Nel 1978 non c’era nessun cantiere della Loyola university sul sito delle suore domenicane di santa Caterina da Siena in via dei Massimi 114a. La notizia, diffusa dal giornalista di Rai News Federico Zatti in una doppia inchiesta televisiva (qui e qui), è falsa. Secondo Zatti, sponsorizzato da Bruno Vespa in due successive puntate di Porta a Porta, nell’edificio – a suo dire ancora in costruzione nel marzo 1978 – si sarebbero trovati i locali della prima prigione di Aldo Moro (forse l’unica, Zatti resta incerto sul punto), dove questi sarebbe stato condotto nei momenti immediatamente successivi al suo rapimento da parte delle Brigate rosse, il 16 marzo 1978. La struttura avrebbe aperto i battenti nell’ottobre successivo per ospitare i corsi della filiale romana dell’università dei gesuiti, fondata a Chicago nel 1870. Filiale romana che ha poi preso il nome di John Felice Rome center. Nella sua psichedelica ricostruzione Zatti ha sostenuto che alcune strutture della Loyola university e del vicino convento delle suore domenicane, oggi ubicati in due diversi civici, il 114a e il 114b, collimerebbero con una piantina, attribuita a Valerio Morucci, ritrovata nell’aprile 1978 all’interno della base brigatista di via Gradoli a Roma, dove Morucci viveva con Adriana Faranda prima di lasciarla a Barbara Balzerani e Mario Moretti, dopo un imprevisto (furto dell’auto di Moretti) che nell’aprile 1977 aveva spinto i due ad abbandonare precipitosamente l’appartamento di via Vittorio Poggi, nella zona del Casaletto.
Cubismo in via Gradoli La tesi di Zatti è apparsa subito singolare poiché sovrapponendo i disegni dei brigatisti con l’area della Loyola university e quella del convento delle suore domenicane (due strutture architettoniche separate) non si riscontra alcuna corrispondenza. Per sopperire a questo inconveniente e puntellare la propria tesi, Zatti ha sostenuto che i brigatisti, come in un quadro cubista, avessero scomposto l’immagine dei vari edifici in costruzione della università per confondere le forze di polizia che avessero trovato la piantina. Anche il termine «prigioni», che vi era presente, a suo avviso, serviva a depistare…. In realtà gli schizzi ritrovati in via Gradoli combaciano perfettamente con la pianta del carcere di Marino del Tronto, di cui i brigatisti avevano esplorato lo scheletro in cemento armato, progettando di minarlo con delle cariche esplosive. L’inchiesta di Gianremo Armeni che abbiamo precedentemente pubblicato su questo blog (la potete leggere qui) ha spiegato in ogni minimo dettaglio come Zatti avesse lavorato solo su due immagini, quelle rese pubbliche dalla commissione Moro uno, senza conoscere l’integrità del reperto 777, presente presso l’archivio della corte d’appello di Rebibbia, che conteneva altri schizzi e soprattutto alcune paginette manoscritte nelle quali si descrivevano minuziosamente calcoli e quantità di esplosivo necessario e la collocazione delle cariche per minare l’intero edificio carcerario. Struttura riconosciuta durante le indagini dalla stessa Direzione nazionale degli Istituti di prevenzione pena come appartenente al carcere di massima sicurezza di Marino del Tronto (Ascoli Piceno).
Sopra la piantina trovata in via Gradoli, sotto foto aerea del carcere di Marino del Tronto
Gli edifici dove nel 1978 aprì la Loyola university esistevano già nel1970 Grazie al contributo fornitoci dalla professoressa Francesca Romana Stabile della facoltà di Architettura dell’Università di Roma tre, siamo in grado di dimostrare che gli edifici dove la Loyola university è subentrata nel 1978 erano esistenti nella loro forma attuale già nel 1970, fatta eccezione per la piccola ala costruita nel 2019, come dimostra la foto aerea di F. Ascenzi, ripresa appunto nel 1970, presente nel volume Roma dall’alto, curato da Filomena Boemi e Carlo M. Travaglini, Catalogo della mostra, Casa dell’Architettura, Acquario Romano, 2006.
La struttura dove ha sede oggi la Loyola university ripresa in una foto aerea del 1970
Una cartografia del 1960 (Frutaz, A.P., Le piante di Roma, Roma 1962) ci mostra l’esistenza della Casa del noviziato delle suore domenicane di santa Caterina da Siena, sito nell’attuale civico 114b di via dei Massimi. Come possiamo constatare non è ancora indicata la seconda struttura con la cupola e l’edificio a freccia nel quale si insediò nel 1978 la Loyola university. Struttura che venne realizzata dopo il 1960 e prima del 1970 perché in questa data era perfettamente terminata come prova il rilievo aereo che abbiamo mostrato.
Immagine cartografia 1960
Questa immagine prova dunque che il chiostro del convento con le sei colonne indicato da Zatti nel secondo servizio di Rai news e di Porta a Porta non poteva esser in costruzione nel 1978, visto che preesisteva. Con tutta evidenza si tratta di un’area del carcere di Marino del Tronto dove era situato il passeggio dell’isolamento e dove davano le finestre della matricola e il corridoio dell’isolamento stesso. Luoghi di cui conservo una personale memoria avendovi trascorso oltre 4 mesi della mia esistenza carceraria tra il settembre 2002 e il gennaio 2003.
La collocazione del chiostro nell’opera cubista di Zatti
Altri esempi di cubismo, la collocazione della rotonda
La collocazione dell’edificio a freccia
Fratadocchi, una dinastia di architetti ecclesiastici Il convento delle suore domenicane venne realizzato da Giuseppe Breccia Fratadocchi (già collaboratore di Piacentini) nel 1933, «si puó annoverare tra le opere della maturità del periodo anteguerra. L’edificio è innovativo nella tipologia delle case per comunità religiose: si distingue per la corretta volumetria e per la studiata funzionalità espressa nei corpi di fabbrica accostati a due lati del chiostro aperto verso la natura del parco circostante», come scrive il secondo figlio Tommaso (leggi qui). Giuseppe Breccia Fratadocchi è noto per aver ricostruito l’abbazia di Montecassino distrutta dai bombardamenti alleati durante il secondo conflitto mondiale e per aver realizzato numerose chiese e opere religiose. L’opera di Giuseppe venne proseguita dal primogenito Ignazio che terminò la ricostruzione dell’abbazia. Una bio redatta per la sua scomparsa lo definisce tra le «personalità più rappresentative della commissione tecnica per le nuove chiese del Vicariato di Roma», altri siti di architettura lo descrivono come il progettista della seconda struttura (quella con la cupola e l’edifico a freccia per intenderci), oggi sita al civico 114a di via dei Massimi e nel quale vivevano la suore domenicane poi preso dalla Loyola university.
