. Fino a quel momento, infatti, la sua posizione giuridica era quella di una persona prosciolta dai fatti con una sentenza-ordinanza emessa dall’autorità giudiziaria di Alessandria il 3 novembre 1987.

La sentenza di proscioglimento scomparsa
Azzolini infatti era stato precedentemente indagato e prosciolto insieme ad Angelo Basone, scomparso nel frattempo. La riapertura delle indagini è stata concessa del gip – fatto sconcertante – senza poter esaminare la sentenza di proscioglimento e l’incartamento processuale andato distrutto nel 1994 dopo l’esondazione del fiume Tanaro, le cui acque avevano devastato gli archivi del tribunale di Alessandria. Insomma una riapertura alla cieca, sulla scorta della buona fede, per modo di dire, dell’accusa.


Un modo per aggirare la prescrizione
La lista degli episodi inquietanti è lunga, ne citiamo solo alcuni: il rinvio a giudizio di Zuffada, assente al momento della sparatoria. Nonostante secondo gli stessi pm avrebbe avuto un ruolo solo iniziale nel sequestro (reato prescritto), per poi essersi allontanato dalla cascina terminato il suo compito, è chiamato comunque a rispondere di concorso morale nell’omicidio del carabiniere D’Alfonso, anziché di «concorso anomalo», come accadde a Massimo Maraschi. Il brigatista arrestato subito dopo il rapimento e condannato anche per la sparatoria, nonostante in quel momento fosse in mano ai cc di Acqui Terme. Il «concorso anomalo», poiché prevede una pena diversa dall’ergastolo incorrerebbe nella prescrizione, ragion per cui la procura per andare a giudizio ha fatto ricorso a una qualificazione del reato più grave.

Il documento di ottobre che secondo l’accusa avrebbe previsto il passato
Surreale è poi l’accusa di concorso morale mossa contro Curcio e Moretti, sulla base di una frase presente in un articolo scritto (non da loro) quattro mesi dopo la sparatoria su un giornale clandestino di propaganda, Lotta armata per il comunismo, che per i pm avrebbe avuto valore predittivo, prova di una fiscale direttiva interna emessa dalle istanze dirigenziali delle Brigate rosse. Nel testo si tentava goffamente di ridimensionare il disastro della Spiotta, giustificando il conflitto a fuoco come conseguenza di una direttiva che imponeva in casi del genere di «rompere l’accerchiamento». E così Curcio e Moretti, il primo a Milano, obbligato a nascondersi dopo l’evasione del febbraio precedente dal carcere di Casale Monferrato, il secondo occupato a mettere in piedi la colonna genovese e avviare i primi contatti per la fondazione della colonna romana, secondo i pm sarebbero i veri mandanti morali della sparatoria, nonostante il sequestro fosse stato organizzato e gestito dalla colonna torinese con modalità che dovevano scongiurare qualunque contatto con le forse dell’ordine, grazie anche alla collocazione in altura della cascina che permetteva di controllare le vie di accesso. In nessun documento strategico prodotto dalle Br, e quindi di valore normativo, è mai citata una regola del genere. Ne furono scritti diversi prima del rapimento: sulle norme di condotta individuale dei militanti e sull’organizzazione, tanto che lo stesso Massimo Maraschi, che pure avrebbe dovuto avere un ruolo nella custodia dell’ostaggio (sarebbe dovuto tornare alla Spiotta per dare man forte ai due compagni rimasti soli), al momento della cattura tentò solamente la fuga senza sparare un colpo. Il carattere imprevedibile della sparatoria emerge anche da alcuni nitidi passaggi presenti nella relazione del brigatista fuggito, ritenuta affidabile dagli inquirenti, dove l’uomo e la donna discutono in maniera concitata se utilizzare o meno l’ostaggio per proteggersi nella fuga e Cagol si dice contraria per poi lanciarsi fuori dalla cascina «borsetta e mitra a tracollo, e in mano valigetta e pistola» con le “zeppe” ai piedi (sandali estivi con tacco rialzato), calzature aperte e inadatte per una fuga in campagna tra rovi e sottobosco, come si può vedere nelle foto del suo corpo senza vita scattate dalla scientifica.

