Caso Cucchi: Carlo Giovanardi, lo spacciatore di odio

Il cattolico feroce

Francesco Merlo
Repubblica 10 novembre 2009

Suscita rabbia e pena, una pena grande, il sottosegretario Carlo Giovanardi, cattolico imbruttito dal rancore, che ieri mattina ha pronunziato alla radio parole feroci contro Stefano Cucchi. Secondo Giovanardi, Stefano se l’è cercata quella fine perché “era uno spacciatore abituale”, “un anoressico che era stato pure in una comunità”, “ed era persino sieropositivo”. Giovanardi dice che i tossicodipendenti sono tutti uguali: “diventano larve”, “diventano zombie”. E conclude: “È la droga che l’ha ridotto così”.
Giovanardi, al quale è stata affidata dal governo “la lotta alle tossicodipendenze” e la “tutela della famiglia”, ovviamente sa bene che tanti italiani – ormai i primi in Europa secondo le statistiche – fanno uso di droga. E sa che tra loro ci sono molti imprenditori, molti politici, e anche alcuni illustri compagni di partito di Giovanardi. E, ancora, sa che molte persone “per bene”, danarose e ben difese dagli avvocati e dai giornali, hanno cercato e cercano nei cocktail di droghe di vario genere, non solo cocaina ed eroina ma anche oppio, anfetamine, crack, ecstasy…, una risposta alla propria pazzia personale, al proprio smarrimento individuale. E alcuni, benché trovati in antri sordidi, sono stati protetti dal pudore collettivo, e la loro sofferenza è stata trattata con tutti quei riguardi che sono stati negati a Stefano Cucchi. Come se per loro la droga fosse la parte nascosta della gioia, la faccia triste della fortuna mentre per Stefano Cucchi era il delitto, era il crimine. A quelli malinconia e solidarietà, a Stefano botte e disprezzo.
Ci sono, tra i drogati d’Italia, “i viziati e i capricciosi”, e ci sono ovviamente i disadattati come era Stefano, “ragazzi che non ce la fanno” e che per questo meritano più aiuto degli altri, più assistenza, più amore dicono i cattolici che non “spacciano”, come fa abitualmente Giovanardi, demagogia politica. E non ammiccano e non occhieggiano come lui alla violenza contro “gli scarti della società”, alla voglia matta di sterminare i poveracci; non scambiano l’umanità dolente, della quale siamo tutti impastati e che fa male solo a se stessa, con l’arroganza dei banditi e dei malfattori, dei mafiosi e dei teppisti veri che insanguinano l’Italia. Ecco: con le sue orribili parole di ieri mattina Giovanardi si fa complice, politico e morale, di chi ha negato a Stefano un avvocato, un medico misericordioso, un poliziotto vero e che adesso vorrebbe pure evitare il processo a chi lo ha massacrato, a chi ha violato il suo diritto alla vita.
Anche Cucchi avrebbe meritato di incontrare, il giorno del suo arresto, un vero poliziotto piuttosto che la sua caricatura, uno dei tanti poliziotti italiani che provano compassione per i ragazzi dotati di una luce particolare, per questi adolescenti del disastro, uno dei tantissimi nostri poliziotti che si lasciano guidare dalla comprensione intuitiva, e certo lo avrebbe arrestato, perché così voleva la legge, ma molto civilmente avrebbe subito pensato a come risarcirlo, a come garantirgli una difesa legale e un conforto civile, a come evitargli di finire nella trappola di disumanità dalla quale non è più uscito. Perché la verità, caro Giovanardi, è che gli zombie e le larve non sono i drogati, ma i poliziotti che non l’hanno protetto, i medici che non l’hanno curato, e ora i politici come lei che sputano sulla sua memoria. I veri poliziotti sono pagati sì per arrestare anche quelli come Stefano, ma hanno imparato che ci vuole pazienza e comprensione nell’esercizio di un mestiere duro e al tempo stesso delicato. È da zombie non vedere nei poveracci come Cucchi la terribile versione moderna dei “ladri di biciclette”. Davvero essere di destra significa non capire l’infinito di umiliazione che schiaccia un giovane drogato arrestato e maltrattato? Lei, onorevole (si fa per dire) Giovanardi, non usa categorie politiche, ma “sniffa” astio. Come lei erano gli “sciacalli” che in passato venivano passati alla forca per essersi avventati sulle rovine dei terremoti, dei cataclismi sociali o naturali.
Giovanardi infatti, che è un governante impotente dinanzi al flagello della droga ed è frustrato perché non governa la crescita esponenziale di questa emergenza sociale, adesso si rifà con la memoria di Cucchi e si “strafà” di ideologia politica, fa il duro a spese della vittima, commette vilipendio di cadavere.
Certo: bisogna arrestare, controllare, ritirare patenti, impedire per prevenire e prevenire per impedire. Alla demagogia di Giovanardi noi non contrapponiamo la demagogia sociologica che nega i delitti, quando ci sono. Ma cosa c’entrano le botte e la violazione dei diritti? E davvero le oltranze giovanili si reprimono negando all’arrestato un avvocato e le cure mediche? E forse per essere rigorosi bisogna profanare i morti e dare alimento all’intolleranza dei giovani, svegliare la loro parte più selvaggia?
Ma questo non è lo stesso Giovanardi che straparlava dell’aborto e del peccato di omosessualità? Non è quello che difendeva la vita dell’embrione? È proprio diverso il Dio di Giovanardi dal Cristo addolorato di cui si professa devoto. Con la mano sul mento, il gomito sul ginocchio e due occhi rassegnati, il Cristo degli italiani è ben più turbato dai Giovanardi che dai Cucchi.

