Fascisti su Marte

 

 

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Valerio Verbano, due libri riaprono la vicenda

Fini e il futuro della destra nazionale verso un nuovo conservatorismo
Più case meno Pound
Neofascismo, il millennio in provetta
Verbano e gli spacciatori di passioni tristi
Valerio Verbano, a trent’anni dalla sua morte amnistia in cambio di verità
I redenti
Casapound non gradisce che si parli dei finanziamenti ricevuti dal comune di Roma
Sbagliato andare a Casapound, andiamo nelle periferie
La destra romana, fascisti neo-ex-post, chiede la chiusura di radio Onda rossa
Quando le lame sostituiscono il cervello

Una banda armata chiamata polizia
Il nuovo pantheon del martirologio tricolore
Nuovi documenti e prove sui lager fascisti
Fascismo liquido
Fascisti su Roma
La legenda degli italiani brava gente. Recensione al libro di Davide Conti

Camicie verdi di ieri, ronde di oggi
Le ronde non fanno primavera
Aggressioni xenofobe al Trullo
Razzismo a Tor Bellamonaca, agguato contro un migrante

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La Destra romana (fascisti neo-ex-post) chiede la chiusura di radio Onda rossa

Nuova provocazione dopo la montatura giudiziaria costruita contro il movimento per la casa di Magliana. Approfittando di  un attentato incendiario contro una sede di Giovane Italia (ex Azione giovani), il deputato Marco Marsilio (An-Pdl) e il presidente romano di Giovane Italia Cesare Giardina, chiedono al ministero degli Interni di imbavagliare radio Onda rossa

Paolo Persichetti
Liberazione 3 ottobre 2009

C’è aria tesa nella destra romana. Giovedì notte una sede della Giovane Italia-Pdl (ex Azione giovani) è stata presa di mira da un attentato incendiario nel quartiere di san Giovanni a Roma, in via della Mirandola. Dopo aver praticato un foro nella saracinesca, gli attentatori hanno gettato all’interno del locale un ordigno rudimentale: una lattina contenente liquido infiammabile che nell’esplosione ha distrutto la porta d’ingresso. L’episodio segue di una decina di giorni un’altra incursione a colpi di molotov avvenuta durante l’inaugurazione di un altro circolo della destra, Gens romana, aperto proprio accanto alla storica sede di Acca Larentia, pantheon dei martiri e luogo di culto della memoria vittimaria ex-postfascista. La nuova sede è stata aperta da Giuliano Castellino, portavoce di “Popolo di Roma”, un gruppo fuoriuscito da Casa Pound per saltare sul carro vincente, e soprattutto appetitoso, della destra di governo. A dire il vero nella destra romana sono in pochi a essere rimasti fuori dai giochi e soprattutto dalla torta dei soldi che arrivano dal sottogoverno. L’estraneità rivendicata da Casa Pound è solo di facciata. Lo splendido isolamento è finito da tempo. L’operazione di avvicinamento all’area di governo è in stato avanzato. Casa Pound, organizzazione in fase di crescita (continua ad aprire sedi in altre città), per il momento resta sulla soglia della maggioranza di governo, una posizione vantaggiosa che gli consente di rivendicare un’alterità di facciata, una diversità inesistente, incamerando al contempo risorse materiali e d’immagine anche grazie a un’accorta regia mediatica “dialogante”. La chiamano destra del terzo millennio, quel “fascismo dei paraculi” che tanto sta ammaliando spezzoni un po’ confusi di una sinistra in pieno naufragio. Gli unici a non aver dato segni di resipiscenza nella destra radicale restano, invece, i membri di Militia, la sigla utilizzata dal gruppo di Boccacci ben insediato nella zona dei Castelli romani, le alture prospicienti la Capitale.
Oltre alle modalità diverse, i due attentati hanno a tutt’oggi in comune l’assenza di rivendicazioni. Una circostanza piuttosto anomala che ha spinto gli inquirenti a non escludere nessuna pista. In effetti, al di là della solita retorica vittimistica degli esponenti della destra, o di chi ha voluto rilanciare la teoria degli opposti estremismi legando questi episodi agli attentati contro alcuni locali frequentati dalla comunità Gltbq, sulla paternità di quanto è accaduto non c’è alcuna certezza. D’altronde lo stesso Castellino, dopo le dichiarazioni della prima ora, all’uscita dalla questura dove era stato convocato insieme ad altri testimoni ha notevolmente abbassato i toni. «Non vogliamo né colpevoli di comodo, né verità preconfezionate», ha rettificato. Di diverso avviso si è dimostrato il deputato ex An, oggi Pdl, Marco Marsilio che invece per l’attentato di lunedì notte ha tirato in ballo radio Onda rossa, l’emittente storica dell’autonomia romana, poi punto di riferimento dell’area antagonista e oggi luogo di parola dei movimenti. Marsilio ha chiesto esplicitamente che «il ministero dell’Interno verifichi con attenzione l’attività e i contenuti» dell’emittente romana, «che alimenta con i suoi irresponsabili proclami una spirale pericolosissima di violenza». Il deputato postfascista ha dichiarato che alcuni ragazzi di Giovane Italia gli hanno riferito che Onda rossa ha «fatto l’apologia dell’attentato invocando medaglie d’oro al valore per chi ha messo la bomba». Ed infatti in una nota diramata dal presidente romano di Giovane Italia, Cesare Giardina, si possono leggere una serie d’insulti rivolti all’emittente romana, «vicina agli ambienti dell’estrema sinistra che hanno invitato a premiare i vigliacchi autori dell’attentato», che si concludono con una pressante richiesta alle istituzioni per «la chiusura immediata della trasmissione radiofonica, radio Onda rossa». L’episodio, inventato di sana pianta come tutti gli ascoltatori dell’emittente hanno potuto verificare con le proprie orecchie, sembra pensato apposta dopo gli arresti e la pesante montatura giudiziaria che hanno colpito nel quartiere della Magliana il movimento per la casa. La sensazione è che vi siano forti spinte da parte di alcuni settori della destra per lanciare un’offensiva risolutiva contro gli spazi sociali, i luoghi di parola e comunicazione della sinistra radicale e antagonista a Roma.
In un comunicato Onda rossa ha smentito seccamente le accuse, precisando di non aver mai accennato all’episodio dell’attentato nel corso delle sue trasmissioni. Le registrazioni audio stanno lì a dimostrarlo. Se gli autori della calunnia saranno chiamati a risponderne nelle sedi opportune, l’intero movimento romano è allertato sulla necessità di vigilare su quanto potrà accadere contro la radio nei prossimi giorni.


