Carceri, giustizia, processi, condanne: il Paese inventato nel salotto di Bruno Vespa e quello reale descritto nel VII rapporto sulle carceri di Antigone

Menzogne, bugie e talk show. Il mondo virtuale che rovescia la realtà mandato in onda da Bruno Vespa a Porta a Porta

Paolo Persichetti
Liberazione 23 ottobre 2010


Nei giorni scorsi il Corriere della sera ha dato rilievo alla denuncia pubblica lanciata da Sabina Rossa, figlia del sindacalista rimasto ucciso nel gennaio 1979 in un attentato delle Brigate rosse. La donna, oggi parlamentare del Pd, raccontava di essere stata convocata per posta dal tribunale di sorveglianza di Bologna. Un funzionario di polizia l’attendeva per raccogliere su un verbale di “sommarie informazioni” il suo parere riguardo alla domanda di liberazione condizionale presentata da Prospero Gallinari, esponente storico delle Br, ormai al suo trentesimo anno di pena scontata, tra carcere e arresti domiciliari ottenuti a causa delle sue condizioni di salute incompatibili con il regime carcerario. Da una decina di anni i giudici di sorveglianza hanno istituito una prassi non contemplata dalla norma di legge, l’articolo 176 cp. Ritengono essenziale per la concessione della liberazione condizionale la presenza del perdono dei familiari delle vittime, equiparandola di fatto alla concessione della grazia. Misura di clemenza profondamente diversa che estingue, per intero o in parte, la pena. La liberazione condizionale introduce invece un regime di “libertà vigilata” la cui durata non può oltrepassare i 5 anni. Sabina Rossa ha contestato sia il merito della richiesta che la procedura intrapresa. Altri tribunali di sorveglianza pretendono dal detenuto che voglia farne domanda l’invio di lettere con richiesta di perdono ai familiari delle vittime. Prassi che riapre ferite laceranti e carica sulle spalle dei familiari scelte politiche e giudiziarie che appartengono allo Stato. E’ quanto sostenuto dalla senatrice Rossa che sottolinea come «il perdono della persona offesa non sia richiesto dalla legge». Per questo ha anche presentato una proposta di legge, che ha raccolto l’assenso di altri familiari e parlamentari, con l’obiettivo di ripristinare una separazione tra diritto e morale introducendo criteri di giudizio oggettivi, come il comportamento.
Giovedì sera Bruno Vespa ha colto al volo l’occasione per invitare a Porta a porta la senatrice e dedicare una intera puntata alla «giustizia che non fa giustizia», al «carcere che scarcera». Un minestrone di disinformazione, di errori grossolani e propaganda forcaiola che metteva insieme situazioni diverse: esecuzione di pene ultradecennali, casi di cronaca nera ancora alle prime indagini come quello di Sarah Scazzi, delitti a sfondo razzista come quello di Alessio Burtone, vicende passate in giudicato come i nuovi omicidi commessi dal collaboratore di giustizia Angelo Izzo, o i delitti nazisti firmati Ludvig di Abel uscito per fine pena, per dire in sostanza che c’è troppa clemenza in giro nonostante le carceri esplodano, che un condannato arriva a scontare appena un terzo della pena inflitta (panzana grottesca). Un frullato incommestibile di chiacchiere da bar, fandonie e bugie incapace persino di percepire il ridicolo quando, dopo aver denunciato la solita incertezza della pena, nel chiedere alla senatrice Rossa che fine avessero fatto le persone condannate per la morte di suo padre, ha ricevuto come risposta: «uno è stato ucciso nel marzo 1980 in un blitz dei carabinieri del generale Dalla Chiesa in via Fracchia, l’altro è in carcere da più di 30 anni».
Accade così che vi sia una realtà virtuale tutta in bianco e nero, quella raccontata da Vespa, che narra un paese rovesciato dove il crimine se la passa liscia e le vittime non trovano giustizia. E poi il mondo reale come quello descritto nel VII rapporto sulle carceri italiane presentato ieri mattina a Roma dall’associazione Antigone. I detenuti sono 68.527 per soli 44.612 posti letto. Praticamente non ci sono più nemmeno i posti in piedi. Niente a che vedere con le cifre ascoltate nel salotto di Vespa. I semiliberi sono appena 877. Alla faccia del carcere che mette fuori facilmente. L’area penale esterna, cioè quelli che scontano misure alternative per condanne, inferiori o residuali, sotto i due-tre anni, sono 12.492. Tra questi quelli che hanno commesso reati sono appena lo 0,23%. Nel paese dove si racconta che l’ergastolo non esiste più, i “fine pena mai” sono 1491. I detenuti con meno di 25 anni sono invece 7.311, i bambini sotto i tre anni 57. Quelli che hanno commesso violazioni della legge Fini-Giovanardi sulle droghe 28.154, il doppio della media europea. 113 i morti in carcere, di cui 72 suicidi e 18 ancora da accertare. Nei primi 9 mesi del 2010 i suicidi sono già a quota 55. Ad avere solo un anno da scontare sono 11.601, a riprova del fatto che in carcere è più facile entrare che uscire. 43,7% i reclusi (record europeo) ancora giudicabili, tra questi 15.233 in attesa del primo giudizio. Siamo il paese del carcere preventivo, della pena anticipata, della sanzione senza processo dove finiscono solo poveri, immigrati, tossicodipendenti, infermi di mente. Quelli che da Vespa non vedremo mai.