Silenzio sulla morte di Mara Cagol


Altro aspetto significativo è l’assenza nella nuova inchiesta di approfondimenti sulle circostanze che portarono alla morte di Mara Cagol, nonostante la richiesta fatta durante l’interrogatorio da Renato Curcio, suo marito all’epoca. Ferita inizialmente a un polso e alla schiena, la militante brigatista era seduta sul versante della collina con le mani alzate in segno di resa. Il colpo mortale la raggiunse nella zona ascellare, trapassando il torace da destra a sinistra. Una esecuzione a freddo. Oltre al carabiniere Barberis, che l’aveva inizialmente colpita, sul posto arrivarono in breve tempo altri membri dell’Arma. I pubblici ministeri non hanno sentito l’esigenza di fare chiarezza, riequilibrando una indagine totalmente sbilanciata.


Una Waterloo per la dietrologia
Da rilevare infine l’immancabile irruzione della dietrologia nella vicenda. L’esposto iniziale dell’ex carabiniere Bruno D’Alfonso che ha innescato la riapertura delle indagini ha ispirato ben due volumi: L’invisibile, edizioni Falsopiano (con la prefazione dello stesso D’Alfonso) e successivamente, Radiografia di un mistero irrisolto, Bibliotheka, scritti entrambi da due giornalisti, Berardo Lupacchini e Simona Folegnani. Gli autori si dicevano convinti di aver individuato l’identità dell’«invisibile», il brigatista fuggito dopo il conflitto fuoco, nella persona di Mario Moretti. Dipinto – sulla scorta di una ricca letteratura complottista (fu il solito Sergio Flamigni a lanciare per primo l’accusa) – come un cattivo genetico, un personaggio senza scrupoli che nascosto nella folta vegetazione, dove aveva trovato riparo per sfuggire ai colpi di Barberis, avrebbe avuto un subitaneo pensiero, una preveggenza strategica che l’avrebbe indotto ad abbandonare Mara Cagol al suo destino per prendere il suo posto alla guida dell’organizzazione. Una quadra della vicenda che aveva entusiasmato l’allora magistrato Guido Salvini, nel frattempo divenuto avvocato delle parti civili, e sempre pronto a cavalcare le più astruse congetture dietrologiche. L’ex gip si è messo subito a disposizione raschiando, come sua consuetudine, i fondi di barile, gli avanzi carcerari, interpellando collaboratori di giustizia sempre in debito di qualcosa per raccogliere voci di corridoio da confezionare come prove. Un’ambigua sovrapposizione di ruoli e funzioni da cui appare difficile districare dove inizi la nuova attività di avvocato e finisca quella di magistrato. Non soddisfatti, i due giornalisti hanno ipotizzato persino una gestione a distanza del Sid nell’intera vicenda che avrebbe pilotato, attraverso un proprio confidente la fuga del «cattivo» Moretti per giungere poi in via Fani, luogo dove inevitabilmente conducono tutte la strade della dietrologia. Solo che più volte interrogato dai pm, Leonio Bozzato, la spia del Sid che militava nell’Assemblea autonoma di Porto Marghera, anziché Moretti ha indicato – vera nemesi della storia – in Alberto Franceschini (detenuto all’epoca) l’ignoto brigatista fuggito dalla Spiotta e compartecipe del complotto.

