Cattivi maestri e bravi bidelli: le carte truccate di Paolo Granzotto

Biografo di Indro Montanelli, con il quale ha lavorato al Giornale dove è rimasto dopo l’arrivo di Berlusconi, Paolo Granzotto scrive articoli che sembrano manifesti per bourgeois epatés. In realtà, il più delle volte, il suo stile da madama la marchesa finisce solo per essere grottesco. Impreciso, disinformato e disinformatore, i suoi pezzi sono infarciti di errori, menzogne, bugie, senza disdegnare nemmeno sparate razziste come quando scrisse in un articolo del 2009 che bisognava rispedire al mittente «la feccia rumena».
Granzotto è un mio lettore affezionato e questo gli procura ogni tanto qualche gastrite (leggi qui).
Nell’articolo che segue Granzotto se la prende con una mia intervista apparsa su la Repubblica del 2 gennaio 2011. In difetto d’argomenti da opporre si attacca alla retorica dei cattivi maestri che tanto piace ai bravi bidelli.
Nelle righe del pezzo dedicate a me, 8 su complessive 22, riesce a piazzare due grossolane falsità: la prima è che sarei stato premiato della semilibertà dopo appena sei anni di carcere, argomento che gli serve per spingere sul tasto dell’impunità;
nella seconda mi attribuisce una frase mai detta nell’intervista che gli è andata di traverso: «Battisti non commette reati da trent’anni», circostanza per altro vera se togliamo i documenti falsi impiegati per entrare in Brasile. Che bisogno aveva Granzotto di attribuirmi argomenti da me mai impiegati invece di controbattere a quelli da me veramente utilizzati?
Evidentemente questi ultimi lo mettevano in difficoltà ed allora ha preferito crearsene altri.
Per quanto riguarda invece la storia dell’impunità bastava informarsi un po’: fino al momento dell’intervista a Repubblica del gennaio 2011 avevo trascorso (tra prigioni italiane e francesi) più di 12 anni della mia vita in carcere. Dodici anni di pena effettiva che per effetto del calcolo della “liberazione anticipata” (per i profani del sistema carcerario vuole dire una sorta di sconto per buona condotta) corrispondono a 15 anni di pena maturata sui 19 complessivi da scontare.

Dal giugno 2008 esco ogni mattino dal carcere per andare a lavorare e vi rientro la sera. Questo regime detentivo prende il nome di semilibertà, o se volete anche “semicarcerazione” (come la storia del bicchiere mezzopieno e mezzovuoto). Questa mezza libertà che inizia con le luci del giorno non è una libertà vera ovviamente. Il semilibero si porta il carcere addosso lungo tutta la giornata. Non può andare dove vuole ma solo dove i giudici hanno stabilito. Ha degli orari ben precisi che deve rispettare, è consegnato sul posto di lavoro come in una sorta di arresti lavorativi, a meno che l’attività lavorativa svolta non imponga degli spostamenti, tutti preventivamente segnalati e monitoriati dalle autorità di polizia. Terminato il lavoro deve rispettare una fascia di reperibilità che non gli consente alcun altro spostamento. Gli unici spostamenti ammessi sono dal carcere al lavoro, dal lavoro a casa, da casa al ritorno in carcere. Ogni altro eventuale spostamento al di fuori degli orari preventivamente ammessi non è autorizzato.
Al momento della mia estradizione dalla Francia tre delle quattro condanne che mi erano state inflitte erano prescritte. In sostanza il decreto di estradizione firmato dal primo ministro francese nel 1995 non era più valido (il testo riportava in calce come condizione che le pene indicate non fossero prescritte). Di norma una nuova procedura avrebbe dovuto essere riaperta per aggiornare la validità della estradizione. In realtà venni consegnato alle autorità italiane perché la procura di Bologna cercava in tutti i modi di spostare le indagini sull’attentato Biagi verso la pista del “santuario francese”, rivelatasi poi un vero e proprio depistaggio. Una richiesta di “individuazione” e una rogatoria internazionale erano state avviate contro di me. Anche qui il trattato che disciplina le estradizioni tra Paesi europei prevedeva l’attivazione di una nuova procedura di estradizione per i nuovi fatti che mi venivano addebitati. Tutto ciò non avvenne mai. Fui ceduto all’alba del 25 agosto 2002 sotto il tunnel del Monte Bianco senza nuova estradizione, senza possibilità di difendermi, anzi senza nemmeno sapere dell’accusa che m’attendeva in Italia. Per oltre due anni e mezzo sono rimasto indagato nell’inchiesta Biagi, all’inizio in modo occulto, poi formalizzato, per essere alla fine prosciolto. Nei 3 anni successivi mi vennero sistematicamente negati i permessi a causa degli articoli e di un libro che avevo scritto nel frattempo.
Non è affatto vero, come invece ha scritto Giuseppe Cruciani in una specie di lista di proscrizione dal titolo “Gli amici del terrorista. Chi protegge Cesare Battisti”, Sperling & Kupfer 2010, che i detenuti condannati per reati politici possono usufruire dell’indulto di 3 anni concesso dal parlamento nel 2006. I reati aggravati dall’articolo 1 delle legge Cossiga, che sanziona le “finalità di terrorismo e sovversione dell’ordinamento costituzionale”, nonché alcuni dei reati canonici previsti nel capitolo dei delitti contro la personalità interna dello Stato del codice Rocco (banda armata, associazione sovversiva, attentato contro lo Stato) sono stati esclusi dall’applicazione di questo indulto.

