Fenzi, «su Moretti ho sbagliato, non era alla Spiotta»

Riparte il processo di Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 davanti la cascina Spiotta, nella quale trovarono la morte la fondatrice della Brigate rosse Mara Cagol e il cararbiniere Giovanni D’Alfonso. Si è svolta martedì 27 gennaio 2026 l’ottava udienza

«Tra i rapitori di Gancia c’era forse qualcuno di origine calabrese?», la domanda sollevata dal legale di parte civile, Nicola Brigida, è risuonata più volte volte nella nuova aula che ha accolto la riapertura del processo per la sparatoria del 5 giugno 1975 alla Cascina Spiotta, in località Arzello di Acqui Terme, dove trovarono la morte l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice delle Brigate rosse Mara Cagol. I singolari quesiti, rivolti ai soli due testi che hanno accettato il contraddittorio processuale, hanno accentuato l’effetto surreale e straniante che si è respirato per l’intera mattinata. Dopo che Lauro Azzolini, lo scorso marzo 2025, con una deposizione spontanea ha rivelato di essere lui il brigatista sopravvissuto al conflitto a fuoco e poi fuggito nel bosco, il processo sembra trascinarsi. Pubblica accusa e parti civili, spiazzate dall’inaspettata rivelazione, hanno visto la loro strategia processuale incepparsi. Le parole di Azzolini hanno spazzato via le congetture complottiste delle parti civili e tolto argomenti ai pm, chiarendo come quella mattina, lui e Mara Cagol, fossero stati colti di sorpresa reagendo in modo improvvisato, senza seguire alcuna direttiva impartita da presunti vertici. Come invece sostenuto nel teorema della pubblica accusa per tirare in ballo anche la responsabilità penale di Renato Curcio e Mario Moretti, non tanto nel sequestro dell’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia, che Cagol e Azzolini custodivano all’interno della Spiotta, reato ormai largamente prescritto, ma in qualità di mandanti apicali del conflitto a fuoco (anche se non presenti) e dunque nella morte dell’appuntato Giovanni D’Alfonso. Accertata l’identità del fuggitivo, per ritrovare un senso il processo dovrebbe allargare il suo raggio d’azione anche sulle circostanze della morte di Mara Cagol, chiarendo una volta per tutte come la donna venne uccisa, alla luce anche di quanto recentemente emerso sul bossolo proveniente da un arma dei carabinieri, ritrovato accanto al luogo dove giaceva il suo corpo.

La ripresa delle udienze
Dopo una sospensione di sei mesi dovuta alla sostituzione della giudice a latere, martedì 27 gennaio il processo è ripartito con l’ottava udienza. Tra i testimoni convocati: Biancamelia Sivieri, moglie di Lauro Azzolini, non si è presentata avvalendosi della facoltà di non rispondere, poiché testimone imputata di reati connessi. Scelta condivisa anche dall’altro teste, Antonio Savino. I due hanno inviato delle lettere alla corte tramite il loro legale. Analogo atteggiamento c’è stato da parte della ex brigatista Nadia Mantovani, catturata nel gennaio del 1976 nella base di via Maderno a Milano insieme a Renato Curcio, che però è venuta in aula a comunicare davanti alla corte la sua indisponibilità. Al contrario Enrico Fenzi, già collaboratore di giustizia, ha preferito rispondere alle domande anche per correggere le affermazioni fatte durante un’audizione della commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, e ribadite agli autori di due recenti volumi complottisti, Simona Folegnani e Berardo Lupacchini, che su quelle affermazioni avevano costruito una sprovveduta narrazione del rapimento Gancia e della sparatoria davanti la Spiotta, ormai utile solo alla critica dei roditori.