Il giudice o lo storico?
Fino ad ora c’è stata poca attenzione pubblica su questa inchiesta, il dibattito culturale e politico si è mostrato distratto rispetto alle importanti questioni che solleva. Nelle intenzioni della procura, stando alla lista dei testi chiamati a deporre, questo giudizio dovrebbe rappresentare una sorta di evento storico conclusivo, riedizione del processo al cosiddetto «nucleo storico» che dovrebbe sancire in modo definitivo la chiusura del Novecento italiano sotto la mannaia della punizione permanente, oltre ogni tempo ed epoca, una damnatio memorie che però ha il sapore di un esorcismo e dietro il quale si cela un’ansia patogena, un timore angosciante verso il passato. Eppure sarebbe scontato chiedersi se a distanza di mezzo secolo ha ancora senso approcciare quella stagione così distante con gli strumenti dell’azione penale. Chi deve occuparsene: i pubblici ministeri o gli storici? Svuotare una stagione storica dei fatti sociali sostituendoli unicamente con la memoria penale, oltre ad essere fuorviante è davvero il modo più efficace per fare i conti col nostro passato? La domanda ovviamente non riguarda solo il metodo, gli strumenti di conoscenza dei fatti ma anche gli obiettivi: cosa serve veramente alla società che si è trasformata cinquant’anni dopo? Solo colpevoli da condannare ad ogni costo e che alla fine rischiano di essere solo dei capri espiatori?

L’inconfessabile scambio di favori tra Meloni e Milei dietro l’arresto dell’ex brigatista Leonardo Bertulazzi

Dietro l’arresto dell’ex brigatista, oggi settantaduenne, Leonardo Bertulazzi ci sarebbe un patto tra Meloni e MIlei per salvare dalla giustizia argentina un prete italo-argentino coinvolto nei crimini della dittatura sudamericana degli anni 70. Il suo nome è Franco Reverberi, ultraottantenne emigrato giovanissimo in Argentina dove la sua famiglia si trasferì nel secondo dopoguerra in cerca di fortuna.

Il sacerdote assassino che benediva le torture

Nel nuovo continente il giovane Reverberi finì in seminario per poi prendere i voti e diventare parroco di Salto de Las Rosas, una piccola località sotto le Ande. Nel 1976, mentre il ventiquattrenne Bertulazzi lasciava Lotta continua, una formazione della estrema sinistra ormai in crisi per entrare nella nascente colonna genovese della Brigate rosse, don Reverberi, allora trentanovenne, sulla scia del golpe militare guidato dal generale Jorge Videla diventava cappellano militare, ausiliare dell’VIII squadra di esplorazione alpina di San Rafael.
Nel 1980 – recitano le accuse della giustizia argentina – iniziò a frequentare il centro di detenzione clandestina “La Departamental”, una delle strutture utilizzate dal regime dittatoriale nell’ambito del “Piano Condor”. Un progetto di sterminio delle opposizioni politiche contro le dittature, portato avanti a colpi di arresti, sparizioni, torture di massa e omicidi dei militanti della sinistra rivoluzionaria, peronisti e radicali (almeno duemila le persone uccise e trentamila quelle scomparse, i cosiddetti desaparecidos). L’operazione concordata tra le dittature fasciste del Sud America (Cile, Argentina, Brasile, Bolivia, Paraguay e Perù) aveva la supervisione della Cia. Reverberi è stato accusato di aver partecipato nel 1976 al sequestro, seguito da torture e omicidio, di un giovane peronista, Josè Guillermo Beron. Secondo le testimonianze rilasciate da diversi sopravvissuti ai centri di detenzione della dittatura, il sacerdote era solito frequentare le stanze delle torture per assistere agli interrogatori leggendo passi della bibbia e invitando i seviziati a collaborare con i propri torturatori, perché questo sarebbe stato il volere di Dio. Finita la dittatura Reverberi riuscì a farsi dimenticare continuando a dire messa. Soltanto nel 2010 emersero le sue prime responsabilità, ma il prete fece in tempo a riparare in Italia per tornare a dire messa nella sua parrocchia natale, Sorbolo, un paesino in provincia di Parma, ospite di don Giuseppe Montali