Sulla stessa vicneda leggi anche
Per Carlo Giovannardi Stefano Cucchi sarebbe morto di freddo. La risposta di Erri De Luca

Razzismo a Tor Bella Monaca: agguato contro un migrante

Pestato a freddo ad un semaforo della periferia di Roma. In coma da una settimana commerciante pakistano. Ma non ha fatto notizia

Paolo Persichetti
Liberazione
31 marzo 2009

Mezzasega in posa

Mezzasega in posa

Stanno lì appollaiati sul muretto, presidiano il loro angolo di strada, un pezzo di marciapiede, un semaforo trasformato nel Totem sacro del loro territorio. Parte da qui l’odio incarognito che muove le piccole bande di giovani italiani spesso minorenni, che a Tor Bella Monaca, immenso quartiere della periferia sud-est della capitale, imperversano contro gli immigrati. Vessazioni e intimidazioni sono un fatto quotidiano. Piccole angherie, minacce, insulti, vetri rotti, macchine danneggiate finché un episodio un po’ più grave, una rapina, un’aggressione o un pestaggio, buca l’indifferenza e finisce nelle cronache locali, a volte nelle pagine nazionali. Stavolta neanche questo è successo.
Otto giorni fa, lunedì 23 marzo, Mohammad Basharat, un negoziante pakistano di 35 anni è finito in coma dopo una brutale aggressione. Ma la notizia è uscita fuori solo domenica 29, quando i familiari indignati per il completo blackout mantenuto sull’episodio hanno dato la notizia al Messaggero. Lunedì pomeriggio, Mohammad, insieme al cugino Alì, era andato col suo furgone Ducato al supermercato del quartiere per rifornirsi di merce da mettere in vendita nel suo negozio aperto meno di un anno fa. Sulla strada del ritorno era fermo a un semaforo. Non un semaforo qualunque ma quel semaforo, il Totem sacro. Chi passa da lì, nei pomeriggi che non terminano mai, deve pagare pegno se è un immigrato. Pakistani, Srilankesi e Bengalesi della zona lo sanno benissimo. Soprattutto sanno bene che non bisogna raccogliere provocazioni, mai incrociare gli sguardi, fare finta di non aver sentito gli insulti, non aprire vetri e portiere, anzi mettere la sicura e spingere a tavoletta l’acceleratore appena arriva il verde. Quello è il semaforo della paura.
Nella comunità funziona il passa parola, per questo ora tutti si domandano perché mai Mohammad non si è attenuto alle indicazioni, ma al contrario ha addirittura aperto la portiera. Sembra che quei brutti ceffi, cinque giovani secondo le testimonianze, teste rasate, orecchini, anello al pollice, insomma il solito look da coatto fascistoide, da popolo delle scimmie che agita le curve degli stadi, siano riusciti ad ingannarlo facendogli credere che avesse il portellone posteriore aperto. Mohammad ha abbassato il livello di vigilanza e quelli l’hanno letteralmente estratto dal mezzo e pestato. I pugni al volto sono stati devastanti; lui è caduto a terra sbattendo la testa. Un automobilista che ha assistito alla scena ha subito chiamato i soccorsi. All’inizio, per timore di ritorsioni, Mohammed non ha voluto sporgere denuncia. La paura era tale che per ben due volte ha rifiutato l’ambulanza ridimensionando l’episodio. Solo dopo esser andato finalmente in ospedale per il ripetuto mal di testa ha ricostruito esattamente la dinamica dell’aggressione. Ma la polizia sapeva già ogni cosa perché i testimoni avevano parlato. Un ritardo nei soccorsi che ha permesso all’emorragia cerebrale di dilagare. Mohammad, che doveva sposarsi a giorni in moschea, non sa che la sua compagna, incinta di pochi mesi, ha perso il bambino a causa del forte stress causato dalla vicenda. Lei, Chamdy Karunasekera, 38 anni, dello Sri Lanka, in un sol colpo rischia di ritrovarsi sola, senza più figlio e marito. La loro vita non era stata semplice. Avevano tentato con un phone center a Colli Albani, un’altra zona periferica della città, ma avevano dovuto chiudere a causa delle ripetute rapine notturne. Chamdy racconta anche di un’altra aggressione subita due anni fa dal suo compagno, sempre da parte d’Italiani in un’altra zona di Roma, l’Eur. Sembra di capire che il razzismo non ha quartiere e la xenofobia ormai uniforma i comportamenti. Periferia e aree residenziali, rampolli della borghesia bene, ceto medio e proletari, hanno condotte identiche e un medesimo humus culturale. Il marketing politico sulla sicurezza, la politica delle ronde, l’inasprimento della legislazione contro l’immigrazione carezzano l’odio che erutta dalla profondità antropologiche degli Italiani. Sull’immigrato, additato come capro espiatorio della crisi, si è costruita l’ultima immagine del nemico interno su cui costruire le nuove emergenze.
Chi aggredisce così spudoratamente, senza nemmeno la presenza di un pretesto ma quasi per gioco, per riempire pomeriggi vuoti, pieni di noia, sente alle proprie spalle il sostegno della politica, sente che ha con se l’air du temps. Una destra di governo che usa la paura contro i migranti, aizza l’intolleranza, legifera la discriminazione. Una polizia culturalmente connivente con i picchiatori bianchi. Commissariati di zona che mentre chiudono un occhio e restano indifferenti verso le intimidazioni di strada, tartassano di controlli gli immigrati, li fermano in continuazione, impediscono loro di guadagnarsi da vivere, li spingono sempre più verso la marginalizzazione e la clandestinità sociale.
Nonostante le politiche di riqualificazione urbana, che pure sono state avviate, Tor Bella Monaca resta terra di frontiera. L’apertura di un teatro comunale, di una ludoteca, di una biblioteca, la costruzione di giardini, hanno avuto l’effetto di una goccia d’acqua nel mare dell’emarginazione e della frustrazione che avvelena i giovani del quartiere. Ci sono forze più profonde, spiriti animali di un’epoca dove predomina la volontà di sopraffazione verso il debole e l’acquiescenza verso il forte.

