Errori, abusi e irregolarità della procura di Torino nell’inchiesta contro i quattro Br accusati per la sparatoria di cinquant’anni fa alla Cascina Spiotta

Alla fine del 2021 la procura di Torino, mentre si accingeva a riaprire le indagini sulla sparatoria avvenuta nel lontano giugno 1975 davanti alla cascina Spiotta, in località Arzello nei pressi di Acqui terme, dove morirono l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice della Brigate rosse Margherita Cagol, non sapeva che nel 1983 l’autorità giudiziaria di Alessandria aveva già condotto una propria inchiesta sugli stessi fatti contro Angelo Basone e Lauro Azzolini, due brigatisti poi prosciolti nel novembre 1987. La circostanza è stata candidamente ammessa dal pubblico ministero Emilio Gatti nella discussione che si è tenuta lo scorso 26 settembre durante l’udienza preliminare che dovrà decidere le sorti dell’indagine e stabilire se rinviare a giudizio gli ex militanti della Brigate rosse Lauro Azzolini, Renato Curcio, Mario Moretti e Pierluigi Zuffada. Cosa ha portato una procura tanto esperta e agguerrita nelle vicende della lotta armata, come quella torinese, coadiuvata dalla procura nazionale antiterrorismo, a commettere un così clamoroso errore? In realtà solo il primo di una lunga serie di irregolarità ed escamotage vari, finalizzati a forzare le regole della procedura, a quanto pare percepite unicamente come ostacoli frapposti all’azione penale.

Il tranello complottista
Fin dal venerdì 19 novembre 2021, quando l’avvocato Sergio Favretto deposita, per conto di Bruno D’Alfonso, uno dei figli del carabiniere deceduto, l’esposto che chiedeva la riapertura delle indagini, la procura torinese si era vista proporre una narrazione, rafforzata anche da un libro scritto da due giornalisti (Folegnani-Lupacchini), con la prefazione dello stesso D’Alfonso, depositato agli atti, che aveva come premessa un falso storico: il mancato svolgimento nei decenni precedenti di una inchiesta giudiziaria sulla sparatoria, fatta eccezione per il processo che vide come unico condannato Massimo Maraschi, brigatista catturato nell’immediatezza del rapimento Gancia, il giorno prima dello scontro a fuoco, per cui fu comunque condannato. L’esposto fondava le sue ragioni proprio su questo presunto vuoto e dunque su una conseguente necessità di sanare una palese ingiustizia. Riprendendo le conclusioni del volume, uscito solo tre giorni dopo la consegna dell’esposto in procura, si indicava una lista di nomi tra i quali si sarebbe dovuto individuare il brigatista fuggito. Sempre nel libro, invece, si postulava ancor più esplicitamente l’esistenza di un complotto, di ambigue zone di silenzio e complicità tra apparati dello Stato e brigatisti che avrebbero giustificato la mancata volontà di condurre le indagini su quanto era avvenuto il 5 giugno del 1975. In un secondo volume scritto dagli stessi autori, pubblicato sul finire della inchiesta, nel dicembre 2023, si è andati ancora oltre, sostenendo che la sparatoria della Spiotta, la morte di Mara Cagol e la fuga del brigatista mai individuato era avvenuta sotto la stretta regia dei Servizi segreti. Tralasciamo ora questo delirio complottista che i carabinieri e la procura non hanno seguito, ma che certamente alcune parti civili proveranno a reintrodurre nel processo, se questo dovesse andare in porto. Non è un caso se l’ex magistrato, ora avvocato Guido Salvini, ha dichiarato di avere assunto la difesa di una parte civile per dimostrare la colpevolezza di Curcio e Moretti, quest’ultimo ritenuto attore del complotto nei due volumi depositati agli atti, nei confronti dei quali aveva già anticipato in passato giudizi di colpevolezza e arroganti valutazioni personali. Non è la prima volta che delle fake news vengono impiegate come leve per avviare nuove inchieste. Resta l’incredibile circostanza che ha visto una procura riaprire incautamente delle indagini senza le necessarie verifiche, dando per scontato che nell’arco dei quarantasei anni precedenti non vi fossero stati altri procedimenti giudiziari.

