Processo Spiotta, per la prima volta una sentenza rompe con la logica dell’emergenza

L’intervista – Francesco Romeo, avvocato di Mario Moretti, analizza il verdetto della corte di assise di Alessandria sulla sparatoria del 5 giugno 1975. La sentenza prende le distanze dalla stagione dei maxi processi antiterrorismo nei quali lo strumento del concorso veniva utilizzato come una clava per condannare tutti per tutto. Stavolta la sentenza ha tenuto conto delle conoscenze storiche intervenute nel frattempo, avvicinandosi ad una rappresentazione più realistica delle responsabilità personali e della struttura organizzativa delle Brigate rosse

Paolo Morando, Il T quotidiano autonomo del Trentino Alto Adige, 9 luglio 2026

A leggere gli articoli della grande stampa, come al solito sembra che abbiano vinto tutti. Eppure l’altro ieri, dopo quasi un anno e mezzo di dibattimento, la Corte d’assise di Alessandria ha del tutto respinto le richieste dell’accusa: niente ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, come chiedeva l’accusa, e reato prescritto. E sei anni per Lauro Azzolini a fronte dei ventuno invocati dalla Procura, per giunta “assorbiti” dal meccanismo della continuazione. Richieste a cui si erano allineate anche le parti civili. A 51 anni dai fatti della Cascina Spiotta, insomma, e in attesa delle motivazioni (tra novanta giorni), il passato si conferma duro a passare. Francesco Romeo è l’avvocato difensore di Moretti. E nel corso del processo aveva chiesto alla Corte, invano, di fare luce sulla morte (anzi: l’uccisione) di Margherita Cagol.

Avvocato Romeo, la prima domanda: perché secondo lei c’erano gli elementi per una assoluzione piena del suo assistito?
«Sulla base di alcuni dati oggettivi emersi nel processo, benché pare non accolti dalla Corte: da un lato, l’autonomia politica, operativa e logistica delle colonne brigatiste. Nonostante le sentenze, figlie di una precedente stagione, dicano che l’organizzazione era verticistica, ci sono plurime dichiarazioni di dissociati ed ex dirigenti come Franceschini, Curcio e Moretti, e anche di pentiti come Peci, dal 1978 fino ai loro libri degli anni Novanta, che continuano a ripetere come in quella fase storica del 1975 le colonne avevano questa autonomia. È un dato che però all’epoca non passava nei tribunali, perché c’era evidentemente l’esigenza di usare il concorso di più persone in maniera spropositata, per condannare tutti per tutto».

Si può dire che questo processo della Spiotta, almeno nell’impostazione della Procura, sia figlio di quel tipo di ragionamento?
«Certo. E nonostante le declamazioni della pubblica accusa, secondo cui la stagione del teorema Calogero è tramontata. A parte questa dichiarazione di principio, nei fatti è stata posta la stessa logica di quegli anni: tutti sono colpevoli di tutto».

Nell’impostazione accusatoria, si è insistito molto sul documento relativo alla fuga sparando in caso di accerchiamento. Che però non è stato riconosciuto dai giudici come direttiva, visto che è stato applicato il concorso anomalo.
«Sono convinto che sia andata così, ma lo vedremo nelle motivazioni. Sta di fatto che sia l’accusa pubblica sia l’accusa privata hanno deliberatamente voluto presentare un articolo contenuto in un giornale di propaganda, successivo ai fatti, come un documento politico. Era un articolo di commento sulla battaglia di Arzello, ma secondo la loro impostazione era invece un ordine di organizzazione. E tuttavia, in tutti i precedenti documenti politici interni delle Brigate Rosse, non c’è traccia di tale direttiva. E questo è un dato insuperabile».

L’inchiesta nasceva per individuare il brigatista che fuggì dalla Spiotta. Poi si è allargata a una dimensione più ampia, coinvolgendo Curcio e Moretti che alla Spiotta quel giorno non c’erano.
«Assolutamente sì, seguendo la linea di sempre: tutti sono responsabili di tutto. E quindi tutti devono essere condannati per tutto».

Perché ancora oggi la si ripropone? C’è chi ha parlato di volontà di vendetta da parte dello Stato nei confronti di ex rivoluzionari ormai ottuagenari.
«In realtà questo è il primo processo in assoluto, per questo tipo di reati, in cui lo Stato non si è costituito parte civile. Non lo ha fatto nessuna sua articolazione. E questo è un dato inedito».

È avvenuto più che per cattiva coscienza dello Stato, ergo dell’Arma dei carabinieri, oppure per un cambio più generale di impostazione?
«Se c’è un cambio di impostazione, non è mai emerso. Il dato di fatto che noi abbiamo, oggettivo, e che si è manifestato anche in sede processuale con il tentativo di nasconderlo, è proprio la cattiva coscienza. E a mio modo di vedere riguarda appunto l’omicidio di Margherita Cagol, che non può essere definito in alcun altro modo.»

Le motivazioni potrebbero contenere un rimando atti alla Procura sul punto?
«Il processo per l’omicidio di Margherita Cagol non si potrà mai celebrare perché il suo assassino, l’appuntato Pietro Barberis, è morto da tempo. Nell’immediatezza dei fatti, nei suoi confronti un procedimento fu aperto, ma venne chiuso con una archiviazione per uso legittimo delle armi. Il problema è che l’uso legittimo poteva rimandare alla reazione al conflitto a fuoco, ma le evidenze dell’autopsia dicono che Cagol stava con le braccia alzate e ha subìto un colpo sotto l’ascella, che è fuoriuscito dall’altra ascella, portandola alla morte. Diversamente, avrebbe avuto ferite sulle braccia all’altezza dell’ascella, su un braccio o sull’altro. Ferite che però mancano. Quindi non c’è altro modo per interpretare quel colpo. Per eliminare ogni dubbio, e individuare anche l’esatta dinamica del conflitto a fuoco che ha portato al ferimento mortale di D’Alfonso, avevo chiesto alla Corte una perizia volta a ricostruire la dinamica di tutto quel conflitto a fuoco».

Ma c’è stata l’opposizione sia dell’accusa pubblica sia di quella privata.

«Sì. E la Corte ha deciso di non procedere a questo accertamento, sostenendo che non c’erano più i reperti: armi, proiettili, bossoli. Ma io non avevo chiesto di esaminarli, bensì di ricostruire la dinamica della sparatoria. Io non penso che in sentenza si possa bypassare questo tema, perché qui abbiamo due vittime: una ferita mortalmente, l’altra uccisa, nella stesso identico contesto spazio-temporale, a pochi minuti di distanza l’una dall’altra. È del tutto anomalo che si dica di voler cercare la verità e la si ricerchi soltanto in parte, soprattutto quando poi nelle conclusioni rassegnate dalla pubblica accusa si dice che non sappiamo che cosa è successo, non sappiamo chi ha sparato il colpo che ha ucciso D’Alfonso, eccetera. Allora, dico io, forse quell’accertamento che chiedevo era necessario».

Perché la Corte non lo ha disposto? Per non allungare ancora i tempi del processo, che già arrivava con mezzo secolo di ritardo?
«Non ci sono più né armi né proiettili, è stato detto: e io a quella decisione testuale mi devo attenere. Comunque, qualcosa in sentenza dovranno pur dire. E forse allora capiremo meglio».

Crede che la Procura ricorrerà in appello?
«Può farlo. E possono farlo pure le parti civili. Ma anche noi. Valuteremo in base alle motivazioni della sentenza».

Come valuta il comportamento in questi mesi della stampa “mainstream”, che ha seguito il dibattimento sposando la linea di accusa e parti civili?
«Il processo non è stato al centro dell’attenzione mediatica come forse avrebbe meritato. Dopo di che, per alcune testate penso che ci sia stato un problema di complottismo. E di inadeguatezza per alcuni singoli cronisti».

Il processo Spiotta ha riaperto il tema dell’ipoteca giudiziaria sulla storia: l’impossibilità cioè di ragionare su quella stagione fino a quando vi saranno possibili conseguenze penali.
«Questa decisione, che ha rifiutato il paradigma del “tutti colpevoli per tutto”, potrebbe essere uno spunto per rimettere mano alla discussione pubblica su quella stagione. Potrebbe essere un’occasione, un innesco. Vedremo se accadrà. Tra l’altro, la sentenza ha una sua ulteriore particolarità: è stata respinta l’impostazione proposta nelle controrepliche dai difensori delle parti civili di una equiparazione tra Mafia e Brigate Rosse in termini di organizzazione associativa: come la “cupola” risponde degli omicidi dei mandamenti, lo stesso per le Br. Io ho contrastato questa loro valutazione, che già era stata accennata in sede di arringa. Nelle repliche hanno calcato ancor più la mano».

La pubblica accusa ha seguito la propria linea unidirezionale, senza valorizzare gli elementi a discarico delle parti. I giudici, popolari e togati, non le hanno però dato ragione.
«Diciamo così: la Corte ha interpretato impeccabilmente il ruolo di giudice terzo tra le parti».

Cascina Spiotta, cinquantuno anni dopo le arringhe delle difese smontano il teorema dell’accusa e denunciano la mancata verità sulla morte di Margherita Cagol

Improcedibilità per Lauro Azzolini, è stata la richiesta fatta dall’avvocato Steccanella. Riprendendo una delle eccezioni presentate ad avvio di processo, nel febbraio 2025, e rimasta in sospeso, il legale ha contestato l’annullamento richiesto dalla Dda della sentenza di proscioglimento pronunciata, senza averne mai avuto cognizione, dal gip di Torino nel maggio del 2023. Una decisione cieca perché la sentenza-ordinanza del 3 novembre 1987, che scagionava Azzolini per i medesimi fatti che ora l’hanno visto giudicato davanti la corte d’assise di Alessandria, non è mai stata letta dal Gip a seguito della sua scomparsa: andata distrutta a causa di un alluvione che investì nel 1994 la città di Alessandria e gli archivi del tribunale.
Replicando a uno dei pm che durante la requisitoria del 19 giugno scorso aveva definito il procedimento «un normale processo per omicidio», si è impegnato in una lunga disamina storica che ha restituito il contesto complesso e tumultuoso dei primi anni 70, sottolineando la politicità dell’intera vicenda come il fatto che nulla di normale ci può essere in un processo aperto a 50 anni di distanza dai fatti, con un imputato sottoposto a intercettazioni, tramite trojan e ambientali, per ben 17 mesi, di cui tre dichiarati illegali dalla stessa corte, gli altri realizzati col beneficio di artifici procedurali (indagine contro ignoti) e altri tentativi di forzare la procedura, fino a mettere in discussione l’attività dello stesso avvocato difensore. Il carattere indiziario dell’indagine, l’assoluta carenza di prove ha generato accerchiamento tecnologico dell’indagato-non indagato e del suo giro di conoscenze e amicizie, fino a teorizzazioni grottesche sulla esistenza di una rete residuale di rapporti ancora in attività, una sorta di “banda armata pensionistica”.
L’avvocato ha ricordato come soltanto la decisione di Azzolini, di venire in aula e raccontare di essere la persona che riuscì a fuggire quel 5 giugno del 1975, ha messo un punto fermo sulla vicenda. In subordine Steccanella ha chiesto la prescrizione del reato, infine come ultima ipotesi l’applicazione della continuazione con le pene edittali precedentemente comminate e già scontate dall’imputato.