«Mi sono sbagliato su Moretti, non era lui il fuggitivo»
Fenzi, ormai ultraottantenne, come alcuni degli imputati alla sbarra, ha ammesso di essersi sbagliato. Le sue – ha affermato – «erano solo impressioni», ricavate nel carcere speciale di Palmi dove si registrava «un clima di ostilità e avversione nei confronti di Mario Moretti che andava al di là delle ragioni politiche». Soprattutto Franceschini – ha sottolineato Fenzi – si mostrava «severo e rancoroso, invelenito personalmente contro Moretti, a cui veniva attribuito il disastro della Spiotta». Allora – ha proseguito l’ex professore della università di via Balbi, studioso di Petrarca: «ho associato questo odio al fatto che fosse Moretti il fuggitivo. Evidentemente mi sbagliavo». Fenzi, a conclusione della sua testimonianza, ha voluto precisare che «Moretti non era una spia», raccontando di come una volta lo avessero messo in cella con Giorgio Semeria, un brigatista milanese che lo riteneva responsabile della sua cattura e del tentato omicidio nei suoi confronti da parte del brigadiere Atzori, su una pensilina della stazione centrale di Milano, il 22 marzo del 1976 (oggi sappiamo che a consegnarlo fu il confidente del Sid Leonio Bozzato, suo contatto diretto nella colonna veneta). «Il carcere era un laboratorio», ha spiegato Fenzi, e qualcuno ai vertici dell’amministrazione penitenziaria voleva vedere cosa potesse accadere.
Nella sua lunga deposizione, dovuta alle numerose domande del pubblico ministero Emilio Gatti, uno che ricorda quei giocatori di golf che non riescono mai ad andare in buca, Fenzi ha ridimensionato anche il suo ruolo nelle Brigate rosse. Ha raccontato di essere stato arruolato nella colonna genovese da Gianfranco Faina, era il 1976, ma che dopo una fase iniziale fu congelato, prima di essere arrestato nel maggio 1979, smentendo così la tesi di una colonna genovese fondata dagli intellettuali di Balbi che si trascinarono dietro pochi marginali, sostenuta dallo storico Sergio Luzzato nel suo recente volume, Dolore e furore, per altro citato in aula dallo stesso pm Gatti, che tiene a mostrare di aver studiato.
«Solo dopo la scarcerazione», nell’estate 1980, Fenzi ha raccontato di aver preso parte alla burrascosa direzione strategica di Tor san Lorenzo. Era lì per esporre le critiche mosse dal collettivo dei prigionieri di Palmi, anche se cambiò presto opinione e si avvicinò a Moretti, soprattutto al momento della separazione della colonna milanese Walter Alasia dalle altre colonne Br. A quel punto fu incaricato di salire a Milano per tentare di ricucire i rapporti col gruppo dissidente. Attività che si interruppe con l’arresto, accanto a Moretti, del 4 aprile 1981.

Le carte segrete dell’avvocato Brigida
E’ a questo punto che la Calabria ha fatto improvvisamente irruzione nel processo per fatti accaduti nelle lontane Langhe dell’alessandrino. Il legale di parte civile Brigida ha chiesto a Fenzi se era mai stato in terra calabrese e avesse soggiornato a Soverato: «Ha mai saputo se nelle Br c’era un militante calabrese? Perché secondo Gancia, uno dei suoi rapitori aveva un accento del genere». Fenzi ha risposto che nel 1980 era stato ad Africo, ospite di Rocco Palamara, un noto anarchico impegnato nelle lotte delle braccianti raccoglitrici di bergamotto, nemico giurato della ‘ndrangheta locale, e che per questo era stato gambizzato. Una storia narrata anche da Corrado Staiano in Africo. Gli avvocati della difesa hanno contestato la pertinenza dei quesiti con le vicende della Spiotta, dove per altro nessuno degli inquisiti o sospettati nelle indagini è mai risultato avere origini calabresi. E’ apparso chiaro che tra le parti civili ci sono avvocati che stanno utilizzando il processo di Alessandria come trampolino di lancio per ennesime piste di indagine, magari sul sequestro Moro o in vista di una nuova “strabiliante” puntata di Report.