Link sul tema
Fascisti su Marte
Sbagliato andare a Casapound, andiamo nelle periferie

Diffondi radio Onda rossa

Diffondi radio Onda rossa

Nuovi documenti e prove sui lager fascisti

Libri 2/Alessandra Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento 
fascisti per civili jugoslavi, 1941-1943, Nutrimenti, euro 18

Una delle pagine più criminali della nostra storia

Sandro Padula
Liberazione
18 settembre 2008

Le ultime parole pronunciate da Gianfranco Fini alla festa di Azione giovani, e poi contestate, non hanno modificato la rappresentazione riduzionista del fascismo fatta propria dalla destra postfascista. Un giudizio storico che censura unicamente le leggi razziste del 1938 per salvaguardare tutto il resto, anche la spietata politica coloniale condotta durante il ventennio.
Una delle pagine più criminali della nostra storia rimossa dalla memoria nazionale e che il libro di Alessandra Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943 (Nutrimenti, pp. 287) ha il pregio di riportare alla luce grazie anche ad una importante documentazione per buona parte inedita fatta di foto, lettere, testimonianze dei sopravvissuti.
Già dal 1866, allorché Il Giornale di Udine teorizzava la necessità di eliminare gli slavi «col benefizio, col progresso e colla civiltà», il confine orientale dell’Italia divenne «mobile» e fino alla Seconda guerra mondiale si spostò sempre più ad est, tanto da evidenziare un processo di annessione coloniale di «molti territori storicamente non abitati da gente di nazionalità e lingua italiane».
Nel 1920 Mussolini affermò a Pola che l’Adriatico doveva essere liberato dagli Slavi. Nel luglio di quello stesso anno, con la complicità della polizia e il sostegno della stampa triestina filoitaliana, una squadra fascista incendiò il Narodni Dom, la casa del popolo degli sloveni e croati di Trieste, provocando la morte di due persone e la distruzione di uno dei più significativi simboli del patrimonio culturale delle componenti slave della città. Il clamore di quell’attentato fu un campanello d’allarme per gli sloveni e i croati triestini, goriziani e istriani: ogni slavo diventava un possibile bersaglio della violenza razzista e fascista.
Nel marzo del 1921, tanto per fare un esempio, a Strunjan-Strugnano, un paese vicino a Capodistria, alcuni «squadristi fascisti spararono da un treno in corsa su un gruppo di bambini intenti a giocare, uccidendone due e ferendone gravemente cinque».
Con la presa del potere da parte di Mussolini, l’aggressività dei fascisti si trasformò in «leggi ben precise e provvedimenti di persecuzione culturale, economica e poliziesca». Alcuni sudditi italiani di nazionalità slovena e croata per non sfuggire alle persecuzioni accettarono di farsi «assimilare». Fra di essi «Giuseppe Cobol, italianizzato Cobolli, e poi Cobolli Gigli, che sarebbe diventato addirittura ministro dei Lavori Pubblici di Mussolini, e con lo pseudonimo di Giulio Italico insegnava canzoncine che minacciavano di gettare nella Foiba di Pisino chi non era un convinto italiano».