Gli interventi dell’avvocato Steccanella e Burani

L’intervento dell’avvocato Francesco Romeo

Assoluzione per non aver commesso il fatto è stata invece la richiesta avanzata in favore di Renato Curcio e Mario Moretti dai rispettivi avvocati, Vainer Burani e Francesco Romeo.
L’avvocato Romeo ha sottolineato come il pm sia venuto meno, nel corso del processo, alla sua funzione di ricerca della verità in tutte le direzioni. La sparatoria della Spiotta – ha proseguito – «ha provocato due morti in una medesima unità di tempo e spazio: una evidenza che avrebbe dovuto impedire di trattare i due episodi in modo separato». La procura ha invece indagato in modo selettivo, trascurando l’uccisione della Cagol e replicando – a chi contestava questo fatto – che avrebbe dovuto presentare una formale richiesta all’ufficio perché questo potesse aprire una nuova indagine. «Il reato di omicidio prevede la procedibilità d’ufficio, non vi è alcun bisogno di una richiesta di parte – ha rimarcato Romeo: «Se bisogna cercare la verità, bisogna cercarla tutta». 
Il legale di Moretti è tornato – come aveva già fatto Steccanella – anche sul mancato accertamento dell’identità del brigatista fuggito, episodio che ha innescato su iniziativa della famiglia D’Alfonso – questo tardivo processo. Circostanza – ha spiegato – dovuta alla necessità di sottacere, non approfondire oltre le circostanze della morte di Margherita Cagol, l’indicibile dell’intera vicenda, il grande rimosso che spiega le reticenze dell’arma dei carabinieri passate e presenti, viste in aula dove ufficiali e sottufficiali si sono contraddetti a vicenda.
«In questo processo manca qualcuno» – ha ricordato ancora Romeo: «l’arma dei carabinieri non si costituita parte civile, non l’ha fatto il ministero della difesa e nemmeno la presidenza del consiglio». E’ il primo processo per questo tipo di reati in cui non c’è costituzione di parte civile da parte dello Stato e delle sue istituzioni. La ragione è solo una: si è voluto evitare di riaprire la pagina della morte di Mara Cagol.
L’avvocato è poi tornato sul funzionamento del processo, perché procura e parti civili possono dire quello che vogliono, sollevare ricostruzioni suggestive su cupole varie, ruoli apicali di comando, ma poi la procedura penale ha le sue regole e «un capo d’imputazione è costituito da condotte personali da provare, tutte da dimostrare con certezza processuale». Questo non è avvenuto.
Secondo la pubblica accusa Moretti e Curcio avrebbero deciso e ordinato un sequestro di persona a scopo di estorsione per finanziare le Brigate rosse.
Alcune testimonianze ci dicono – ha sostenuto Romeo – che ciò è avvenuto insieme ad altri. Decisioni del genere, che investivano un mutamento significativo della strategia del gruppo, non potevano che essere prese da una istanza collettiva, in quella fase di ristrutturazione era una struttura collegiale che riuniva le forze regolari disponibili, quel «consiglio rivoluzionario» indicato nel documento dell’estate 1974, Alcune questioni per una discussione sulla organizzazione, da cui sarebbe sorta poi, nel novembre 1975 la prima Direzione strategica. Ma questa contributo alla decisione comporta solo una responsabilità nel sequestro di persona, non in altro. Reato per altro ormai prescritto.
La procura – ha ribadito con forza l’avvocato – ha giocato continuamente sullo scivolamento della responsabilità giuridica tra decisione del sequestro e sparatoria, sovrapponendo i due piani per colmare l’assenza di prove sul secondo reato.
Sempre secondo i pm, Moretti (e Curcio) avrebbero individuato nel facoltoso industriale vinicolo Vallarino Gancia la persona da sequestrare, definito le modalità di gestione e individuato i partecipanti dell’azione, chi doveva recapitare la richiesta di riscatto, il luogo dove custodire l’ostaggio, chi doveva provvedere alla sua sorveglianza.
Nessuno di questi comportamenti è mai stato provato, nel processo non è mai emersa prova a sostegno di queste accuse, nessuna traccia o documento. Le responsabilità per i pubblici ministeri deriverebbero dalla semplice teoria della cupola che tutto vede e provvede, del ruolo apicale attribuito ai due imputati, senza che si sia mai circostanziato un ordine, un atto di comando, un documento o una dichiarazione da parte dei tanti pentiti.
Due libri autobiografici, scritti da giornalisti, nei quali Curcio e Moretti raccontano queste vicende, prendendo sulle loro spalle la storia collettiva delle Br, e dove vi è – in particolare nel libro di Moretti scritto da Rossanda e Mosca – una profusione del pronome «Noi», sarebbero per i pm la prova.
Ecco – segnala sempre Romeo – che visto da vicino, analizzato e studiato, il capo d’imputazione diventa una conchiglia vuota per la semplice ragione che l’accusa non tiene volontariamente conto di quel che era il funzionamento interno delle Brigate rosse: l’autonomia politico-organizzativa delle singole colonne, il fatto che una volta decisa, in via di principio, la possibilità di finanziarsi attraverso un sequestro, dopo una difficile discussione che mise numerosi paletti e il cui esito favorevole restava precario, racconta una fonte (Giorgio Semeria), l’organizzazione concreta, le condotte sopra menzionate, rivenivano unicamente alla responsabilità della colonna che aveva proposto l’azione, quella di Torino guidata da Margherita Cagol. La quale, per altro, dirà di aver sbagliato a coinvolgere Maraschi nella operazione perché ancora immaturo (fonte memoriale Azzolini). Prova che fu lei a reclutare e decidere chi vi dovesse partecipare.

Resta, ultima, la presunta direttiva sulla «rottura dell’accerchiamento», ripresa da un giornale delle Brigate rosse, Lotta armata per il comunismo, appena due numeri stampati, il terzo sequestrato in fase di assemblaggio, non più di 50 copie tutte andate sequestrate, tanto che non si trova brigatista dell’epoca che l’avesse letto o ne serbi memoria. Un passaggio tratto da un articolo successivo di mesi alla sparatoria, nel quale l’estensore si dilunga in una disamina critica, molto aspra, verso il comportamento avuto da Cagol e Azzolini una volta sorpresi dai carabinieri, accusati di non aver «annientato il nemico» invece di pensare solo a fuggire.
Dunque i due brigatisti della Spiotta non avrebbero rispettato le presunte consegne, il che già solleva seri dubbi sul valore normativo della presunta direttiva, di cui non si è trovata traccia in nessun documento redatto in precedenza e successivamente. Semmai le indicazioni sulle norme di comportamento da tenere erano di segno opposto e le strategie operative finalizzate a evitare inutili scontri a fuoco non preventivati, che avrebbero messo a rischio la vita del singolo militante, considerata una riserva strategica dell’organizzazione.
Infine l’avvocato Romeo, con una sorprendente disamina di tipo storiografico, ha ricostruito le ultime ore di vita di Mara Cagol, ricavandole dal memoriale redatto poche settimane dopo il fatto dallo stesso Azzolini. Dopo una notte insonne, passata a riflettere sulle conseguenze dovute al mancato rientro di Maraschi, il terzo Br che doveva custodire il sequestrato, avuta conferma dal giornale radio del mattino successivo del suo arresto, Cagol – riporta il memoriale – dichiarò che il sequestro ormai si poteva gestire politicamente e che la base restava comunque sicura, anzi il precedente dell’operazione Girasole (sequestro Sossi) avrebbe spinto gli inquirenti a cercare lontano. Forte di questa decisione, maturata progressivamente nel corso della notte, Cagol si recò all’appuntamento telefonico per comunicare all’interlocutore il proseguimento dell’azione, rifiutando a quel punto l’offerta di un compagno in più: «Per ora non serve facciamo da soli».
Atteggiamento che – ha concluso il legale di Mario Moretti – avrebbe precluso qualsiasi input decisionale esterno.
In subordine, sulla scorta della sentenza già emessa dal gip nei confronti di Pierluigi Zuffada in sede di rinvio giudizio, Romeo ha chiesto il riconoscimento del concorso anomalo per l’impossibilità di prevedere il conflitto a fuoco, con relativa dichiarazione di prescrizione, come da sentenza della corte di cassazione sulla base delle sentenze della corte costituzionale in materia di responsabilità penale. Richiesta analoga anche per Renato Curcio da parte del suo legale. Infine, in polemica con l’accusa che aveva rinunciato a chiedere le generiche per l’assenza dal processo di Moretti, ha invitato la corte a concedere le attenuanti generiche in ragione dei 51 anni trascorsi dai fatti, i 45 anni di detenzione in corso, il percorso di vita e l’assunzione in ogni sede possibile delle sue responsabilità politiche.
Repliche delle parti e sentenza il prossimo 7 luglio.

L’ipoteca penale infinita, alle battute finali il processo contro tre anziani ex brigatisti per i fatti della Spiotta di cinquantuno anni fa

Martedì 23 giugno prenderanno la parola le difese di Lauro Azzolini, Renato Curcio e Mario Moretti. Giunge a conclusione il processo iniziato davanti la corte d’assise di Alessandria il 25 febbraio del 2025, cinquant’anni dopo la sparatoria del 5 giugno 1975

Dopo gli ergastoli chiesti dalla pubblica accusa e i milioni di euro di risarcimento reclamati dalle parti civili, la parola passa alle difese degli imputati. L’avvocato Davide Steccanella si occuperà della posizione di Lauro Azzolini, l’ex brigatista che era accanto a Margherita Cagol il 5 giugno 1975. Dopo la sparatoria con la pattuglia della tenenza di Aqui Terme, avventuratasi fino al cortile della cascina Spiotta, all’insaputa del nucleo speciale antiterrorismo che già il giorno precedente aveva preso il controllo delle indagini, Azzolini riuscì a fuggire lanciandosi tra i rovi del bosco che circondava il rustico dove la colonna torinese delle Brigate rosse aveva nascosto l’industriale dello spumante Vallarino Gancia, rapito 24 ore prima. Lo scontro a fuoco aveva lasciato a terra il tenente Umberto Rocca e l’appuntato Giovanni D’Alfonso, quest’ultimo deceduto successivamente. A causa delle ferite riportate Mara Cagol non riuscì a seguire Azzolini che potè scorgerla un’ultima volta seduta a terra e con le mani alzate. Alcuni istanti dopo, mentre l’uomo correva verso la collina prospiciente, la fondatrice delle Brigate rosse venne uccisa a freddo dall’appuntato Pietro Barberis.

Nessuna verità su Mara Cagol
Nonostante nel corso delle udienze siano emerse nuove circostanze sulla morte di Mara Cagol, un bossolo dei carabinieri ritrovato accanto al suo corpo, le foto che mostrano come il suo cadavere sia stato spostato, la scena della sparatoria manomessa e ripulita, la corte ha rifiutato, col sostegno dell’accusa e delle parti civili, una nuova perizia che potesse gettare nuova luce sulla dinamica del conflitto a fuoco.