1978, la struttura viene affittata dalla Loyola University Nella primavera del 1978 la struttura venne affittata alla Loyola university che vi trasferì la propria sede. La struttura è così descritta nella timeline ufficiale della università gesuita: «Il Centro di Roma [della Loyola university ndr] si trasferisce nella sua sede attuale, un ampio campus residenziale in Via Massimi, in cima a Monte Mario. L’ex convento ristrutturato è un grande edificio a forma di U che ospita aule, dormitori per studenti, uffici amministrativi, una mensa, un bar e altro ancora». La struttura che aprì le proprie porte nell’ottobre successivo fu dunque solo adeguata alle esigenze di un campus universitario, cosa ben diversa dall’edificazione ex novo di una complessa opera architettonica come le fondamenta e l’armatura in cemento armato. Solo nel 2009 il campus diventa proprietà della Loyola dando inizio a un programma di ristrutturazione degli edifici esistenti e successivo ampliamento della sede, prevedendo la costruzione di un nuovo edificio per la residenza degli universitari, una cappella e una hall di ingresso, oltre al ridisegno degli spazi esterni. Iter conclusosi nel 2019 sotto la direzione dell’architetto Ignazio Lo Manto.
Ricapitolando, il convento delle suore domenicane con il chiostro porticato fu edificato nel 1933, la seconda struttura (quella con l’edificio circolare e l’altro a punta di freccia) tra il 1960 e 70. Nel 1978 venne soltanto affittato dalla Loyola university che lo acquistò nel 2009 per realizzare modifiche e una nuova ala nel 2019. La fervente fantasia di Federico Zatti ha inventato tutto. Le due inchieste da lui condotte tuttavia conservano ancora una utilità: mostrano in maniera esemplare come si costruisce un fake.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo un contributo del ricercatore Gianremo Armeni che decostruisce implacabilmente l’ultimo scoop sul sequestro Moro realizzato dal giornalista di Rai news Federico Zatti e proposto da Bruno Vespa nella edizione di Porta a Porta del 13 maggio scorso. Secondo Zatti due disegni ritrovati nella base brigatista di via Gradoli a Roma proverebbero che il vero luogo dove fu custodito Moro, almeno nei primi momenti del sequestro, non fu via Montalcini ma un locale della Loyola univesity sito in via dei Massimi 114, a poca distanza da via Fani. Si tratta di un ennesimo clamoroso fake, come ci spiega dettagliatamente Armeni. Basta sovrapporre il disegno fatto dai Br con la piantina del carcere di massima sicurezza di Marino del Tronto per capire che lo schizzo raffigurava quella struttura carceraria in costruzione. Il comitato rivoluzionario marchigiano e la colonna romana erano in stretto contatto.Cconosco bene il carcere speciale di Marino del Tronto perché dopo essere stato ricondotto in Italia dalla Francia vi ho trascorso oltre quattro mesi in isolamento, dalla metà di settembre 2002 al gennaio 2003, salvo alcuni giorni durante le feste di fine anno, quando venni appoggiato provvisoriamente nella sezione circolare visibile nelle immagini, per permettere la riverniciatura della mia cella ridotta in pessime condizioni.
A sinistra uno dei disegni ritrovati in via Gradoli. Sulla destra il carcere di masima sicurezza di marino del Tronto, vicino Ascoli
La dietrologia, emersa sulla scena pubblica degli ultimi decenni come «disciplina che predice il passato», è quella particolare branca del complottismo che in Italia si occupa del decennio 70 del Novecento, della lunga stagione della lotta armata condotta da alcune formazioni rivoluzionarie della sinistra sorte in quegli anni, e in modo particolare del sequestro e della uccisione nel 1978 del presidente della consiglio nazionale della Democrazia cristiana Aldo Moro, per poi estendere il suo campo interpretativo retroattivamente, all’inizio della repubblica, e posteriormente fino alla stagione del berlusconismo, includendovi le stragi di mafia. Utilizzata per fornire argomenti e fabbricare prove false necessarie alla battaglia politica, si è via via trasformata nel tempo. Se all’inizio fu impiegata dalla destra, divenne nei decenni successivi appannaggio pressoché totale della cultura e del modo di pensare della sinistra. Strumento impiegato per costruire alibi utili a giustificare rovesci e fallimenti delle proprie strategie politiche e dei crudeli imprevisti della storia.
Il deep state Con l’appannarsi dei pensieri forti del Novecento e la crisi delle teorie critiche della società, è venuta meno la capacita di leggere i processi storici. La crisi delle «democrazie», i fenomeni di oligarchicizzazione dei sistemi politici accompagnati dalle ondate populiste, la finanziarizzazione dell’economia hanno reso sempre più lontani le sedi dei decisori e invisibili i meccanismi che regolano i processi decisionali. Il potere si presenta senza volto sorretto da dispositivi tecno-economici ormai insondabili. Questa opacizzazione ha visto soccombere le categorie della critica a vantaggio delle sindromi del sospetto, una perdita di intelligibilità della realtà che ha aperto la strada alle derive cospirazioniste come sistema di pensiero e lettura delle vicende politiche e umane che attraversano il pianeta. L’ottocentesco «comitato d’affari» si è trasformato nel «regno segreto», lo Stato profondo, il lato nascosto dove si architettano piani, si manipolano informazioni, si controllano pensieri, si iniettano sieri. Il complotto non è più un singolo intrigo, un episodio, ma la forma stessa della società. Prende forma così un complottismo unidimensionale che spoliticizza la società e assomiglia quel lontano Istrumentum regni di cui parlava Machiavelli.