Diversa sorte toccava ai non assimilati: «dei 979 processi del Tribunale speciale ben 131 furono celebrati contro sloveni e croati della Venezia Giulia. Di 47 condanne a morte, pronunciate da questo tribunale fascista, ben 36 riguardavano sloveni e croati, e 26 furono eseguite (a Basovizza e Opicina, presso Trieste e al Forte Bravetta, a Roma)». Tutti questi avvenimenti costituirono le premesse storiche che, dopo l’aggressione nazifascista alla Jugoslavia e la sua spartizione (attraverso un piano che Alessandra Kersevan ritiene simile allo «smembramento della Jugoslavia che si è attuato negli anni Novanta»), condussero all’ipertrofia delle azioni sanguinarie, terroriste e liberticide dello Stato italiano. Furono circa 200 mila i civili «ribelli» che, senza neanche un processo, morirono sotto il piombo dei plotoni di esecuzione italiani in Slovenia, «Provincia del Carnaro», Dalmazia, Bocche di Cattaro e Montenegro (di cui ha scritto Giacomo Scotti sul Manifesto del 4 febbraio 2005, «Così iniziò la stagione di sangue»).
Furono inoltre circa 100 mila i civili jugoslavi, fra sloveni, croati, serbi e montenegrini, che vennero internati nei lager italiani nel periodo che va dal 1941 all’8 settembre 1943, quindi anche dopo la caduta del governo fascista avvenuta il 25 luglio 1943 e durante i primi 45 giorni del governo Badoglio voluto da Vittorio Emanuele III. Tra i circa 100 mila internati ne morirono per fame e malattie 4141 nei campi e molti altri nei trasferimenti da un campo all’altro. I lager, sia quelli gestiti dall’esercito (in molti casi, a parte l’apparato di sorveglianza, simili a tendopoli recintate da filo spinato) che quelli gestiti dal ministero dell’Interno («spesso insediati in vecchi edifici, ex conventi, opifici o ville padronali, lontani dai centri abitati ma anche in mezzo al paese»), venivano organizzati come parte integrante di una strategia di guerra e di antiguerriglia.
I campi di concentramento per civili jugoslavi più tristemente famosi furono: Arbe-Rab (un’isola annessa dall’Italia il 18 maggio 1941 e oggi appartenente alla Croazia ); Gonars, un paese a sud di Udine; Visco, un comune della provincia udinese; Monigo, un comune della provincia di Treviso; Chiesanuova di Padova; Cairo Montenotte, un comune della provincia di Savona; Renicci in provincia di Arezzo e in riva al Tevere; Colfiorito, una frazione del comune di Foligno (PG); Fraschette di Alatri, campo gestito dall’autorità civile in provincia di Frosinone.
L’obiettivo di Benito Mussolini e del generale Mario Roatta, autentico ideatore di questo specifico circuito concentrazionario, era quello di rinnovare la politica di pulizia etnica e di annientare ogni possibile appoggio alla resistenza jugoslava. Le modalità di organizzazione, le regole istituzionali interne e le condizioni di vita degli internati non erano diverse da quelle di tutti i circuiti dei sistemi segregativi del passato o attuali, in cui lo Stato spende poco denaro, supera le fasi giuridiche dei processi, accentua formalmente e sostanzialmente la differenziazione del «sistema dei diritti» tanto da creare un diritto extralegale e/o «emergenziale», sviluppa politiche razziste e inevitabilmente offre il massimo della sofferenza ai segregati non collaborazionisti.

I lager italiani per civili slavi erano divisi in due categorie fondamentali: i «repressivi», per amici e parenti dei presunti partigiani antifascisti, e i «protettivi» per i collaborazionisti. In genere i due gruppi erano dislocati in settori diversi di un medesimo lager. In ogni campo c’erano poi i «capi baracca» e le condizioni di vita degli internati variavano in base alla classe sociale di provenienza, alle condizioni di salute, alla possibilità o meno di acquistare delle merci, alla possibilità o meno di ricevere pacchi con viveri e indumenti da parenti o gruppi di solidarietà, alla loro eventuale funzione lavorativa, al sesso e all’età.
In generale l’alimentazione degli internati, oltre ad essere in media dimezzata rispetto a quella dei soldati, era caratterizzata da un sistema definito «fisso decrescente»: una quantità fissa di alimenti che decresceva qunato più si stava in basso nella gerarchia degli internati. I collaborazionisti e i «capi baracca» erano quelli meglio alimentati. Dopo di loro, come avveniva nel campo di Gonars, venivano gli internati che lavoravano nel campo, i medici e gli infermieri, gli ammalati dell’infermeria e infine i non lavoratori, i ragazzi e i bambini. All’interno dei lager, la maggior parte degli internati mangiava solo un po’ di brodaglia e un pezzetto di pane al giorno, non riceveva adeguate cure mediche e viveva nella sporcizia. L’affamamento era causa di precise direttive dei vertici del governo fascista, oltre che di numerose speculazioni commerciali di ditte private. «Logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo», questo scriveva in un appunto del 17 dicembre 1942 il generale Gastone Gambara, l’allora comandante dell’XI Corpo d’Armata. Donne, bambini e anziani, stante questo scenario, morivano a migliaia di fame e malattie Morivano in silenzio e morendo facevano risparmiare altro denaro allo Stato. Il libro di Alessandra Kersevan ci ricorda tutto ciò. Emoziona e fa riflettere. Leggendolo si ha la sensazione di ascoltare le voci di donne, uomini e bambini che dai lager italiani del 1941-1943 urlano contro vecchie e nuove rimozioni della verità storica.

