Merry riot, Natale d’assalto in Argentina

Conflitto sociale – Argentina assaltati centinaia di negozi, oltre 500 arrestati, 2 morti e decine di feriti

 

Elisabetta Della Corte
Cordoba, Argentina, 24 dicembre 2012

Il Natale è arrivato non tutti in Argentina possono permettersi un banchetto a base di carne e altri beni di consumo. Dai quartieri popolari di diverse città come Bariloche, Rosario, San Fernando, Campana tra il 19 e il 21 dicembre si è levata un’ondata di espropri proletari che la stampa ufficiale continua a bollare come atti vandalici, saccheggi, ponendo l’accento sul fatto che quei “dannati della terra” non si siano limitati a portare via solo il cibo necessario ma anche elettrodomestici e così via, per delegittimare così questo conflitto che mina l’apparente quiete argentina. I segni di un disagio crescente erano già nell’aria nei giorni precedenti, quando alcune catene della grande distribuzione ubicate nei pressi dei quartieri popolari di Buenos Aires per calmare le acque avevano offerto beni di consumo a basso prezzo. La strategia del discount non ha funzionato e migliaia di persone in oltre 40 città argentine, questo il numero riportato da diverse fonti, hanno preso d’assalto i negozi e preso quanto potevano. Le foto e i video di questi giorni riportano alla mente le scene della crisi del 1998 e del 2001 che fecero cadere il governo di Alfonsin prima e quello di Della Rua poi. Certo, l’intensità è diversa e oggi non è in gioco la stabilità del governo Kirschner, molto è stato fatto per ripartire dopo il disastro delle politiche neoliberiste, e negli ultimi anni, partendo dal basso, il ritmo di crescita è avanzato a passo di rumba. Quanto sta accadendo però riporta in primo piano delle semplici domande sulla “bontà” del modello di sviluppo capitalistico, sui criteri di redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta, e questo vale tanto per l’Argentina quanto per i paesi dell’Europa in crisi. Domande scomode su cui spesso si sorvola fino a quando il conflitto sociale non si presenta ai nostri occhi con la dovuta violenza.
Da qui alla presenza di polizia e militari nelle strade per riportare la “calma”, difendere i negozi e scacciare nuovamente i “dannati” nei quartieri popolari, nelle prigioni patrie, per poi pubblicizzare un piano sociale di reinserimento e incentivi per l’educazione, è storia conosciuta.

Il saldo del conflitto sociale
Il saldo di questi due giorni di fuoco presenta cifre diverse. A secondo delle fonti, in prigione sono finite tra le 500 e le 650 persone. I morti invece sono due: una donna di 40 anni ferita mortalmente da un vetro  e un giovane di 22 colpito da un proiettile, per cui  si indaga sulle responsabilità della polizia che in teoria avrebbe dovuto usare proiettili di gomma. Decine, invece, i feriti, tra questi uno solo della polizia. I negozi saccheggiati sono circa 290 e i danni, secondo le stime della Camera di commercio della piccola e media impresa (CAME) si aggirano intorno ai 26, 5 milioni di pesos (3.866.676 euro).

Alla ricerca della regia occulta: benvenuti nel gioco del tutti contro tutti
Nel tentativo di individuare una gabina di regia dei saccheggi che hanno perturbato la vigilia del natale argentino il gioco del tutti contro tutti ha preso il sopravvento: governo contro sindacati, questi ultimi contro il governo e allo stesso tempo velatamente in lotta tra di loro.
Secondo le fonti governative non si tratta di atti spontanei. Anche se mancano le prove, il capo del gabinetto, Abal Medina, e il segretario della Sicurezza, Sergio Berni, accusarono Moyano leader della sinistra radicale del sindacato dei camionisti (CGT), e altri sindacalisti in contrasto con il governo, di aver coordinato gli espropri. Sul fronte opposto l’accusato Moyano rinvia la responsabilità della crisi sociale al governo che secondo lui cerca capri espiatori per nascondere i propri errori. Il sindacato opposto alla CGT, nella versione offerta da Scioli, altro leader sindacale, ha parlato invece di gruppi preparati per seminare il caos, ma a differenza del governo, ha evitato le accuse dirette. Mentre l’altra anima del sindacato dei camionisti, capeggiata da Calò, si è limitata a fare riferimento a gruppi radicalizzati.
Uscendo dal campo delle accuse reciproche per guardare invece ai luoghi in cui sono avvenuti i fatti e alle persone, emerge un quadro di povertà ed emarginazione. Quartieri privi dei servizi minimi, baraccopoli senza luce, gas e acqua; giovani, donne e uomini che difficilmente potrebbero permettersi un televisore al plasma, seppure da pagare in 50 rate. I dati parlano di gente che vive al di sotto della soglia di povertà in una società fortemente polarizzata dove alcuni, pochi, vivono in quartieri protetti e case con piscine mentre altri, gli abitanti dei quartieri poveri, aspettano che le grandi tormente estive portino loro l’acqua.