Link
Cronache migranti
Razzismo, aggressioni xenofobe al Trullo
I dannati della nostra terra
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza

Il conflitto israelo-palestinese sbarca sulle strade di Francia

Allarme per le tensioni tra la comunità araba e quella ebraica

Paolo Persichetti
Liberazione
18 gennaio 2009

Di fronte ad un imponente dispiegamento di polizia, decine di migliaia di pl506_freepalestinepin persone hanno manifestato ieri pomeriggio in tutta la Francia per chiedere la fine della sanguinosa aggressione militare dell’esercito israeliano nella striscia di Gaza. A Parigi, all’arrivo del corteo in piazza dell’Opéra, i reparti mobili hanno fatto uso di granate lacrimogene per disperdere i manifestanti che tentavano di forzare i cancelli esterni dell’Opéra Garnier. Preoccupato per l’accentuarsi delle tensioni intercomunitarie, il primo ministro francese, François Fillon, aveva annunciato nella serata di venerdì, al termine di una riunione ministeriale dedicata al razzismo e all’antisemitismo, che tutte le manifestazioni di sostegno alla popolazione di Gaza sarebbero state strettamente sorvegliate per impedire ogni forma di «incitamento all’odio raziale e alla violenza razzista e antisemita». Scalpore  hanno suscitato in Olanda gli slogan  paranazisti («Hamas, Hamas, porta gli ebrei nelle camere a gas»)   manif-gazagridati durante un corteo di sostegno alla popolazione palestinese nella città di Rotterdam. Hassen Chalghoumi, imam di Drancy, snodo ferroviario situato a nord di Parigi da dove partivano durante la repubblica di Vichy i treni diretti nei campi di concentramento, conosciuto per il suo impegno in favore del dialogo con la comunità ebraica, ha subito un attentato incendiario e pesanti intimidazioni. Aggressioni di studenti di origine magrebina sono avvenuti di fronte alla scuole di Parigi da parte di militanti della Led (Lega di difesa ebraica). L’importazione del conflitto israelo-palestinese sta allarmando molte cancellerie europee. Il timore è che l’offensiva militare di Tel Aviv torni a infiammare nuovamente le banlieues, abitate in prevalenza da popolazioni d’origine immigrata, di seconda e terza generazione, provenienti da paesi arabi. Si spiegano così, almeno in parte, le recenti iniziative diplomatiche promosse dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dirette a favorire una tregua. Dall’inizio dei sanguinosi bombardamenti, imponenti manifestazioni hanno attraversato le città francesi, spesso contrassegnate da incidenti e scontri violenti con la polizia. Secondo il ministero degli Interni il 10 gennaio scorso oltre

Latuff

Latuff

centomila persone sono scese in strada, in 130 città diverse, per chiedere «la fine del massacro dei civili palestinesi». Per il collettivo nazionale “per una pace giusta e duratura”, che raggruppa associazioni come il Mrap, sindacati e partiti della sinistra (Pcf e Lcr), i manifestanti erano molti di più. Almeno centomila solo a Parigi, dove sono avvenuti scontri alla fine del corteo. 180 persone sono state fermate e 12 poliziotti feriti. Altri incidenti sono scoppiati a Nizza, mentre al grido di «Siamo tutti Palestinesi» venivano invase le vie di Marsiglia, Lione, Lille, Grenoble, Rouen, Strasburgo e altri centri minori. Decine di «atti antisemiti» sono stati denunciati dalle associazioni delle comunità ebraiche. Solo «una ventina», a partire dal 2 gennaio, secondo il ministero degli Interni (come riporta il quotidiano Libération) che ha deciso di centralizzare la raccolta dei dati per evitare divergenze nelle cifre riportate. Sulla nozione stessa e il numero esatto degli atti d’intolleranza e aggressione di natura antisemita o antiaraba, da anni è aperta un’accesa controversia sui media tra le associazioni antirazziste e quelle vicine alle comunità ebraiche. Disputa che lavori sociologici hanno spiegato come una ulteriore prova degli effetti nefasti di quella concorrenza vittimistica che spinge entrambi le parti a competere nell’uso distorto e strumentale dei fatti di cronaca. Dietro questi conflitti, che mirano alla conquista del «monopolio del senso legittimo», c’è la prova di una degradazione profonda della convivenza civile, la sconfitta drammatica dell’idea di mescolanza etnico-culturale. Le tensioni di queste ultime settimane, la cifra culturale che emerge dalla pancia delle manifestazioni, cariche di rabbia repressa e impotente di fronte al sentimento d’ingiustizia scatenato da quanto accade a Gaza, è quella di una confessionalizzazione del conflitto sociale. Senza capacità di darsi rappresentanza o trovare percorsi d’integrazione piena e paritaria, di fronte all’assenza di un’azione politica della sinistra, il disagio sociale della banlieue è sedotto dalla grammatica integralista. I ghetti delle periferie guardano alla rivincita di Dio ed eleggono la Palestina a patria d’adozione, mentre di fronte a loro si erge ostile, e sociologicamente più forte, il muro identitario delle comunità ebraiche.