Attenuanti generiche per Azzolini
Con le attenuanti generiche e i 21 anni di pena chiesti dalla procura, condanna che per il principio della continuazione verrebbe assorbita dai 30 anni di reclusione già scontati, senza conseguenze sulla libertà personale, la posizione di Azzolini si è alleggerita. Dopo essere stato perseguito in modo ossessivo durante l’indagine, indagato e intercettato anche illegalmente, la situazione processuale di Azzolini è mutata quando alla seconda udienza ha rivelato di essere il «misterioso» fuggitivo della Spiotta. Successivamente, altri elementi emersi dall’analisi delle carte processuali hanno dimostrato la sua estraneità nel ferimento mortale di D’Alfonso. La sua Beretta 7,65 fu ritrovata con tre proiettili nel serbatoio. Le tracce degli altri quattro colpi furono rinvenuti all’interno della sua Fiat 127 e di quella dei carabinieri che bloccava la via di fuga. Azzolini quindi non aveva partecipato allo scontro a fuoco con D’Alfonso, tuttavia la sua pistola venne consegnata scarica al perito e i tre proiettili superstiti fatti sparire.

L’ipoteca penale infinita
Dopo Steccanella sarà la volta degli altri due avvocati, Francesco Romeo legale di Mario Moretti e Vainer Burani difensore di Renato Curcio. A differenza di Azzolini, Curcio e Moretti non hanno preso parte al processo, comportamento che pur essendo un diritto degli imputati è stato stigmatizzato dalla pubblica accusa, tacciato di «arroganza» e «disprezzo» dal pm Gatti che ha addirittura ritenuto il silenzio di Moretti, al suo quarantacinquesimo anno di esecuzione pena, un’ammissione di colpa dovuta all’impossibilità di opporre argomenti difensivi.
Eppure da lungo tempo i due ex esponenti delle Brigate rosse hanno spiegato – i pm certo non lo ignorano – che non è nelle aule processuali, protraendo all’infinito l’ipoteca penale, che è possibile ricostruire quella pagina della storia sociale d’Italia che è stata la lotta armata, tanto più se si continuano ad aprire processi fuori tempo massimo, a distanza di mezzo secolo dai fatti. Per Curcio, poi, si tratta di una provocazione ulteriore, perché è chiamato a rispondere del ruolo di mandante della morte di Mara Cagol, sua moglie all’epoca, quasi fosse un uxoricida.
E proprio Curcio, che durante le indagini si era fatto interrogare, aveva sollecitato i pubblici ministeri affinché approfittassero della nuova inchiesta per fare chiarezza sulle circostanze dell’uccisione di sua moglie. Come si è visto, inutilmente.

Come aggirare dopo cinquant’anni la prescrizione
Per spiegare la posizione processuale di Curcio e Moretti occorre fare un passo indietro: i due non erano presenti durante la sparatoria alla Spiotta, circostanza che impedisce di coinvolgerli in un concorso diretto. Tuttavia avevano partecipato insieme ad altri alla decisione di ricorrere anche ai sequestri di persona per autofinanziamento, dopo un complicato dibattito nel quale erano state sollevate molte riserve, racconta Giorgio Semeria. Nell’aprile del 1975 le Brigate rosse erano governate da un organismo collegiale, un «consiglio rivoluzionario» che riuniva di fatto i militanti regolari disponibili. Una scelta di principio, politica, non operativa poiché la fase organizzativa e realizzativa spettava alla singola colonna, in questo caso quella di Torino che con Mara Cagol aveva proposto il nome di Gancia, industriale vinicolo di fede missina.
Ma anche il reato di concorso in sequestro di persona non era più perseguibile perché prescritto. Restava allora la possibilità del concorso anomalo, che si da quando più persone si accordano per commettere un reato, ma nel corso della sua realizzazione uno dei complici ne commette inaspettatamente uno diverso e più grave. Massimo Maraschi, che prese parte al sequestro ma fu subito arrestato il 4 giugno e dunque era in carcere al momento della sparatoria, fu condannato comunque con questa qualificazione per l’uccisione di D’Alfonso. Anche Pierluigi Zuffada, accusato di aver partecipato al sequestro, ma non presente alla sparatoria, coimputato dei tre, non è andato a giudizio perché il gip ha ritenuto il suo un concorso anomalo, reato prescritto a distanza di cinquant’anni.
Esaurito per manifesta prescrizione anche l’ipotesi del concorso anomalo non restava che tentare la via del concorso morale che però aveva bisogno di un movente per essere formulato.

Democrazia sovversiva o apparato verticistico-piramidale?
Ecco che avviene il miracolo di questo processo: il capo di imputazione anziché fotografare giuridicamente il comportamento illecito precedentemente avvenuto, lo ha preceduto. Per aggirare la barriera della prescrizione e portare i due indagati a processo è stata individuata l’unica imputazione possibile, il concorso morale nella sparatoria, modellando il comportamento di Curcio e Moretti al tipo di imputazione e di aggravanti che lo rendevano ancora punibile. Mandanti non solo del sequestro, di cui avrebbero deciso ogni dettaglio: nascondiglio, modalità e partecipanti, tutto prescritto ovviamente.
Ma anche – e qui sta la perversione dell’accusa – gli imprevisti, con l’obbligo tassativo, in caso di arrivo delle forze di polizia, di affrontare lo scontro a fuoco e annientarle. Una volontà omicidiaria, secondo l’accusa codificata in precedenza. Circostanza che trasforma la sparatoria e la morte di D’Alfonso in un assassinio premeditato. Non più un sequestro di persona, ma una trappola per attirare e uccidere i carabinieri, è l’assurdo paradosso dell’impianto accusatorio portato alle sue estreme conseguenze.
Non solo, ma la scelta di perseguire l’autofinanziamento attraverso un singolo sequestro di persona era nata dall’esigenza di ottimizzare le energie e i continui rischi che la pratica degli «espropri» comportava per l’organizzazione. Moltiplicare le rapine per raccogliere piccole somme incrementava il rischio di esporre i militanti a continui scontri a fuoco. Il sequestro di persona andava dunque nella direzione di una riduzione di questa possibilità. D’altronde questo comportamento rispettava le regole della guerriglia in ambiente metropolitano. L’esatto opposto della tesi sostenuta dall’accusa, secondo cui le Br ricercavano sistematicamente occasioni di scontro.
Per modellare questa accusa gli inquirenti hanno profuso enormi energie nella ricerca della «prova storica», ovvero una ricostruzione artificiosa del funzionamento organizzativo delle Brigate rosse. E’ scomparsa cosi’ l’autonomia politico-militare delle singole colonne e la complessa architettura organizzativa che le Br avevano iniziato a discutere fin dall’estate del 1974, fondata – per citare le parole di Moretti – «sull’autonomia di decisione, di compartimentazione organizzativa, di trasmissione orizzontale dei flussi informativi che determinano le scelte politiche» dei singoli organismi interni: colonne, fronti e brigate, direzione strategica e comitato esecutivo che avrebbero fondato progressivamente l’architettura del gruppo, sancita nella risoluzione strategica del novembre 1975. Una corpo vivo che discuteva, deliberava, proponeva, agiva su piani diversi, una democrazia sovversiva ridotta – nella brutale semplificazione della pubblica accusa – a un apparato verticistico-piramidale con a capo una cupola guidata dai soli Curcio e Moretti.

La sentenza per i fatti di Padova del 1974
Una rappresentazione confortata dalle sentenze – richiamate in continuazione dall’accusa – per i fatti accaduti all’interno della federazione del Msi di Padova, in via Zabarella, il 17 giugno 1974, dove morirono due militanti della formazione neofascista nel corso di una colluttazione seguita al tentativo di perquisizione dei locali da parte di alcuni membri della colonna veneta delle Br.
Nonostante gli imputati avessero ricostruito un funzionamento organizzativo diverso, spiegando che la perquisizione era parte di una campagna decisa orizzontalmente dal «Fronte della controrivoluzione», i giudici anticiparono l’esistenza del comitato esecutivo, a cui attribuirono la responsabilità, prima anomala poi morale (corte di appello di Venezia) del fatto, condannando Curcio, Franceschini e Moretti.
Eppure, come ripetutamente sostenuto anche dai pm in questo processo, il comitato esecutivo è apparso per la prima volta nel lessico brigatista soltanto nella successiva estate, in un documento, Alcune questioni per la discussione sull’organizzazione, che «proponeva» un riassetto organizzativo del gruppo.
Ogni processo ha un suo contesto e quello di Padova del maggio 1990, ma soprattutto l’appello davanti la corte d’assise di Venezia del novembre 1991, furono segnati dalla volontà di bloccare la concessione della grazia presidenziale a Curcio da parte dell’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga e più in generale evitare la chiusura dell’emergenza giudiziaria e impedire l’avvio di una soluzione politica con provvedimenti di amnistia-indulto.

Divergenze tra i pm
Durante la requisitoria è emersa una divergenza d’opinione sulla posizione di Moretti, il cui concorso morale nella sparatoria – secondo il pm Ciro Santoriello – sarebbe stato meno netto del coimputato Curcio che nel 1993 raccontò in un libro di aver avuto un’ultima telefonata con Cagol, la mattina del 5 giugno. Una fessura che incrina il teorema del vertice apicale che avrebbe prodotto la direttiva vincolante dello scontro a fuoco. Ne approfitterà la corte per ristabilire una rappresentazione dei fatti e individuazione delle responsabilità penali più aderente alla vicenda storica?

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Mara Cagol e i fiori della discordia

Il processo davanti alla corte di assise di Alessandria per la sparatoria alla cascina Spiotta di Arzello tra i due brigatisti che custodivano l’industriale vinicolo Vallarino Gancia, sequestrato il giorno precedente, e una pattuglia dei carabinieri sopraggiunta sul luogo, conflitto a fuoco avvenuto 51 anni fa, sta volgendo al termine. Il prossimo venerdì 19 giugno prenderanno la parola i due titolari della pubblica accusa, Emilio Gatti e Ciro Santoriello, subito dopo toccherà alle parti civili, sempre che il dottor Gatti, che ha già annunciato una lunga requisitoria, non faccia slittare il calendario previsto. Il successivo martedì 23 dovrebbe essere il turno delle difese, subito dopo si potrebbe già andare in camera di consiglio per la decisione finale ma non è detto che ciò accada. Incombe infatti la possibilità di una replica da parte di Gatti, eventualità che trascinerebbe il processo fino al 7 luglio.
Venerdì capiremo finalmente se procura e parti civili resteranno coerenti con i propositi più volte espressi durante il processo: la sola ricerca della verità e non la volontà di reincarcerare (Moretti non è mai uscito) dei vegliardi ottantenni.

La sparatoria di 51 anni fa
Margherita Cagol fu uccisa nella tarda mattinata del 5 giugno 1975, ferita da due colpi di pistola si era arresa ma fu freddata da un carabiniere, Pietro Barberis, quando aveva le mani alzate. Sul prato accanto al cortile del rustico denominato Spiotta, quel giorno giaceva un solo cadavere, il suo.
L’appuntato Giovanni D’Alfonso rimase mortalmente ferito nello scontro ha fuoco che lo contrappose a Margherita Cagol. Fece in tempo a scaricare la sua arma contro la donna che rispose al fuoco colpendolo due volte, secondo quanto riportato nella perizia balistica dell’epoca. Trasportato in gravissime condizioni morì l’11 giugno successivo nell’ospedale di Alessandria.
Durante il processo le difese hanno chiesto la realizzazione di una nuova perizia sulle traiettorie di tiro per accertare con maggiore nitidezza la dinamica della sparatoria, colmando i numerosi vuoti dell’inchiesta condotta nell’immediatezza dei fatti, quando le indagini furono sbrigative, poco approfondite, la scena ripulita e manomessa: la pistola di D’Alfonso rimossa e riposta nel baule di una vettura dei carabinieri, il corpo di Cagol spostato come mostrano le foto presenti in atti (vedi qui sotto: nella prima foto il braccio destro è sotto il corpo, nella seconda è parallelo al sinistro). Ma la pubblica accusa e ancor più sorprendentemente i legali delle parti civili si sono opposti.