Se la storia la fanno i Ros
L’udienza è proseguita con l’esame di un maresciallo dei Ros di Torino, tra gli autori della informativa riassuntiva delle indagini. Come già accaduto in una precedente udienza del giugno scorso, nella quale aveva deposto un suo collega del Ros di Roma, ci si è trovati di fronte ad una situazione imbarazzante. I detective dei carabinieri sono stati chiamati a svolgere un lavoro di archivio e storico-interpretativo che esula la semplice catalogazione di fatti giuridici, come sentenze o vecchie indagini. Questi analisti si sono dovuti misurare con un ostacolo a volte molto più grande delle loro forze e conoscenze, anche in ragione della loro età anagrafica. Così durante il controesame le difese hanno avuto agile gioco nell’evidenziare le numerose contraddizioni o inesattezze: Maraschi forzosamente collocato nella colonna milanese anziché in quella torinese, dove era riparato dopo le indagini sulla comune lodigiana di provenienza, per dimostrare che il sequestro fu opera non solo della colonna di Torino ma anche di Milano e così poter meglio accusare Curcio e Moretti. Oppure i ripetuti errori sul ruolo dello stesso Moretti (che entrò nelle Br nei primi mesi del 71 e non nel 70; non fu lui a interrogare Sossi ma Franceschini); l’anticipazione del valore operativo attribuito alle bozze di una discussione prolungatasi un intero anno sulla futura struttura interna delle Br, varata solo dopo i fatti della Spiotta e non prima; la tendenza a percepire alcuni concetti, divenuti anche codici linguistici, come «rompere l’accerchiamento», in termini unicamente forensi e non politici. Limiti di una indagine per fatti lontani cinquant’anni che inevitabilmente non riesce a misurarsi con la storia. Perché la storia non si fa con in processi penali.

La classe operaia va in paradiso, la vita politica e il tragitto intellettuale di Vincenzo Guagliardo

Vincenzo ha cessato di vivere dopo una lunga malattia nella serata di martedì 13 gennaio 2026

di Paolo Persichetti

Ho conosciuto Vincenzo Guagliardo all’interno del reparto semilibertà di Rebibbia nel giugno del 2008. Vincenzo e gli altri arrivarono la sera, rientrando in carcere da quella porzione di libertà controllata che ritmava le giornate del semilibero. Eravamo sei detenuti politici, tutti provenienti da quella che era stata la traiettoria delle Brigate rosse romane con le loro divisioni. Vincenzo erano l’unico che veniva dalle colonne operaie del Nord. Con noi c’era anche un detenuto di destra, malandato: deambulava a fatica per i postumi di una ischemia cerebrale. In quello stato avrebbe dovuto esser fuori da tempo. Lo avevano arrestato trentuno anni prima, quando io ero solo un quindicenne. Anche se in pessime condizioni lo riconobbi subito perché, molte vite prima, nel 1989, eravamo rinchiusi nella stessa sezione speciale G12 di Rebibbia. Allora era grasso e con fatica riusciva ad entrare in cella, ricordo che per farlo doveva girarsi di lato. Era un gourmand, parlava sempre di piatti da cucinare, lo faceva a voce alta, alternando grasse risate, con un altro detenuto di destra come lui. Convivevamo nella stesso reparto ma separati dai divieti di incontro.
Una mattina la direttrice della semilibertà convocò cinque di noi e il detenuto di destra. Io fui risparmiato, forse perché appena arrivato. Con toni affabili e gradevoli, come se nulla fosse rimproverò quel gruppo di pluriergastolani schierati davanti a lei, i più con una ultratrentennale permanenza nelle carceri, come fossero dei semplici scolaretti perché le loro celle erano troppo sporche: prima di uscire o al rientro avrebbero dovuto occuparsi della loro pulizia. Per tirarsi fuori dall’imbarazzante situazione uno di loro improvvisò una battuta geniale di cui ridemmo per giorni: «vede dottoressa, lei ha ragione, ma deve capire che noi abbiamo la coscienza sporca».
Ricordo questo episodio perché rende la situazione di quel periodo e i tanti racconti del carcere che Vincenzo faceva, le mille situazioni, le impensabili convivenze, le mediazioni, le lotte e gli scontri ma sempre con una deontologia di fondo: la condizione comune di oppressione che imponeva di mettere da parte la differenze, la difesa del popolo rinchiuso, il rispetto di chi non rompeva il patto di solidarietà, quelli che nel gergo carcerario sono i «bravi ragazzi».
Con Vincenzo ci fu subito empatia, condivisione di pensiero, letture, concetti. La comune padronanza del francese e di autori che scrivevano in quella lingua ci avvicinò molto come la battaglia contro la cultura dell’emergenza, il populismo giustizialista, le legislazioni premiali, le derive vittimarie, l’abolizionismo penale, temi che aveva approfondito con ricchezza di pensiero nei suoi studi carcerari.