L’inchiesta coperta
Ricevuto l’esposto, gli inquirenti hanno prima aperto, ad inizio 2022, una procedimento contro ignoti, ascoltato diversi testimoni, interrogato molti ex brigatisti senza cavare un ragno dal buco. A quel punto hanno cambiato strategia investigativa, convinti che l’unico modo per andare avanti fosse «intercettare» le chiacchiere degli ex Br, dopo aver reso pubblica la notizia dell’apertura della nuova inchiesta. Secondo i carabinieri che hanno condotto le indagini «L’attività di intercettazione consente l’opportunità di captare, dietro opportuni stimoli, i giusti commenti in ordine all’identità del fuggito». Tuttavia già nell’aprile del 2022 i carabinieri avevano focalizzato la posizione di Lauro Azzolini: «quale corresponsabile con Cagol Margherita dell’uccisione dell’appuntato Giovanni D’Alfonso». Ma nonostante questo dato acquisito, il fascicolo non muterà l’intestazione «contro ignoti», abile escamotage per non allertare la persona intercettata. Solo che negli stessi giorni la procura si avvede della esistenza della vecchia indagine del 1983 e del successivo proscioglimento, nel 1987, dello stesso Azzolini per i medesimi fatti. A questo punto la procura aveva una sola possibilità indicata dal codice: chiedere la riapertura delle indagini al gip per iscrivere il sospetto nel registro degli indagati. Tuttavia questa strada avrebbe reso vana la ricerca di nuove prove attraverso l’intercettazione telefonica, poiché per essere efficace questa doveva avvenire all’insaputa dell’indagato e senza prove nuove non era possibile riaprire nessuna indagine. Tanto più se il fascicolo con la sentenza-ordinanza di proscioglimento non si trovava più, perché andato disperso in una alluvione che aveva devastato l’archivio del tribunale di Alessandria.
Così la procura sceglie la via del silenzio: non avverte il gip della esistenza della vecchia indagine e soprattutto del proscioglimento di Azzolini, nei confronti del quale lo stesso gip, ignaro di tutto, aveva concesso l’intercettazione telefonica divenuta nel frattempo illecita. Questa situazione di totale illegittimità dell’indagine si protrarrà per dieci mesi. Nel dicembre 2022 la procura raddoppia addirittura l’abuso e con una procedura d’urgenza, del tutto infondata, inocula un captatore ambientale nel telefono di Azzolini, ancora una volta senza aver informato il gip della situazione e aver chiesto prima la revoca del vecchio proscioglimento.

Indagato senza essere prosciolto

Nel 2023 la situazione non cambia, anzi la procura cerca di far revocare il proscioglimento senza avvisarne il sospettato. Siamo al 10 febbraio 2023, dopo cinque giorni i pm rinunciano alla richiesta di revoca. Lo iscrivono finalmente nel registro degli indagati il 15 febbraio, dopo aver disposto a sua insaputa un accertamento tecnico irripetibile, ovvero l’estrazione delle impronte digitali dal documento acquisito da qualche tempo sulla «battaglia della Spiotta», che riportava la versione del Br scampato alla sparatoria, impedendogli così la nomina di un proprio consulente. Il 10 marzo 2023 la procura chiede addirittura la custodia cautelare di Azzolini sulla base di due intercettazioni ritenute delle «sostanziali confessioni». Il gip risponde che per «giurisprudenza costante» occorre prima revocare la precedente pronuncia di proscioglimento per i medesimi fatti. Finalmente dalla procura arriva la nuova richiesta di revoca del proscioglimento del 1987, senza però rivelare – tra gli elementi di prova – quanto era stato scritto nella richiesta di febbraio, ovvero che Azzolini era sotto intercettazione. In questa nuova domanda si cita solo l’esito delle perizie dattiloscopiche. In questo modo l’indagato non viene a sapere che tra i mezzi di prova ci sono anche delle intercettazioni. Il gip concede una riapertura limitata di sei mesi ma nonostante l’avvio formale di nuove indagini non viene sanata la situazione delle intercettazioni, telefoniche e ambientali, che permangono intatte nella veste giuridica di semplici proroghe della iniziale autorizzazione da tempo illecita.