Fiori per Margherita Cagol
Il 5 giugno scorso, come è accaduto frequentemente in questi decenni, per ricordare la donna qualcuno ha lasciato dei fiori davanti l’ex rustico, oggi completamente rimesso a nuovo e divenuto un lussuoso b&b. L’episodio ha scatenato le ire di Bruno D’Alfonso, il figlio dell’appuntato, anch’egli un passato da carabiniere, che quel giorno non era in aula dove si teneva la quattordicesima udienza del processo perché occupato nelle cerimonie istituzionali organizzate in ricordo del padre. Non è la prima volta che D’Alfonso mostra insofferenza per questi innocui fiori lasciati ai piedi di un albero, all’inizio del boschetto che circonda la Spiotta. Già durante l’inchiesta, l’ex carabiniere si era lamentato per questi episodi ripetuti negli anni, tanto che i pm disposero – sfidando ogni senso del ridicolo – la sorveglianza della Cascina in occasione dell’anniversario del 5 giugno 2022, piazzando delle telecamere per identificare gli sconosciuti portatori di fiori. Ma quella volta non si fece vivo nessuno (leggi qui).

L’esposto
D’Alfonso, che è stato pubblico ufficiale, sa che non è un reato e tanto meno un illecito depositare dei fiori in ricordo di una persona deceduta, per giunta in aperta campagna. Per ovviare a questa difficoltà se l’è presa con le immagini e i commenti postati sui social. Ha così ha annunciato di aver presentato un esposto alla digos di Pescara, al comando generale dell’Arma dei carabinieri, ai comandi territoriali di Alessandria e Acqui Terme e alla digos di Genova. Mancano solo la penitenziaria, la finanza e i guardia parco. Al quotidiano la Stampa di Torino ha dichiarato di non averlo fatto soltanto per una questione personale o familiare. «Ritengo – ha precisato – che ci possano essere aspetti che meritano accertamenti. Saranno gli organi competenti a valutare». Per poi aggiungere che quei fiori vanno ben oltre una semplice commemorazione: «Non è solo un’offesa alla memoria di mio padre, ma un gesto che rischia di trasformarsi in altro». Cosa fosse questo «altro» non ha avuto il coraggio di dirlo.

Panopticon vittimario
Tre anni d’inchiesta, un processo di un anno e mezzo, quattordici udienze non sembrano aver colmato le aspettative di Bruno D’Alfonso. Non sta a noi commentare questa esondazione della dimensione privata, questa pretesa che la sensibilità pubblica, plurale per definizione, debba combaciare con la sola sfera dei sentimenti di una persona. Dietro l’esposto alle autorità di polizia, guarda caso non davanti a degli uffici giudiziari, c’è una pulsione totalizzante che pone il proprio io come metro di giudizio morale, politico e penale dei comportamenti altrui, negando che la memoria, addirittura il cordoglio, possano avere dimensioni plurali. Una pretesa che annulla l’esistenza altrui e fa del proprio mondo interiore l’intero universo. Persone più qualificate di noi hanno descritto quanto vi sia di patologico in questo tipo di posture vittimarie. D’altronde la nuova inchiesta sulla Spiotta – è sempre bene ricordarlo – è nata con l’idea, sostenuta da Bruno D’Alfonso, di disvelare un complotto: squarciare il velo di complicità che avrebbe impedito di individuare l’identità dell’invisibile brigatista fuggito dalla Spiotta nel “cattivissimo” Mario Moretti, che aiutato da forze oscure avrebbe lasciato morire Mara Cagol per prendere il comando della Brigate rosse e con il sostegno di malefiche forze esterne portare a termine il sequestro Moro. Per fortuna l’inchiesta prima e il processo poi hanno fatto giustizia di queste insulse fantasticherie vittimarie, pagate con i soldi pubblici.

«La musica giusta la decido io», la querela contro la band P-38
Bruno D’Alfonso non è nuovo a sortite del genere, nella primavera del 2022 aveva denunciato una band musicale, i P-38, per istigazione a delinquere e apologia di reato. Il gruppo proponeva brani Trap che contenevano riferimenti, a dire il vero poco rigorosi, ai gruppi armati degli anni 70. Licenze musicali che richiamavano figure note, come Aldo Moro e Renato Curcio, citate più come icone pop che personaggi storici. Durante i concerti venivano spesso esibite bandiere a cinque punte con un intento dissacratorio e di rottura verso l’industria musicale. Gesti e testi che disturbavano e disorientavano in primis soprattutto gli ex brigatisti. Ma il tema non è la critica musicale e artistica delle loro performances, quanto la pretesa di sindacare ciò che è artisticamente lecito. La denuncia di D’Alfonso, che pure si esibisce in un gruppo musicale, era stata accolta dalla procura di Torino, la stessa che ha condotto le nuove indagini sulla Spiotta. Oltre alle perquisizioni questa aveva addirittura disposto gli arresti domiciliari per i ragazzi. Nel 2025 il procedimento penale è stato archiviato dal gip che non vi ha ravveduto traccia alcuna di reati respingendo la richiesta di detenzione domiciliare. Anche il tribunale della libertà aveva confermato l’inesistenza di reati e respinto l’appello del pm, come aveva fatto la cassazione dichiarando inammissibile il ricorso della procura. Insomma una lunga serie di bocciature che evidentemente non hanno insegnato nulla.

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I fiori per Mara Cagol sotto sorveglianza e l’incontro mai avvenuto tra Curcio e Moretti, appunti sulle indagini paranoiche per i fatti della cascina Spiotta

Rose per Mara Cagol

Era il giugno del 2022, da almeno sei mesi la procura di Torino aveva riaperto le indagini per la sparatoria avvenuta 46 anni prima davanti la cascina Spiotta, in località Arzello, nel Monferrato. Nel conflitto a fuoco erano rimasti uccisi l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice delle Brigate rosse, Mara Cagol. La colonna torinese aveva portato a termine il giorno precedente il primo sequestro per autofinanziamento della organizzazione. L’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia era stato prelevato nei pressi della sua tenuta di Canelli e condotto all’interno della cascina.
Bruno D’Alfonso, ex carabiniere figlio dell’appuntato rimasto ucciso, aveva depositato nel novembre del 2021, sulla base di una ricostruzione complottista della vicenda, un esposto per la riapertura delle indagini. La procura torinese, competente territorialmente dopo la creazione dei distretti antimafia e antiterrorismo, aveva aperto un fascicolo contro ignoti anche se già dall’aprile successivo l’attività investigativa si era concentrata prevalentemente contro l’ex brigatista Lauro Azzolini. Nel frattempo i carabinieri avevano scoperto che questi era stato già indagato e prosciolto dal giudice istruttore di Alessandria 35 anni prima, nel 1987. Le ricerche della vecchia sentenza-ordinanza erano andate a vuoto perché le carte erano andate distrutte nell’alluvione del 1994, che aveva devastato gli archivi del tribunale. Come abbiamo già raccontato in passato (qui), la procura decise comunque di portare avanti l’indagine senza avvertire il gip del grave problema giuridico sopraggiunto nel frattempo (il vulnus verrà sanatosolo nel maggio del 2023), continuando ad indagare, pedinare e intercettare, nonostante la legge lo vietasse, una persona prosciolta.

Mara e i fiori sospetti

Sospinti da questa escalation senza limiti, gli inquirenti arrivarono persino a mettere sotto controllo la cascina dove era avvenuta la sparatoria più di quattro decenni prima. Tre microcamere furono piazzate per sorvegliare chi accedeva sul posto. Nel corso dei sopralluoghi, svolti nei mesi precedenti, gli inquirenti avevano saputo dalla proprietaria che in passato, in prossimità della ricorrenza del conflitto a fuoco, avvenuto il 5 giugno del 1975, «una persona aveva deposto un mazzo di fiori in memoria di “Mara”, Cagol Margherita».
E’ in questo clima di sospetto parossistico e ossessione investigativa senza freni che la procura disponeva la video-sorveglianza del cancello e della stradina che porta alla cascina per identificare la, o le persone, che avrebbero potuto nuovamente deporre dei fiori in occasione dell’anniversario della uccisione di Mara Cagol. Il monitoraggio video veniva attivato dalle ore 20.00 del 4 giugno 2022, fino alle 11.20 del 6 giugno successivo, senza alcun esito. Il misterioso fioraio, più avveduto dei carabinieri, non sin era fatto vivo.
Qualche settimana dopo, il 27 giugno, gli inquirenti attivavano anche un dispositivo di geolocalizzazione all’interno della vettura di Renato Curcio, all’epoca marito di Mara Cagol e cofondatore delle Br, nonché di Mario Moretti e di altri ex brigatisti, formalmente ancora non indagati. L’escalation investigativa decollava con centinaia di ore di intercettazioni telefoniche e ambientali, nonché servizi di osservazione, controllo e pedinamento che la corte di assise di Alessandria ha poi parzialmente censurato, perché illegali

La rete fantasma dei pensionati
Nella prima informativa sull’indagine denominata «Erebo» (nella mitologia greca indica la dimora dei defunti,) consegnata nel febbraio 2023 alla procura di Torino, i Ros dei carabinieri espongono una delle tecniche investigative utilizzate per condurre l’inchiesta: «questo Reparto ha beneficiato degli effetti di alcune stimolazioni ai soggetti monitorati: le notizie stampa legate alla riapertura delle indagini (Ansa del 27 ottobre 2022 che innesca una serie di articoli sulla stampa e siti online), la proiezione dei docufilm “Esterno Notte” sul sequestro Moro e “Il nostro Generale” su Carlo Alberto Dalla Chiesa sui canali Rai, le prime convocazioni dei brigatisti per essere interrogati e la convocazione in contemporanea dei personaggi principali per le escussioni conclusive. Tali eventi hanno fatto sorgere negli ex appartenenti all’organizzazione terroristica la necessità di sentirsi, incontrarsi, confrontarsi e stabilire una linea comune».
Questa «attivazione», innescata dall’esterno, dei contati tra ex appartenenti alle Brigate rosse negli anni 70, ormai persone anziane, diversi dei quali deceduti nel corso dello stesso processo (Attilio Casaletti, Angela Vai, Pierluigi Zuffada, Raffaele Fiore, Alberto Franceschini), ha permesso – scrivono sempre i Ros – di «ricostruire la fitta rete di contatti, tra gli ex brigatisti interrogati nel corso dell’indagine, per condividere le informazioni, stabilire una linea comune», per poi concludere con un singolare gusto del paradosso: «si è ben compreso che, ancora oggi, gli ex brigatisti sono legati tra loro in una rete ramificata».
«Gruppi di affinità», sarebbe stato più corretto dire, piuttosto che «rete,» tra persone che vivendo in una stessa città, Milano nel caso specifico, hanno mantenuto rapporti o occasionali motivi di incontro durante presentazioni di libri e conferenze. Oppure sparuti contatti telefonici tra ex che hanno condiviso scelte processuali o medesimi spazi carcerari. L’indagine insiste a lungo per dimostrare come questa fantomatica «rete» si sia attivata per assumere informazioni e stabilire una linea di condotta comune davanti ai pm, come se una tale condotta fosse sospetta e illecita, un’anticipazione della colpa con ribaltamento dell’onere della prova e non già semplice volontà di comprendere cosa stia accadendo e semmai legittimo esercizio dell’attività difensiva.