Ma chi ha ammazzato scenda dalla cattedra

di Paolo Granzotto
Il Giornale 3 gennaio 2011

Possono ben avvolgersi nel sudario dell’ipocrisia i politici, gli intellettuali e i giornalisti che negli anni dell’eversione fecero da sponda (quando non vi militarono) alla lotta armata. Gli stessi che volendosi fare l’appello firmarono in massa (…)
(…) il manifesto-sentenza contro il commissario Calabresi «torturatore»: Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Margherita Hack, Umberto Eco… i soliti noti. Possono far finta di mostrarsi indignati per il no di Lula all’estradizione di Cesare Battisti. Ma ci hanno pensato due reduci della lotta armata dai quali non hanno mai preso le distanze, e anzi, a rivelare quel che rode loro dentro. Si chiamano Sergio D’Elia e Paolo Persichetti, il primo intervistato dal Riformista, il secondo da Repubblica. Appartenente alla banda armata di Prima linea, D’Elia ha scontato quindici anni di carcere per poi essere eletto deputato nelle liste radicali (Marco Pannella ha, sulla coscienza, altri di questi ingiuriosi sberleffi alle istituzioni: Toni Negri, Cicciolina…). Attualmente è a capo di Nessuno tocchi Caino. Naturalmente è ritenuto, dai progressisti più avvertiti, un guru, un maestro di pensiero. Paolo Persichetti, brigatista rosso, area Unione dei comunisti combattenti. Condannato a ventidue anni e sei mesi di reclusione per banda armata, riesce a rifugiarsi in Francia senza però potervi restare a lungo. Ma se è per questo, nemmeno in carcere: estradato, scontati nelle patrie galere sei dei ventidue anni e passa, gode della semilibertà. Giornalista, scrive per Liberazione, organo del Partito della Rifondazione comunista.
«Onore a Lula» gioisce D’Elia, per il quale essendo le nostre carceri «strumento di tortura» e lo Stato «macchiatosi di molte stragi», «l’Italia non ha l’autorità politica nazionale e internazionale per protestare con chicchessia». E dunque, meglio «Battisti libero in Brasile», anche se pluriomicida, perché, spiega D’Elia inoltrandosi in un ragionamento senza né capo né coda, «a me non interessa nulla di Battisti. A me interessa la difesa del detenuto ignoto, non di quello noto». Non poteva mancare, nella rivendicazione dei diritti del serial killer, un riferimento al totem della Costituzione secondo la quale «il carcere serve per rieducare». Non è vero, naturalmente (il carcere è il luogo – e dunque serve a ciò – dove si scontano le pene le quali «devono tendere – dicesi tendere – alla rieducazione del condannato», articolo 27). Ma anche se fosse come dice D’Elia, restano demenzialmente sconclusionate le conclusioni: non essendo «il Battisti di 35 anni fa lo stesso Battisti di oggi» ne consegue che «il Battisti del delitto non è lo stesso della pena. Per cui, Costituzione alla mano, non deve andare in galera». In quanto ai sentimenti dei familiari dei caduti sotto il piombo del terrorista e non certo entusiasti nell’apprendere che Battisti si è sottratto, grazie a Lula, alla giustizia, D’Elia taglia corto: «I parenti delle vittime sono stati traditi non da Battisti, ma dallo Stato».
Ovviamente anche per Paolo Persichetti la decisione presa da Lula è ineccepibile: non solo «Battisti non commette reati da trent’anni» e questo già dovrebbe bastare a farne un uomo libero. Ma perché quella dell’ex presidente brasiliano è, a conti fatti, una salutare lezione: «Questo Paese – lamenta sconsolato Persichetti – non sa rielaborare il proprio passato» insistendo nell’errore di «voler regolare dei conti (così li chiama, i quattro omicidi) in termini giudiziari». Casi come quello di Cesare Battisti devono infatti essere guardati, come li ha guardati Lula, «con gli occhi della storia» affrontando «gli anni di piombo con un atto di chiusura politica».