Link
Palestina, storia di una pulizia etnica (1). Un po’ di citazioni per iniziare a capire

Fascismo liquido

A Roma si moltiplicano i posti di ritrovo in cui si diffondono idee xenofobe e razziste. Fascisti, in parte svincolati dai gruppi d’estrema destra organizzati, non interessati a un progetto politico ma alla caccia al «diverso». Per difendere il territorio e l’ordine. La loro palestra, le curve


Manifesto
7 setembre 2008
di Giacomo Russo Spena

La scritta «Dux mea lux» svetta sul muro. Nero su bianco. A fianco una serie di celtiche. Davanti decine e decine di ragazzi dai venti ai trent’anni che lì trascorrono intere giornate. Seduti sui motorini e nelle macchine che pompano musica da discoteca. Quello è il loro posto. La base per presidiare il territorio, il quartiere Boccea (zona ovest di Roma) in questo caso, e difenderlo dagli «estranei»: migranti, rom, gay e «zecche» che siano. Indossano tutti maglietta Fred Perry o polo nera, jeans di marca, occhiali scuri, scarpe da ginnastica possibilmente bianche e cappellino scozzese (a scacchi). «Camerata» si dicono mentre fanno il «saluto del gladiatore»: la mano destra che va ad afferrare l’avambraccio destro dell’altro. Eppure tessere di partiti d’estrema destra in tasca non ne hanno. E si dichiarano fascisti. Di «comitive nere» come quella di Boccea, Roma è piena. Muretti, pub o semplici bar diventati luoghi d’incontro, e fabbriche di pensieri e atteggiamenti razzisti, in cui si cospira contro il diverso. I quartieri popolari ne sono pieni: Torbellamonaca, Trullo, Torre Angela, Prenestino, Torrevecchia. Ragazzi, cresciuti nel disagio sociale, che fomentati dall’industria della paura inscenata dalla destra, fanno propria la guerra tra poveri. Il nemico da combattere è soprattutto l’extracomunitario. Lo «zingaro» non è considerato nemmeno una persona. Ma si va oltre alla questione di classe. Ritrovi xenofobi ci sono anche in zone più agiate come piazza Vescovio, Torrevecchia, Ponte Milvio, Corso Francia. E altre. Una gioventù con idee fascistoidi, a cavallo con la microcriminalità, che gravita nei circuiti dell’estrema destra capitolina. Non però le sezioni partitiche. Sono «cani sciolti» non inquadrati in maniera rigida. I più politicizzati al massimo frequentano gli appuntamenti importanti dei partiti. I luoghi più attrattivi restano comunque le iniziative musicali e soprattutto lo stadio.

Una palestra per questi giovani che lì fanno propri atteggiamenti violenti e squadristi. Nelle curve imparano a caricare avversari e polizia, a non «indietreggiare mai». Si avvalora l’idea del gruppo ristretto che si deve difendere dall’esterno: «Pochi ma buoni», è un immaginario su cui gioca il fascismo. Non è un caso che i gruppi d’estrema destra abbiano tentato, e tentano, una chiara operazione politica sul tifo. Provano da anni ad arruolare militanti. Forza Nuova più insidiata nella nord laziale e Casa Pound, fuoriuscita da poco da Fiamma Tricolore, che ha un gruppo «Padroni di casa» nella Sud romanista. Ma l’esperimento non decolla e si avvia verso il declino. A confermarlo gli scarsi risultati elettorali presi da vari esponenti di questi partiti che hanno fatto campagna nelle curve. I cani sciolti, malgrado i tentativi articolati delle sigle organizzate (il leader di Casa Pound è sia ultras che cantante di un noto gruppo dell’estrema destra, gli «ZetaZeroAlfa»), non pagano. Ha vinto la logica inversa. Quella più pericolosa per l’incolumità fisica delle persone e meno politica. Gli schemi del tifo hanno invaso la città, con la curva che è entrata prepotentemente in politica, imponendo il proprio modus vivendi: scontri e armi, in primis il coltello. Adoperato all’Olimpico, la domenica a Ponte Milvio la «puncicata» sul gluteo al tifoso ospite è diventata ahimè una routine, per poi utilizzarlo in spedizioni cittadine contro i «diversi». Come quella contro Fabio Sciacca, accoltellato venerdì 29 agosto, al termine di un concerto in ricordo di Renato Biagetti, ucciso due anni fa a Focene sempre da fascisti. Gli stessi Ros, che stanno indagando sull’aggressione, sono orientati ad attribuire l’assalto a gente da stadio legata alla microcriminalità urbana. I partiti pur provandoci rimangono spesso (ma non sempre) spiazzati dalle comitive nere che si autorganizzano. A Roma, dove si sono moltiplicate le azioni squadristiche, si assiste a un restyling dell’estrema destra. Forza Nuova, che si rifà più al clerico-fascismo di stampo lefevbriano e non ha nella capitale più di cento militanti, sembra in crisi. Soprattutto dopo gli scontri all’università La Sapienza, che vedono coinvolto nel processo uno degli uomini di spicco (Martin Avaro), e la debacle elettorale. In brutte acque naviga anche Fiamma Tricolore che dopo l’alleanza elettorale con La Destra ha perso pezzi: la parte più forte nella capitale, Casa Pound, politicamente erede di Movimento Politico, ha preso un’altra strada. Fallito il progetto di prendere in mano il partito di Romagnoli ha deciso di ricominciare ripartendo dal «movimento». Per poi magari piazzare un proprio candidato alle prossime elezioni come indipendente in qualche lista nell’arco della destra. Infatti il sindaco Alemanno, pur prendendo ufficialmente distanza da questi gruppi e dai continui raid fascisti, continua ad alimentare il germe dell’intolleranza nella società (con le sue norme sulla sicurezza) e non è da escludere che alla prossima tornata non chiuda la porta in faccia ai fuoriusciti di Fiamma. A conferma, la spaccatura interna a Casa Pound con un gruppo che ha fondato il movimento Area Identitaria Romana con l’obiettivo di confluire già ora nel Pdl: «Napoli – ha spiegato il loro leader Giuliano Castellino in un’intervista a Libero – è stata ripulita. Roma è migliorata. In questo contesto è maturata la nostra scelta. Vogliamo l’Europa di Berlusconi, Tremonti ed Alemanno». In questa galassia frammentata i vari partiti hanno ruggini tra loro. Solo dopo «eventi straordinari» pare abbiano contatti diretti. Per il resto non si risparmiano accuse e mazzate. Discorso diverso per le comitive nere. A loro interessa l’azione fulminea, il raid contro il diverso. Non il progetto politico. Almeno per ora.