Due pesi e due misure
Raggiunto da una prima richiesta di estradizione, nel 2013 la magistratura italiana respingeva la domanda poiché non emergevano con nitidezza responsabilità dirette del sacerdote. Nell’ottobre 2023 tuttavia la cassazione confermava l’avviso favorevole a una nuova richiesta di estradizione, formulato in precedenza dalla corte d’appello di Bologna, che stavolta conteneva prove nuove sul suo coinvolgimento nella morte del giovane Beron e le torture inferte a nove detenuti. Secondo la cassazione i reati commessi da Reverberi si inserivano in «un sistema seriale di torture, catalogabili come crimini contro l’umanità, posti in essere nei confronti di dissidenti politici del regime militare allora al potere in Argentina, effettuate all’interno di una struttura penitenziaria adibita allo scopo e all’interno della quale vi era l’odierno estradando che svolgeva le funzioni di cappellano militare e che si assume avesse favorito l’operato dei militari».
Ancora una volta però Reverberi riusciva a cavarsela: nel novembre dello stesso anno, infatti, sale alla presidenza della repubblica argentina l’esponente dell’ultradestra Javier Milei. Così nel gennaio 2024, il ministro della giustizia del governo Meloni, Carlo Nordio, a cui spettava la decisione finale, non concedeva l’estradizione del prete torturatore, a causa dell’età avanzata (86 anni) e del suo precario stato di salute. Una decisione solo in apparenza garantista, per altro in netto contrasto con l’attività persecutoria promossa dal governo italiano nei confronti di Leonardo Bertulazzi, condannato (leggi qui) – a differenza di Reverberi – solo per reati associativi e per il sequestro dell’armatore Pietro Costa, sulla base dei de relato di due pentiti che non avevano partecipato al fatto, anzi uno dei due non era ancora entrato nelle Brigate rosse quando avvenne.

Il patto dei Bravi
I fatti appena elencati mostrano come la decisione di Nordio sia stata frutto di un accordo politico sancito dal caloroso tête-à-tête che Meloni e Milei hanno offerto ai fotografi durante le giornate del G7, tenutesi in Puglia lo scorso giugno 2024. Concessa l’immunità al torturatore Reverberi, come auspicato da Milei, la premier Meloni ha ricevuto in dono la cattura di Leonardo Bertulazzi in aperta violazione del ne bis in idem. La magistratura argentina, infatti, aveva già respinto la domanda di estradizione inviata nel 2002 perché incompatibile con il proprio ordinamento giudiziario, all’interno del quale non si prevede la possibilità di comminare condanne definitive in contumacia. Dopo questa decisione Bertulazzi aveva ottenuto nel 2004 lo status di rifugiato politico. Asilo improvvisamente revocato il giorno del suo nuovo arresto, il 24 agosto 2024, con un atto di puro arbitrio privo di qualsiasi fondamento giuridico. In questi giorni sulla stampa argentina sono emersi i primi retroscena di questa decisione. Secondo Tiempo argentino Luciana Litterio, fresca di nomina alla testa della commissione nazionale per i rifugiati (Conare), su designazione del ministro dell’Interno del governo Milei, avrebbe «ricevuto una chiamata che l’ha messa tra l’incudine e il martello. Il presidente della Repubblica, Javier Milei, gli ha chiesto, o forse gli ha ordinato, di revocare immediatamente lo status di rifugiato a Leonardo Bertulazzi». La nuova responsabile del Conare si sarebbe ritrovata con le spalle al muro – prosegue sempre il quotidiano argentino: «Litterio aveva due opzioni: ignorare la richiesta, rispettando così i patti internazionali firmati dal Paese e onorando il suo passato di accademica specializzata in rifugiati e migrazioni internazionali, con una carriera di 16 anni come responsabile degli affari internazionali presso la Direzione nazionale delle migrazioni. – carica per la quale fu nominata durante il primo mandato di Cristina Fernández e confermata da tutti i governi successivi –, o rispettare l’ordine presidenziale, gettando a mare la sua carriera e il suo prevedibile passaggio a un posto dirigenziale presso l’Unhcr o a un posto diplomatico nelle Nazioni unite».