Una vita da migrante
Era nato nel 1948 a Bou Akour, nel nord della Tunisia, da una famiglia italiana emigrata dalla Sicilia alla fine dell’800, in quello che all’epoca era un protettorato francese. Il padre Salvatore era nato sul posto, la mamma veniva dall’isola. Il padre, fabbro-ferraio, costruiva mulini, ma una volta raggiunta l’indipendenza nazionale con Bourguiba, commercianti e proprietari agricoli stranieri iniziarono a lasciare il Paese, costringendo anche la famiglia Guagliardo, con molto meno lavoro, a partire.

L’arrivo nel campo profughi di Fuorigrotta
Era il 1962, arrivati a Napoli i Guagliardo furono rinchiusi in quarantena nel campo profughi di Fuorigrotta. Dopo un mese salirono sul primo treno per il nord, destinazione Torino. Mentre Salvatore trovò subito lavoro in Fiat, per Vincenzo e il fratellino non fu facile dimenticare il sole, le palme, i tramonti e i giochi di strada della Tunisia, dove avevano convissuto senza differenze con mussulmani, cristiani ed ebrei. Sconcertante fu per loro la scoperta del razzismo verso i meridionali.

La Fgci e i Quaderni rossi

Attraverso la lettura dei quotidiani, delle riviste politiche e dei volantini, Vincenzo apprese l’italiano e iniziò la sua formazione politica. Nel 1964 si iscrisse alla Federazione giovanile comunista ma fu subito attratto dai fondatori dei marxismo operaista che individuavano nella rivolta operaia di Piazza Statuto, del luglio 1962, l’emergenza di una nuova componente sociale meno malleabile e potenzialmente rivoluzionaria. Tumulti condannati invece dal Pci perché portatori di una carica eccessivamente antisistema, autonoma e non governabile dal partito. Per queste ragioni iniziò a frequentare la redazione dei Quaderni rossi dove conobbe Vittorio Rieser. Redarguito dai dirigenti del partito per questi contatti, sentendosi per giunta spiato nei suoi movimenti, abbandonò la Fgci per collaborare con l’archivio della rivista fondata da Panzieri e col giornale La voce operaia, che diffondeva anche fuori dalle officine. Un foglio che raccoglieva le denunce dei lavoratori della Fiat contro i ritmi di lavoro e il dispotismo di fabbrica.

Nella lista nera dei sovversivi

Dopo aver lavorato in alcuni cantieri edìli, entrò in prova alla Fiat ma non fu assunto (nonostante avesse mantenuto un profilo anonimo). La più grande azienda automobilistica italiana aveva messo a punto da tempo, con la complicità della questura e di personale di polizia e carabinieri, un efficiente sistema di spionaggio delle maestranze, con schedature di massa delle opinioni politiche, dei comportamenti e orientamenti sessuali e religiosi. Un sistema di controllo politico e dispotico dell’ambiente di lavoro che venne alla luce quasi casualmente nell’agosto 1971, grazie ad una improvvisa perquisizione fatta dal pretore Raffaele Guariniello che portò alla scoperta di 350 mila schede.

L’assemblea studenti-operai di Torino

Vincenzo dovette rassegnarsi a trovare lavori come fresatore in piccole fabbrichette dell’indotto da dove, per altro, venne licenziato per attività sindacale. Nel frattempo, siamo nel 1969, partecipa all’assemblea studenti-operai nella quale si tentava di saldare le diverse esperienze di lotta provenienti dalla contestazione del Sessantotto con le preesistenti mobilitazioni operaie.
L’assemblea stampava un volantino dal titolo Lotta continua, che raccoglieva le effervescenze politiche, culturali e di lotta del periodo ma l’arrivo di una componente studentesca pisana, guidata da Sofri, mutò gli equilibri all’interno del gruppo. «Noi operai – raccontava Vincenzo – ad una certa ora dovevamo andare a dormire perché avevamo il turno di lavoro la mattina presto, così gli altri prendevano il sopravvento e noi il giorno dopo ci trovavamo davanti a decisioni e linee politiche che non avevamo condiviso». Vincenzo non sentiva il bisogno di questi «intellettuali organici»: la classe operaia poteva pensare da sola, per questo abbandona l’assemblea dal cui foglio prenderà nome un importante movimento politico.