Le intercettazioni non bastano
A maggio 2023 nuovo cambio di strategia, i pm cercando di puntellare le intercettazioni illegali convocando come semplici testimoni due soggetti “captati” che ad avviso degli inquirenti avevano avuto conversazioni indizianti con Azzolini. Ma si tratta dell’ennesima forzatura procedurale poiché uno di loro, Antonio Savino, è un ex Br imputato di reato connesso e quindi ha diritto alla presenza di un legale di fiducia e non ha l’obbligo di rispondere per legge. La difesa fa notare la circostanza e si vede rispondere che spetta ai pm stabilire la qualifica giuridica del convocato, fosse anche illegittima.
L’altro testimone, PB, è una persona totalmente estranea alle vicende degli anni 70, divenuto amico nei decenni successivi della moglie di Azzolini, anch’essa ex Br. Una volta sentito, disattende le attese dei pm che però rinunciano a contestargli l’intercettazione da loro ritenuta indiziante per non metterlo sull’avviso. A giugno la procura ripropone la richiesta di arresto per Azzolini, accusato di avere condizionato la testimonianza di PB inquinando così le prove. Tuttavia il 17 luglio il gip respinge nuovamente le pretese delle procura dopo avere dichiarato inutilizzabili le intercettazioni ambientali effettuate prima della revoca del proscioglimento e della riapertura delle indagini (in realtà mai interrotte). Si tratta di una battuta d’arresto per i pubblici ministeri che vedono traballare l’intero castello di carta dell’inchiesta. Davanti al gup, lo scorso 26 settembre, replicheranno che questi rilievi del gip, sottolineati dalla difesa, in realtà sono infondati poiché trattandosi di due inchieste distinte, la prima contro ignoti e la seconda contro Azzolini e suoi coimputati, le intercettazioni autorizzate nel corso della prima inchiesta restavano comunque valide anche nella seconda, sulla base di una semplice proroga.

Il teste braccato
A Settembre 2023 la procura riparte alla carica e interroga nuovamente il testimone PB, accusato di falsa testimonianza durante l’esame. Ancora una volta i pm violano il codice poiché a quel punto PB andava interrogato con l’ausilio di un difensore, essendo mutata la sua posizione giuridica da testimone a persona sospettata di reato. Invece le domande nei suoi confronti si fanno più pressanti e riguardano sorprendentemente anche il ruolo svolto dall’avvocato di Azzolini, che avrebbe avuto un incontro richiesto dal teste. 
L’inchiesta termina qui, con la messa sotto accusa di Azzolini, nel frattempo rinviato a giudizio insieme ai suoi tre coimputati, e il tentativo di fare la stesa cosa con il suo avvocato. Circostanza che ricorda l’inchiesta perfetta sognata da ogni pm: condannare l’imputato e liquidare il suo difensore.

Nuova inchiesta sulla cascina Spiotta, Renato Curcio prende la parola

Renato Curcio torna a prendere la parola a pochi giorni dalla udienza del gip di Torino (26 settembre prossimo) che lo vede imputato insieme a Mario Moretti, Lauro Azzolini e Pierluigi Zuffada, dopo la nuova inchiesta (a 49 anni dai fatti) sul sequestro dell’industriale dello spumante Vallarino Gancia, realizzato dalla colonna torinese delle Brigate rosse, e la sparatoria del 5 giugno 1975 davanti alla cascina dove l’ostaggio era custodito. Curcio smonta il teorema accusatorio messo in piedi dai pm, smentisce alcune convinzioni storiche errate sul funzionamento interno delle Brigate rosse («non esistevano figure apicali, l’organizzazione era trasversale, le colonne agivano in autonomia»), tanto meno direttive centrali che imponevano conflitti a fuoco frontali con le forze di polizia, per chiedere come mai la procura titolare delle nuove indagini non abbia voluto fare luce sulla morte di Mara Cagol nonostante la perizia ne avesse accertato l’uccisione a freddo, le innumerevoli versioni sui fatti fornite dai carabinieri intervenuti all’epoca, i moltepolici dubbi e incertezze ammessi dagli stessi inquirenti

– foto luca zennaro –

Caro Paolo,
ho letto sul tuo blog l’articolo Il passato che non passa, il prossimo 26 settembre davanti al gip di Torino le richieste di rinvio a giudizio contro Azzolini, Curcio, Moretti e Zuffada per la sparatoria alla Spiotta di 49 anni fa che hai postato il 20 settembre. Anzitutto voglio ringraziarti per l’attenzione a questa tardiva coda giudiziaria di una vicenda già considerata chiusa da altri magistrati e che comunque si perde nella notte di “altri tempi”. Più ancora però ho apprezzato il tuo tentativo di analizzare la pretesa giudiziaria in una prospettiva storica. In questa stessa prospettiva mi permetto di sottoporti alcune considerazioni in stretta relazione alle questioni che più direttamente mi riguardano.
In apertura della tua analisi scrivi che mi viene mossa l’accusa di «concorso morale sulla base di una frase presente in un articolo scritto (non da me) quattro mesi dopo la sparatoria su un giornale clandestino di propaganda, Lotta armata per il comunismo, che per i pm avrebbe avuto valore predittivo, prova di una fiscale direttiva interna emessa dalle istanze dirigenziali delle Brigate rosse».