Fascisti su Roma

Una nuova destra comportamentale versione moderna dello squadrismo fascista

Manifesto 7 settembre 2008

di Gabriele Polo
Nel generale affermarsi dell’egemonia di destra in Italia, Roma occupa una posizione particolare. E molto preoccupante. Già da qualche anno l’attivismo neofascista era cresciuto su una logica che va al di là dei tradizionali fenomeni d’estremismo politico, aggredendo i «territori» (i quartieri periferici e lo stadio su tutti) nella logica di un controllo «da bande» che ha preso di mira tutto ciò che viene considerato estraneo e ostile al «nazionalismo autarchico» e ai suoi subvalori (dai «barbari» stranieri alle «zecche» di sinistra). Collocandosi, come versione moderna dello squadrismo: una destra «comportamentale», collaterale e autonoma dalla destra parlamentare.

 Agguati e violenze si sono succeduti in un continuo e diffuso crescendo. Che negli ultimi mesi è dilagato in città, avvalendosi anche del passato riconoscimento istituzionale dato da Veltroni ai circoli «culturali» neofascisti, in un fallimentare tentativo di «neutralizzazione» della matrice violenta e intollarante che lì vi si alimenta. La precipitazione sanguinosa è ormai più che un rischio; è un processo in atto – e potrebbe trascinare ciò che rimane vivo a sinistra in una contesa suicida. Non sappiamo se i suoi portagonisti si sentano «protetti» dalla conquista del Campidoglio da parte del Pdl e dalla storia personale (con tutte le relazioni che porta seco) del sindaco Alemanno.

E se fossimo in lui di ciò ce ne preoccuperemmo assai. E’ in questo contesto che si collocano le vere e proprie minacce cui è sottoposto il nostro Giacomo Russo Spena. Ultima delle quali è la pubblicazione sul sito di «Casa Pound» di una vera e propria chiamata in correo per l’attentato incendiario (due molotov nella notte) contro il «Circolo futurista Casalbertone», avvenuto un paio di giorni fa. «Ecco i frutti avvelenati di Russo Spena e compagni», scrive il presidente di «Casa Pound» sulla prima pagina del suo sito intenet. Così che tutti, matti compresi, possano leggere e (chissà) intervenire. L’indicazione del «mandante» e l’additarlo pubblicamente con nome e cognome è un vecchio orrore della politica italiana (che ha colpito anche la sinistra) e da cui sarebbe bene emendarsi. Che poi si provi a intimidire un lavoro giornalistico d’inchiesta, trasformandolo in complotto è qualcosa di estremamente grave. Anche perché ciò che Giacomo scrive è un contributo essenziale per l’informazione e un importante antidoto per la difesa della democrazia e della stessa incolumità fisica di tutti noi. Per questo, oltre a denuciare ciò che è avvenuto e avviene e mettendo persino in conto le tante minacce di querela che ci arrivano addosso (il solo rischio del mestiere che intendiamo accettare), vogliamo ricordare qui quattro semplici cose: 1) che non ripiegheremo sulla tricea del silenzio; 2) che non accetteremo nessuna logica di guerra per bande e nessuna risposta violenta alla violenza della destra; 3) che continueremo a indicare col loro nome politico – fascisti -, e non anagrafico, gli aggressori neri; 4) che gli autori del testo apparso sul sito di «Casa Pound» dovrebbero sentirsi addosso il peso di qualunque cosa possa accadere a Giacomo o a chiunque di noi, evitando repliche. Di Insabato ce ne è bastato uno.