Tecnica e complotto Anche l’epoca della digitalizzazione ha giocato un ruolo in questa deriva: l’accessibilità a una enorme quantità di dati e contenuti, la possibilità di consultare archivi online, in questo caso quelli delle commissioni parlamentari, l’uso di alcune applicazioni come google maps, il proliferare di gruppi di discussione sui social, sono strumenti che hanno permesso a chiunque di informarsi, farsi un’idea, scambiare e condividere opinioni appassionandosi a vicende passate. Questa nuova permeabilità e trasparenza, questa maggiore democrazia delle fonti ha tuttavia generato un inquietante risvolto della medaglia che ha iperbolicamente accresciuto la sindrome dell’occulto, la caccia all’invisibile, come se la luce, la troppa luce avesse improvvisamente accecato anziché illuminare. Accade così che chiunque aspira a trasformarsi nei panni del piccolo detective che pensa senza grandi studi, poco metodo, troppa presunzione e molta approssimazione, di scoprire segreti, portare alla luce trame. Perché tutto ormai non può essere che trama e segreto, unico dispositivo narrativo proponibile, altrimenti è noia.
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Non basta un plaid per ripararsi dal freddo
di Gianremo Armeni
Il 13 maggio scorso, sul finire della popolare trasmissione di Rai Uno, Porta a Porta, è andata in onda un’inchiesta curata dal giornalista Federico Zatti, relativamente alla prima prigione di Aldo Moro. È convinzione di Zatti che fosse ubicata in via Massimi, all’interno di un complesso che oggi è di proprietà della Loyola University. Inchiesta sbalorditiva per le conclusioni, claudicante per gli elementi probatori portati a sostegno. Un classico esempio di apparato teorico-empirico sorretto da meccanismi di riduzione e sottrazione, dove trova cittadinanza soltanto ciò che possa accreditare l’ipotesi di lavoro. Il caso Moro rappresenta da decenni una voragine in cui sono caduti rovinosamente tutti coloro che hanno giocato la partita della ricerca storica con un mazzo di carte truccato (nel caso di Zatti sono fortemente convinto della sua buona fede, cosa che verrà dimostrata in seguito), dove le scartine hanno prevalso sugli assi, del tutto assenti. Chiunque negli anni si sia gettato nella mischia della scoperta clamorosa con effetti scenici, ha finito soltanto per scoprire che in larga parte la raccontavano giusta i brigatisti. Non ne sono usciti indenni nemmeno nomi eccellenti, i quali dovrebbero essere presi ad esempio per evitare di ripetere lo stesso errore metodologico, una sorta di gioco di prestigio che consiste nel sottrarre per far combaciare. Ma qui sembra che gli errori escano dalla porta e rientrino dalla finestra. Una breve premessa sul dato numerico di carte a disposizione sul caso Moro sarà propedeutica alla trattazione dei documenti esibiti dal giornalista, la parte più nebulosa di tutta l’inchiesta. Nella vastissima giungla documentale prodotta in quasi mezzo secolo (dalla polizia giudiziaria, 5 processi, 2 commissioni parlamentari esclusivamente dedicate al sequestro dello statista democristiano, la commissione Stragi in cui è presente il «filone caso Moro», centinaia di monografie, documentari, articoli di stampa, e quant’altro), diventa proibitivo stabilire l’esatto ammontare delle carte; il discorso non migliora qualora si volesse raggiungere una cifra che con buona approssimazione si avvicini alla realtà. Stiamo parlando di cifre in milioni, non in migliaia. Dal servizio andato in onda a Porta a Porta si intuisce come l’autore del presunto scoop non abbia un quadro d’insieme organico della vicenda, e non abbia sviluppato gli anticorpi per proteggersi dalle trappole che da sempre riserva il caso Moro. Se i campanelli d’allarme non suonano, la cautela cede il posto all’arrembaggio. Le imprecisioni dell’autore iniziano a serpeggiare sin dalle prime battute. A suo avviso, via Gradoli fu la base operativa del sequestro Moro. Assolutamente falso. Inesattezza dettata forse dal fatto che all’epoca l’appartamento era abitato da due militanti che costituivano una delle massime espressioni delle Brigate Rosse, Moretti e Balzerani. Per invalidare questo ennesimo presunto scoop basterebbe esporre sin da subito l’analisi relativa ai repertori planimetrici, tralasciando tutto il resto, ma è preferibile procedere per gradi. Per diradare la nebbia che avvolge scoperte mirabolanti, meglio valutare l’indagine sotto un profilo unitario, partendo dalle fondamenta, le testimonianze dell’epoca.
A) È lo stesso Zatti, difatti, ad assegnare un ruolo cruciale alle dichiarazioni rilasciate a ridosso della strage da alcuni passanti casuali. Ciò è inequivocabile:
Zatti: «Innanzitutto, mi sono basato sulle testimonianze, è sorprendente come nel primo chilometro e mezzo ci siano dei testi oculari, poi più nulla».
Verso la fine del servizio, Vespa riepiloga quanto esposto dall’autore dell’inchiesta nello spazio che ha avuto a disposizione: «Quindi, lei dice che i testimoni hanno «accompagnato» la fuga da via Fani fino a via Massimi, dopodiché nessuno ha visto nulla, segno che lì qualcosa è accaduto». Affermazione alla quale Zatti ha prima annuito, poi confermato. Passiamole in rassegna queste testimonianze, ci si renderà meglio conto del meccanismo di riduzione e sottrazione a cui facevo riferimento.
I testimoni che videro il convoglio percorrere la via di fuga sono 4, ma il giornalista, stranamente, ne cita soltanto 3, dimenticandosi (o disconoscendo) le dichiarazioni della signora Elsa Maria Stocco, che non collimano affatto con le premesse del suo teorema. Anche riguardo alla testimonianza della signora De Luca Anna siamo in presenza di una grossa forzatura. 1) Antonio Buttazzo (commissione Moro 1 – volume 30 – pp. 78-79-80) seguì il convoglio in fuga per circa un chilometro, da via Stresa fino a piazza Walter Rossi (ex piazza Igea). 2) Buttazzo cedette metaforicamente il testimone alla signora Iole Dordoni, la quale intercettò visivamente un altro segmento di strada. In una prima dichiarazione, quella del 16 marzo 1978 (commissione Moro 1 – volume 30 – p. 81), ella affermò:
«Ho visto le auto proseguire a forte velocità fino a via Massimi, angolo di Villa Rossini, da quel momento le ho perse di vista».
Nella testimonianza successiva, del gennaio 1979 (volume 42, pp. 510-511), aggiunse:
«Queste autovetture dopo aver superato la sbarra di ferro situata sulla via Casale De Bustis, hanno proseguito dritto per la via Massimi, senza girare a sinistra o a destra. Non sono in grado di dire se le macchine hanno proseguito fino a via Serranti o sono girate per via Bitossi, ciò perché dalla posizione in cui mi trovavo non mi era possibile vedere la prosecuzione di via Massimi…».