La falsa notizia dell’incontro tra Curcio e Moretti
Oltre ad Azzolini e alla moglie Bianca Amelia Sivieri, tra i più gettonati nelle intercettazioni e servizi di ocp disposti dal’Arma, c’è Renato Curcio e il suo entourage familiare (nel fascicolo si trova addirittura una conversazione con moglie e figlia, priva di qualunque legame con l’inchiesta in corso, sulla guerra Russo-Ucraina da pochi giorni iniziata), a causa dei suoi frequenti viaggi di lavoro. Ad ottobre e novembre 2022 e poi nel successivo febbraio 2023, Curcio si reca a Milano dove presenta il suo libro sul Capitalismo cibernetico, e tiene dei cicli di conferenze. Ogni volta ad attenderlo al suo arrivo in stazione centrale, oltre ai carabinieri c’è sempre la stessa persona, Antonio C. che fa il tassista e lo ospita nella sua casa. Si tratta di un amico della Sivieri a cui si aggrega anche una terza persona, Mario D., amico di entrambi. Quest’ultimo aveva ospitato la moglie di Curcio, Marita Prette, nel novembre precedente. Ne scrivono i carabinieri a causa di una telefonata intercettata in cui «Prette dice a Curcio che da casa di Mario (ndr. Mario D.) si vede una giornata limpida».

Il gruppo viene identificato non solo attraverso le intercettazioni e gli ambientali nelle macchine, ma anche grazie ai servizi ocp dove, in occasione della presenza di Curcio il 29 ottobre 2022 presso la libreria Anarres, vengono fotografati.
Nell’informativa che relaziona le attività svolte, i carabinieri non riportano alcun incontro di Curcio con Moretti, che per altro è in regime di semilibertà a Brescia, da dove non può spostarsi senza autorizzazione.
Nonostante ciò Repubblica cronaca di Torino, lo scorso 27 febbraio ha diffuso la notizia di un presunto incontro segreto tra i due, «Il piano e un caffè segreto: così gli ex brigatisti si sono incontrati 50 anni dopo la Spiotta». La fake news nasce da un banale equivoco dovuto alla frettolosa lettura della trascrizione della intercettazione ambientale del 28 febbraio 2023, quando al rientro dalla conferenza tenuta la sera precedente a Milano, Curcio raccontava alla moglie, venuta a prenderlo alla stazione Termini di Roma, come era andato il soggiorno milanese. Nella conversazione captata, iniziata alle 12,34, Curcio riferisce il comportamento tenuto da Mario Moretti il 14 febbraio precedente davanti ai pm, riportatogli dalla Sivieri nell’incontro avuto il giorno prima nel bar Alemagna, di fronte al stazione centrale. Spiega che Sivieri (Bianca) è venuta con Antonio (il tassista), «così poi siamo andati a prendere Mario.. (Mario è Mario D. L’amico che aveva ospitato Prette ndr) e siamo stati fuori, in un bar». Prette chiede come Sivieri potesse essere venuta a conoscenza di quelle informazioni (prova che Moretti non era presente), Curcio risponde che probabilmente erano pervenute dall’avvocato Burani, legale anche della Sivieri. Dopo aver accennato più volte a Moretti, diciannove minuti più tardi, alle 12,53, Curcio inizia a parlare di un altro Mario, (si tratta di Mario D. che era presente all’incontro. Gli stessi carabinieri non accennano mai al fatto che possa trattarsi di Moretti), dicendo di averlo trovato molto bene e di avergli consegnato i libri. La confusione tra il nome di Mario Moretti, di cui si racconta per sentito dire, e la presenza dei Mario D. ha generato l’errore.
L’inchiesta con la sua mole di intercettazioni d’ogni tipo e d’interpretazioni creative non ha certo bisogno di ulteriori suggestioni fondate su false notizie.

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Processo Spiotta, in aula Leonio Bozzato, l’operaio che spiava le Br per conto del Sid

Dopo sette udienze, martedì scorso primo luglio è stato sospeso il processo davanti la corte d’Assise di Alessandria sulla sparatoria seguita al sequestro da parte delle Brigate rosse dell’imprenditore dello spumante Vallarino Gancia, avvenuta il 5 giugno del 1975. Quel giorno trovarono la morte in circostanze mai chiarite la brigatista Margherita Cagol e, a seguito delle ferite riportate, l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. La pausa estiva e il cambio di sede della giudice a latere imporranno una pausa di sei mesi. Le udienze riprenderanno il 27 gennaio del 2026.

Lo schermo dietro il quale si è nascosto lungo tutta l’udienza il confidente del Sid-Sisde Leonio Bozzato/Frillo
Leonio Bozzato indicato con il numero 2

Tre passaggi importanti del processo
Questa prima fase processuale è stata caratterizzata da tre momenti importanti: il primo è stato il riconoscimento della corte che una parte dell’inchiesta è stata condotta forzando la legge. Sono state dichiarate illegittime tre mesi di indagini realizzate contro Lauro Azzolini, intercettato in maniera fraudolenta con captatori telefonici e ambientali per alcuni mesi. La corte ha riconosciuto anche la correttezza del lavoro difensivo effettuato da uno degli avvocati, messo in discussione dalle indagini che più volte hanno preso di mira l’attività difensiva degli imputati e di un altro legale della difesa. Il secondo punto decisivo riguarda l’ammissione fatta in apertura di processo da Lauro Azzolini che ha riconosciuto di essere il brigatista fuggito dopo la sparatoria: «C’ero io quel giorni di 50 anni fa alla Spiotta!», quando «in un minuto breve tutto precipitò, un inferno che ancora oggi mi costa un tremendo sforzo emotivo rivivere, al termine del quale sono morte due persone che non avrebbero dovuto morire, il padre di Bruno D’Alfonso e Mara». Ammissione che di fatto ha esaurito la sostanza dell’inchiesta e del processo, messo in piedi per dare un nome al fuggitivo. Dopo la confessione di Azzolini, che ha anche scagionato i suoi coimputati dall’accusa-teorema di aver dato l’ordine preventivo di fare fuoco contro le forze di polizia, il processo dovrà appurare le circostanze esatte della uccisione di Margherita Cagol. Il terzo aspetto riguarda il muro dei «non ricordo» eretto dai carabinieri dell’ex nucleo speciale diretto dal generale Alberto Dalla Chiesa, anch’essi ormai anziani e in pensione come gli imputati, uno dei quali, Mario Moretti, ancora in carcere ormai da quasi 45 anni.

A viso aperto
Una delle immagini più forti emerse da questo primo ciclo di udienze è stato il contrasto tra i vecchi brigatisti, Lauro Azzolini e Massimo Maraschi, 82 anni il primo, 73 il secondo, entrambi con lunghi anni di carcere speciale alle spalle, che hanno parlato a viso aperto davanti alla corte, mentre sul versante opposto gli uomini dello Stato si sono fatti schermo della memoria ormai andata, di mille contraddizioni e versioni contrastanti. Nell’ultima udienza addirittura un testimone, strumento di quel versante oscuro dello Stato, pedina degli apparati che agiscono nell’ombra, il confidente del Sid e poi del Sisde Leonio Bozzato, si è presentato col volto travisato da una mascherina e un cappello, nascondendosi durante tutto l’interrogatorio dietro un paravento.
I processi non ci parlano solo di leggi, norme e codicilli, a saperli osservare possono dirci tante altre cose come il fatto che dopo cinquant’anni chi non ha paura di mostrare la propria faccia, non dovendosi vergognare della propria storia, sono quei vecchi signori delle Brigate rosse. Gli altri, a quanto pare, hanno dei problemi, preferiscono non ricordare o nascondersi ancora perché raccontare quasi venti anni passati a fare la spia, suscita solo vergogna.

Il confidente
Quella del delatore è una figura ancestrale dell’animo umano, rappresenta una dimensione arcaica dell’antropologia descritta persino nelle sacre scritture. Giuda Iscariota tradì sull’onda del momento, cedette ai trenta denari ma poi afflitto dal rimorso si appese ai rami di un Siliquastro, almeno così racconta il mito cristiano, forse per il colore dei fiori, rosa e rossi, che cinge la chioma di questo albero bellissimo. Colore che rimanda al sangue versato per il tradimento. Leonio Bozzato ha tradito per venti anni amici e compagni di lavoro, di idee e di lotte. Operaio al Petrolchimico di Porto Marghera, iniziò la sua professione di spia, come ha raccontato in aula, su suggerimento di un carabiniere amico di famiglia. Gli venne chiesto di osservare quello che vedeva e sentiva attorno a sé. Erano i primi anni Settanta e mentre tutt’intorno la società ribolliva e le fabbriche erano in rivolta con scioperi, occupazioni, picchetti, vertenze per aumentare i salari, battaglie contro lo sfruttamento oppressivo e la nocività, e si chiedeva democrazia nei luoghi di lavoro, si parlava di rivoluzione in ogni dove, Bozzato tradiva. Dopo una breve sperimentazione negli ultimi mesi del 1971, viene assunto dal Centro Sid di Padova nel gennaio del 1972 con il nome di copertura «Frillo» e «retribuito a rendimento». Nelle ricevute di pagamento impiegava il nome di copertura «Vello». Frillo è bravo, è sveglio, formato politicamente, si introduce subito negli ambienti giusti, il suo contributo è molto apprezzato dal Servizio. Inizialmente il Sid lo piazza tra i maoisti dell’Unione marxista-leninista, quelli del giornale Servire il popolo. Gli apparati temevano la Cina, vedevano cinesi ovunque, avevano paura che le guardie rosse arrivassero a Trieste o sbarcassero in Puglia, magari dall’Albania. Non capivano bene quel che ribolliva nella società italiana, i tanti filoni degli «ismi» marxisti che fiorivano nel cuore delle nuove catene di montaggio riempite di giovani migranti del Sud. Guardavano ancora alla guerra fredda, al Patto di Varsavia o alla rivoluzione culturale di Mao e non si accorgevano di quel che accadeva in casa propria, di quel neomarxismo italiano che cambierà le carte in tavola: l’operaismo.