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Cronache carcerarie
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili

Mario Staderini, segretario dei Radicali italiani: «Le carceri sono la prova che viviamo in uno Stato d’illegalità»

“Il Partito radicale tenterà di attivare le giurisdizioni internazionali perché la situazione dell’Italia è quella di uno Stato fuorilegge che viola i diritti umani”

Paolo Persichetti
Liberazione 15 agosto 2010


230 tra parlamentari, eurodeputati, consiglieri regionali, provinciali, comunali e operatori del settore tra cui i Garanti dei detenuti, autorità di garanzia presenti solo in alcune regioni e comuni. 206 istituti di pena visitati sui 216 esistenti. E’ questo il bilancio ancora provvisorio – come sottolinea Valentina Ascione dell’ufficio stampa dei Radicali italiani – dell’iniziativa “Ferragosto in carcere” promossa per il secondo anno consecutivo dal Partito radicale. Iniziativa ispirata con una lettera di convocazione firmata dal neo direttore di Radio radicale, Paolo Martini, e dal segretario dei Radicali italiani, Mario Staderini, insieme a tutti i capigruppo della commissione Giustizia della Camera dei deputati. «La vera novità di quest’anno – ci spiega proprio Staderini – è il coinvolgimento per la prima volta dei magistrati, presidenti di tribunale, procuratori e giudici di sorveglianza».

Avete fatto appello anche alla Cei. Come hanno reagito i vescovi?
La legge riconosce agli ordinari diocesani la prerogativa di visitare gli istituti penitenziari senza preavviso per l’esercizio del loro ministero. Purtroppo al momento non abbiamo ricevuto adesioni che invece sono venute dalle chiese protestanti, fino all’episodio avvenuto nel carcere di Pavia dove è stato rifiutato l’ingresso ai pastori valdesi per ignoranza della legge.