Nessuna fugura apicale, le Brigate rosse erano un’organizzazione orizontale
Ho letto attentamente il documento Avviso all’indagato di conclusione delle indagini preliminari a cui ti riferisci ma la dizione «concorso morale» mi sembra che non venga mai utilizzata. Al mio riguardo viene spesa invece una espressione anche più ambigua: «figura apicale».
Espressione interessante perché nella sua indeterminazione rimanda insieme a una insinuante apparenza e ad una sostanziale inconsistenza. L’apparenza insinuante è che, essendo stato un fondatore dell’organizzazione di propaganda armata Brigate Rosse, non potevo che essere anche, in quel particolare momento, al «vertice» di quell’organizzazione. L’inconsistenza sta invece nel fatto che le Brigate Rosse non erano affatto un’organizzazione verticale ma erano costituite da alcune Colonne strategicamente unite sul piano politico ma operativamente indipendenti e rigorosamente compartimentate sul terreno operativo. Nessun «apice» dunque poteva decidere cosa dovessero o non dovessero fare le singole colonne.
Ho visto anche che l’assunzione di responsabilità politica che sia io che Mario Moretti facciamo – nelle due interviste pubblicate nei primi anni novanta del Novecento – viene utilizzata oggi per incriminarci. Ciò che gli intervistatori – Scialoja per me e la Rossanda per Mario – assemblano delle nostre dichiarazioni personalizzandole è la decisione che i militanti delle Brigate Rosse nel loro confronto e dibattito politico interno avevano preso, di autorizzare le varie colonne a compiere sequestri di persone facoltose a fini di finanziamento qualora ne avessero, in piena indipendenza, le capacità e la volontà. Far derivare da un dibattito politico una responsabilità penale… vedi un po’ tu, se non in malafede, come ci può stare.
In quanto storico nei tuoi saggi ti sei interessato di quel periodo e sai pertanto che, assai prima delle mie attuali parole, i documenti dell’epoca spiegano con chiarezza quella struttura orizzontale; struttura che peraltro distingueva nettamente le Brigate Rosse da altre organizzazioni scese in campo in quei tempi sul terreno armato. Una paradossale conferma di ciò, d’altra parte, viene proprio dall’esito delle ricerche condotte dai Pm steso l’Avviso. Essi infatti nonostante un abnorme ricorso a intercettazioni fatte a tutto campo, ad interrogatori di pentiti, dissociati e a fonti varie, non hanno potuto trovare neppure una sola testimonianza a conforto delle loro attese. Neanche una!