Link
Paolo Granzotto: “Cacciamoli, Bucarest si riprenda le sue canaglie
Paolo Granzotto sanzionato per razzismo. Aveva scritto: “Rispedire al mittente la feccia rumena”
Estradizione di Battisti: «Il no di Lula è una decisione giusta»
Granzotto il reggibraghe degli imprenditori

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Estradizione di Battisti: «Il no di Lula è una decisione giusta»

Alcune precisazioni su questa intervista apparsa su “la Repubblica”. Purtroppo le poche righe messe a disposizione hanno dato origine ad alcune inesattezze e qualche ambiguità. Fino ad oggi ho passato (tra prigioni italiane e francesi) più di 12 anni della mia vita in carcere, non 6 come alcuni quotidiani di destra hanno immediatamente scritto (in particolare Paolo Granzotto sul “Giornale” del 3 gennaio). 12 anni di pena effettiva corrispondono, per effetto del calcolo della “liberazione anticipata” (per i profani del sistema carcerario vuole dire una sorta di sconto per buona condotta) a 15 anni di pena maturata.
Da 2 anni e mezzo esco ogni mattino dal carcere per andare a lavorare e vi rientro la sera. Questo regime detentivo prende il nome di semilibertà, o se volete anche “semicarcerazione” (come la storia del bicchiere mezzopieno e mezzovuoto). Questa mezza libertà che inizia con le luci del giorno non è una libertà vera ovviamente. Il semilibero si porta il carcere addosso lungo tutta la giornata. Non può andare dove vuole ma solo dove i giudici hanno stabilito. Ha degli orari ben precisi che deve rispettare, è consegnato sul posto di lavoro come in una sorta di arresti lavorativi, a meno che l’attività lavorativa svolta non imponga degli spostamenti, tutti preventivamente segnalati e monitoriati. Terminato il lavoro deve rispettare una fascia di reperibilità che non gli consente alcun altro spostamento. Gli unici spostamenti ammessi sono dal carcere al lavoro, dal lavoro a casa, da casa al ritorno in carcere. Ogni altro eventuale spostamento al di fuori degli orari preventivamente ammessi non è consentito.
Al momento della mia estradizione dalla Francia 3 delle 4 condanne che mi erano state inflitte erano prescritte. In sostanza il decreto di estradizione firmato dal primo ministro francese nel 1995 non era più valido (il testo riportava in calce come condizione che le pene indicate non fossero prescritte). Di norma una nuova procedura avrebbe dovuto essere riaperta per aggiornare la validità della estradizione. In realtà sono stato consegnato alle autorità italiane perché la procura di Bologna cercava in tutti i modi di spostare le indagini sull’attentato Biagi verso quello che chiamava il “santuario francese”, rivelatasi poi un vero e proprio depistaggio. Una richiesta di “individuazione” e una rogatoria internazionale erano state avviate contro di me. Anche qui il trattato che disciplina le estradizioni tra Paesi europei prevedeva l’attivazione di una nuova procedura di estradizione per i nuovi fatti che mi venivano addebitati. Tutto ciò non avvenne mai. Fui consegnato all’alba del 25 agosto 2002 sotto il tunnel del Monte Bianco senza nuova estradizione, senza possibilità di difendermi, anzi senza nemmeno sapere dell’accusa che m’attendeva in Italia. Per oltre due anni e mezzo sono rimasto indagato nell’inchiesta Biagi, all’inizio in modo occulto, poi formalizzato, per essere alla fine prosciolto. Nei 3 anni successivi mi sonso stati sistematicamente negati i permessi a causa degli articoli e di un libro che avevo scritto nel frattempo. Non è affatto vero, come invece ha scritto Giuseppe Cruciani in una specie di lista di proscrizione dal titolo “Gli amici del terrorista. Chi protegge Cesare Battisti”, Sperling & Kupfer 2010, che i detenuti condannati per reati politici possono usufruire dell’indulto di 3 anni concesso dal parlamento nel 2006. I reati aggravati dall’articolo 1 delle legge Cossiga, che sanziona le “finalità di terrorismo e sovversione dell’ordinamento costituzionale”, nonché alcuni dei reati canonici previsti nel capitolo dei delitti contro la personalità interna dello Stato del codice Rocco (banda armata, associazione sovversiva, attentato contro lo Stato) sono stati esclusi dall’applicazione di questo indulto.