Lame d’acciaio e idee d’argilla

Squadristi in città con spranghe e coltelli

Paolo Persichetti
Liberazione
31 agosto 2008

Allarmi siam fascisti… Era negli anni venti lo slogan delle squadracce nere all’attacco delle case del popolo, delle camere del lavoro, delle sedi dei partiti del movimento operaio e della lega delle cooperative, devastate, bruciate, chiuse con la forza. Qualcosa del genere sta tornando in Italia? 
La domanda ha raggiunto recentemente l’onore delle cronache grazie ad un articolo di Asor Rosa che ha fatto scorrere un po’ d’inchiostro. Il professore però non si riferiva alla violenza squadrista. Il suo ragionamento era più complesso. Si trattava di un drastico giudizio di valore sulla destra politica attuale, da lui ritenuta peggiore del fascismo perché priva del progetto di società che l’ideale “totalitario” fascista conteneva. Secondo Asor Rosa la destra attuale, sommatoria di spinte diverse e contraddittorie, offre uno spettacolo decadente. Nel fascismo c’era una risposta alla terribile crisi che aveva travolto il vecchio mondo liberale. Una modernizzazione autoritaria dell’economia, una nazionalizzazione totalitaria delle masse. Visione tragica, dittatoriale, ma pur sempre visione. Oggi forse presente, ma solo in rapidi squarci, in qualche trovata di Tremonti. Altri hanno preferito ricorrere a formule nuove: c’è chi ha scelto «regime dolce». 
Il filoso Alain Badiou ha parlato di «petenismo trascendentale» a proposito del sarkozismo. In realtà ciò che è venuto meno è l’antifascismo. L’effetto domino provocato dalla caduta del muro di Berlino ha ridato forza all’anticomunismo e reso evanescente l’antifascismo. A seppellire definitivamente “l’arco costituzionale”, cioè quel complesso di forze politiche che avevano partecipato alla fondazione della repubblica e alla scrittura del compromesso costituzionale, è stato l’attacco delle procure della repubblica in nome di un giustizialismo populista e di un emergenzialismo penale che ha sdoganato la destra. La vecchia destra neofascista uscita definitivamente dall’angolo, liberata dai complessi del minoritarismo e del reducismo storico e “obbligata” così a divenire destra europea, destra di governo. Altre destre sono apparse dalle pieghe del territorio, dalle valli del Nord. Destre identitarie, rancorose.
Va detto che a questo bel risultato ha largamente contribuito il “partito storico dei giudici”, cioè quel Pci-Pds-Ds-Pd che della via penale alla politica e dell’alleanza con le procure aveva fatto l’asse centrale della sua strategia. Ma questa è un’altra storia che andrà prima o poi raccontata. 
La fine dell’antifascismo ha prodotto l’effetto “zoo liberato”. Si sono aperte le gabbie, o forse scoperte le pattumiere, insomma sono riemersi dalla storia chincaglierie, cimeli, reliquie che sopravvivevano nelle catacombe del paese. Ma poi si è scoperto che tanto catacombe non erano. La costruzione del sistema politico bipolare, l’introduzione del maggioritario ha fatto il resto. Per vincere ogni voto era buono. Berlusconi è stato il più abile e spregiudicato. Ha messo insieme tutto ciò che esisteva a destra e alla sua destra, comprando, finanziando apertamente o sottotraccia. 
La destra ha persino messo fine ai suoi anni di piombo. Ha messo fuori tutti (meno due o tre) i militanti dei suoi gruppi eversivi; alcuni li ha arruolati, altri eletti. E’ questo contesto politico che ha rilegittimato valori del passato prerepubblicano e preantifascista e ridato alla violenza politica proveniente da destra una nuova legittimazione sociale che si traduce in disattenzione, sottovalutazione se non comprensione e connivenza. Forse altri Novecento sono finiti ma quel Novecento lì c’è ancora e ha superato il giro di boa, tanto che dal 2000 si registrano 2 morti, due giovani di sinistra uccisi da mani fasciste. Chi contesta queste etichette, lo fa in nome di una rappresentazione della politica che non c’è più. Nessuno tra gli aggressori, come tra gli aggrediti, ha più tessere politiche in tasca perché le forme della partecipazione sono cambiate. 
Alle vecchie sedi si sono sostituiti i centri sociali, le occupazioni non conformi, le curve degli stadi. Sono cambiati i luoghi di aggregazione ed anche la fisionomia della partecipazione. Tutto è più confuso e approssimativo, le idee sono anche più rozze ma le coltellate sono vere, le lame di puro acciaio e il sangue non è pomodoro. Davide Cesare (Dax) e Renato Biagetti sono stati uccisi nel 2003 e nel 2006. Dal 2005 almeno 262 le aggressioni recensite attribuibili alla destra: 88 attacchi a sedi e centri sociali di sinistra; 76 aggressioni razziste e 98 gli atti vandalici. Senza dimenticare Carlo Giuliani e Federico Aldovrandi. Anch’essi da annoverare in questa tragica contabilità. Vittime di un clima di violenza che è tornata pratica diffusa negli apparati di polizia, come i fatti di Genova del 2001 hanno dimostrato al mondo intero.