Il teorema accusatorio dei pm è infondato, nelle Br la linea di condotta era quella di «evitare nei limiti del possibile gli scontri a fuoco e cercare, in caso di difficoltà imprevista, di sottrarsi preservando anzitutto l’incolumità di eventuali ostaggi»
In un altro punto del tuo articolo fai riferimento al cosiddetto “Giornale delle Brigate Rosse” – Ho avuto modo di leggere, negli atti depositati, il testo del volantino in cui sarebbe stata data la direttiva «se avvistate il nemico vi sganciate prima del suo arrivo, se venite colti di sorpresa ingaggiate un conflitto a fuoco per rompere l’isolamento». Due cose mi sono apparse davvero bizzarre. La prima è che quel documento è stato redatto alcuni mesi dopo gli avvenimenti della Spiotta tant’è che chi lo ha scritto compie una disamina esplicita e assai critica di ciò che il 5 giugno 1975 alla Spiotta era successo. Personalmente non avevo avuto contezza fino ad oggi della sua esistenza e, francamente, non saprei proprio a quale Colonna sia possibile attribuirlo. Ma, se pure non fosse un falso, colpisce nel suo linguaggio la mordacità critica che esso manifesta contro la «tattica di combattimento» di Margherita e del compagno che era con lei. In quel ciclostilato infatti si legge che «purtroppo» la «tattica di combattimento» di Margherita, fu «difensiva» e viziata dalla «illusione di potersi defilare senza annientare il nemico». Mentre, invece, a giudizio degli estensori di quel documento, «l’unica tattica di combattimento realistica sarebbe stata quella di affrontare lo scontro con l’obiettivo esplicito di annientare i Cc».
Essendo stato scritto a commento dei fatti avvenuti alla Spiotta, e rivolto a un lettore esterno alla Colonna che lo ha redatto, quel documento dunque non solo non impartisce ordini ad alcuno, ma addirittura entra in pubblica e aperta polemica con la Colonna torinese contestandone la linea operativa. Il suo estensore infatti critica in modo peraltro astioso l’orientamento tattico e il comportamento sul campo di Margherita e dell’altro compagno, definendoli «illusi di potersi defilare senza annientare il nemico». Tuttavia, e proprio questo è il punto che intendo segnalarti, con la sua critica ferocemente esplicita esso conferma la piena autonomia degli orientamenti tattici e dei comportamenti pratici della Colonna torinese a cui Margherita e il compagno fuggito si sono attenuti. Insomma, per non farla inutilmente lunga, se quel documento qualcosa ci dice è che: a) si tratta di un documento posteriore ai fatti e rivolto a lettori esterni alla Colonna che lo ha prodotto; b) non conforta in alcun modo la tesi degli estensori dell’Avviso, anzi, la smentisce; c) critica esplicitamente la regola operativa a cui da anni e in quel tempo la Colonna torinese si atteneva. Regola di lunga data e fino a quel giorno sempre osservata nelle innumerevoli operazioni di autofinanziamento che invitava ad evitare nei limiti del possibile gli scontri a fuoco e a cercare, in caso di difficoltà imprevista, di sottrarsi preservando anzitutto l’incolumità di eventuali ostaggi.

Perché la nuova inchiesta ha evitato di fare luce sulla uccisione di Mara Cagol, già a terra ferita e in stato di arresto?
Su un terzo punto concordo infine con quanto affermi nel tuo articolo quando rilevi: «l’assenza nella nuova inchiesta di approfondimenti sulle circostanze che portarono alla morte di Mara Cagol, nonostante la richiesta fatta durante l’interrogatorio da Renato Curcio, suo marito all’epoca».
In effetti in occasione dell’incontro con i magistrati inquirenti ho fatto presente, sia con una memoria scritta che verbalmente, che l’intera dinamica degli avvenimenti che hanno portato lutti alla cascina Spiotta non è mai stata chiarita. Sono gli stessi magistrati che hanno effettuato l’inchiesta, del resto, a manifestare “dubbi” su cosa e come sia realmente accaduto. Dubbi che essi esternano nella motivazione della richiesta di una perizia su due strani bossoli spuntati fuori negli ultimi tempi da «un sacchetto di plastica» consegnato loro dalla famiglia del carabiniere Giovanni D’Alfonso. «Ora – scrivono in questa richiesta – … si nutrono dubbi sulla ricostruzione della dinamica del conflitto a fuoco avvenuto il 5 giugno del 1975 …». Dubbi!
Molteplici e diverse sono state infatti le versioni su chi e quanti fossero i Cc realmente coinvolti; su come e quando sono arrivati alla cascina; sui comportamenti tenuti da ciascuno; sulle loro rispettive dislocazioni nello spazio e nel tempo; sulle armi di cui disponevano. Diverse sono anche le testimonianze che i Cc ufficialmente presenti hanno dato del modo in cui si sono svolti gli avvenimenti e delle pratiche circostanziali; diverso, infine, è il resoconto scritto dal militante che si sottrasse all’arresto. Imbarazzata, al riguardo, è l’indagine che su tutto ciò preferisce fare – nonostante la mia esplicita richiesta di ricostruire con precisione tutte le dinamiche – un salto a piè pari. Come se l’intrico di contraddizioni al riguardo non fosse un problema di rilevanza istituzionale ben maggiore del nome del militante che si è dileguato. La domanda allora è questa: cosa non ci stanno dicendo le istituzioni su questo intrico di contraddizioni che le riguarda? Una domanda importante perché ovviamente per capire come sono andate veramente le cose alla cascina Spiotta non possiamo basarci esclusivamente sulla relazione del compagno che si allontanò dalla cascina; relazione che riporta il “suo” raggio di osservazione peraltro molto limitato sia nello spazio che nel tempo. Chi ci fosse davvero alla Spiotta dal lato delle istituzioni, lui non poteva saperlo. Ma più rilevante ancora è infine un’altra domanda che agli storici dovrebbe interessare: perché “qualcuno” – chi francamente non m’interessa! – quando già Margherita Cagol Curcio era in stato di arresto, dunque nelle mani dello Stato, con le braccia alzate – come dimostra inequivocabilmente l’esame autoptico redatto dal Prof. Dott. Athos La Cavera – ha sparato un colpo sotto ascellare orizzontale per ucciderla?
So per lunga esperienza personale che non è mai semplice mettere d’accordo la verità giudiziaria e la verità storica. Della prima comunque sono altri a doverne rendere conto e mi auguro che lo facciano tutti onestamente, ma per quanto attiene alla verità storica che, anch’essa in tempi ravvicinati non è mai facile da documentare, spero che queste mie parole possano esserti utili quantomeno per il tuo lavoro.