Piazza Fontana, la scelta delle armi e le lotte alla Magneti Marelli
C’è un forte orgoglio operaio nel tragitto politico-intellettuale di Vincenzo Guagliardo che segna la formazione di settori di ceto operaio indipendenti dalle organizzazioni storiche e che daranno vita alle esperienze dei gruppi rivoluzionari armati nelle maggiori fabbriche del Nord. La strage di piazza Fontana fu per Vincenzo, come per molti altri della sua generazione, il detonatore di una presa di coscienza sui livelli dello scontro ai quali bisognava adeguarsi per non soccombere. Una svolta politica ed esistenziale che lo spinsero a cercare le Brigate rosse e avviare i primi contatti che permisero, nel 1972, di mettere le basi della colonna torinese. Vincenzo partecipò al radicamento di questo primo nucleo finché nel 1974 si trasferì a Milano, dove sperava di trovare una maggiore agibilità politica e lavorativa, a Torino ormai impossibile. Entrò alla Magneti Marelli dove sarà uno dei quadri operai di fabbrica protagonisti di una delle più importanti stagioni di lotta: durante un corteo interno scoprì l’archivio con le schedature segrete delle maestranze. Una parte finirà nelle mani delle Br mentre il resto verrà bruciato sul piazzale della fabbrica. Nel 1976, dopo l’evasione di Curcio e la ristrutturazione della colonna milanese, per Vincenzo arrivò il momento del passaggio alla clandestinità, ma per una beffa della storia venne arrestato proprio quel giorno insieme ad Angelo Basone, operaio del reparto presse di Mirafiori con la tessera del Pci in tasca.

Nel processo al nucleo storico
Nonostante fosse stato arrestato con l’accusa di appartenere alla colonna milanese finì per essere giudicato a Torino, nel processo al cosiddetto «nucleo storico». Si trattò di un golpe giudiziario organizzato dal generale Dalla Chiesa con l’appoggio del procuratore generale torinese, Carlo Reviglio Della Veneria, che espropriò l’indagine sul reato associativo alla competenza territoriale della città dove avevano avuto origine le Brigate rosse, ovvero Milano, per migrarla nella capoluogo sabaudo e destituirla dalla mani del giudice istruttore Ciro De Vincenzo, restio di fronte alle pressioni di Dalla Chiesa.
Nel corso delle udienze Guagliardo ebbe un certo peso nella redazione del comunicato numero 13 del 4 aprile 1978. Nel testo il collettivo dei prigionieri era sembrato voler avviare una riflessione sugli aspetti più controversi della strategia del “processo guerriglia” e del “processo del popolo”: «Processi e carceri del popolo – scrivevano – sono per i comunisti espressioni improprie che vengono prese dal vostro vocabolario, solo per arrivare a dimostrare l’abisso che nei princìpi separa il proletariato dalla borghesia nella sua pratica di lotta. Il processo, per noi, non è un “atto di giustizia”, ma di lotta tra gli interessi antagonistici del proletariato e della borghesia, il momento in cui questa lotta assume la forma del confronto più generale davanti al popolo». Parole che mostravano di percepire il rischio di una incombente omologia con gli strumenti e le terminologie di uno Stato («prigione», «tribunale», «sentenza», «condanna a morte») che aborrivano e combattevano. Una riflessione di cui si perse traccia in seguito ma che fu centrale nella successiva riflessione teorica di Guagliardo (Cfr. Di sconfitta in sconfitta, Colibrì 2012).

La colonna genovese, veneta e l’arresto del dicembre 1980
Scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare, Guagliardo evade dal controllo obbligato e viene inviato a Genova per rafforzare gli effettivi della colonna locale. Qui è coinvolto nell’attentato al sindacalista del Pci, Guido Rossa, che aveva denunciato un suo collega operaio all’Italsider di Cornigliano, Francesco Berardi, perché distribuiva opuscoli brigatisti. Lasciata Genova, con Nadia Ponti, esponente storica della colonna torinese, con cui si unirà in un legame affettivo mai dissolto e sul quale scriverà un libro (Il Me TE imprigionato, storia di un amore carcerato), ricostruirà la colonna veneta dalle ceneri della sua prima esperienza devastata dalle delazioni del confidente del Sid, Leonio Bozzato, un operaio che lavorava a Porto Marghera. In questa fase prese parte alla burrascosa Direzione strategica del settembre 1980 a Tor San Lorenzo, nella quale gli esponenti della colonna milanese Walter Alasia si separarono dalla organizzazione. Guagliardo fu l’estensore del capitolo sulle fabbriche che raccoglieva le critiche politiche dei milanesi, i quali nonostante le loro istanze fossero state accolte ruppero comunque col resto delle colonne. Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti torneranno a Torino nel dicembre 1980 per rimettere in piedi la colonna distrutta dalle dichiarazioni del pentito Patrizio Peci, ma ad attenderli all’appuntamento esca con un operaio-spia troveranno l’antiterrorismo. Nel febbraio del 1983, insieme a Nadia Ponti dichiarò conclusa la sua militanza all’interno delle Brigate rosse.