Siamo in presenza di una dichiarazione che non lascia intendere chissà quale sparizione improvvisa in via Massimi, emerge soltanto l’impossibilità di scrutare oltre. Difatti, la teste lascia aperta l’eventualità che potessero aver proseguito fino a via Serranti o girato per via Bitossi.
3) Decisamente più incisiva ai fini di questa controinchiesta è la dichiarazione della signora Anna De Luca (commissione Moro 1 – volume 30 – p. 83), che Federico Zatti correttamente cita:
«Subito dopo è transitata la terza macchina, la donna ha chiuso la catena, e dopo è salita a bordo della terza macchina, e la stessa macchina è ripartita alla stessa velocità delle altre due, proseguendo tutte e tre insieme, in via Casale De Bustis, nella direzione dove c’è l’incrocio di via Massimi. Però ho visto che non hanno voltato per via Massimi, ma hanno proseguito dritti, finché non sono scomparsi dalla mia vista».
Qui c’è una vera e propria manipolazione della testimonianza perché il giornalista in trasmissione ha fatto la seguente affermazione:
«La signora vide le macchine salire la salita di via Massimi proprio in corrispondenza di quella quercia che abbiamo visto prima. Ecco, il posto è la Loyola University (via Massimi), è lì che svoltano le auto».
Dal servizio non si comprende bene se Zatti attribuisca alla teste anche il passaggio in grassetto, oppure sia una sua conclusione, ad ogni modo, una cosa è certa: la testimone ha completamente negato la svolta per via Massimi: proseguirono dritti.
4) Come accennato, dal novero delle testimonianze, l’autore dell’inchiesta ha omesso quella di Elsa Maria Stocco, le cui dichiarazioni sono in netto contrasto con l’impianto imbastito, ovvero, che nessun teste vide le auto oltre via Massimi. Così si espresse la Stocco (volume 30, pp. 97-98):
«[…] Una macchina di grossa cilindrata che a forte velocità s’è fermata in via Bitossi, proprio di fronte alla mia abitazione, proveniente da via Massimi. […] A questo punto, i due, senza dire alcuna parola si sono allontanati, sempre alla guida delle due autovetture, in direzione di via Bernardini Pietro».
Pertanto, la Stocco vide il convoglio provenire da via Massimi, non sparire in quella via, per poi allontanarsi verso via Bernardini. (1)
Non ci sono ulteriori testimonianze semplicemente perché a piazza Madonna del Cenacolo, poco oltre, fu fatto il trasbordo dall’auto su cui era stato fatto salire Moro, al furgone che poi arrivò a via dei Colli Portuensi. Già a questo primo livello dell’inchiesta siamo in presenza di diverse problematiche che rischiano di invalidare aprioristicamente l’apertura dei nuovi scenari sbandierati da Zatti. Le solide premesse su cui l’autore faceva affidamento, potrebbero celare delle pericolose sabbie mobili? A breve lo scopriremo.
B) Veniamo ora ai 2 documenti mostrati a Porta a Porta. Si tratta di un paio di schizzi planimetrici fatti dai brigatisti della colonna romana, rinvenuti nel 1978 a via Gradoli. Entrambi sono stati catalogati dalle autorità sotto la voce: rep. n. 777. Zatti ha espressamente detto che entrambi sono di domino pubblico, il che corrisponde alla realtà, come difatti indicano le diciture in alto, a sinistra e a destra del numero di pagina, si deduce chiaramente che sono stati estrapolati dalla prima commissione parlamentare d’inchiesta (i cui volumi si trovano anche in rete), o almeno il primo qui sotto allegato (volume 48, p. 538). La commissione, difatti, coeva al primo processo Moro, era solita acquisire dall’archivio della Corte d’Assise di Roma quei documenti del processo che più le interessavano.
Zatti, a ragione, sostiene che l’immagine sopra sia più o meno nota. Difatti, fu inserita dal giornalista Paolo Cucchiarelli in una delle sue pubblicazioni, voglia perdonarmi l’autore se non ricordo esattamente quale. Fu pubblicata anche sulla piattaforma social di un noto gruppo Facebook (Sedicidimarzo), dall’amministratore Franco Martines, in data 13 settembre 2023. Fui io stesso a darla a Martines, unitamente all’altra mostrata in tv da Zatti, che a breve riproporrò. Soltanto queste 2. Ma, a differenza di Zatti, diedi gli «originali», quelli conservati presso l’archivio della Corte d’Assise di Roma (aula bunker di Rebibbia), non quelli acquisiti dalla commissione Moro. Come si vedrà, questo è un punto fondamentale. Difatti, bisogna preliminarmente precisare, sottolineare, e rimarcare, che il rep. n. 777 non è composto soltanto da quelle due immagini mostrate a Porta a Porta. Esistono altri fogli-foglietti manoscritti, soprattutto descrittivi che, oltre a rappresentare gli anelli di congiunzione di un’entità unitaria (i teorici della Gestalt avrebbero detto che il tutto è più della somma delle parti), raccontano una storia nettamente contrapposta. Ora, devo presumere che Zatti non avesse nella sua disponibilità queste altre tessere, ciò è evidente, in caso contrario non avrebbe proseguito per la sua strada, oppure, le avrebbe mostrate in tv. Lo suppongo anche in base a un altro ragionamento: avendo estrapolato quelle due immagini dalla commissione, si è ritrovato senza null’altro in mano, perché l’organo parlamentare, per quanto consta al sottoscritto, non acquisì il rep. n. 777 in forma integrale, ma soltanto quelle due immagini. (2) Pertanto, sul punto specifico, l’autore dell’inchiesta ha proceduto per sottrazione, forse a causa di una pregressa impreparazione sul carteggio Moro. Ad ogni buon conto, già le descrizioni che si trovano all’interno delle due immagini mostrate a Porta a Porta, avrebbero dovuto farlo riflettere e penetrare più a fondo la spinosa vicenda, perché già in quelle poche righe, anche se non vi è alcun cenno alle cariche esplosive, si fa comunque riferimento a: spessore delle colonne, sotterranei, caldaie, muri in foratelle, travi in cemento armato, canali tra una cella e l’altra dove passano i tubi… Ma sul punto specifico, Zatti ha derubricato il tutto sostenendo che fu proprio la parola “carceri” inserita tra le virgolette (nell’immagine sotto contrassegnata dalla freccia rossa) a fuorviare gli inquirenti dell’epoca. A suo giudizio, il segno tipografico andava letto oltre le righe: i brigatisti non intendevano riferirsi alle case circondariali, bensì, alla prigione dove tenevano sequestrato Moro. Il classico esempio di ciò che si vuole far combaciare a tutti i costi.