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L’amnistia Togliatti
La legenda degli italiani brava gente
I redenti

Fascismo liquido

A Roma si moltiplicano i posti di ritrovo in cui si diffondono idee xenofobe e razziste. Fascisti, in parte svincolati dai gruppi d’estrema destra organizzati, non interessati a un progetto politico ma alla caccia al «diverso». Per difendere il territorio e l’ordine. La loro palestra, le curve


Manifesto
7 setembre 2008
di Giacomo Russo Spena

La scritta «Dux mea lux» svetta sul muro. Nero su bianco. A fianco una serie di celtiche. Davanti decine e decine di ragazzi dai venti ai trent’anni che lì trascorrono intere giornate. Seduti sui motorini e nelle macchine che pompano musica da discoteca. Quello è il loro posto. La base per presidiare il territorio, il quartiere Boccea (zona ovest di Roma) in questo caso, e difenderlo dagli «estranei»: migranti, rom, gay e «zecche» che siano. Indossano tutti maglietta Fred Perry o polo nera, jeans di marca, occhiali scuri, scarpe da ginnastica possibilmente bianche e cappellino scozzese (a scacchi). «Camerata» si dicono mentre fanno il «saluto del gladiatore»: la mano destra che va ad afferrare l’avambraccio destro dell’altro. Eppure tessere di partiti d’estrema destra in tasca non ne hanno. E si dichiarano fascisti. Di «comitive nere» come quella di Boccea, Roma è piena. Muretti, pub o semplici bar diventati luoghi d’incontro, e fabbriche di pensieri e atteggiamenti razzisti, in cui si cospira contro il diverso. I quartieri popolari ne sono pieni: Torbellamonaca, Trullo, Torre Angela, Prenestino, Torrevecchia. Ragazzi, cresciuti nel disagio sociale, che fomentati dall’industria della paura inscenata dalla destra, fanno propria la guerra tra poveri. Il nemico da combattere è soprattutto l’extracomunitario. Lo «zingaro» non è considerato nemmeno una persona. Ma si va oltre alla questione di classe. Ritrovi xenofobi ci sono anche in zone più agiate come piazza Vescovio, Torrevecchia, Ponte Milvio, Corso Francia. E altre. Una gioventù con idee fascistoidi, a cavallo con la microcriminalità, che gravita nei circuiti dell’estrema destra capitolina. Non però le sezioni partitiche. Sono «cani sciolti» non inquadrati in maniera rigida. I più politicizzati al massimo frequentano gli appuntamenti importanti dei partiti. I luoghi più attrattivi restano comunque le iniziative musicali e soprattutto lo stadio.

Una palestra per questi giovani che lì fanno propri atteggiamenti violenti e squadristi. Nelle curve imparano a caricare avversari e polizia, a non «indietreggiare mai». Si avvalora l’idea del gruppo ristretto che si deve difendere dall’esterno: «Pochi ma buoni», è un immaginario su cui gioca il fascismo. Non è un caso che i gruppi d’estrema destra abbiano tentato, e tentano, una chiara operazione politica sul tifo. Provano da anni ad arruolare militanti. Forza Nuova più insidiata nella nord laziale e Casa Pound, fuoriuscita da poco da Fiamma Tricolore, che ha un gruppo «Padroni di casa» nella Sud romanista. Ma l’esperimento non decolla e si avvia verso il declino. A confermarlo gli scarsi risultati elettorali presi da vari esponenti di questi partiti che hanno fatto campagna nelle curve. I cani sciolti, malgrado i tentativi articolati delle sigle organizzate (il leader di Casa Pound è sia ultras che cantante di un noto gruppo dell’estrema destra, gli «ZetaZeroAlfa»), non pagano. Ha vinto la logica inversa. Quella più pericolosa per l’incolumità fisica delle persone e meno politica. Gli schemi del tifo hanno invaso la città, con la curva che è entrata prepotentemente in politica, imponendo il proprio modus vivendi: scontri e armi, in primis il coltello. Adoperato all’Olimpico, la domenica a Ponte Milvio la «puncicata» sul gluteo al tifoso ospite è diventata ahimè una routine, per poi utilizzarlo in spedizioni cittadine contro i «diversi». Come quella contro Fabio Sciacca, accoltellato venerdì 29 agosto, al termine di un concerto in ricordo di Renato Biagetti, ucciso due anni fa a Focene sempre da fascisti. Gli stessi Ros, che stanno indagando sull’aggressione, sono orientati ad attribuire l’assalto a gente da stadio legata alla microcriminalità urbana. I partiti pur provandoci rimangono spesso (ma non sempre) spiazzati dalle comitive nere che si autorganizzano. A Roma, dove si sono moltiplicate le azioni squadristiche, si assiste a un restyling dell’estrema destra. Forza Nuova, che si rifà più al clerico-fascismo di stampo lefevbriano e non ha nella capitale più di cento militanti, sembra in crisi. Soprattutto dopo gli scontri all’università La Sapienza, che vedono coinvolto nel processo uno degli uomini di spicco (Martin Avaro), e la debacle elettorale. In brutte acque naviga anche Fiamma Tricolore che dopo l’alleanza elettorale con La Destra ha perso pezzi: la parte più forte nella capitale, Casa Pound, politicamente erede di Movimento Politico, ha preso un’altra strada. Fallito il progetto di prendere in mano il partito di Romagnoli ha deciso di ricominciare ripartendo dal «movimento». Per poi magari piazzare un proprio candidato alle prossime elezioni come indipendente in qualche lista nell’arco della destra. Infatti il sindaco Alemanno, pur prendendo ufficialmente distanza da questi gruppi e dai continui raid fascisti, continua ad alimentare il germe dell’intolleranza nella società (con le sue norme sulla sicurezza) e non è da escludere che alla prossima tornata non chiuda la porta in faccia ai fuoriusciti di Fiamma. A conferma, la spaccatura interna a Casa Pound con un gruppo che ha fondato il movimento Area Identitaria Romana con l’obiettivo di confluire già ora nel Pdl: «Napoli – ha spiegato il loro leader Giuliano Castellino in un’intervista a Libero – è stata ripulita. Roma è migliorata. In questo contesto è maturata la nostra scelta. Vogliamo l’Europa di Berlusconi, Tremonti ed Alemanno». In questa galassia frammentata i vari partiti hanno ruggini tra loro. Solo dopo «eventi straordinari» pare abbiano contatti diretti. Per il resto non si risparmiano accuse e mazzate. Discorso diverso per le comitive nere. A loro interessa l’azione fulminea, il raid contro il diverso. Non il progetto politico. Almeno per ora.