Anni di riflessione e scrittura
Iniziarono in carcere lunghi anni di ricerca e studio, Michael Foucault, René Girard, gli abolizionisti, approfondendo la critica delle istituzioni totali, del vittimismo, l’ossessione identitaria, il paradigma del capro espiatorio con il suo corollario di pentimenti e dissociazioni, la filosofia penale, il razzismo istituzionale incarnato dalle ripetute legislazioni antimmigrati, una nuova forma di capitalismo distruttivo che percepisce le forze produttive non più come un’occasione di sfruttamento ma come un esubero, sono alcune delle piste che accompagnano la sua riflessione a partire dal nodo della sconfitta della lotta armata, letta come un’opportunità, non un fatto negativo che inibisce ogni possibilità bensì «una caratteristica necessaria del mutamento per chi non sia soddisfatto dell’esistente».
Trascrivere i libri su dispositivi per i ciechi divenne anche il suo lavoro e quello di Nadia molti anni dopo, quando ottennero il lavoro esterno. Quasi quattromila volumi trasposti per l’Istituto per ciechi di Bologna. Se i non vendenti italiani oggi possono leggere i grandi classici della letteratura, saggi di storia, politica, scienza, libri di teatro, lo devono a Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti.
Il 26 aprile 2011, dopo 33 anni trascorsi in carcere ottenne insieme a Nadia la libertà condizionale, anche qui dopo aver combattuto una strenua lotta contro la logica premiale che presiedeva la richiesta degli uffici di sorveglianza di redigere, come requisito per l’accesso alla liberazione condizionale, delle lettere di perdono indirizzate ai familiari delle vittime. Un atteggiamento dettato dal rifiuto di qualsiasi ricompensa e perché il faccia a faccia non apparisse «merce strumentale a interessi individuali, simulazione e perciò ulteriore offesa».

Un pensiero scomodo quello di Vincenzo Guagliardo, a volte spiazzante, pieno di interrogativi presente in libri come Dei dolori e delle pene, saggio abolizionista sulla obiezione di coscienza, Resistenza e suicidio, Il vecchio che non muore, Di sconfitta in sconfitta (usciti per le edizioni Colibrì o Sensibili alle foglie).
Buon viaggio Vincenzo, sei stato un maestro.

1976, la politica di Moro e le aperture della Cia all’ingresso del Pci nell’area di governo

Nuovi documenti recentemente desecretati confermano che già ai tempi dell’amministrazione Ford, con Henry Kissinger segretario di Stato, gli analisti della Cia delineavano, senza particolare ostilità, la possibilità di un coinvolgimento del partito comunista italiano nella maggioranza di governo

All’indomani delle elezioni politiche del 20 e 21 giugno 1976, nelle quali l’Italia era stata chiamata a rinnovare le assemblee parlamentari della camera e del senato, nel bollettino sulla situazione internazionale che ogni mattina l’agenzia di intelligence faceva trovare sulla scrivania del presidente degli Stati Uniti (ne ha scritto Maurizio Caprara sul settimanale del Corriere della sera, “Sette”), Gerald Ford potè leggere una sintesi (due brevi pagine) sul risultato elettorale che fotografava il balzo in avanti di sei punti percentuale del partito guidato da Enrico Berlinguer e la sostanziale situazione di stallo che si era venuta a creare con la Democrazia cristiana, referente storico degli interessi americani nella penisola. Risultato che – scrivevano gli analisti di Langeley sulla scia di quella che appariva una convinzione largamente diffusa tra gli osservatori politici – rendeva impossibile qualunque azione di governo senza un coinvolgimento della maggiore forza politica d’opposizione.