Il coinvolgimento della magistratura è senza dubbio un fatto nuovo anche perché negli ultimi anni i tribunali di sorveglianza hanno sposato un’interpretazione ristrettiva, se non di vera e propria disapplicazione della legge Gozzini. Sono divenuti loro stessi parte del problema. Nei mesi scorsi, quando il governo per far fronte al sovraffollamento sembrava propenso introdurre una misura, comunque insufficiente, come gli arresti domiciliari automatici per alcune categorie di detenuti con un residuo pena inferiore a 12 mesi, la magistratura di sorveglianza si è messa di traverso rivendicando l’autorità finale sulla decisione. Pensate che l’iniziativa di oggi possa favorire un ripensamento?
L’iniziativa di questi giorni è rivolta all’intera comunità penitenziaria. Non solo ai detenuti dunque, ma anche a chi vi lavora come gli agenti di polizia, i direttori, gli avvocati e ovviamente i magistrati. La più grande questione sociale che abbiamo in Italia oggi è quella della Giustizia. Quella degli 11 milioni di processi pendenti. L’affollamento delle carceri è un problema che coinvolge inevitabilmente il lavoro dei magistrati come parte di un sistema della Giustizia che necessita di riforme urgenti. La nostra proposta di una grande amnistia è una soluzione rivolta anche al lavoro dei magistrati per liberare i loro tavoli da milioni di processi pendenti che molto spesso oggi si trasformano in amnistia di fatto, con le 200 mila prescrizioni all’anno. Non è un caso che nelle carceri si trovino sempre gli ultimi, quelli più deboli. I soggetti forti, i malavitosi organizzanti o i benestanti possono permettersi di pagare degli avvocati che li portano alla prescrizione. L’affollamento delle carceri rende dunque il lavoro dei magistrati improponibile e questa situazione si ripercuote sulla vita delle persone private della loro libertà, che si ritrovano così a non poter fruire di quei tempi veloci che altrimenti permetterebbero ai magistrati di valutare e decidere velocemente l’eventuale applicazione delle pene alternative.

Dopo le visite cosa accadrà?
Programmare il rientro nella legalità dello Stato italiano attraverso provvedimenti normativi che gestiscano l’emergenza umanitaria in corso e che programmino il superamento strutturale di questa situazione, attraverso lo sviluppo delle pene alternative, la riforma della Giustizia contro l’amnistia di classe in corso. Quella di quest’anno più che una visita ispettiva sulle carceri è una verifica sulla situazione d’illegalità in cui versa lo Stato italiano. Vedere come stanno le carceri oggi non è più, come diceva Voltaire, un test sulla civiltà di un Paese ma una verifica del livello della crisi dello stato dei diritti e della democrazia nel nostro paese. Nel nord Europa quando le prigioni non sono in grado di garantire gli standard minimi del rispetto dei diritti esistono liste di attesa per gli ingressi in carcere. Il nostro obiettivo è il superamento di una legge criminogena come quella sulle droghe e la cancellazione di tutti i reati senza vittima. Noi del Partito radicale tenteremo di attivare le giurisdizioni internazionali perché la situazione dell’Italia è quella di uno Stato fuorilegge che viola i diritti umani.

Vi rivolgerete a Strasburgo?
Non solo. Ci sono anche altre giurisdizioni esistenti.

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Ferragosto in carcere: è tempo di fatti
Cronache carcerarie

Carceri, la truffa dei domiciliari. Usciranno in pochi

Vince il partito trasversale delle manette: Lega, ex missini, Idv e Pd tutti uniti per sabotare la nuova legge sulla detenzione domiciliare