Spiare Porto Marghera
Declinata l’esperienza dei cosiddetti «gruppi», le diverse formazioni della sinistra extraparlamentare, Lotta continua, Potere operaio, e della la galassia maoista, nascono le prime Assemblee autonome all’interno dei poli industriali. Il centro Sid di Padova riorienta subito Frillo che ha l’ordine di infiltrarsi in questa nuova realtà politica.
Nel frattempo i brigatisti che hanno già due colonne in piedi, quella storica di Milano, dove sono nate, e la seconda a Torino, progettano di metterne in piedi una terza nel Veneto, tra Padova e il Petrolchimico di Porto Marghera. I primi rapporti li tiene Giorgio Semeria che aveva fatto il militare a Padova e aveva agganciato il gruppo della brigata Ferretto: una prima struttura di militanti autonomi che si erano posti il problema concreto della lotta armata. Scenderanno per insediare la nuova colonna militanti sperimentati come Corrado Alunni, Rocco Micaletto, Alfredo Buonavita, gli ultimi due incontrati da Frillo. Sul posto ci sono Robertino Ognibene e Fabrizio Pelli. Nonostante gli sforzi la colonna non riuscirà mai a consolidarsi in questa prima fase: il fallimento della perquisizione del giugno 1974 nella federazione del Msi di Padova, in via Zabarella, che porterà alla morte di due militanti missini e a una crisi dei rapporti con l’area autonoma, poi la cattura di Ognibene nella base di Robbiano di Mediglia e quella di Carlo Picchiura dopo un controllo stradale, infine il lavoro ai fianchi del confidente Frillo che come Penelope disfaceva la notte quello che i suoi compagni tessevano di giorno, impedirà alla colonna di decollare. La spia Bozzato farà arrestare due suoi compagni in procinto di realizzare un’azione, incredibilmente riuscendo a sviare i sospetti nei suoi confronti e nel marzo del 1976 consegnerà ai carabinieri il responsabile della colonna Giorgio Semeria. Episodio che porterà al congelamento della colonna veneta e alla legenda di Moretti infiltrato sospettato di aver causato l’arresto di Semeria. Dopo quell’episodio la colonna verrà di fatto congelata, inizierà una seconda vita, stavolta molto più efficace, dopo il 1978 con l’arrivo di Nadia Ponti e Vincenzo Guagliardo. Frillo in questa seconda fase non ci sarà più, allontanatosi dopo che Michele Galati aveva denunciato ai suoi compagni il suo doppiogioco. Nonostante ciò continuerà a svolgere il suo lavoro di spia all’interno dell’assemblea autonoma, tanto da divenire uno dei testi d’accusa, sotto le mentite spoglie di «pentito» nell’inchiesta Sette aprile. Il suo rapporto con i Servizi si conclude nel 1989, cosa e chi abbia spiato negli anni 80 ha evitato di dirlo in aula e, nonostante la mole di rapporti prodotti dalla sua attività informativa, l’Aisi non ha consegnato la documentazione necessaria per trovare adeguata risposta. Sarebbe una cosa molto utile se il presidente Paolo Bargero, approfittando di questa fase istruttoria, rinnovasse all’Aisi richiesta completa dei rapporti sulla fonte Frillo.

Non c’era ancora un «Esecutivo»
Bozzato, col nome di battaglia Andrea venne arruolato da Nadia Mantovani, studentessa in medicina, molto vicina a Gianfranco Pancino e Giorgio Semeria. Mantovani, che allora era una irregolare, gli chiederà di avvicinare gli operai del Petrolcihimico e monitorare il dibattito politico. All’interno della colonna Bozzato non andò mai oltre questo ruolo, di contatto prima e irregolare dopo. Nei suoi frequenti incontri col suo referente del Sid, non fornisce notizie sul sequestro Gancia, sul nome del fuggitivo. Ricorda solo il pianto di Micaletto alla notizia della morte della Cagol. Durante l’inchiesta, il suo servilismo verso le autorità lo porta a strafare, fa capire ai pm che qualcuno, oltre a descrivergli il fuggitivo, gli aveva anche fatto il nome, «era di Reggio Emilia» – ma non ricordava bene – così tirò fuori quello di Alberto Franceschini che era in carcere in quel momento. In aula non ha confermato, ha sostenuto che il fuggitivo gli era stato solamente descritto. Se nulla sapeva della Spiotta comunque conosceva bene la discusione che seguì quell’episodio traumatico. Riferisce al Sid l’autocritica profonda che attraversa le Brigate rosse e i progetti di ristrutturazione organizzativa e logistica che verranno poi certificati nella Direzione strategica del novembre 1975. Fornisce al Servizio i documenti del dibattito. In aula è stato interrogato a lungo su questo punto cruciale: per sapere se esistesse un «Esecutivo» oltre a una Direzione prima della Spiotta perché nei rapporti del Sid si usano i due termini, accostandoli o intercambiandoli. La risposta ha portato un altro colpo al teorema dell’accusa: «per quanto mi riguarda sono cose analoghe perché il numero dei militanti era talmente limitato, sarebbe risultato dispersivo».

La seconda cattura di Curcio
Seguendo gli incontri di Frillo con la Mantovani a Milano, nei pressi della stazione centrale, il Sid è arrivato a via Maderno dove venne catturato per la seconda volta Renato Curcio. Per coprire la spiata di Frillo venne inventata la storia di una multa per divieto di sosta che avrebbe portato alla cattura di Angelo Basone e da lui alla individuazione successiva della Mantovani e della sua rete di contatti, immortalata dal Sid in una foto presa dopo una riunione milanese nella quale compare anche Bozzato.

Processo Spiotta, Maraschi al pm «Lei pensa ai carbonari, alle sette segrete, alla massoneria. All’epoca c’era un movimento di massa con migliaia di persone»

Dopo quarantanove anni il settantatreenne Massimo Maraschi ha fatto ingresso per la prima volta nel tribunale di Alessandria, un palazzo inaugurato nel 1936, esempio di architettura razionalista del ventennio, oggi mura scrostate, pareti ammuffite, scritte ingiallite, immagine perfetta di una giustizia fatiscente. In questo edificio il 10 gennaio 1976 fu pronunciata dalla corte d’assise la sua prima condanna per concorso nel sequestro del magnate dello spumante Vallarino Gancia e l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, avvenuto il giorno successivo al suo arresto quando era già rinchiuso nel carcere della stessa città.

Diritto di non rispondere alle domande
Davanti al presidente, Paolo Bargero, Maraschi si è avvalso della prerogativa di non rispondere che il codice riconosce ai testimoni assistiti su fatti per i quali abbiano già subito condanna. In realtà l’udienza si era aperta con una eccezione sollevata dalla parte civile che chiedeva alla corte di non riconoscergli questo diritto in virtù di alcune sentenze di cassazione. Gli argomenti presentati dagli avvocati Brigida e Salvini non sono stati accolti dalla corte che ha ribadito il diritto del teste di non rispondere su episodi che lo hanno già visto processato, e condannato con pena espiata, e nei confronti dei quali non ha mai ammesso responsabilità. Diritto che cessava davanti a domande che avrebbero affrontato altri argomenti non direttamente legati al processo.
Chiarito ciò con disappunto delle parti civili che avevano richiamato il dovere morale e civile del teste di dire la verità, si è innescata la puntuale replica dell’avvocato Romeo, difensore di Mario Moretti, il quale ha ricordato che in Italia ci siamo liberati dallo Stato etico e la morale dovrebbe restare all’esterno del processo penale. Sottolineando come fosse sconveniente evocare doveri del genere verso un ex condannato senza averlo fatto in precedenza nei confronti dei tanti non ricordo e versioni contrastanti degli ex carabinieri del nucleo speciale Dalla Chiesa, ascoltati nell’udienza del 20 maggio.

«Movimento di massa non carbonari e sette segrete»
Terminata la discussione un distratto pubblico ministero ha subito chiesto al teste come era finito alla Spiotta, suscitando sorrisi, ilarità e imbarazzo in aula. Il pm Gatti si è subito scusato con il presidente lamentando quanto fosse difficile porre le domande giuste facendo lo slalom tra tanti paletti. «Ce lo impone col codice», ha ribadito il presidente. Ha preso il via così una udienza per certi aspetti surreale, con momenti comici e un po’ grotteschi, come quando – sempre il pm – ha citato il presunto nome di battaglia di una persona conosciuta da Maraschi che si sarebbe fatta chiamare «Cecco». «Ma veramente quello era il suo soprannome da quando era ragazzo, non era un nome politico – ha replicato sferzante Maraschi. Si chiamava Francesco, andavamo a scuola insieme». Capita un po’ in ritardo l’antifona, il pm ha cambiato registro chiedendo se si fosse mai recato a Milano per incontrare persone. «All’epoca c’erano collettivi dappertutto, in mezza Lombardia e mezzo Piemonte», ha ricordato Maraschi. A quel punto Gatti ha cominciando a chiedere se avesse mai conosciuto gli imputati. Maraschi ha risposto di aver conosciuto Azzolini solo in carcere, molti anni dopo la vicenda della Spiotta, «ad Opera nel 1990. Eravamo in cella insieme. Parlavamo di storia: lui era molto appassionato». Stessa cosa per Buonavita e Curcio: quest’ultimo «conosciuto nel 1980 nello speciale di Palmi». «E Moretti?» – ha provato a incalzarlo il pm, «Solo un paio di volte a Milano» ha precisato Maraschi. Convinto di averlo preso in castagna, il pubblico ministero ha domandato di cosa avessero parlato, come si erano incontrati, se c’erano altre persone. «Molta gente è convinta – ha spiegato Maraschi – che i brigatisti fossero dei fissati, delle strane persone. Uno si poteva incontrare perché era semplicemente amico o per scambiarsi delle idee, ma non di organizzazione». «E allora di cosa avete parlato, ce lo dica!», ha subito chiesto Gatti suscitando la reazione interdetta di Maraschi: «Ma scusi è…. Mi rifiuto di rispondere». «Sì, ma rimanga qua con noi» – ha soggiunto il presidente con il consueto tatto che lo contraddistingue nel condurre le udienze, «se quello che vi siete detti riguarda altro e non eventuali reati commessi, lo può anche dire». Maraschi a quel punto ha dato il meglio di sé: «Nelle due occasioni in cui ho incontrato Moretti abbiamo parlato di altro, sicuramente di altro, e incredibilmente non di Brigate rosse». Un siparietto che ha ravvivato i toni sommessi e grigi dell’aula. Per nulla scoraggiato il pm ci ha provato ancora chiedendo come aveva fatto ad incontrarlo. E Maraschi con paziente pedagogia, «guardi che all’epoca il mondo era un po’ diverso, gli incontri fra la gente avvenivano in un’altra maniera. Lei pensa ai carbonari, alle sette segrete, alla massoneria. All’epoca c’era un movimento di massa con migliaia di persone, faceva impressione, che pensavano e facevano più o meno le stesse cose, e tutti incontravano tutti di continuo anche soltanto perché erano amici. L’appuntamento in quel periodo lì avveniva nelle condizioni della società. Ci si appuntava perché c’erano migliaia di persone che facevano più o meno la stessa cosa e pensavano le stesse cose. Ci si trovava». E qui il pm Gatti non ha resistito e come monsieur de Lapalisse gli ha chiesto: «Lei faceva le stesse cose di Moretti, dunque?». «Bè, sono stato condannato per appartenenza alle Brigate rosse» – ha risposto uno sconfortato Maraschi.