Concetto Cecchio
Repubblica
2 gennaio 2011

PERSICHETTI, come valuta la mancata estradizione di Cesare Battisti?
«Mancata estradizione? Giusto rifiuto. Me ne rallegro. Il Brasile si aggiunge alla lunga lista di Paesi che non hanno accolto le richieste dell’Italia: Grecia, Svizzera, Francia, Gran Bretagna, Canada, Argentina, Nicaragua, e non cito il Giappone perché mi ripugna, visto che ha dato la cittadinanza al neofascista Delfo Zorzi».
L’irriducibile Paolo Persichetti, romano, 48 anni, condannato a 19 anni di carcere per la sua partecipazione alle Brigate Rosse della seconda metà degli anni Ottanta- le Br Udcc – è l’unico terrorista che è stato estradato dalla Francia nel 2002. Aveva trascorso undici anni a Parigi, gli ultimi come ricercatore all’Università. Era sospettato, senza saperlo, dell’omicidio Biagi, accusa che poi cadde. Ma qua è rimasto: detenuto per sei anni. Da due anni è semilibero, a Rebibbia. Collabora con il quotidiano Liberazione.

La motivazione di Lula è che tornando in Italia l’incolumità di Battisti sarebbe a rischio. Lei conosce bene le nostre carceri. Non è una motivazione ridicola?
«Guardi che nelle motivazioni si fa soprattutto riferimento all’aggravamento della posizione di Battisti, che finirebbe in un carcere duro nonostante non commetta reati da 30 anni. Nel giudizio dei brasiliani incide poi anche il fatto che nel loro ordinamento non è prevista la pena dell’ergastolo. Soprattutto guardano a quelle vicende con gli occhi della storia, come da tempo dovrebbe fare anche l’Italia. In questo Paese al contrario si vogliono regolare ancora dei conti in termini giudiziari invece che affrontare gli anni di piombo con un atto di chiusura politica».

Ma Battisti non ha scontato un solo giorno di carcere per i quattro omicidi. Le sembra eticamente sostenibile in uno Stato di diritto?
«Ma tra Italia, Francia e Brasile, ha scontato cinque, forse sei anni. Certo, è una piccola parte rispetto all’ergastolo ma di poco inferiore a quella subita dal suo maggiore accusatore, reo confesso di diversi omicidi e premiato con i lauti sconti di pena previsti dalla legislazione speciale antiterrorismo».

C’è di più: Battisti si è sottratto ai processi, fuggendo prima in Messico e poi in Francia.
«Era un suo diritto. Il diritto ammette la possibilità di sottrarsi altrimenti non esisterebbero i trattati internazionali e bilaterali che regolano la disciplina delle estradizioni tra Stati, prevedendo anche la possibilità di offrire protezione. E poi l’Italia ha un presidente del consiglio che si sottrae da anni ai processi partecipando ai summit internazionali senza che ciò crei scandalo. Perché dovrebbe crearlo Battisti».

Le pare che questa è giustizia?
«Cosa vuol dire giustizia? Battisti è sfuggito alle leggi emergenziali di quel decennio. Le faccio notare che quando, nel 2004, le autorità francesi decisero di estradarlo in Italia lo fecero perché il governo italiano promise loro che gli avrebbe rifatto i processi, visto che le condanne erano state comminate in contumacia. Era chiaramente una promessa di marinaio…»

Infatti Battisti preferì scappare di nuovo, in Brasile. E le vittime aspettano da 30 anni: provi a mettersi nei loro panni.
«Lo faccio spesso. Ho incontrato Sabina Rossa per un’intervista ed è stata un incontro doloroso, difficilissimo, avevo paura di sbagliare un solo aggettivo. Dopodiché non credo che la presenza in carcere di Battisti risarcisca i parenti dal loro dolore. Insisto: questo Paese non sa rielaborare il proprio passato, lo strumentalizza continuamente. Risultato: la piaga rimane sempre aperta».

Che ricordo ha di Battisti?
«L’ho incrociato spesso in Francia, anche se avevamo giri diversi. Un personaggio simpatico, guascone, che viene da una famiglia proletaria. Ho conosciuto anche i suoi famigliari, persone oneste che si sono sempre ammazzate di fatica. Cesare era un ragazzo ribelle, che poi ha politicizzato la sua ribellione, come tanti di quella generazione. In ogni caso una estradizione non si decide sulla base della simpatia o antipatia (reale o costruita dai media). Per questo l’Italia perde sempre».

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