Stefania Zuccari madre di Renato Biagetti
«Ho rivissuto la notte in cui hanno ucciso Renato. Basta violenza fascista»

La madre di Renato Biagetti, la signora Stefania, è sconvolta per quanto è accaduto venerdì notte a Roma, ai margini della festa-incontro organizzata nel bel parco prospicente la basilica di san Paolo fuori le mura, per ricordare suo figlio ucciso due anni fa nel corso di una vigliacca aggressione ispirata dal clima fascistoide che si respira da tempo. Nei giorni scorsi aveva scritto una lettera aperta ai giudici della corte d’appello che dovranno giudicare gli assassini di suo figlio. Non chiedeva vendetta, non chiedeva carcere, non chiedeva pene più dure. La signora Stefania non ha proprio il profilo culturale che contraddistingue il vittimismo attuale. La signora Stefania chiedeva solo verità, che non si mettessero sullo stesso piano aggrediti e aggressori, che non si confondesse la cultura di vita, di gioia e di speranza di suo figlio, colpevole soltanto di aver scelto una calda sera di fine estate per andare a ballare in una spiaggia del litorale, con il risentimento torvo, l’animo buio di due balordi che per sentirsi uomini avevano bisogno di una lama, protesi d’acciaio di personalità inconsistenti. Ieri è subito corsa in ospedale per accertarsi delle condizioni di salute del ragazzo aggredito a coltellate da un manipolo di sgherri neri appostati nel buio della notte, nell’ora in cui restano aperti solo i tombini, in attesa di colpire qualcuno dei partecipanti che isolato defluiva lentamente verso casa. Ha parlato con lui e ci racconta del suo stato di salute, del muscolo della coscia squarciato da una coltellata. Una ferita di 15 centimetri.

Cosa hai pensato quando hai saputo dell’aggressione?
Che si è trattato di una rivendicazione chiara dell’omicidio di mio figlio. Chi ha colpito venerdì notte alla fine di una serata pacifica in sua memoria l’ha fatto con piena premeditazione. Una premeditazione politica che chiarisce una volta per tutte cosa è successo quella notte di due anni fa. Forse ora c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di venirci a raccontare che si trattò di una rissa da strada? Queste persone hanno atteso pazientemente l’occasione per colpire indisturbati, senza correre rischi in un giorno particolare. Più esplicito di così!

Cosa ti ha raccontato F.?
Volevo sentire da lui cosa aveva provato quando si è trovato di fronte gli aggressori armati di lame. Volevo capire cosa aveva provato mio figlio nei suoi ultimi attimi di vita. Come è accaduto a Renato anche lui ha visto in faccia chi l’ha accoltellato. Dopo il primo colpo si è girato e gli ha detto “ti rendi conto di cosa stai facendo?”. Quello imperterrito ha continuato a colpirlo con il coltello finché non è caduto a terra. Avevo voluto una festa e non una manifestazione politica perché volevo ricordare la gioia di vivere di Renato, il suo sorriso. Una serata pacifica a cui partecipasse tanta gente, dove non si coltivasse odio e voglia di vendetta. E quelli stavano lì nascosti, a spiarci, a infiltrarsi, carichi di odio, pronti a colpire.

Al governo della città ora c’è Gianni Alemanno, uno che ha conosciuto il fascismo da marciapiede e sa bene quali logiche ispirano queste azioni squadristiche. Hai qualcosa da dirgli?
Il sindaco Alemanno ha vinto le elezioni con un programma in cui prometteva sicurezza. Ma di quale sicurezza parlava? Ormai sono centinaia le aggressioni di sapore fascista, quelle ispirate dal razzismo, dal sessismo, dall’intolleranza che hanno cambiato il volto di questa città. I giovani di sinistra, o che questi accoltellatori pensano siano tali solo perché hanno un certo tipo di abbigliamento o frequentano certi luoghi, subiscono continue aggressioni. Mio figlio è morto ucciso selvaggemente. Noi madri vogliamo sapere cosa pensa il sindaco di questi episodi, cosa pensa di questi ragazzi che vanno in giro con delle lame per aggredire chi esce da un concerto pacifico. Quanto sangue dovrà ancora scorrere?

Il nuovo pantheon del martirologio tricolore

Considerazioni attorno al dibattito aperto dal libro di Luca Telese, Cuori Neri, Sperling & Kupfer 2006

Una nuova stagione di vittimismo memoriale evoca i “caduti in difesa della trincea interna della nazione, avamposto della difesa della patria, dell’ordine, della famiglia, della cristianità…”.
Cuori neri diventa così il lavacro di una nuova purezza, la fonte battesimale dove i vecchi fascisti di ieri ricuciono le loro slabbrate verginità giovanili perse sui marciapiedi greci, spagnoli, portoghesi e cileni, senza dimenticare la stagione delle stragi. Operazione di recupero che accomuna i benpensanti in doppio petto, la destra che lavora da anni, dopo lo sdoganamento craxiano e l’arruolamento berlusconiano, alla costruzione di un’immagine presentabile, rassicurante, di governo, ma dietro la quale pulsa sempre l’autoritarismo degli apparati che abbiamo visto in azione nelle strade di Genova, a Bolzaneto e alla Diaz.
Esiste poi la sua variante estremista, quella del culto degli eroi andati incontro alla bella morte: l’arcipelago dei naufraghi

Paolo Persichetti
Liberazione 2 febbraio 2006

Una nuova teodicea torna a spiegare i fatti sociali sotto forma di un male che rende sacro il dolore e lo trasforma in una prova necessaria alla redenzione. Una sorta di libidine del negativo fa della storia una piaga che non può e soprattutto non deve cicatrizzarsi. La memoria assume le nefaste sembianze del morto che agguanta il vivo, del vampiro che succhia la vita futura, di un rito cimiteriale, un’adorazione sepolcrale: l’esatto contrario dell’autopsia del tempo finito. In un libro che ritraccia la vita, e soprattutto la morte di ventuno militanti d’estrema destra, Luca Telese ci conduce nei tortuosi percorsi della memoria fascista, descrive la forma che ha preso lo «scontro con i rossi» e i lutti che esso ha provocato nella rappresentazione degli eventi tramandata nella comunità politica dei neri. Non un lavoro sulla storia dunque.