Paolo Persichetti
Liberazione 9 maggio 2010


Le carceri esploderanno questa estate. La Lega insieme ai colonnelli di An, che dopo la rottura con Fini sono diventati i più fedeli maggiordomi di Berlusconi, hanno stroncato il già timido progetto del guardasigilli Alfano che prevedeva l’introduzione a regime della detenzione domiciliare per chi deve scontare l’ultimo anno di pena residua. Una misura legislativa d’emergenza pensata per sfoltire parzialmente le carceri che nel pieno dell’estate raggiungeranno la vetta dei 70 mila reclusi per appena 44 mila posti tollerati. Superata la situazione di criticità estiva, con il ricorso allo stato di emergenza il governo sperava di avviare la prima fase del piano carceri con l’apertura di nuovi padiglioni, l’assunzione di 2 mila nuovi assistenti di polizia penitenziaria e la costruzione delle prime strutture modulari per le detenzioni brevi. Secondo l’iniziale progetto, la detenzione domiciliare avrebbe dovuto consentire l’uscita dalle celle di 7-8 mila persone e una riduzione di 2 mila detenuti all’anno. Cifre che hanno sempre suscitato le perplessità dei sindacati, degli operatori e delle associazioni del volontariato carcerario. Nell’ultimo consiglio dei ministri di venerdì scorso, che avrebbe dovuto dare il via libera al testo in discussione in commissione Giustizia, il responsabile degli Interni, Roberto Maroni, era assente. Un segnale chiaro della Lega. Il braccio di ferro a distanza si è concluso con una mediazione al ribasso che di fatto renderà totalmente ininfluenti gli effetti del provvedimento legislativo sull’affollamento carcerario. Il prossimo 17 maggio dovrebbe arrivare in aula un testo profondamente emendato rispetto alla proposta originaria. La Lega ha chiesto il dimezzamento del beneficio: sei mesi soltanto. Ha preteso lo stralcio della “messa in prova” per i reati punibili  fino a tre anni ed ha posto ulteriori condizioni suscitando la competizione degli ex missini, Ignazio La Russa, il ministro che gira con il Suv regalatogli da Berlusconi, e Maurizio Gasparri, capogruppo dei senatori del Pdl. Un fronte oltranzista e ipergiustizialista che ha trovato l’immancabile appoggio del capogruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi. Il partito trasversale delle manette, che vede tranquillamente confusi pezzi di maggioranza e di opposizione alla faccia del popolo viola, chiede l’esclusione dei recidivi, di coloro che non hanno un sicuro domicilio, degli stranieri che non possono essere espulsi e soprattutto pretende che la misura sia temporanea e i domiciliari possano essere concessi solo a chi ha già scontato due-terzi della pena. Infine la concessione non dovrà essere automatica ma demandata alla valutazione caso per caso delle magistrature di sorveglianza (come da loro rivendicato), che dovranno tener conto della possibile pericolosità sociale e di fuga del soggetto, nonché della gravità dei reati commessi. Siccome in carcere per definizione ci sono solo «colpevoli», il risultato è che in questo modo non uscirà nessuno. Tanto valeva dirlo subito. A questo punto viene da chiedersi se il vento greco che tanto impaurisce il Quirinale non passerà anche per le nostre carceri?

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Cronache carcerarie
Detenzione domiciliare, tutto il potere ai giudici

Mentre in carcere si muore il Parlamento tergiversa

Nuovo suicidio al Bassone di Como. Il ddl sui domiciliari ancora al palo

Paolo Persichetti
Liberazione 7 maggio 2010


Mentre in carcere si continua a morire governo e parlamento proseguono il loro balletto attorno al provvedimento legislativo che dovrebbe consentire un parziale sfollamento degli istituti di pena prima che l’arrivo del caldo estivo scateni situazioni ingovernabili. In dodici regioni – secondo i dati forniti dal sindacato autonomo di polizia penitenziaria – le carceri hanno già fatto registrare il tutto esaurito superando non solo il limite massimo di presenze previsto ma anche la stessa soglia di «tollerabilità», espediente che aveva permesso di estendere questo limite.
In Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, oltre che in Emilia Romagna, Friuli, Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Marche, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Veneto siamo armai all’intollerabile. Col passar delle settimane tuttavia, tra effetti d’annuncio, retromarce, rinvii e polemiche, c’è sempre maggiore incertezza sul contenuto effettivo delle norme che saranno varate. Intanto nell’attesa siamo arrivati al ventiquattresimo suicidio dall’inizio dell’anno. Ieri si è appreso da fonti penitenziarie che nella casa circondariale Bassone di Como un altro detenuto si è ucciso impiccandosi con i lacci delle scarpe. Si chiamava Erando De Magro, era nato a Cosenza ed aveva 57 anni. L’uomo aveva problemi di tossicodipendenza. Con quest’ultimo decesso salgono a 100 i detenuti suicidi negli ultimi 18 mesi.