«Non si cava un ragno dal buco»
A questo punto qualcuno dai banchi della parte civile si è lasciato scappare una battuta che metteva in luce tutta la frustrazione accumulata nella mattinata: «da questo qui non si cava un ragno dal buco». Il momento clou è però arrivato quando ha preso la parola l’avvocato Brigida che, dopo aver chiesto quale era la prassi che portava al riconoscimento della dissociazione dalla lotta armata, ottenuta da Maraschi nel 1989, si è sentito dire che la legge imponeva in cambio degli sconti di pena di riconoscere obbligatoriamente la propria colpa oltre a ripudiare la lotta armata e non riprendere forme di lotta violenta contro lo Stato. «Ecco!», ha esclamato battendo le mani col sorriso sul volto, «ha ammesso le sue responsabilità, chiedo alla corte la rivalutazione della sua posizione. Ora è obbligato a rispondere».
Il presidente ha subito sospeso l’esame e con una fulminea camera di consiglio ha ribadito che nulla era cambiato poiché si trattava di ammissioni extragiudiziali. La prova della colpa si ricava nel processo non con dichiarazioni di natura politica estorte dai dispositivi legislativi speciali premiali.

Pugni e schiaffi durante l’interrogatorio

Prima dell’udienza, fuori dall’aula di corte d’assise Maraschi ha scambiato con noi alcune parole e a una precisa domanda sulle condizioni in cui si era svolto il suo interrogatorio nella tenenza di Canelli dopo l’arresto del 4 giugno 1975, questione affrontata nelle udienze precedenti, dove lo stesso figlio di D’Alfonso aveva riportato voci sulle urla che arrivavano dalla caserma, ha spiegato che non erano le sue ma provenivano dai carabinieri che sostavano nei corridoi. Ci ha detto di aver ricevuto «solo un pugno e qualche schiaffo» ma che «le pressioni psicologiche sono state fortissime, più tardi sono stato interrogato da un carabiniere che aveva fatto l’indagine su Lodi. Poi mi hanno mollato e al mattino successivo, era molto presto, mi hanno portato in carcere».
Quanto sta avvedendo nelle prime udienze che si sono tenute davanti la corte d’assise di Alessandria è la dimostrazione che l’ipoteca penale esercitata ancora dopo cinquant’anni è il vero ostacolo alla ricostruzione storica.

Processo Spiotta, in aula l’indagine contro gli avvocati difensori. La sconcertante deriva inquisitoria della procura torinese

Per fare luce sulla sparatoria che il 5 giugno 1975 vide la morte in circostanze sospette della brigatista Margherita Cagol, e il ferimento mortale dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso il giorno successivo al sequestro, da parte della Brigate rosse, dell’imprenditore dello spumante Vallarino Gancia, procura di Torino e procura nazionale antiterrorismo hanno autorizzato a cinquant’anni di distanza il monitoraggio e l’intercettazione di dialoghi che riferivano il contenuto di conversazioni avute da un indagato con due avvocati.

Indagine contro i difensori
I due legali, Davide Steccanella e Vainer Burani, hanno assunto le difese nel processo che si è poi aperto nel febbraio scorso davanti la corte d’assise di Alessandria, rispettivamente di Lauro Azzolini e Renato Curcio. I due legali hanno tutelato nel corso delle indagini anche altri ex Br considerati dalla procura «persone informate dei fatti», chiamati a testimoniare nella qualità di ex imputati di procedimenti connessi: una posizione che prevede tutele particolari da parte del codice di procedura, come l’assistenza di un legale e la possibilità di avvalersi della facoltà di non rispondere. Nonostante i Ros di Torino fossero perfettamente consapevoli della funzione svolta dai due legali, non hanno esitato a pedinare, osservare e intercettare, la loro attività difensiva violando i principi di tutela della difesa previsti dalla costituzione e dallo stesso codice. Non è la prima volta che accade e non è nemmeno la prima straordinaria singolarità di questa sconcertante inchiesta, dove codice di procedura e diritti costituzionali delle persone sottoposte a indagine sono stati abusati ripetutamente.

Monitorata l’attività dell’avvocato Burani
Secondo quanto riferito dagli inquirenti nelle informative inviate alla procura, l’interesse mostrato dalla persona attenzionata sulle nuove indagini condotte dalla procura sabauda sarebbe stato indizio di colpevolezza. Rivolgersi a un avvocato, per giunta vecchio amico e residente nella propria città di origine, Reggio Emilia, come è accaduto a Lauro Azzolini quando il 6 febbraio 2023 si è recato presso lo studio di Vainer Burani, «che, si ricorda, non era il suo difensore», sottolinea l’estensore dell’informativa, sarebbe stato un fatto illecito, come se un imputato non avesse il diritto di ascoltare altri avvocati.
Nell’informativa che porta la data del 28 febbraio successivo, i carabinieri censurano l’incontro ritenendolo una prova della volontà di inquinare le prove, una dimostrazione anticipata di colpevolezza. Il tutto secondo una vecchia logica inquisitoriale per cui nel corso di una indagine la pubblica accusa e le forze di polizia delegate alle indagini hanno la massima agibilità di manovra, possono qualunque cosa (persino indagare una persona già prosciolta in passato), mentre la persona attenzionata o indagata, non può nulla. Se si muove per attingere informazioni e capire cosa stiano facendo gli inquirenti, non solo dimostra anticipatamente la propria colpa ma si macchia del reato di inquinamento delle prove. E se questo accade tra ex appartenenti a un gruppo politico: sentirsi al telefono come è accaduto ad alcuni di loro (legati da affinità amicali o perché detenuti nel medesimo carcere in passato), oppure incontrarsi occasionalmente nel corso di una presentazione di un libro, dimostrerebbe la persistenza del vecchio legame associativo. «Oggi sono un’associazione di pensionati con le stesse idee», ha dichiarato l’ex magistrato Guido Salvini, divenuto nel frattempo legale delle parti civili nel processo.
Nell’ottobre del 2022 era uscita una intervista all’ex colonnello Luciano Seno, uno dei responsabili del nucleo speciale dei Carabinieri diretto dal generale Dalla Chiesa, che era intervenuto nella indagini. Seno che era stato appena ascoltato dai pm aveva rivelato che le nuove indagini indirizzavano la loro attenzione nei confronti di Lauro Azzolini. Due libri e diversi articoli di stampa avevano riacceso l’attenzione sulla vicenda. La procura aveva iniziato a convocare alcuni ex appartenenti alle Br della prima ora che avevano cominciato a chiedersi cosa stesse accadendo, il perché della nuova inchiesta per un fatto prescritto (il rapimento) e una sparatoria rispetto alla quale i carabinieri e le autorità avevano sempre mostrato nei decenni precedenti disinteresse, voglia di non approfondire circostanze che potevano riaprire l’attenzione sulla morte mai chiarita di Mara Cagol.

Intercettato il contenuto della conversazione con l’avvocato Steccanella
Dopo il monitoraggio dell’avvocato Burani, il 25 maggio del 2023 i carabinieri del Ros prendono di mira anche l’avvocato Steccanella, solo perché un amico della coppia Azzolini-Sivieri (difesi da Steccanella), intercettato nel corso di una precedente conversazione, era stato convocato in procura. Il teste, la cui unica colpa era quella di essere divenuto amico in anni recenti della moglie di Azzolini, era stato chiamato per riferire su una conversazione avuta conquest’ultimo, ritenuta rilevante sul piano probatorio. Preso dal panico il testimone, totalmente ignaro di vicende giudiziarie, chiese alla sua amica Biancamelia Sivieri, anch’essa ex appartenente alle Br milanesi, di parlare con l’avvocato Steccanella per essere rassicurato. L’incontro veniva monitorato dai Ros che successivamente intercettavano la conversazione intercorsa tra Azzolini e Sivieri sul contenuto dell’incontro ricavandone l’abusivo sospetto di subornazione del teste da parte dell’avvocato. Una velenosa insinuazione introdotta nelle carte dell’indagine che si è risolta solo nell’udienza del 20 maggio scorso, quando davanti alla pretesa della pubblica accusa di sentire in aula il carabiniere autore dell’informativa, difronte alla rimostranze molto forti dell’avvocato Steccanella che aveva rimesso il suo incarico nelle mani della corte chiedendo di sapere se il processo contro il suo difeso Lauro Azzolini si stava trasformando nel processo contro il suo difensore, la corte ha rinunciato all’esame del carabiniere riconoscendo la piena correttezza dell’operato del legale. Una situazione analoga si ripresenterà nella prossima udienza del 17 giugno dove è prevista la deposizione del carabiniere che ha condotto il monitoraggio dell’incontro tra Azzolini e l’avvocato Vainer Burani.

La minaccia contro Maraschi
Non avendo grandi argomenti per puntellare il proprio teorema accusatorio, in particolare contro Curcio e Moretti, l’accusa getta fango sulle difese e come se non bastasse è venuta dai legali della parte civile, Brigida e Salvini, la richiesta di vietare a Massimo Maraschi che sarà in aula martedì 17, condannato all’epoca per il rapimento Gancia e la sparatoria nonostante fosse nelle mani dei carabinieri già da 24 ore, di mantenere la posizione tenuta nel corso del suo processo, obbligandolo a trasformarsi in un collaboratore di giustizia.

Processo Spiotta, riappare il bossolo dei carabinieri che prova l’esecuzione di Mara Cagol

C’è un bossolo fantasma, trovato e poi inspiegabilmente scomparso, tra le carte del nuovo processo che si è aperto davanti la corte di assise di Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta, in località Arzello di Acqui Terme. Si tratta di «un bossolo calibro 9, fabbricazione 70, appartenente ad un proiettile in dotazione dei Carabinieri: Beretta cal. 9», che può riscrivere per intero le circostanze della uccisione di Margherita Cagol, una delle fondatrici delle Brigate rosse, avvenuta quella mattina sulla collinetta antistante la cascina.

La morte di Mara Cagol, olio su tela di Ruggero Lenci

L’improvvida sortita dei carabinieri della stazione di Aqui Terme
Nella tarda mattinata del 5 giugno un conflitto a fuoco oppose i due brigatisti che trattenevano Vallarino Gancia, sequestrato il giorno precedente dalla colonna torinese delle Brigate rosse, e una pattuglia dei carabinieri giunta sul posto per ispezionare il casolare. Una decisione incauta, dettata forse da spirito di concorrenza con i carabinieri del nucleo speciale che stavano indagando sul sequestro. Piero Bosso, appartenente al nucleo speciale e originario della zona ha riferito durante le nuove indagini, in una deposizione del 24 febbraio 2022, che a seguito di un controllo catastale erano emerse discordanze anagrafiche sulla nuova acquirente della cascina Spiotta, tale Marta Caruso, identità utilizzata da Margherita Cagol per l’acquisto del rustico. Da tempo i carabinieri di Dalla Chiesa conducevano indagini sui rogiti catastali più recenti perché avevano capito che i brigatisti acquistavano o affittavano immobili con documenti falsi. La cascina era dunque sotto osservazione da un paio di settimane, il sequestro di Vallarino Gancia e l’arresto di Massimo Maraschi, uno dei componenti del gruppo di rapitori che si dichiarò subito prigioniero politico, avevano convinto gli investigatori di Dalla Chiesa già dal pomeriggio del 4 giugno che bisognasse intervenire sulla cascina. La festa dell’arma del successivo 5 mattina ritardò l’intervento, a questo punto il tenente Umberto Rocca, della tenenza di Aqui Terme, volle anticipare tutti con una improvvida iniziativa che terminò in tragedia.