Passiamo alla seconda planimetria mostrata in tv, quella che per Zatti non è mai stata pubblicata, il che non è esattamente vero perché la postò proprio il gruppo Facebook precedentemente citato, ricevuta dal sottoscritto in «originale».
L’immagine a sinistra è la planimetria ritrovata in via Gradoli, rep. n. 777. Quella a destra è la sede della Loyola University, sito in cui, a detta di Zatti, le Brigate Rosse avrebbero tenuto prigioniero Moro, almeno nelle fasi iniziali. Osservandole bene, qualche similitudine effettivamente esiste, il resto bisogna farlo incastrare. 1) L’elemento sferico, identificato con la freccia rossa, trova una certa corrispondenza. 2) Ma il complesso centrale, identificato nel disegno di sinistra con la freccia blu, anche se lo si volesse far corrispondere con l’edificio dell’immagine di destra, sempre contrassegnato con la freccia blu, si troverebbe comunque in una posizione diversa rispetto all’elemento sferico, ovvero, alla sua destra, non a sinistra come nella planimetria rinvenuta in via Gradoli. 3) Quella specie di parallelepipedo, contrassegnato dalla freccia verde nel disegno di sinistra, per farlo coincidere con quello della freccia verde dell’immagine di destra, bisogna ruotarlo e adattarlo.
Adesso, proviamo invece a procedere con una metodologia diversa, inserendo nella discussione gli altri foglietti manoscritti, mai resi pubblici, che unitamente alle 2 immagini già esaminate compongono il rep. n. 777:
Nella prima immagine, si fa riferimento alla possibilità di minare le colonne del porticato, alle cariche esplosive, al peso complessivo dell’esplosivo… Nella seconda, si citano le colonne e le cariche contrapposte… Nella terza, ancora riferimenti alle dimensioni delle colonne e al peso dell’esplosivo… Nella quarta ricorre la stessa gamma di espressioni, ma è più particolareggiato. In soldoni, l’intero rep. n. 777 fa riferimento allo studio dell’architettura di un carcere speciale e alla possibilità di farlo saltare in aria. Faccio notare che, anche nella prima immagine esiste una parola inserita tra virgolette, “uffici”. Stesso discorso per “cameroni” nell’immagine 4. A dimostrazione che il redattore intendeva evidenziare con il segno tipografico l’area di interesse. Le 2 immagini che seguono non necessitano di alcun incastro o spostamento, né di alcun adeguamento o interpretazione funambolica delle virgolette.
Questo sopra è il documento originale tratto dal sottoscritto presso l’archivio della Corte d’Assise di Roma (aula bunker di Rebibbia).
Questo è invece il carcere speciale di Ascoli Piceno (Fonte: Corriere Adriatico).
Tutto è al proprio posto! Tanto è più vero che, la soluzione di quello che è stato presentato come l’ennesimo presunto mistero o enigma del caso Moro, fu già individuata dagli inquirenti dell’epoca, che a differenza di quanto sostiene Zatti non furono fuorviati da nulla, eseguirono il loro lavoro con estrema professionalità e aderenza alla realtà. Peraltro, l’esito delle indagini svolte nel 1978 era già noto anche alla stessa commissione Moro (volume 31 – p. 383):
«Lo schizzo rinvenuto nel covo Brigate Rosse via Gradoli riguarda sicuramente costruendo istituto carcerario Ascoli Piceno. […] Lo schizzo è stato effettuato sul posto probabilmente inizio 1977 et cioè quando erano ben visibili pilastri et non esistevano alcuni locali».
La parte segnalata in grassetto dal sottoscritto corrisponde esattamente a ciò che scrissero i brigatisti in una delle due planimetrie: «Al piano terra non ci sono ancora i muri divisori» (freccia rossa immagine sottostante).
Del resto, uno dei settori dell’organigramma brigatista, il cosiddetto «fronte delle carceri», si occupava proprio di questo aspetto, dei bisogni materiali dei militanti in stato di detenzione e di una loro possibile evasione, come peraltro già accaduto nella storia dell’organizzazione. Aggiungo che documenti simili si possono rintracciare in altri appartamenti in uso alle BR, è il caso del materiale rinvenuto in via Negroli 30, Milano.
C) Esistono poi altri aspetti dalle tinte fosche nella ricostruzione di Zatti. Egli afferma che all’epoca i lavori della struttura che avrebbe ospitato la Loyola University erano in fase di ultimazione, e che leggendo un giornalino di quartiere di Monte Mario è venuto a sapere che gli studenti, i professori, e il personale, si spostavano a Roma da Chicago soltanto in estate, per questa ragione nessuno si è accorto di nulla, perché nella primavera del 1978 i brigatisti potevano disporre liberamente dell’intero complesso. Ora, delle due l’una: o era in fase di ultimazione, pertanto gli studenti non potevano proprio entrarci, a prescindere dalla stagione estiva; oppure, era già terminato, ma i corsisti erano soliti arrivare d’estate. Le risposte dell’autore dell’inchiesta sono un po’ confuse e sbrigative. A una domanda precisa di Bruno Vespa, egli risponde che il complesso era in fase di ultimazione. Vespa gli chiede allora degli operai, e la risposta è spiazzante: «O non c’erano, oppure c’erano ma erano conniventi con le Brigate Rosse». Anche qui delle due l’una: se non c’erano, allora non era un cantiere in fase di ultimazione, se invece c’erano significa che dozzine e dozzine di operai, salariati dalla società edile che aveva l’appalto, erano allo stesso tempo pericolosi rivoluzionari che conoscevano perfettamente il luogo dov’era ristretto Aldo Moro, l’uomo più ricercato d’Europa in quel momento, dalle forze dell’ordine, naturalmente. Ad una rapida ricerca sul web si scopre che la Loyola University si trasferì in via Massimi nel 1978, senza specificare il mese. Anche volendo ipotizzare l’inizio delle attività sul finire del ‘78, gli edifici dovevano per forza di cose essere già finiti, o in fase di ultimazione come sostenuto da Zatti, ciò significa che in entrambi i casi, un complesso di quelle dimensioni che sarà costato l’ira di Dio, doveva necessariamente essere custodito, non lasciato alla mercé di chiunque. «Ultimato», o «quasi finito», sono espressioni che stridono fortemente con quanto scritto dai brigatisti nella planimetria: «Al piano terra non ci sono ancora i muri divisori».