La truffa dei domiciliari
La farsa sul ddl Alfano è cominciata subito dopo l’ultima tornata elettorale. Forte della vittoria alle regionali, di fronte alla prospettiva di un ciclo di tre anni di governo senza scadenze elettorali alle porte, sotto la pressione dei vertici del Dap e il malumore dei sindacati penitenziari timorosi d’affrontare un’estate con oltre settantamila detenuti, di fronte all’allarme lanciato da tutti gli operatori del settore carcerario, a ridosso della rivolta che in quei giorni si era scatenata nel carcere di Fossano, presso Cuneo, il governo ha rilanciato in commissione Giustizia della Camera il ddl che consente l’ammissione alla detenzione domiciliare per i condannati con una pena residua inferiore ai dodici mesi, con l’ormai consueta esclusione dei reati con pene più pesanti (mafia, violenza sessuale, omicidio, estorsione, rapina e di natura politica, terrorismo internazionale, associazione sovversiva, banda armata e altre infrazioni gravate dall’articolo 1 della legge Cossiga), e la sospensione del procedimento penale in cambio della “messa in prova” in attività socialmente utili per chi è accusato di un reato punibile con una pena fino a tre anni di reclusione.
Il sottosegretario Caliendo aveva snocciolato le cifre, «10.741 detenuti presenti in carcere per scontare pene inferiori ai 12 mesi così suddivisi: 5.694 italiani, 790 stranieri comunitari, 3.987 extracomunitari di cui 2.936 in possesso di una residenza o domicilio». La richiesta di approvazione della legge direttamente in commissione riunita in sede deliberante è subito saltata a causa dell’opposizione dei giustizialisti dell’Idv, della Lega e del pavido collaborazionismo del Pd.
Il 18 aprile, durante una conferenza stampa, il presidente del consiglio Berlusconi è ricorso ad uno dei suoi consueti effetti d’annuncio promettendo un provvedimento d’urgenza tramite decreto legge per introdurre da subito almeno la norma sulla detenzione domiciliare. Da allora sono passati due consigli dei ministri senza che sia accaduto nulla. Nel frattempo il Pd sembra aver corretto la sua posizione e la commissione ha proseguito consultando gli operatori del settore: camere penali, magistrature di sorveglianza, prefetti.
Ma col passar dei giorni i circa undicimila detenuti che avrebbero dovuto usufruire del provvedimento si sono via via assottigliati a causa dei sempre nuovi limiti introdotti. Non è più chiaro quanti potranno usufruire realmente della legge, quando e se verrà mai approvata. Le cifre si accavallano, meno di 4 mila, forse 8 mila. Ognuno spara la sua. Certo è che i detenuti stranieri avranno difficoltà a presentare un domicilio. Addirittura c’è chi ha ipotizzato l’invio nei Cie. Praticamente tutto si risolverebbe in un cambio di cella dove la permanenza sarebbe assicurata per altri sei mesi, come prevede la legge Maroni. E proprio Maroni ha attaccato duramente «l’indulto camuffato». Il ddl Alfano sembra ostaggio delle divisioni interne al centrodestra. Peggio ancora hanno fatto le magistrature di sorveglianza opponendosi drasticamente ad ogni meccanismo di concessione automatica dei domiciliari, rivendicando a se ogni decisione. Se questa obiezione venisse accolta, il provvedimento diverrebbe inutile.
I tribunali disapplicano da tempo le norme della Gozzini, fornendo il loro significativo contributo al sovraffollamento. Giovanardi, coautore con Fini di una delle leggi che sono a causa del sovraffollamento carcerario, aveva proposto il ripristino della prevalenza delle attenuanti per ridurre l’entità della condanne contro i tossicodipendenti. Non se ne è saputo più nulla. Ieri ha proposto l’invio in comunità invece che in carcere. Ma non ci sono posti.
La verità è che la tossicodipendenza non dovrebbe essere un reato.