Renato Curcio, 22/09/2024

Il passato che non passa, il prossimo 26 settembre davanti al gip di Torino le richieste di rinvio a giudizio contro Azzolini, Curcio, Moretti e Zuffada per la sparatoria alla Spiotta di 49 anni fa

Il 26 settembre prossimo si terrà presso il tribunale di Torino l’udienza del gip che dovrà decidere sulle richieste di rinvio a giudizio scaturite dalla nuova inchiesta sul rapimento del magnate dello spumante Vallarino Gancia, realizzato dalla colonna torinese delle Brigate rosse il 4 giugno 1975 e conclusosi il giorno successivo con una sanguinosa sparatoria davanti la cascina dove l’ostaggio era custodito. L’indagine è stata riaperta dopo un esposto del novembre 2021 presentato dall’avvocato Sergio Favretto per conto di Bruno D’Alfonso, carabiniere in pensione figlio di Giovanni D’Alfonso, l’appuntato deceduto nello scontro a fuoco nel quale perse la vita anche Mara Cagol, fondatrice delle Brigate rosse, e rimasero feriti altri due esponenti dell’arma.

Le accuse
Mezzo secolo dopo i fatti, i pm torinesi hanno chiesto il giudizio per quattro ex brigatisti, Renato Curcio, 82 anni, Lauro Azzolini, 81 anni, PierLuigi Zuffada e Mario Moretti, entrambi 78 anni, quest’ultimo in esecuzione pena “solo” da 44 anni. Azzolini perché ritenuto dai pm il brigatista (all’epoca mai identificato) che insieme a Cagol custodiva l’ostaggio e si sarebbe dileguato nel bosco sottostante la Spiotta dopo la sparatoria. Gli altri tre, in realtà non presenti sul posto, accusati a titolo di concorso morale nella morte del carabiniere D’Alfonso.


Le intercettazioni illegali e l’avvocato preso di mira
Sui i fogli che il brigatista fuggito dopo il conflitto a fuoco scrisse ai suoi compagni per descrivere la dinamica dei fatti sono state individuate ventotto impronte, a riprova del fatto che quel dattiloscritto, ritrovato sette mesi dopo la sparatoria, era passato per molte mani. Undici sono state attribuite ad Azzolini, sette non identificate e dieci giudicate inutilizzabili. L’assenza di prove determinanti – come ritenuto dallo stesso gip – ha spinto la procura a puntare tutto sulle intercettazioni ambientali, fino a realizzarne un numero impressionante, coinvolgendo decine di persone: ex imputati, familiari e amici, persino avvocati. Davide Steccanella, legale di Azzolini, è stato ripetutamente preso di mira con una violazione molto grave del diritto costituzionale alla difesa. Azzolini è stato oggetto di 222 intercettazioni tramite trojan installato nel suo cellulare, buona parte delle quali svolte prima che il gip concedesse, nel maggio del 2023, la riapertura delle indagini. Fino a quel momento, infatti, la sua posizione giuridica era quella di una persona prosciolta dai fatti con una sentenza-ordinanza emessa dall’autorità giudiziaria di Alessandria il 3 novembre 1987.