Le previsioni economiche per il 2013 non sono incoraggianti
Dopo i cinque anni di forte espansione, dal 2005 in poi, negli ultimi due anni si avvertono segni di rallentamento. Solo per comprende con un esempio alcune delle questioni macroeconomiche, una parte delle speranze per l’aumento del Pil sono legate al settore automobilistico: in Argentina, da Cordoba, dove sono allocate le maggiori multinazionali del settore auto, si esporta oltre l’80% di auto e parti componenti verso il Brasile, ma è necessario che il gigante brasiliano continui a tirare e che la concorrenza del Messico, paese divenuto di recente un competitore, venga contenuta per far sì che quelle previsioni di aumento di alcuni punti percentuali si realizzino. Intanto il governo provinciale come quello nazionale, negli anni non ha fatto mancare lauti incentivi a questo settore che, qui come in Europa, continua ad essere sostenuto da fondi pubblici in cambio di posti di lavoro, seppur del tipo che spacca la schiena e infiamma i tendini con buona pace del sindacato.
Vi è poi il problema dell’inflazione crescente che impatta sulle capacità d’acquisto. E’ anche vero che in questi anni il governo ha portato avanti una politica espansiva, sconosciuta nell’Italia di Monti e più in generale nell’Europa che si affannata a ridurre la spesa pubblica, centrata sulla creazione, 5 milioni stando alle statistiche governative, di posti di lavoro più che di tagli,  ma rimane il fatto che il malcontento è in aumento, nonostante gli sforzi.
Molte altre questioni rimangono da trattare per restituire parte della complessità di quanto sta accadendo. Può questo modello, dipendente dalle multinazionali, come quelle dei call-center, sganciarsi e procedere verso una società post-crescita, valorizzando le risorse locali? Si può pensare ad uno sviluppo agricolo indipendente dalla soia e dalla presenza di Monsanto?

Sarebbe bello pensare che un’altra strada sia ancora possibile, riaprendo le conclusioni di Gabriel Garcia Marquez in Cento anni di solitudine, affinché «le stirpi condannate a cento anni di solitudine abbiano infine una seconda opportunità sulla terra».

Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti. Richiamato l’ambasciatore Valensise

Dopo la richiesta di archiviazione fatta dalla procura generale brasiliana, a seguito della concessione dello status di rifiugiato politico, l’Italia richiama l’ambasciatore Valensise a Brasilia per consultazioni

Paolo Persichetti

Liberazione 28 gennaio 2009

Cesare Battisti non verrà estradato, per questo l’Italia ha deciso di richiamare il proprio ambasciatore in Brasile Michele Valensise. La rappresaglia diplomatica (che nel linguaggio paludato della diplomazia è il segnale di un grave stato di crisi prossimo alla rottura delle relazioni ufficiali) è stata presa dal ministro degli Esteri Franco Frattini dopo la diffusione, nella serata di lunedì, del nuovo parere sulla estradizione – questa volta negativo –  espresso dalla procura generale brasiliana. Antonio Fernando De Souza, nell’aprile del 2008, si era detto favorevole; ora però, a seguito della sopravvenuta concessione dell’asilo politico, da parte del ministro della Giustizia Tarso Gendro, non ha potuto fare altro che inchinarsi e domandare l’archiviazione dell’intera procedura.