Fascisti su Roma

Una nuova destra comportamentale versione moderna dello squadrismo fascista

Manifesto 7 settembre 2008

di Gabriele Polo
Nel generale affermarsi dell’egemonia di destra in Italia, Roma occupa una posizione particolare. E molto preoccupante. Già da qualche anno l’attivismo neofascista era cresciuto su una logica che va al di là dei tradizionali fenomeni d’estremismo politico, aggredendo i «territori» (i quartieri periferici e lo stadio su tutti) nella logica di un controllo «da bande» che ha preso di mira tutto ciò che viene considerato estraneo e ostile al «nazionalismo autarchico» e ai suoi subvalori (dai «barbari» stranieri alle «zecche» di sinistra). Collocandosi, come versione moderna dello squadrismo: una destra «comportamentale», collaterale e autonoma dalla destra parlamentare.

 Agguati e violenze si sono succeduti in un continuo e diffuso crescendo. Che negli ultimi mesi è dilagato in città, avvalendosi anche del passato riconoscimento istituzionale dato da Veltroni ai circoli «culturali» neofascisti, in un fallimentare tentativo di «neutralizzazione» della matrice violenta e intollarante che lì vi si alimenta. La precipitazione sanguinosa è ormai più che un rischio; è un processo in atto – e potrebbe trascinare ciò che rimane vivo a sinistra in una contesa suicida. Non sappiamo se i suoi portagonisti si sentano «protetti» dalla conquista del Campidoglio da parte del Pdl e dalla storia personale (con tutte le relazioni che porta seco) del sindaco Alemanno.

E se fossimo in lui di ciò ce ne preoccuperemmo assai. E’ in questo contesto che si collocano le vere e proprie minacce cui è sottoposto il nostro Giacomo Russo Spena. Ultima delle quali è la pubblicazione sul sito di «Casa Pound» di una vera e propria chiamata in correo per l’attentato incendiario (due molotov nella notte) contro il «Circolo futurista Casalbertone», avvenuto un paio di giorni fa. «Ecco i frutti avvelenati di Russo Spena e compagni», scrive il presidente di «Casa Pound» sulla prima pagina del suo sito intenet. Così che tutti, matti compresi, possano leggere e (chissà) intervenire. L’indicazione del «mandante» e l’additarlo pubblicamente con nome e cognome è un vecchio orrore della politica italiana (che ha colpito anche la sinistra) e da cui sarebbe bene emendarsi. Che poi si provi a intimidire un lavoro giornalistico d’inchiesta, trasformandolo in complotto è qualcosa di estremamente grave. Anche perché ciò che Giacomo scrive è un contributo essenziale per l’informazione e un importante antidoto per la difesa della democrazia e della stessa incolumità fisica di tutti noi. Per questo, oltre a denuciare ciò che è avvenuto e avviene e mettendo persino in conto le tante minacce di querela che ci arrivano addosso (il solo rischio del mestiere che intendiamo accettare), vogliamo ricordare qui quattro semplici cose: 1) che non ripiegheremo sulla tricea del silenzio; 2) che non accetteremo nessuna logica di guerra per bande e nessuna risposta violenta alla violenza della destra; 3) che continueremo a indicare col loro nome politico – fascisti -, e non anagrafico, gli aggressori neri; 4) che gli autori del testo apparso sul sito di «Casa Pound» dovrebbero sentirsi addosso il peso di qualunque cosa possa accadere a Giacomo o a chiunque di noi, evitando repliche. Di Insabato ce ne è bastato uno.