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Cronache carcerarie
Detenzione domiciliare, tutto il potere ai giudici
Carceri, la truffa dei domiciliari: usciranno in pochi

Indulto e crollo della recidiva: una lezione che non piace a Marco Travaglio

Al pubblico ministero d’Italia non va giù che l’indulto abbia contribuito a ridurre il numero dei reati

Paolo Persichetti
Liberazione 26 agosto 2009

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Ci mancava proprio lui, don Manetta. La calura ci aveva liberato per un po’ dalle sue requisitorie.
Marco Travaglio è tornato a prendersela con l’indulto. Sull’Espresso (20 agosto) definisce un «presunto ragionamento portentoso» l’analisi dei dati della ricerca di Giovanni Torrente, (http://www.ristretti.it/commenti/2009/maggio/pdf15/ricerca_torrente.pdf.) dell’università di Torino, che hanno dimostrato come indulto, benefici e misure alternative, abbiano abbattuto la recidiva delittuosa. Insomma fatto calare i reati. Una cocente sconfitta per i giustizialisti della sua risma.
A Travaglio i numeri non piacciono. Li preferisce solo se declinati in anni di galera, altrimenti adora le parole, ma solo dei pentiti, soprattutto se de relato. È uno da buco della serratura che si trastulla con le intercettazioni telefoniche. Per il pubblico ministero d’Italia, se la recidiva è crollata è solo perché i furfanti non sono stati ancora presi. Aspettate e vedrete, dice. Un vero puzzone, uno di quelli che pur di non starci è disposto a fare carte false.
Caro dottor Manetta a essere calati sono i fatti-reato. Se ci sono meno denunce vuole dire che ci sono stati meno delitti, non meno persone arrestate. Anzi quelle aumentano per effetto di leggi che puniscono l’uso di droghe e la migrazione clandestina. Così le carceri scoppiano.
Ci sono due cose che Travaglio non capirà mai: la prima è che solo a metà degli anni 70 l’Italia ha toccato il suo minimo storico di detenuti. Quando la gente ha una speranza e lotta, non ruba. La seconda è che la pensa come Martelli e Craxi, che per primi introdussero la politica della tolleranza zero.

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Giovanni Torrente, indulto. La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.pdf.

I dati che smentiscono la campagna terroristica contro l’indulto
Aumentano i detenuti mentre calano i delitti
L’indulto da sicurezza, il carcere solo insicurezza
Ho paura dunque esisto
Dipietrismo: malattia senile del comunismo?
Giustizia o giustizialismo, dilemma nella sinistra
Il populismo penale una malattia democratica
Badiou, Sarkozy il primo sceriffo di Francia in sella grazie alla doppia paura
Curare e punire
Il governo della paura
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Populismo penale, una declinazione del neoliberismo
Come si vive e si muore nelle carceri italiane
Prigioni i nuovi piani di privatizzazione del sistema carcerario
Carceri private il modello a stelle e strisce privatizzazioni e sfruttamento
Le misure alterantive al carcere sono un diritto del detenuto
Sprigionare la società
Desincarcerer la société
Carcere, gli spettri del 41 bis
Carcerazioni facili, dopo le proteste torna in carcere. Aggirate le garanzie processuali

Nel paese del carcere facile, il Corriere della Sera s’inventa l’ennesima polemica sulle scarcerazioni rapide