Insomma, da qualunque parte la si voglia guardare, dal punto di vista testimoniale, documentale, o della logica, l’inchiesta fa acqua da tutte le parti. Anche se dal salotto di Porta a Porta si è levato un coro unanime di apprezzamento, non basta un plaid per ripararsi dal freddo!
Note 1 La deposizione della Stocco è stata a lungo oggetto di controversia rispetto al racconto dei brigatisti con il quale e parzialmente coincidente. Questi infatti affermano di aver proseguito con le vetture che trasportavano Moro per via Serranti, mentre soltanto uno di loro si è diretto verso via Bernardini, per poi ricongiungersi tutti in piazza Madonna del Cenacolo. La questione, tuttavia, non è rilevante ai fini dell’inchiesta in oggetto.
2 Si tratta di una forte convinzione personale, a memoria non ricordo il contrario. Detto ciò, non escludo in linea di principio che scartabellando pagina per pagina tutti i volumi dell’organo parlamentare, non possano trovarsi.
Carabinieri in difficoltà di fronte alla versione ufficiale sulla morte della Cagol, tanti non ricordo, dinieghi e versioni contrastanti. Le difese ribaltano il processo per i fatti della Spiotta
La quarta udienza del nuovo processo davanti la corte d’assise di Alessandria per la sparatoria nella quale morì il 5 giugno del 1975 Margherita Cagol, fondatrice delle Brigate rosse, e rimase mortalmente ferito l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, ha messo in luce profonde contraddizioni e smentite reciproche tra i carabinieri coinvolti. Quattro ex membri del nucleo speciale anti-Br, istituito dal generale Dalla Chiesa nel maggio del 1974, e due carabinieri in congedo delle sezioni territoriali di Canelli e Acqui Terme hanno deposto dando vita a un intreccio di versioni contrastanti, dinieghi imbarazzanti e giravolte. Si è assistito a un vero e proprio “carabinieri contro carabinieri”, senza distinzioni di grado, anzianità o competenze.
Le critiche del generale Sechi L’allora braccio destro del generale Dalla Chiesa ha apertamente criticato l’operato della tenenza di Acqui Terme. Le sue censure si sono concentrate in particolare sull’operato del tenente Rocca, il quale, secondo la versione consolidatasi nelle carte giudiziarie, dopo aver racimolato tre uomini si sarebbe lanciato in una azzardata perlustrazione tra ruderi e cascine della zona. Sortita che culminò sul cortile della cascina Spiotta, quando la pattuglia insospettita dalla presenza di due auto e da rumori provenienti all’interno bussò alla porta, innescando (ancora oggi le versioni su su chi abbia esploso i primi colpi sono contrastanti) il sanguinoso conflitto a fuoco. Sechi ha spiegato che il nucleo speciale avrebbe agito in tutt’altro modo: accerchiando la zona, controllandola a distanza con uomini camuffati e apparecchi fotografici per identificare gli occupanti, seguirli e catturarli quando sarebbero usciti singolarmente. Solo in seguito, e con tutte le precauzioni del caso, si sarebbe proceduto a un’eventuale irruzione: precauzioni che sarebbero mancate nella “sconsiderata sortita” di Rocca. Il generale Sechi ha negato di aver avuto informazioni, il giorno prima della sparatoria, riguardo a irregolarità nei documenti d’identità usati per l’acquisto della cascina Spiotta. Ha anche negato che qualcuno dei suoi uomini si fosse recato a Canelli, luogo del rapimento di Vallarino Gancia da parte delle Br. Incalzato dalle difese e messo di fronte all’ispezione giudiziale del 20 giugno (con la sua firma in calce insieme a quella del pm titolare dell’indagine) in cui fu trovato un bossolo dell’arma dei carabinieri accanto al corpo della Cagol, documento richiamato dal legale di Curcio, l’avvocato Vainer Burani, Sechi ha detto di non ricordare l’episodio e di non sapere il motivo di quelle ricerche a distanza di 15 giorni: «dovete chiederlo al pm, non a me» – ha replicato con fare indispettito.
Non ricordo, dinieghi imbarazzanti e versioni contrapposte Un atteggiamento increscioso quella tenuto dal generale in congedo che tra non ricordo e dinieghi aggressivi ha opposto una difesa a riccio. A supportare questa posizione è intervenuta la deposizione del colonnello Seno, suo collega nel nucleo speciale. Sebbene abbia ammesso (smentendo quanto aveva appena detto Sechi) di essersi portato nella caserma di Canelli nel tardo pomeriggio del 4 giugno, dopo l’arresto di Massimo Maraschi sospettato di essere coinvolto nel rapimento, ha ostinatamente sconfessato le affermazioni del suo sottoposto dell’epoca, il vicebrigadiere Bosso. Quest’ultimo, invece, ha ricostruito in modo dettagliato la sequenza logica dei loro movimenti sul posto: l’arrivo nella caserma di Canelli per interrogare Maraschi già all’attenzione del nucleo speciale, il sopraggiungere della notizia che nella zona di Acqui Terme era stato rinvenuto il furgone abbandonato dai rapitori di Gancia nel primo tratto di fuga, lo spostamento nella caserma di Acqui dove apprese di una indagine catastale di circa 15 giorni prima che aveva rilevato la natura fittizia dei documenti d’identità usati per l’acquisto della Spiotta. Si trattava di una tecnica d’indagine adottata dagli uomini di Dalla Chiesa per smantellare la logistica brigatista.