Genro Tarso

Genro Tarso

Tra Italia e Brasile non vi è alcun accordo sul riconoscimento reciproco delle sentenze di giustizia e la dottrina giuridica estradizionale è materia che attiene ancora alle decisioni sovrane della politica. Il parere era stato richiesto dal presidente del Supremo tribunale federale (Stf) Gilmar Mendes, dopo le forti reazioni italiane e le pesanti pressioni diplomatiche. Prima il presidente della repubblica Napolitano, poi il presidente della Camera Fini, avevano scritto a Lula per rappresentare lo «stupore e il rammarico» delle autorità italiane. Lo stesso ambasciatore Valensise, accompagnato da un legale brasiliano incaricato dal nostro governo, era stato ricevuto dal presidente del Supremo tribunale federale. Circostanza che ha rasentato l’ingerenza negli affari interni brasiliani. Come avrebbe reagito l’Italia se un ambasciatore estero avesse incontrato il presidente della corte di Cassazione per fare pressione nell’ambito di una procedura in corso?
Lula aveva risposto con una breve ma ferma lettera nella quale ribadiva che la decisione era un atto sovrano del Brasile fondato su indiscutibili basi giuridiche interne e internazionali (art. 4 della costituzione brasiliana, legge post-dittatura del 1997 sul diritto d’asilo e convenzione Onu del 1951, riconosciuta anche dall’Italia). A questo punto la parola torna al Tribunale supremo che si riunirà il prossimo 2 febbraio per pronunciarsi sulla scarcerazione. Per altro l’estradizione di Battisti, se fosse avvenuta, avrebbe sollevato non pochi problemi all’Italia. Infatti la condizione posta dalla procura generale era la commutazione dell’ergastolo comminatogli (abolito dal codice penale brasiliano) a 30 anni di reclusione. Ove mai l’Italia avesse accolto la richiesta (non avrebbe potuto fare altrimenti), si sarebbe posto un problema di uguaglianza di trattamento di fronte a tutti gli altri ergastolani. In questa vicenda l’Italia ha sommato una lunga serie di gaffes e comportamenti arroganti, mostrando di considerare il Brasile una repubblica delle banane che avrebbe dovuto piegarsi supinamente all’attività lobbistica della nostra magistratura, spesso convinta d’essere la fonte battesimale della giustizia mondiale pronta a dare lezioni di legalità al mondo intero. Nonostante il pluridecennale contenzioso aperto con le autorità parigine, quasi 90 procedure di estradizione (accolte solo in due casi), l’Italia non ha mai pensato di mettere in discussione in modo così palese la sovranità interna della Francia. Forse non a caso Gianni Agnelli definiva lo Stivale una «repubblica di fichi d’india».
Questa disfatta diplomatico-giudiziario riapre con forza la questione della mancata chiusura politica degli anni 70. All’estero nessuno riesce a capire come dopo 30 anni permanga ancora una tale volontà di disconoscere la natura sociale del conflitto

Rita Algranati allarrivo in Italia

La "consegna straordinaria" di Rita Algranati

armato che traversò quel decennio e che, una volta concluso, andava affrontato e chiuso. L’Italia continua a negare l’emergenza giudiziaria, i numerosi casi di tortura denunciati nei primi anni 80 (anche da Amnesty). Fino ad ora ben 7 paesi hanno detto no alle richieste d’estradizione italiane: la Francia, la Gran Bretagna, la Grecia. Poi il Canada, il Nicaragua, l’Argentina e il Brasile. Solo grazie a degli atti di pirateria internazionale, favoriti dal clima post Torri gemelle, l’Italia è riuscita a riavere alcuni rifugiati. Clamoroso fu il caso di Rita Algranati nel 2004, scambiata con i servizi Algerini, complice l’Egitto. Insomma la vera anomalia internazionale continua ad essere quella italiana. Per quanto ancora?

Il Brasile respinge la richiesta d’estradizione di Battisti: l’anomalia è tutta italiana

Il Brasile, come la Francia, non costituisce affatto una eccezione sul piano del diritto internazionale. Ben sette paesi hanno respinto le richieste di estradizione avanzate dall’Italia nei confronti di militanti italiani inquisiti o condannati in base alla legislazione d’emergenza per appartenenza a formazioni politiche rivoluzionarie o fatti di violenza politica avvenuti nel corso degli anni 70 e 80.
Le uniche volte che l’Italia ha riavuto indietro dei fuoriusciti è stato grazie ad operazioni di pirateria internazionale, vere e proprie “consegne strordinarie” (sul modello delle extraordinary rendition), come fu nel caso di Paolo Persichetti, Rita Algranati e Maurizio Falessi.

di Oreste Scalzone
27 gennaio 2009

Si mescolano assieme le voci dei politici, degli opinion makers, degli uomini pubblici delle istituzioni, e quelle dei “familiari delle vittime” riuniti nelle corrispondenti associazioni.