Lame d’acciaio e idee d’argilla

Squadristi in città con spranghe e coltelli

Paolo Persichetti
Liberazione
31 agosto 2008

Allarmi siam fascisti… Era negli anni venti lo slogan delle squadracce nere all’attacco delle case del popolo, delle camere del lavoro, delle sedi dei partiti del movimento operaio e della lega delle cooperative, devastate, bruciate, chiuse con la forza. Qualcosa del genere sta tornando in Italia? 
La domanda ha raggiunto recentemente l’onore delle cronache grazie ad un articolo di Asor Rosa che ha fatto scorrere un po’ d’inchiostro. Il professore però non si riferiva alla violenza squadrista. Il suo ragionamento era più complesso. Si trattava di un drastico giudizio di valore sulla destra politica attuale, da lui ritenuta peggiore del fascismo perché priva del progetto di società che l’ideale “totalitario” fascista conteneva. Secondo Asor Rosa la destra attuale, sommatoria di spinte diverse e contraddittorie, offre uno spettacolo decadente. Nel fascismo c’era una risposta alla terribile crisi che aveva travolto il vecchio mondo liberale. Una modernizzazione autoritaria dell’economia, una nazionalizzazione totalitaria delle masse. Visione tragica, dittatoriale, ma pur sempre visione. Oggi forse presente, ma solo in rapidi squarci, in qualche trovata di Tremonti. Altri hanno preferito ricorrere a formule nuove: c’è chi ha scelto «regime dolce». 
Il filoso Alain Badiou ha parlato di «petenismo trascendentale» a proposito del sarkozismo. In realtà ciò che è venuto meno è l’antifascismo. L’effetto domino provocato dalla caduta del muro di Berlino ha ridato forza all’anticomunismo e reso evanescente l’antifascismo. A seppellire definitivamente “l’arco costituzionale”, cioè quel complesso di forze politiche che avevano partecipato alla fondazione della repubblica e alla scrittura del compromesso costituzionale, è stato l’attacco delle procure della repubblica in nome di un giustizialismo populista e di un emergenzialismo penale che ha sdoganato la destra. La vecchia destra neofascista uscita definitivamente dall’angolo, liberata dai complessi del minoritarismo e del reducismo storico e “obbligata” così a divenire destra europea, destra di governo. Altre destre sono apparse dalle pieghe del territorio, dalle valli del Nord. Destre identitarie, rancorose.
Va detto che a questo bel risultato ha largamente contribuito il “partito storico dei giudici”, cioè quel Pci-Pds-Ds-Pd che della via penale alla politica e dell’alleanza con le procure aveva fatto l’asse centrale della sua strategia. Ma questa è un’altra storia che andrà prima o poi raccontata. 
La fine dell’antifascismo ha prodotto l’effetto “zoo liberato”. Si sono aperte le gabbie, o forse scoperte le pattumiere, insomma sono riemersi dalla storia chincaglierie, cimeli, reliquie che sopravvivevano nelle catacombe del paese. Ma poi si è scoperto che tanto catacombe non erano. La costruzione del sistema politico bipolare, l’introduzione del maggioritario ha fatto il resto. Per vincere ogni voto era buono. Berlusconi è stato il più abile e spregiudicato. Ha messo insieme tutto ciò che esisteva a destra e alla sua destra, comprando, finanziando apertamente o sottotraccia. 
La destra ha persino messo fine ai suoi anni di piombo. Ha messo fuori tutti (meno due o tre) i militanti dei suoi gruppi eversivi; alcuni li ha arruolati, altri eletti. E’ questo contesto politico che ha rilegittimato valori del passato prerepubblicano e preantifascista e ridato alla violenza politica proveniente da destra una nuova legittimazione sociale che si traduce in disattenzione, sottovalutazione se non comprensione e connivenza. Forse altri Novecento sono finiti ma quel Novecento lì c’è ancora e ha superato il giro di boa, tanto che dal 2000 si registrano 2 morti, due giovani di sinistra uccisi da mani fasciste. Chi contesta queste etichette, lo fa in nome di una rappresentazione della politica che non c’è più. Nessuno tra gli aggressori, come tra gli aggrediti, ha più tessere politiche in tasca perché le forme della partecipazione sono cambiate. 
Alle vecchie sedi si sono sostituiti i centri sociali, le occupazioni non conformi, le curve degli stadi. Sono cambiati i luoghi di aggregazione ed anche la fisionomia della partecipazione. Tutto è più confuso e approssimativo, le idee sono anche più rozze ma le coltellate sono vere, le lame di puro acciaio e il sangue non è pomodoro. Davide Cesare (Dax) e Renato Biagetti sono stati uccisi nel 2003 e nel 2006. Dal 2005 almeno 262 le aggressioni recensite attribuibili alla destra: 88 attacchi a sedi e centri sociali di sinistra; 76 aggressioni razziste e 98 gli atti vandalici. Senza dimenticare Carlo Giuliani e Federico Aldovrandi. Anch’essi da annoverare in questa tragica contabilità. Vittime di un clima di violenza che è tornata pratica diffusa negli apparati di polizia, come i fatti di Genova del 2001 hanno dimostrato al mondo intero.




Stefania Zuccari madre di Renato Biagetti
«Ho rivissuto la notte in cui hanno ucciso Renato. Basta violenza fascista»

La madre di Renato Biagetti, la signora Stefania, è sconvolta per quanto è accaduto venerdì notte a Roma, ai margini della festa-incontro organizzata nel bel parco prospicente la basilica di san Paolo fuori le mura, per ricordare suo figlio ucciso due anni fa nel corso di una vigliacca aggressione ispirata dal clima fascistoide che si respira da tempo. Nei giorni scorsi aveva scritto una lettera aperta ai giudici della corte d’appello che dovranno giudicare gli assassini di suo figlio. Non chiedeva vendetta, non chiedeva carcere, non chiedeva pene più dure. La signora Stefania non ha proprio il profilo culturale che contraddistingue il vittimismo attuale. La signora Stefania chiedeva solo verità, che non si mettessero sullo stesso piano aggrediti e aggressori, che non si confondesse la cultura di vita, di gioia e di speranza di suo figlio, colpevole soltanto di aver scelto una calda sera di fine estate per andare a ballare in una spiaggia del litorale, con il risentimento torvo, l’animo buio di due balordi che per sentirsi uomini avevano bisogno di una lama, protesi d’acciaio di personalità inconsistenti. Ieri è subito corsa in ospedale per accertarsi delle condizioni di salute del ragazzo aggredito a coltellate da un manipolo di sgherri neri appostati nel buio della notte, nell’ora in cui restano aperti solo i tombini, in attesa di colpire qualcuno dei partecipanti che isolato defluiva lentamente verso casa. Ha parlato con lui e ci racconta del suo stato di salute, del muscolo della coscia squarciato da una coltellata. Una ferita di 15 centimetri.