La cerimonia che interruppe l’indagine Bosso ha descritto con nitidezza la cartellina gialla dove erano riposti i fogli dell’indagine. Ha poi spiegato che, ricevuta l’informazione, con un carabiniere del posto (Lucio Prati) si recò subito a effettuare una perlustrazione a distanza della Spiotta, osservandola da un’altra cascina a circa 200 metri, per poi rientrare a Canelli in tarda serata, interrogare Maraschi “fino a estenuarlo” e tornare a Torino nella notte. Seno ha negato che tutto ciò sia avvenuto, sostenendo che Bosso si fosse confuso col giorno successivo. Tuttavia, di fronte alla contestazione dell’avvocato di Moretti, Francesco Romeo, riguardo l’inutilità di un sopralluogo la sera del 5 giugno, a sparatoria avvenuta e morti sul terreno, Seno è rimasto in silenzio. A questo punto è emersa un ulteriore sconcertante circostanza: secondo Bosso, dal comando centrale di Torino sarebbe giunta l’indicazione di sospendere l’indagine e rientrare, perché il mattino successivo era prevista una cerimonia per la festa dell’Arma, durante la quale diversi membri del nucleo (che avevano partecipato all’arresto di Curcio e Franceschini l’8 settembre 1974) dovevano essere premiati. L’attività operativa sarebbe ripresa nel pomeriggio del 5. Questa circostanza, concordata tra il tenente Rocca e il colonnello Seno secondo Bosso, è stata negata da Seno.
Il confronto negato e i punti fermi emersi dall’udienza I pubblici ministeri, che non hanno lesinato domande per appurare i fatti, hanno chiesto un confronto tra Seno e Bosso, ritenendo che uno dei due stesse mentendo o non ricordando correttamente. La corte, tuttavia, ha respinto la richiesta, ritenendola superflua. Una decisione che non aiuta la chiarezza ma sembra voler tutelare l’apparato. La mattina successiva è avvenuto il fatto drammatico con l’improvvida decisione di Rocca che, all’insaputa del Nucleo, ha deciso di partire con una sua pattuglia alla volta della Spiotta per condurre un’ispezione culminata nello scontro a fuoco. I membri del nucleo speciale, secondo le testimonianze in aula di Bosso e Pedini Boni, altro ex carabiniere del nucleo speciale, sarebbero giunti sul posto solo nel primo pomeriggio, a disastro avvenuto. Le testimonianze non hanno chiarito l’esistenza di una scala gerarchica tra nucleo speciale e sezioni territoriali in caso di indagini per terrorismo, lasciando irrisolto chi dovesse prendere in mano le operazioni e stabilire tempi e modi dell’inchiesta. Il capitano Aragno (caserma di Canelli) e il vicebrigadiere Villani (polizia giudiziaria della procura di Acqui) hanno risposto che le indagini erano state subito prese in carico dal nucleo speciale, alimentando un infinito “scaricabarile”. Nonostante ciò, l’udienza ha fissato dei punti fermi importanti: si è compreso che il vero arcano della vicenda ruota attorno alle circostanze dell’uccisione di Margherita Cagol. Le dichiarazioni del carabiniere Villani sulle perplessità del medico che condusse l’autopsia riguardo alla versione ufficiale della sua morte, i dubbi e le domande poste all’appuntato Barberis (che disse di averle sparato a distanza mentre evitava la Srcm lanciata da Azzolini) e l’incredulità degli altri colleghi rispetto a questo racconto, hanno ulteriormente incrinato la versione data per vera sulla sua morte.
Chi è dalla parte della verità? I punti oscuri, le reticenze, i silenzi, le indagini carenti (i bossoli esplosi dai carabinieri scomparsi e le loro armi mai periziate), e il silenziamento della vicenda, inducono a pensare che l’atteggiamento tenuto dai diversi corpi dell’Arma sia stata la diretta conseguenza delle modalità con cui venne uccisa la Cagol. Con le sue dichiarazioni il brigatista Azzolini ha riempito uno dei tasselli mancanti di quella giornata, compiendo un passo chiarificatore verso la verità. A distanza di 50 anni i carabinieri sollevano ancora cortine fumogene, fuggendo le loro responsabilità. A cosa serve questo processo, a comminare i soliti ergastoli ai brigatisti, colpevoli a priori, o a cercare la verità fino in fondo sull’accaduto?
Le anomalie delle indagini sulla sparatoria alla cascina Spiotta. Dalle carte del nuovo processo sui fatti di 50 anni fa nuove circostanze sconcertanti: la pistola dell’appuntato D’Alfonso ritrovata per caso, giorni dopo, nel baule di una delle auto dei carabinieri giunte sul posto. E poi i bossoli esplosi dai militari dell’Arma: tutti spariti, tranne i 5 attribuiti al carabiniere ucciso
Dalle carte del nuovo processo sulla sparatoria alla cascina Spiotta del 5 giugno 1975, che si è aperto davanti la corte d’assise di Alessandria, emergono sempre più circostanze sconcertanti. La volta scorsa abbiamo raccontato del bossolo calibro nove in dotazione all’arma dei carabinieri ritrovato quindici giorni dopo il conflitto a fuoco «nei pressi del luogo ove giaceva il cadavere» di Mara Cagol. Bossolo mai repertato, mai sottoposto a perizia e subito scomparso dall’indagine.
La pistola sottratta dalla luogo della sparatoria Oggi ci occupiamo della Beretta 34 dell’appuntato Giovanni D’Alfonso, deceduto per le ferite riportate nello scontro fuoco avuto con Mara Cagol, dopo averla sorpresa alla spalle. L’arma non fu mai correttamente repertata, venne ritrovata casualmente alcuni giorni dopo la sparatoria nel baule di una delle vetture dei carabinieri giunte sul posto. Fu tolta dalle mani di D’Alfonso, quando era ancora a terra ferito, prima che arrivassero gli esperti della scientifica per i rilievi di rito. A riferirlo è il maresciallo Domenico Palumbo, ascoltato dai pubblici ministeri il 15 febbraio 2023: «lo dopo cinque o sei giorni, lavando la macchina di servizio, nel baule ho trovato la pistola di D’Alfonso (…) Prati mi spiegava che nella confusione aveva preso la pistola e l’aveva messa nel baule della macchina di servizio, dove l’ho trovata (…) Quando ho trovato la pistola di D’Alfonso sull’auto di servizio ho protestato vivacemente con Prati, quasi volevo picchiarlo, perché avrebbe dovuto lasciare la pistola dove l’avevano trovata, o almeno dirlo che era stata messa in macchina (…) Lui, che era giovane, si mise a piangere giustificandosi che era confuso ed aveva fatto un errore. lo ricordo di aver preso la pistola e di averla consegnata, credo, al Maresciallo Barreca, o forse al Capitano Sechi …». I carabinieri del Ros che hanno condotto la nuova indagine minimizzano l’episodio, cercando attenuanti per giustificare la condotta del brigadiere Prati, uno dei quattro carabinieri che erano presenti quando Bruno Pagliano, che abitava accanto alla Spiotta, vide Mara Cagol ancora viva ma agonizzante. Per il Ros il comportamento di Prati troverebbe giustificazione nel fatto che «le tecniche di repertamento che oggi sono alla base dell’addestramento di ogni Carabiniere negli anni ’70 erano molto meno conosciute ed applicate».