Cuori Neri evoca gli echi più che i rumori di quegli urti, ci introduce nelle «vite ulteriori» che i caduti della destra fascista hanno avuto nel ricordo dei loro camerati sopravvissuti. Se l’oblio cancella, la memoria deforma. Al di là di ciò che è inconfutabile, quei corpi rimasti al suolo sotto i colpi d’armi da fuoco o di selvagge aggressioni alla spranga, si estende lo spazio infinito dell’approssimazione, della semplificazione, dell’esagerazione, dell’invenzione e del fraintendimento, capaci alla fine di riscrivere per intero gli stessi avvenimenti.
Anche se la ricerca storica deve fare i conti con entrambe, la memoria esistenziale resta altra cosa dalla memoria fattuale. La storia della memoria trae slancio dalla tradizione storiografica che ha fatto delle mentalità un accurato oggetto d’indagine. Essa è un contributo decisivo portato alla conoscenza dell’importanza che le percezioni, le credenze, i miti e le leggende, hanno nel divenire storico. Da questo punto di vista lo statuto dell’evento muta completamente natura, assumendo la veste di fatto storico non a partire dalla prova fattuale del suo reale accadimento, ma perché esistono delle credenze che lo ritengono tale. Il fatto storico è la credenza in sé. Se la convinzione dell’esistenza dei protocolli dei saggi di Sion porta a perseguitare ed uccidere milioni di ebrei, la legenda originaria ha una pregnanza storica indiscutibile benché essa sia una mera invenzione. Ciò rinvia ovviamente ai delicati passaggi che costruiscono queste rappresentazioni successive, ai meccanismi della memoria, memoria individuale e memoria sociale, ma anche alla fabbricazione ufficiale della memoria, alla costruzione delle identità collettive. La memoria, in sostanza, non è semplice ricordo lineare di ciò che è avvenuto, ma il risultato complesso di un processo di selezione sociale tra oblio e ricordo, deformazione e invenzione. La memoria rinvia dunque a colui che rimemora, parla dell’oggi ben più che di ieri.
Cuori Neri ha il pregio di dirci molte cose sulla situazione attuale, non solo della destra. È, infatti, un libro-specchio nel quale le invenzioni memoriali dei fascisti, confermati, neo o ex-post, riflettono le favole retrospettive che la sinistra tutta, e i comunisti neo o ex-post, raccontano di se. Siamo in presenza di una sorta di speculare guerra dei miti, o se vogliamo di trappola della memoria che ha per ambizione la conquista della palma della vittima. Vista dalle due sponde opposte, la memoria degli anni 70 sembra irrimediabilmente prigioniera di una sfrenata concorrenza vittimaria, di una competizione scatenata per acquisire il possesso della nuova icona legittimante nel repertorio della politica attuale: lo statuto illibato del perseguitato. Alla teoria del misconoscimento elaborata dalla destra corrisponde specularmene il paradigma angelista diffuso nella sinistra. Entrambi nefasti, devastanti, profondamente menzogneri. Il problema, dunque, non è più quello di rincorrere le singole favole che entrambi gli schieramenti si raccontano, quanto superare il dispositivo memoriale che le accomuna in un medesimo inganno della memoria.
Ad un Alemanno che dichiara: «Uccidere un fascista non era reato. Molti dei nostri sono stati uccisi e non si conoscono ancora gli autori. Eravamo cittadini di serie b», ad uno Storace che in televisione arriva a dire – magari credendoci pure – che negli anni 70 chi era di destra rischiava di perdere il lavoro, fa da perfetto contraltare la reazione di quelli che a sinistra Erri De Luca ha chiamato «i trasecolati», ovvero i teorici dell’innocentismo genetico, consustanziale e antropologico, di quelli che scrivevano «uccidere un fascista non è reato» e poi sentenziavano: «un compagno non può averlo fatto», fino ad arrivare alla degenerazione della teoria della faida interna, più volte evocata come accadde con i libro di Savelli sul rogo di Primavalle, Un incendio a porte chiuse. Una cultura angelista – il nonviolento Carlo Panella ritiene addirittura di essere stato lui ad uccidere un fascista con il lancio di una bottiglia – che non si arresta alla morte dei militanti di destra ma arriva a quella di Feltrinelli e Calabresi. Un tabù profondo, che rinvia alla violenza politica degli anni 70, alle asperità che il conflitto dell’epoca portava con sé, e che nessuno sembra voler più assumere. Nel libro di Telese spicca l’assenza dei nomi di Giorgio Vale e Alessandro Alibrandi, militanti dei Nar morti con le armi in pugno, quasi che la loro presenza armata danneggiasse il pantheon dei martiri, contaminasse l’idilliaca visione del vittimismo, l’impasto sacrificale che accomuna il recinto vittimologico dei neri.
Destra e sinistra non vogliono riconoscere cosa erano, da dove venivano. Si è imposta, infatti, una disonesta cultura dissociativa e pentitoria che non aiuta l’oltrepassamento delle fasi storiche più traumatiche, ma si avvale di una ben più facile esportazione della colpa, di solenni cerimonie d’autocritica degli altri.
Per questo i prigionieri politici e i fuoriusciti, di sinistra come di destra, tornano molto utili. Sono lì, buoni per ogni stagione e per ogni colpa, pronti a pagare per tutti e amnistiare le coscienze di chi nel frattempo ha fatto carriera e dietro l’ombra di quei corpi imprigionati o braccati trova rifugio.

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