La sentenza di proscioglimento scomparsa
Azzolini infatti era stato precedentemente indagato e prosciolto insieme ad Angelo Basone, scomparso nel frattempo. La riapertura delle indagini è stata concessa del gip – fatto sconcertante – senza poter esaminare la sentenza di proscioglimento e l’incartamento processuale andato distrutto nel 1994 dopo l’esondazione del fiume Tanaro, le cui acque avevano devastato gli archivi del tribunale di Alessandria. Insomma una riapertura alla cieca, sulla scorta della buona fede, per modo di dire, dell’accusa.


Un modo per aggirare la prescrizione
La lista degli episodi inquietanti è lunga, ne citiamo solo alcuni: il rinvio a giudizio di Zuffada, assente al momento della sparatoria. Nonostante secondo gli stessi pm avrebbe avuto un ruolo solo iniziale nel sequestro (reato prescritto), per poi essersi allontanato dalla cascina terminato il suo compito, è chiamato comunque a rispondere di concorso morale nell’omicidio del carabiniere D’Alfonso, anziché di «concorso anomalo», come accadde a Massimo Maraschi. Il brigatista arrestato subito dopo il rapimento e condannato anche per la sparatoria, nonostante in quel momento fosse in mano ai cc di Acqui Terme. Il «concorso anomalo», poiché prevede una pena diversa dall’ergastolo incorrerebbe nella prescrizione, ragion per cui la procura per andare a giudizio ha fatto ricorso a una qualificazione del reato più grave.

Il documento di ottobre che secondo l’accusa avrebbe previsto il passato
Surreale è poi l’accusa di concorso morale mossa contro Curcio e Moretti, sulla base di una frase presente in un articolo scritto (non da loro) quattro mesi dopo la sparatoria su un giornale clandestino di propaganda, Lotta armata per il comunismo, che per i pm avrebbe avuto valore predittivo, prova di una fiscale direttiva interna emessa dalle istanze dirigenziali delle Brigate rosse. Nel testo si tentava goffamente di ridimensionare il disastro della Spiotta, giustificando il conflitto a fuoco come conseguenza di una direttiva che imponeva in casi del genere di «rompere l’accerchiamento». E così Curcio e Moretti, il primo a Milano, obbligato a nascondersi dopo l’evasione del febbraio precedente dal carcere di Casale Monferrato, il secondo occupato a mettere in piedi la colonna genovese e avviare i primi contatti per la fondazione della colonna romana, secondo i pm sarebbero i veri mandanti morali della sparatoria, nonostante il sequestro fosse stato organizzato e gestito dalla colonna torinese con modalità che dovevano scongiurare qualunque contatto con le forse dell’ordine, grazie anche alla collocazione in altura della cascina che permetteva di controllare le vie di accesso. In nessun documento strategico prodotto dalle Br, e quindi di valore normativo, è mai citata una regola del genere. Ne furono scritti diversi prima del rapimento: sulle norme di condotta individuale dei militanti e sull’organizzazione, tanto che lo stesso Massimo Maraschi, che pure avrebbe dovuto avere un ruolo nella custodia dell’ostaggio (sarebbe dovuto tornare alla Spiotta per dare man forte ai due compagni rimasti soli), al momento della cattura tentò solamente la fuga senza sparare un colpo. Il carattere imprevedibile della sparatoria emerge anche da alcuni nitidi passaggi presenti nella relazione del brigatista fuggito, ritenuta affidabile dagli inquirenti, dove l’uomo e la donna discutono in maniera concitata se utilizzare o meno l’ostaggio per proteggersi nella fuga e Cagol si dice contraria per poi lanciarsi fuori dalla cascina «borsetta e mitra a tracollo, e in mano valigetta e pistola» con le “zeppe” ai piedi (sandali estivi con tacco rialzato), calzature aperte e inadatte per una fuga in campagna tra rovi e sottobosco, come si può vedere nelle foto del suo corpo senza vita scattate dalla scientifica.