Cosa hai pensato quando hai saputo dell’aggressione?
Che si è trattato di una rivendicazione chiara dell’omicidio di mio figlio. Chi ha colpito venerdì notte alla fine di una serata pacifica in sua memoria l’ha fatto con piena premeditazione. Una premeditazione politica che chiarisce una volta per tutte cosa è successo quella notte di due anni fa. Forse ora c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di venirci a raccontare che si trattò di una rissa da strada? Queste persone hanno atteso pazientemente l’occasione per colpire indisturbati, senza correre rischi in un giorno particolare. Più esplicito di così!

Cosa ti ha raccontato F.?
Volevo sentire da lui cosa aveva provato quando si è trovato di fronte gli aggressori armati di lame. Volevo capire cosa aveva provato mio figlio nei suoi ultimi attimi di vita. Come è accaduto a Renato anche lui ha visto in faccia chi l’ha accoltellato. Dopo il primo colpo si è girato e gli ha detto “ti rendi conto di cosa stai facendo?”. Quello imperterrito ha continuato a colpirlo con il coltello finché non è caduto a terra. Avevo voluto una festa e non una manifestazione politica perché volevo ricordare la gioia di vivere di Renato, il suo sorriso. Una serata pacifica a cui partecipasse tanta gente, dove non si coltivasse odio e voglia di vendetta. E quelli stavano lì nascosti, a spiarci, a infiltrarsi, carichi di odio, pronti a colpire.

Al governo della città ora c’è Gianni Alemanno, uno che ha conosciuto il fascismo da marciapiede e sa bene quali logiche ispirano queste azioni squadristiche. Hai qualcosa da dirgli?
Il sindaco Alemanno ha vinto le elezioni con un programma in cui prometteva sicurezza. Ma di quale sicurezza parlava? Ormai sono centinaia le aggressioni di sapore fascista, quelle ispirate dal razzismo, dal sessismo, dall’intolleranza che hanno cambiato il volto di questa città. I giovani di sinistra, o che questi accoltellatori pensano siano tali solo perché hanno un certo tipo di abbigliamento o frequentano certi luoghi, subiscono continue aggressioni. Mio figlio è morto ucciso selvaggemente. Noi madri vogliamo sapere cosa pensa il sindaco di questi episodi, cosa pensa di questi ragazzi che vanno in giro con delle lame per aggredire chi esce da un concerto pacifico. Quanto sangue dovrà ancora scorrere?

Il nuovo pantheon del martirologio tricolore

Considerazioni attorno al dibattito aperto dal libro di Luca Telese, Cuori Neri, Sperling & Kupfer 2006

Una nuova stagione di vittimismo memoriale evoca i “caduti in difesa della trincea interna della nazione, avamposto della difesa della patria, dell’ordine, della famiglia, della cristianità…”.
Cuori neri diventa così il lavacro di una nuova purezza, la fonte battesimale dove i vecchi fascisti di ieri ricuciono le loro slabbrate verginità giovanili perse sui marciapiedi greci, spagnoli, portoghesi e cileni, senza dimenticare la stagione delle stragi. Operazione di recupero che accomuna i benpensanti in doppio petto, la destra che lavora da anni, dopo lo sdoganamento craxiano e l’arruolamento berlusconiano, alla costruzione di un’immagine presentabile, rassicurante, di governo, ma dietro la quale pulsa sempre l’autoritarismo degli apparati che abbiamo visto in azione nelle strade di Genova, a Bolzaneto e alla Diaz.
Esiste poi la sua variante estremista, quella del culto degli eroi andati incontro alla bella morte: l’arcipelago dei naufraghi

Paolo Persichetti
Liberazione 2 febbraio 2006

Una nuova teodicea torna a spiegare i fatti sociali sotto forma di un male che rende sacro il dolore e lo trasforma in una prova necessaria alla redenzione. Una sorta di libidine del negativo fa della storia una piaga che non può e soprattutto non deve cicatrizzarsi. La memoria assume le nefaste sembianze del morto che agguanta il vivo, del vampiro che succhia la vita futura, di un rito cimiteriale, un’adorazione sepolcrale: l’esatto contrario dell’autopsia del tempo finito. In un libro che ritraccia la vita, e soprattutto la morte di ventuno militanti d’estrema destra, Luca Telese ci conduce nei tortuosi percorsi della memoria fascista, descrive la forma che ha preso lo «scontro con i rossi» e i lutti che esso ha provocato nella rappresentazione degli eventi tramandata nella comunità politica dei neri. Non un lavoro sulla storia dunque.