I bossoli scomparsi Un tentativo maldestro di giustificazione perché all’anomalia della pistola di D’Alfonso, sottratta dalla scena della sparatoria, si aggiunge la scomparsa di tutti i bossoli esplosi dai carabinieri, salvo i cinque attribuiti a D’Alfonso. Sempre il maresciallo Palumbo fornisce ulteriori dettagli sulla dinamica dell’intervento dei carabinieri e spiega che tra il suo arrivo e la liberazione di Gancia all’interno della cascina erano trascorsi almeno venti minuti: «Sono arrivato sul posto della sparatoria pochi minuti dopo. C’era per terra la mano del tenente Rocca e una macchia di sangue dell’app. D’Alfonso che era stato portato via in ambulanza da poco.(…) C’erano due porte chiuse e ne abbiamo sfondato una perché pensavamo che all’interno vi fossero ancora delle persone. In quel momento eravamo in tre: io; il carabiniere Regina e il brig. Prati. (…) Devo dire che avevamo sentito qualcuno che invocava aiuto e diceva di essere Gancia, io ho seguito la direzione da cui provenivano le invocazioni d’aiuto, ho trovato una porticina che era chiusa dall’esterno, l’ho aperta ed è uscito il Dott. Gancia che mi ha abbracciato (…) Noi in un primo tempo non pensavamo che fosse Gancia, anche perché eravamo lì da circa venti minuti e questo non si era sentito».
Un vuoto di mezz’ora Se Prati e Regina erano giunti a sparatoria appena terminata (i due raccontano di aver scorto Barberis all’inizio della boscaglia dove aveva rincorso Azzolini), e Palumbo poco dopo, quanto tempo era trascorso dalla fine del conflitto fuoco? Mezz’ora, poco più? Che cosa è accaduto in quel lasso di tempo? Quali sono stati i movimenti dei presenti? E’ in quel frangente che si situa l’uccisione della Cagol. Oltre a presidiare il suo corpo e portare soccorso ai feriti, cos’altro hanno fatto i carabinieri presenti? Le indagini svolte fino ad ora non hanno ricostruito questi momenti. Barberis afferma di aver scaricato per intero il suo caricatore (almeno cinque dei suoi colpi sono finiti sulle macchine dei due brigatisti in fuga), tanto che dichiara di essersi spostato verso D’Alfonso per rifornirsi di proiettili. L’arma di D’Alfonso è ritrovata giorni dopo vuota ma a terra vengono recuperati cinque bossoli a lui attribuiti. Cattafi dice di aver esploso due colpi. Azzolini scrive nel memoriale di aver sentito esplodere, dopo circa cinque minuti dalla sua fuga, «uno forse due colpi secchi, poi due raffiche di mitra». Secondo il Ros «Gli spari erano ovviamente quelli dei carabinieri che, prima di fare irruzione nel cascinale, lanciavano lacrimogeni e sparavano raffiche di mitra e nulla avevano a che fare con l’esecuzione di Cagol Margherita». Secondo il maresciallo Palumbo però l’irruzione avviene molto dopo la fuga del secondo brigatista, venti minuti almeno. Al netto di queste contraddizioni, tutte da risolvere, resta che sono stati esplosi davanti e intorno alla cascina oltre venti colpi (14-16 solo dalle pistole dei carabinieri) e forse molti di più considerando il volume di fuoco delle raffiche di mitra. Non è credibile che siano stati repertati solo i cinque bossoli attribuiti a D’Alfonso. Una certa percentuale va sempre persa ma non coincide mai con la totalità dei colpi, per giunta in un’area ispezionabile.
Inchiesta silenziata per tutelare la versione ufficiale sulla morte della Cagol Questo è un’altro dei quesiti fondamentali a cui il processo dovrà rispondere se vorrà essere credibile. Perché sono spariti i bossoli dei carabinieri (eccetto i cinque di D’Alfonso) e sono rimasti solo quelli dei brigatisti? Non certo per facilitare quel «patto di non belligeranza», come lo ha definito il figlio dell’appuntato deceduto, Bruno D’Alfonso, che oggi prenderà la parola al Quirinale nel corso della rituale giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo e che quest’anno ha scatenato mugugni e polemiche, perché sono state messe in secondo piano le vittime della stragi fasciste e di Stato (forse l’errore è aver designato come data il 9 maggio anziché il 12 dicembre, ma sembra un po’ tardi per lamentarsene). La tesi del «patto» va ormai di moda, Bruno D’Alfonso l’ha ripresa dalla vicenda Moro per dare una risposta al mancato esito delle indagini sulla sparatoria. Ma non regge: le Br hanno da subito denunciato le modalità di uccisione della loro militante. Fino alla sua morte non avevano ancora concepito azioni mortali. Un anno dopo, l’8 giugno 1976 (inizialmente l’azione doveva coincidere con l’anniversario della sua morte) colpirono il procuratore generale di Genova Francesco Coco, che aveva fatto saltare la scarcerazione dei prigionieri della XXII ottobre concessa in cambio della liberazione del giudice Sossi, catturato dalle Br il 18 aprile del 1975. Subirono anche molti arresti: quindici giorni dopo i fatti della Spiotta furono presi Casaletti e Zuffada nella base di Baranzate di Bollate, qualche mese dopo a Milano, il 16 gennaio 1976, in una retata vennero catturati Curcio (marito della Cagol), Mantovani e altri brigatisti. Nel marzo successivo alla stazione centrale di Milano fu preso e quasi ucciso con un colpo sotto l’ascella, Giorgio Semeria. Se si è fatto di tutto per ripulire la scena da prove compromettenti e smorzare le indagini sulla sparatoria, questo è avvenuto per tutelare la versione ufficiale sulla morte della Cagol e tenere lontani occhi indiscreti sulle circostanze poco chiare: il vero arcano del nuovo processo in corso.