Una nuova caccia mondiale ai comunisti
La mancata estradizione di don Reverberi e il riarresto di Bertulazzi, nonostante l’asilo politico concesso, mostrano che nelle due vicende sono stati applicati registri diversi, privi di qualunque standard giuridico, ispirati solo da un feroce revanscismo anticomunista e dalla volontà di proteggere feroci criminali delle dittature sudamericane. A riprova di questo fatto ci sono le dichiarazioni rilasciate al Sussidiario.net dall’attuale capo di gabinetto del ministero della Sicurezza che ha coordinato l’arresto di Bertulazzi nella sua abitazione argentina, pochi minuti dopo la revoca dell’asilo politico. Secondo Carlos Manfroni, «il ministero della Sicurezza, che ha a capo Patricia Bullrich, ha preso la decisione di non proteggere più gli ex terroristi [comunisti rivoluzionari degli anni 70 ndr] dall’estradizione. Rispetto invece ai terroristi argentini [gli oppositori antifascisti della dittatura ndr], che hanno commesso crimini aberranti nella decade degli anni 70», Manfroni si rammarica del fatto che «sfortunatamente la Corte [argentina ndr] in quegli anni decise che le loro azioni criminali erano cadute in prescrizione e che non si trattava di delitti ascrivibili alla lesa umanità. Un criterio sul quale non sono d’accordo ma che al momento impedisce di incarcerarli».

I crimini del potere e quelli degli insorti
Manfroni cita la giurisprudenza che la magistratura argentina ha prodotto negli anni della transizione postdittatura, secondo la quale i reati commessi dagli oppositori alla dittatura militare sono di fatto prescritti, a causa dei decenni trascorsi, mentre i crimini del potere dittatoriale (omicidi, torture e sparizioni), la cosiddetta «guerra sucia», commessi da membri del regime militare, restano tuttora perseguibili perché ritenuti crimini contro l’umanità, per questo imprescrittibili. Una giurisprudenza avanzatissima che, riprendendo i principi del diritto di resistenza, distingue tra violenza frutto della oppressione del potere statale e violenza dal basso commessa dagli insorti. 
A conclusione della sua intervista, Carlos Manfroni rivela anche la strategia concordata tra Milei e Meloni per giungere alla estradizione di Bertulazzi: «nel 2004 – spiega – l’ex Br non venne estradato perché in Italia era stato condannato in sua assenza. Ma secondo il trattato di estradizione tra Argentina e Italia, se l’Italia è pronta ad offrire un nuovo processo invece di usare la vecchia sentenza, Bertulazzi si può estradare e credo che questo, alla fine, sarà lo strumento che verrà usato». Tuttavia in Italia non esiste nessuna norma che preveda un nuovo processo dopo che è stata emessa una sentenza definitiva.

L’esperienza francese

Un precedente recente e significativo che si è scontrato contro questo limite insormontabile riguarda il rifiuto della magistratura francese di estradare dieci ex militanti della sinistra armata italiana degli anni 70. Le corti francesi hanno preso atto della impossibilità da parte italiana di garantire un nuovo processo per chi è stato condannato in contumacia e per questo hanno negato le estradizioni richiamando il mancato rispetto della regola del giusto processo, indicato nell’art. 6 della convenzione europea dei diritti umani. A cui hanno aggiunto anche l’esigenza di tutelare i diritti acquisiti (art. 8) nel corso della pluridecennale permanenza sul suolo francese (ovvero le innumerevoli decisioni giudiziarie, politiche e amministrative pronunciate nel tempo dalla autorità francesi). Precedente giuridico che i giudici argentini chiamati a giudicare il caso Bertulazzi non potranno certo ignorare.

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