Silenzio sulla morte di Mara Cagol


Altro aspetto significativo è l’assenza nella nuova inchiesta di approfondimenti sulle circostanze che portarono alla morte di Mara Cagol, nonostante la richiesta fatta durante l’interrogatorio da Renato Curcio, suo marito all’epoca. Ferita inizialmente a un polso e alla schiena, la militante brigatista era seduta sul versante della collina con le mani alzate in segno di resa. Il colpo mortale la raggiunse nella zona ascellare, trapassando il torace da destra a sinistra. Una esecuzione a freddo. Oltre al carabiniere Barberis, che l’aveva inizialmente colpita, sul posto arrivarono in breve tempo altri membri dell’Arma. I pubblici ministeri non hanno sentito l’esigenza di fare chiarezza, riequilibrando una indagine totalmente sbilanciata.


Una Waterloo per la dietrologia
Da rilevare infine l’immancabile irruzione della dietrologia nella vicenda. L’esposto iniziale dell’ex carabiniere Bruno D’Alfonso che ha innescato la riapertura delle indagini ha ispirato ben due volumi: L’invisibile, edizioni Falsopiano (con la prefazione dello stesso D’Alfonso) e successivamente, Radiografia di un mistero irrisolto, Bibliotheka, scritti entrambi da due giornalisti, Berardo Lupacchini e Simona Folegnani. Gli autori si dicevano convinti di aver individuato l’identità dell’«invisibile», il brigatista fuggito dopo il conflitto fuoco, nella persona di Mario Moretti. Dipinto – sulla scorta di una ricca letteratura complottista (fu il solito Sergio Flamigni a lanciare per primo l’accusa) – come un cattivo genetico, un personaggio senza scrupoli che nascosto nella folta vegetazione, dove aveva trovato riparo per sfuggire ai colpi di Barberis, avrebbe avuto un subitaneo pensiero, una preveggenza strategica che l’avrebbe indotto ad abbandonare Mara Cagol al suo destino per prendere il suo posto alla guida dell’organizzazione. Una quadra della vicenda che aveva entusiasmato l’allora magistrato Guido Salvini, nel frattempo divenuto avvocato delle parti civili, e sempre pronto a cavalcare le più astruse congetture dietrologiche. L’ex gip si è messo subito a disposizione raschiando, come sua consuetudine, i fondi di barile, gli avanzi carcerari, interpellando collaboratori di giustizia sempre in debito di qualcosa per raccogliere voci di corridoio da confezionare come prove. Un’ambigua sovrapposizione di ruoli e funzioni da cui appare difficile districare dove inizi la nuova attività di avvocato e finisca quella di magistrato. Non soddisfatti, i due giornalisti hanno ipotizzato persino una gestione a distanza del Sid nell’intera vicenda che avrebbe pilotato, attraverso un proprio confidente la fuga del «cattivo» Moretti per giungere poi in via Fani, luogo dove inevitabilmente conducono tutte la strade della dietrologia. Solo che più volte interrogato dai pm, Leonio Bozzato, la spia del Sid che militava nell’Assemblea autonoma di Porto Marghera, anziché Moretti ha indicato – vera nemesi della storia – in Alberto Franceschini (detenuto all’epoca) l’ignoto brigatista fuggito dalla Spiotta e compartecipe del complotto.

Il giudice o lo storico?
Fino ad ora c’è stata poca attenzione pubblica su questa inchiesta, il dibattito culturale e politico si è mostrato distratto rispetto alle importanti questioni che solleva. Nelle intenzioni della procura, stando alla lista dei testi chiamati a deporre, questo giudizio dovrebbe rappresentare una sorta di evento storico conclusivo, riedizione del processo al cosiddetto «nucleo storico» che dovrebbe sancire in modo definitivo la chiusura del Novecento italiano sotto la mannaia della punizione permanente, oltre ogni tempo ed epoca, una damnatio memorie che però ha il sapore di un esorcismo e dietro il quale si cela un’ansia patogena, un timore angosciante verso il passato. Eppure sarebbe scontato chiedersi se a distanza di mezzo secolo ha ancora senso approcciare quella stagione così distante con gli strumenti dell’azione penale. Chi deve occuparsene: i pubblici ministeri o gli storici? Svuotare una stagione storica dei fatti sociali sostituendoli unicamente con la memoria penale, oltre ad essere fuorviante è davvero il modo più efficace per fare i conti col nostro passato? La domanda ovviamente non riguarda solo il metodo, gli strumenti di conoscenza dei fatti ma anche gli obiettivi: cosa serve veramente alla società che si è trasformata cinquant’anni dopo? Solo colpevoli da condannare ad ogni costo e che alla fine rischiano di essere solo dei capri espiatori?