Scheda informativa: Gruppo operativo mobile

Gom, Gruppo operativo mobile

Il Gom è costituito da circa 600 uomini alle dirette dipendenze della Direzione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Ufficialmente ha compiti di sorveglianza e protezione dei detenuti di massima pericolosità. Il Gom nasce nel 1997, dalle ceneri dello Scop (Servizio coordinamento operativo), un corpo composto da 500 uomini sparsi in tutta Italia e pronti a correre da un carcere all’altro in caso di rivolte o di particolari necessità. gomLo Scop infatti, oltre a sedare le proteste ha avuto la funzione, poi ereditata dal Gom, di acquisire informazioni.
Il corpo speciale del Gom è il fiore all’occhiello del corpo di Polizia Penitenziaria – si veda il sito http://www.poliziapenitenziaria.it – e gode di cospicui finanziamenti.
I Gom non rispondono delle loro azioni né alla Direzione né al Comando delle guardie dell’Istituto penitenziario in cui operano e godono dell’autorizzazione a intervenire direttamente dal Ministero. Vengono anche utilizzati in modo mirato per colpire i traffici che vedono il coinvolgimento di agenti penitenziari locali.
Durante gli anni ’90 furono aperte due grandi inchieste per maltrattamenti avvenuti nelle carceri di Secondigliano e Pianosa. Vennero rinviati a giudizio 65 agenti dello Scop diretti dal generale Enrico Ragosa, poi passato al Sisde e adesso alla direzione dell’Ugap (Ufficio Garanzie Penitenziarie) che dirige l’attività dei Gom. (http://www.giustizia.it/guidagiustizia/dap_ugap.htm).
Il carcere di Pianosa venne in seguito chiuso per intervento dell’ex direttore del Dap, Alessandro Margara, all’epoca magistrato di sorveglianza a Firenze. Il ministro della Giustizia Castelli chiese la riapertura del carcere di Pianosa, insieme a quella di altri istituti dismessi. Lo Scop fu poi disciolto ma il suo posto fu preso dal Gom, dove confluirono gli stessi agenti.
Nel 1998, 15 agenti GOM entrano nel carcere milanese di Opera per effettuare una perquisizione straordinaria. Anche in quell’occasione si utilizza il paragone cileno: “Detenuti spogliati, qualcuno anche tre volte, costretti a ripetuti piegamenti, pure i cardiopatici e gli anziani; quindi raggruppati nel cortile, al freddo dalle 9.30 alle 13.30, chi in accappatoio, chi scalzo, mentre le celle venivano perquisite”. “Alcuni agenti di Opera erano sconcertati, ed hanno raccontato di aver rischiato di arrivare alle mani con i loro colleghi del Gom”.
Le richieste di scioglimento dei Gom in quell’occasione non portarono a nessun risultato, anche se, come in passato per gli scandali riguardanti lo Scop, nacque l’esigenza di cambiare la sigla del corpo, o confonderla in quella di un ufficio di coordinamento.

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Oliviero Diliberto: “Le riforme non potremo farle”

L’uccisione di Stefano Cucchi

stefano_cucchi_corteo_07112009-30aIl libro di Ilaria Cucchi: “Nessuno deve più morire in carcere o in una caserma”
Ilaria Cucchi denuncia: “Nel processo veniamo trattati come fossimo imputati”
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Caso Cucchi, avanza l’offensiva di chi vuole allontanare la verità
Cucchi, anche la polizia penitenziaria si autoassolve

Stefano Cucchi: le foto delle torture inferte. Rispondi La Russa
Caso Cucchi, scontro sulle parole del teste che avrebbe assistito al pestaggio. E’ guerra tra apparati dello Stato sulla dinamica dei fatti
Erri De Luca risponde alle infami dichiarazioni di Carlo Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi
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Stefano Cucchi, le foto shock
Stefano Cucchi, le ultime foto da vivo mostrano i segni del pestaggio. Le immagini prese dalla matricola del carcere di Regina Coeli
Manconi: “sulla morte di Stefano Cucchi due zone d’ombra”
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Stefano Cucchi morto nel Padiglione penitenziario del Pertini, due vertebre rotte e il viso sfigurato
Violenza di Stato non suona nuova
Caso Stefano Cucchi: “Il potere sui corpi è qualcosa di osceno”
Cucchi, il pestaggio provocò conseguenze mortali