«Mentre è troppo presto per trarre conclusioni definitive – riferivano gli analisti della Cia – è probabile sia molto difficile, se non impossibile, isolare completamente i comunisti dal processo di governo nazionale. Con la loro posizione notevolmente rafforzata in parlamento, la loro cooperazione sarà più che mai necessaria per approvare e attuare qualsiasi progetto importante proposto da un governo nel quale non siano presenti».


Il rapporto Boies

Le considerazioni espresse nelle breve sintesi esposta nel Daily brief del 22 giugno 1976 non erano una novità. Già l’anno precedente, in una relazione nota come Rapporto Boies, dal nome del primo segretario dell’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Robert Boies, estensore del testo e funzionario della Cia sotto copertura, si ipotizzava l’arrivo al potere nel breve periodo del Pci. Alla luce di questa prospettiva si suggeriva la necessità di avviare rapporti con il Pci, selezionando gli interlocutori più adatti: uno di questi era sicuramente Giorgio Napolitano, ritenuto una delle figure più affidabili dell’allora segretario di Stato, Henry Kissinger, perché aveva «confessato le proprie perplessità su come sviluppare il socialismo all’interno di uno stato democratico, tenuto conto della specificità dell’esperimento sovietico1.
Tuttavia l’opinione positiva e l’esortazione espressa nel documento redatto dall’antenna Cia in Italia era in netto contrasto con le convinzioni di Kissinger e per queste ragioni non produsse effetti nell’immediato.

Cia contro Dipartimento di Stato
Questa «divergenza» tra l’intelligence, che operava sul territorio italiano, e il personale del dipartimento di Stato trovava origine nella presenza di una diversa impostazione culturale, prima ancora che politica. Attraverso il contato diretto, la penetrazione degli apparati, gli analisti della Cia avevano sviluppato una conoscenza esperenziale che permetteva loro di cogliere le tante sfumature della realtà politica e culturale dei «comunisti italiani». Bagaglio che mancava ai funzionari del dipartimento di Stato, formati alla scuola dell’anticomunismo tradizionale che percepiva le singole formazioni o movimenti nazionali marxisti come una emanazione diretta degli interessi sovietici.
Gli uomini della Cia avevano avviato fin dal 1974 contatti con esponenti del Pci: Sergio Segre, responsabile della sezione esteri del partito comunista, aveva riferito al segretario generale Berlinguer di un contatto avuto con lo stesso Boies, il quale gli aveva successivamente presentato il suo successore, Martin Arthur Weenick. Nel 1975 questi incontri vennero estesi anche a Luciano Barca e presto si allargarono a Giancarlo Pajetta, membro della segreteria del Pci e «ministro degli esteri» ombra di via delle Botteghe oscure (la sede nazionale storica del Pci).
L’intensità dei contatti raggiunse nel giro di pochi anni livelli impensati, soprattutto in materia di antiterrorismo: in un cablo del 2 maggio 1978 inviato dalla sede diplomatica romana al dipartimento di Stato si riporta il risultato di una delle conversazioni periodiche che Luciano Barca teneva con i funzionari dell’ambasciata, svoltasi il 20 aprile precedente. Vi si può leggere che «l’alto esponente del Pci ci ha detto che il suo partito resta fermamente contrario a negoziati che portino a concessioni ai rapitori di Aldo Moro» e ha «fornito al governo delle informazioni su ex membri del Pci che adesso si ritiene stiano cooperando con i terroristi dell’estrema sinistra».

«Non interferenza, non indifferenza», la politica della nuova amministrazione Carter
Nel marzo del 1977, la nuova amministrazione democratica guidata da Jimmy Carter avviò una stagione diplomatica, che faceva della «non interferenza, non indifferenza» la linea di condotta da tenere verso le scelte che il governo di Roma avrebbe effettuato nel caso di un coinvolgimento del comunisti nell’esecutivo. Una strategia che modificava l’interventismo praticato da Kissinger durante le presidenze Nixon e Ford. Un nuovo clima che favorì ed estese l’approfondimento delle relazioni, non solo con esponenti del Pci ma anche con il suo apparato, attraverso la «diplomazia delle conferenze» ma anche con l’incremento dei contatti diretti con i quadri intermedi, gli amministratori locali, fino all’apertura della residenza dell’ambasciatore anche a dirigenti del Pci.