Sette paesi nel mondo hanno sistematicamente risposto no, per più di un quarto di secolo, alle richieste di estradizione – avanzate dalla Repubblica Italiana – di “terroristi”, imputati o condannati, a seguito dei cosiddetti “anni di piombo”, per “terrorismo” ( in qualche caso di estrema destra, nel caso più diffuso, di estrema sinistra).

Ecco lista:

Francia con la cosiddetta dottrina Mitterrand, l’accoglienza, nella forma dell’asilo di fatto, concessa ad un migliaio di fuoriusciti dall’Italia, la non-estradizione di 92 persone sulle 94 sottoposte a procedimento di estradizione. Le eccezioni sono state Battisti – eccezione rimasta sulla carta -, e Paolo Persichetti, che purtroppo fu materialmente estradato perché sette anni dopo la firma di un decreto d’estradizione non a caso mai eseguito, lo Stato italiano nella persona del delinquente giudiziario – a meno che non si tratti d’idiozia – sostituto procuratore di Bologna Paolo Giovagnoli costruì una montatura poi miseramente caduta, inventandosi una pretesa spola per Persichetti tra Parigi e Bologna.

Brasile non ha estradato numerosi italiani, tra i quali basti ricordare, prima di Battisti, i casi di Valitutti, Lollo, Pessina, Mancini.

Canada che accolse Piperno respinto alla frontiera statunitense, dove si era recato in provenienza da Parigi per recarsi al Mit di Boston.

Gran Bretagna ha accolto un esponente della sinistra sotto inchiesta per la sua collaborazione con la rivista Controinformazione, oggi divenuto docente universitario. Ha rifiutato le richieste di estradizione di diversi esponenti neofascisti (perlopiù Terza posizione), tra cui Morsello e Fiore.

Grecia ha respinto le richieste di estradizione italiana avanzate nei confronti di Folini e Bianco.

Argentina non ha accolto la richiesta di estradizione avanzata nel 2002 nei confronti di Bertulazzi.

Nicaragua ha ritenuto irricevibile le domande di estradizione contro la cospicua colonia di fuoriusciti italiani degli anni 70. Il caso Casimirri è quello più noto.

Evitiamo di citare il contenzioso Italia/Giappone a proposito del caso Delfo Zorzi, perché c’è il fondato motivo di pensare ad accordi sottobanco, connivenze fra servizî, e simili…).

Le consegne straordinarie
Oltre al caso di Paolo Persichetti, un’altra eccezione rispetto a questo atteggiamento costante è rappresentata dalla rimessa brevi manu, e militari, all’Italia da parte del governo e dei servizi segreti dal’Algeria – via quell’altro Paese campione dei diritti umani e delle garanzie che è l’Egitto, di Rita Algranati e Maurizio Falessi (quest’ultimo per giunta con la pena già prescritta): una vera operazione di “kidnapping morbido”…
Si tratta dunque di ben altro che di una anomalia-Mitterrand: no, l’anomalìa che manifestamente appare è quella italiana. Ora, qual’ è quest’anomalia italiana, e perché diciamo che i kapataz istituzionali – politicanti in testa – dello Stato italiano strumentalizzano e in qualche modo fanno violenza morale agli stessi familiari delle vittime, seminando tra loro illusioni per altro infime, col rivoltante cinismo demagogico del populismo penale sul drittofilo della formazione di uno Stato Penale?
Fingono di non sapere che fa parte dei fondamenti del giuridismo moderno il carattere temporalmente finito della Giustizia penale. “Giustizia infinita” è nozione a fondamento teologico dei tribunali dell’Inquisizione, implica come presupposto la trascendenza. Il diritto/dovere assoluto dello Stato di individuare e punire – e delle parti civili di veder sempre designati, scovati, arrestati e puniti dei colpevoli – è nefasta utopia, conato assolutistico e totalitaristico da Stato etico.