Cuori Neri evoca gli echi più che i rumori di quegli urti, ci introduce nelle «vite ulteriori» che i caduti della destra fascista hanno avuto nel ricordo dei loro camerati sopravvissuti. Se l’oblio cancella, la memoria deforma. Al di là di ciò che è inconfutabile, quei corpi rimasti al suolo sotto i colpi d’armi da fuoco o di selvagge aggressioni alla spranga, si estende lo spazio infinito dell’approssimazione, della semplificazione, dell’esagerazione, dell’invenzione e del fraintendimento, capaci alla fine di riscrivere per intero gli stessi avvenimenti.
Anche se la ricerca storica deve fare i conti con entrambe, la memoria esistenziale resta altra cosa dalla memoria fattuale. La storia della memoria trae slancio dalla tradizione storiografica che ha fatto delle mentalità un accurato oggetto d’indagine. Essa è un contributo decisivo portato alla conoscenza dell’importanza che le percezioni, le credenze, i miti e le leggende, hanno nel divenire storico. Da questo punto di vista lo statuto dell’evento muta completamente natura, assumendo la veste di fatto storico non a partire dalla prova fattuale del suo reale accadimento, ma perché esistono delle credenze che lo ritengono tale. Il fatto storico è la credenza in sé. Se la convinzione dell’esistenza dei protocolli dei saggi di Sion porta a perseguitare ed uccidere milioni di ebrei, la legenda originaria ha una pregnanza storica indiscutibile benché essa sia una mera invenzione. Ciò rinvia ovviamente ai delicati passaggi che costruiscono queste rappresentazioni successive, ai meccanismi della memoria, memoria individuale e memoria sociale, ma anche alla fabbricazione ufficiale della memoria, alla costruzione delle identità collettive. La memoria, in sostanza, non è semplice ricordo lineare di ciò che è avvenuto, ma il risultato complesso di un processo di selezione sociale tra oblio e ricordo, deformazione e invenzione. La memoria rinvia dunque a colui che rimemora, parla dell’oggi ben più che di ieri.
Cuori Neri ha il pregio di dirci molte cose sulla situazione attuale, non solo della destra. È, infatti, un libro-specchio nel quale le invenzioni memoriali dei fascisti, confermati, neo o ex-post, riflettono le favole retrospettive che la sinistra tutta, e i comunisti neo o ex-post, raccontano di se. Siamo in presenza di una sorta di speculare guerra dei miti, o se vogliamo di trappola della memoria che ha per ambizione la conquista della palma della vittima. Vista dalle due sponde opposte, la memoria degli anni 70 sembra irrimediabilmente prigioniera di una sfrenata concorrenza vittimaria, di una competizione scatenata per acquisire il possesso della nuova icona legittimante nel repertorio della politica attuale: lo statuto illibato del perseguitato. Alla teoria del misconoscimento elaborata dalla destra corrisponde specularmene il paradigma angelista diffuso nella sinistra. Entrambi nefasti, devastanti, profondamente menzogneri. Il problema, dunque, non è più quello di rincorrere le singole favole che entrambi gli schieramenti si raccontano, quanto superare il dispositivo memoriale che le accomuna in un medesimo inganno della memoria.
Ad un Alemanno che dichiara: «Uccidere un fascista non era reato. Molti dei nostri sono stati uccisi e non si conoscono ancora gli autori. Eravamo cittadini di serie b», ad uno Storace che in televisione arriva a dire – magari credendoci pure – che negli anni 70 chi era di destra rischiava di perdere il lavoro, fa da perfetto contraltare la reazione di quelli che a sinistra Erri De Luca ha chiamato «i trasecolati», ovvero i teorici dell’innocentismo genetico, consustanziale e antropologico, di quelli che scrivevano «uccidere un fascista non è reato» e poi sentenziavano: «un compagno non può averlo fatto», fino ad arrivare alla degenerazione della teoria della faida interna, più volte evocata come accadde con i libro di Savelli sul rogo di Primavalle, Un incendio a porte chiuse. Una cultura angelista – il nonviolento Carlo Panella ritiene addirittura di essere stato lui ad uccidere un fascista con il lancio di una bottiglia – che non si arresta alla morte dei militanti di destra ma arriva a quella di Feltrinelli e Calabresi. Un tabù profondo, che rinvia alla violenza politica degli anni 70, alle asperità che il conflitto dell’epoca portava con sé, e che nessuno sembra voler più assumere. Nel libro di Telese spicca l’assenza dei nomi di Giorgio Vale e Alessandro Alibrandi, militanti dei Nar morti con le armi in pugno, quasi che la loro presenza armata danneggiasse il pantheon dei martiri, contaminasse l’idilliaca visione del vittimismo, l’impasto sacrificale che accomuna il recinto vittimologico dei neri.
Destra e sinistra non vogliono riconoscere cosa erano, da dove venivano. Si è imposta, infatti, una disonesta cultura dissociativa e pentitoria che non aiuta l’oltrepassamento delle fasi storiche più traumatiche, ma si avvale di una ben più facile esportazione della colpa, di solenni cerimonie d’autocritica degli altri.
Per questo i prigionieri politici e i fuoriusciti, di sinistra come di destra, tornano molto utili. Sono lì, buoni per ogni stagione e per ogni colpa, pronti a pagare per tutti e amnistiare le coscienze di chi nel frattempo ha fatto carriera e dietro l’ombra di quei corpi imprigionati o braccati trova rifugio.

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