Il viaggio di Napolitano e la rinuncia di Berlinguer
Il fatto più significativo fu il viaggio intrapreso da Giorgio Napolitano negli Stati Uniti nei giorni del sequestro Moro, dal 3 al 19 aprile. Pionieristica missione politico-diplomatica che gli valse la successiva importante carriera personale, fino al Quirinale, nella quale incontrò esponenti dell’establishment, del mondo della informazione, decisori e manager, oltre a vedersi per la prima volta, in forma strettamente riservata, con il presidente della Fiat Giovanni Agnelli nel suo appartamento newyorkese. Relazione che divenne stabile negli anni successivi e si estese alla frequentazione di Henry Kissinger.
Meno noto è invece l’invito rivolto allo stesso segretario del Pci Enrico Berlinguer a tenere, come fu per Santiago Carrillo, delle conferenze negli Usa sull’eurocomunismo. Per un certo periodo le due ipotesi si fronteggiarono in maniera concorrenziale. Alla fine Berlinguer rinunciò in favore di Napolitano a causa della delicata situazione politica, dovuta al sequestro dello statista democristiano, che richiedeva di presidiare personalmente la situazione per sorvegliare e impedire aperture in favore di trattative con le Brigate rosse per la liberazione dell’ostaggio.

Una ricostruzione dettagliata degli inviti rivolti a Napolitano e Berlinguer, del viaggio intrapreso dal primo e della rete riservata di contatti e della loro evoluzione nel tempo tra funzionari dell’ambasciata Usa a Roma ed esponenti del Pci, è presente nel volume uscito nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017, pp. 417-435 (La posizione del Pci durante il sequestro Moro e gli amici americani).

Il «viaggio» del console Usa nel ventre del Pci
L’estensione e l’approfondimento della politica dei contatti fu tale che, scrisse l’ambasciatore Richard Gardner nelle sue memorie, in un bilancio tirato dai suoi funzionari nel 1979, «risultò che in quel momento l’ambasciata era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale»2. A livello periferico i consolati avevano contatti con circa 80 segretari delle strutture regionali e provinciali o con eletti locali del Pci. Un rapporto della sezione politica dell’ambasciata riassumeva in questo modo la situazione: «Riteniamo un successo il programma di contatti. Ampliarli ci ha consentito di avere una più approfondita comprensione del partito e di formulare su di esso giudizi più accurati. Abbiamo avuto abbastanza successo nell’anticipare le sue mosse». Una ulteriore conferma di questa ramificazione e della profondità dei contatti tra diplomatici dell’ambasciata e apparato del Pci viene da una nota del 1 aprile 1978 nella quale il segretario della federazione provinciale di Piacenza, Romano Repetti, riferiva sull’incontro avuto con il console americano di Milano, Thomas Fina. Nella stessa occasione il console aveva visto anche responsabili della Cgil. Obiettivo del console era sondare le opinioni dei gruppi dirigenti provinciali, capire quanto la linea del gruppo dirigente centrale trovasse adesione nei vertici periferici. Tra i temi affrontati, al primo posto ci fu il sequestro Moro.
«Il Console ha osservato – scriveva Repetti – che esso avrebbe in qualche modo avvantaggiato il Pci perché aveva fatto superare alla base comunista lo scontento per la composizione del governo e perché qualificava il nostro partito nella pronta e concorde approvazione delle misure di rafforzamento dell’azione delle forze dell’Ordine e della Magistratura contro la criminalità. Ha manifestato la sua sorpresa per la grande risposta unitaria dei lavoratori nella giornata del rapimento, rilevato che per la prima volta nelle manifestazioni le bandiere rosse erano mescolate con quelle della Dc. Ha chiesto se il nostro partito aveva ordinato agli operai di uscire dalle fabbriche. Ha espresso interesse e meraviglia per quello che gli ho spiegato essere il naturale comportamento dei sindaci in circostanze come queste, cioè di convocare immediatamente riunioni con i dirigenti dei partiti e dei sindacati per concordare e promuovere iniziative unitarie»3.

Note
1 S. Maurizi, «Espressonline», 8 aprile 2015. Vedi http://espresso.repubblica.it/palazzo/2013/04/08/news/quel-comunista-non-deve-entrare-1.52900.

2 R.N. Gardner, Mission Italy, cit., p. 125.

3 FG, APC, Segreteria, Microfilm 7804, «Nota per Berlinguer, Pajetta, Segreteria», prot. 5 aprile 1978, Riservato, ff. 20-21.

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