La nuova perlustrazione del 20 giugno
Il reperto è «rinvenuto nei pressi del luogo ove giaceva il cadavere della Cagol Margherita», così recita il verbale di ritrovamento stilato il 20 giugno 1975, ovvero 15 giorni la tragica sparatoria e la liberazione di Gancia. Colpiscono le due settimane di distanza che separano la nuova ispezione giudiziale dal momento della sparatoria e delle successive indagini e rilievi condotti davanti e dentro il casolare. Quindici giorni dopo il conflitto a fuoco e la liberazione dell’ostaggio si erano tenute delle importanti elezioni regionali. Il risultato fu un clamoroso smacco per la Dc mentre forte era stata l’avanzata del Pci che si distanziò di soli 500 mila voti dal partito di governo, conquistando ben sette regioni compreso il Piemonte. Forse fu la sorpresa politica per quanto avvenuto a rallentare le indagini, o forse altro, fatto sta che solo quel successivo 20 giugno il procuratore della repubblica Lino Datovo si recò nuovamente sul posto per procedere all’esame del terreno circostante la cascina alla ricerca di eventuali reperti non ritrovati in precedenza. La decisione fa comunque riflettere perché le autopsie dei corpi di Margherita Cagol e del carabiniere Giovanni D’Alfonso, erano avvenute il 6 e l’11 giugno precedente. Già il 12 giugno i reperti balistici rinvenuti, le armi sequestrate ai due brigatisti, alcuni bossoli, proiettili e frammenti di proiettile e delle bombe Srcm lanciate, erano stati inviati al perito designato dalla procura per gli esami e le comparazioni di rito. Forse erano sorti dei dubbi e quali?

I bossoli esplosi dall’appuntato D’Alfonso
Almeno due carabinieri avevano testimoniato di aver sparato, ma nessun bossolo esploso dalle loro pistole era stato repertato. Il maresciallo Rosario Cattafi ha raccontato di aver tirato almeno due colpi contro la finestra dove si era affacciata Cagol, immediatamente dopo il lancio della prima Srcm, una bomba a mano di origine italiana dalle caratteristiche poco letali (concepita soprattutto per disorientare il nemico, l’effetto è quello di un grosso petardo), in direzione del tenente Umberto Rocca da parte del giovane che si era sporto sull’uscio della cascina, ma nessun bossolo risulta rinvenuto nella zona antistante. Dopo aver sparato Cattafi corse in aiuto di Rocca col gomito tranciato dalla esplosione dell’ordigno per trascinarlo via.
L’appuntato Pietro Barberis, l’altro carabiniere rimasto di copertura sulla stradina di accesso alla cascina, affermò di aver scaricato l’intero caricatore contro la donna in due momenti diversi e successivamente contro l’uomo in fuga tra i cespugli del bosco sottostante, ma nessun bossolo è mai stato segnalato.
Del terzo carabiniere, l’appuntato D’Alfonso, si erano ritrovati accanto al luogo dove era rimasto gravemente ferito cinque bossoli esplosi da un’arma in dotazione ai carabinieri. Stranamente il procuratore non aveva chiesto di effettuare comparazioni con le pistole dei militi operanti, ma soltanto con le armi attribuite ai due brigatisti. Sarà la logica a ricondurre i cinque bossoli calibro nove corto (in dotazione ai carabinieri), insieme al fatto che dalla sua arma erano stati esplosi gran parte dei colpi, ad attribuirgli quei bossoli. Parlare di una indagine lacunosa è dire poco.

Il ritrovamento del bossolo che uccise Mara Cagol

Alle 12,30 di quel 20 giugno le operazioni, ancora senza esito, vennero sospese per riprendere alle 17 con l’assistenza del capitano dei carabinieri Giampaolo Sechi, in forza al nucleo speciale di polizia giudiziaria sotto il comando del generale Dalla Chiesa e del carabiniere Renzo Colonna che disponeva di un apparecchio rivelatore di metalli. L’ispezione veniva nuovamente interrotta a causa di un violento temporale per riprendere verso le 19. E’ in quel momento che accanto al luogo dove era stato ritrovato il cadavere di Margherita Cagol viene rinvenuto il bossolo calibro 9 in dotazione ai carabinieri. Tuttavia a causa della fangosità del terreno e dello scarso rendimento dell’apparecchio rivelatore, «in siffatte condizioni», le operazioni vengono sospese alle 19,30 e rinviate alle 16,00 del 23 giugno successivo. Il proiettile rinvenuto non arriverà mai sul tavolo del perito, da quel momento scompare dalle indagini. Perché?

Il tiro a segno contro Cagol e la sua esecuzione
Eppure la posizione del bossolo associato ai risultati della perizia autoptica sul corpo della Cagol ci rivelano le modalità della sua morte: uccisa da un colpo tirato a breve distanza quando aveva le braccia alzate in segno di resa. Una ricostruzione che coincide con il racconto fatto nel memoriale scritto tempo dopo da Lauro Azzolini che in aula ha confermato di aver visto per l’ultima volta «Mara» ancora viva, ferita a un braccio, seduta a terra con le mani levate in aria in segno di resa.
Quel bossolo scomparso e l’autopsia condotta dal professor La Cavera dicono chiaramente che Cagol subì un’esecuzione con un colpo singolo esploso a distanza molto ravvicinata sotto l’ascella sinistra con uscita su quella destra, «con andamento pressoché orizzontale lievemente dall’avanti all’indietro» e morte pressoché istantanea. Dinamica che smentisce la ricostruzione ufficiale fornita dall’appuntato Barberis che disse di aver ucciso la donna sparandole a distanza di almeno dieci-quindici metri, mentre si gettava in avanti per ripararsi dal terzo lancio di una Srcm da parte dell’altro brigatista che era accanto a Cagol. Il colpo mortale è tirato da sinistra mentre Barberis, che sostiene di essersi spostato verso la cascina per riarmare la sua pistola, a quel punto era posizionato sul lato destro della donna, più in alto. Il colpo mortale è tirato a distanza di qualche minuto dai precedenti: il primo esploso con tutta probabilità dall’appuntato D’Alfonso, il secondo dall’appuntato Barberis che centra due volte la 128 dove era salita Cagol: prima sul pneumatico e poi sullo sportello anteriore destro, all’altezza della maniglia. Il proiettile trapassa la carrozzeria e colpisce l’avambraccio destro della donna che urta il cambio ritrovato macchiato insieme al coprisedile da tracce di sangue. Cagol esce dalla macchina con le mani alzate, la sua arma, una Browing 7,65 verrà ritrovata accanto allo sportello completamente scarica.

Il duello con l’appuntato D’Alfonso
Cagol e D’Alfonso si affrontarono all’altezza del porticato situato sul lato destro dell’edificio dove erano diretti i brigatisti in fuga per raggiungere le macchine. L’appuntato che stava sbirciando nelle auto in sosta era rimasto leggermente ferito a una coscia da una piccola scheggia metallica proveniente dalla seconda Srcm tirata a casaccio da Azzolini. Prova a impedire la fuga dei due sorprendendo la donna alle spalle. Il suo colpo ferisce superficialmente Cagol sul dorso, senza penetrare «nella regione destra all’altezza della decima costola» (zona del rene). La donna voltandosi reagisce colpendolo una prima volta alla spalla destra. Il proiettile trapassante si fermerà nel cavo toracico. La perizia darà conferma che era stato esploso dalla Browing della Cagol. Un colpo che secondo il perito non impedisce a D’Alfonso di rispondere al fuoco. Lo scambio ravvicinato tra i due è drammatico e si conclude con un altro colpo che centra D’Alfonso alla testa, ferendolo gravemente. Morirà sei giorni dopo. La perizia stabilirà che «entrambi i colpi sonno stati esplosi da distanza ravvicinata: nell’ordine di pochi metri».

Chi ha ucciso Mara Cagol?
Un contadino del posto, Bruno Pagliano, che stava lavorando la terra in un terreno confinante dopo gli spari si avvicinò alla cascina. Riuscì a vedere il corpo agonizzante di Margherita Cagol prima di essere bruscamente allontanato da un carabiniere armato di mitra. Si trattava di uno dei membri della pattuglia chiamata in rinforzo da Barberis. La sua è una testimonianza importante poiché fotografa la situazione negli ultimi momenti di vita della Cagol. Sul posto c’erano cinque carabinieri della stazione di Aqui Terme: Cattafi e Barberis, D’Alfonso ferito a terra mentre Rocca era stato portato in ospedale, e i sopraggiunti Lucio Prati e Stefano Regina. Oggi nessuno di loro è più in vita. Fantasmi come il proiettile scomparso.

Processo Spiotta, la storia fa paura alla pubblica accusa e alle parti civili

Il colpo di scena provocato dalle dichiarazioni fatte da Lauro Azzolini lo scorso martedì 11 marzo nell’aula di corte d’assise di Alessandria, quel «C’ero io quel giorno di cinquant’anni fa alla Spiotta! […] io sono l’unico che ha visto quello che quel giorno è davvero successo», rappresenta un gesto di trasparenza che inevitabilmente capovolge il senso del processo. Liberatosi delle schermaglie procedurali, Azzolini si è riappropriato della verità. Spetta ora alla corte d’assise apprezzarla e soprattutto fare luce su tutti i momenti di quel tragico 5 giugno 1975 che si è chiuso con l’uccisione di Margherita Cagol e il ferimento di tre carabinieri, uno dei quali, l’appuntato Giovanni D’Alfonso, morirà nei giorni successivi.

Processo ribaltato
Il teorema accusatorio iniziale, messo in campo con dispendio enorme di energie e risorse pubbliche dalla procura, ha così iniziato a traballare. Anche la strategia delle parti civili adagiate comodamente sul presunto silenzio e sulla inazione degli imputati è stata scossa, suscitando iniziale sorpresa. La testimonianza di Azzolini, «l’ultima immagine che ho di Mara, che non dimenticherò mai, è di lei ancora viva che si era arresa con entrambe le braccia alzate, disarmata, e urlava di non sparare…», ha rimesso al centro del processo le circostanze mai chiarite della sua morte. Per uscire dal disorientamento c’è stato chi ha provato a sostenere che l’imputato, ormai alle strette, avesse parlato solo perché non aveva altra scelta: «accerchiato da prove inesorabili». In realtà le parti civili quando nel novembre del 2021 chiesero la riapertura delle indagini avevano ben altri obiettivi: nell’esposto depositato in procura indicavano in Mario Moretti il sospetto fuggitivo. Lo stesso figlio dell’appuntato Giovanni D’Alfonso scrisse una prefazione a un libro di due giornalisti, uscito appena due giorni dopo la presentazione del suo esposto, nel quale si sosteneva la responsabilità di Moretti nella sparatoria e lo si accusava di aver abbandonato Margherita Cagol al suo destino, con l’obiettivo di sostituirla al vertice delle Brigate rosse. «Piano diabolico» che i due giornalisti romanzarono ulteriormente in un secondo volume, dove il Centro Sid di Padova veniva indicato come il vero regista dell’intera operazione per il tramite di un confidente, arruolato all’interno della Assemblea autonoma di Porto Marghera e da qui confluito successivamente nella nascente colonna veneta delle Brigate rosse, che nulla c’entrava con la colonna torinese organizzatrice del sequestro. Confidente che ascolato dai pm torinesi ha sostenuto per ben due volte che il brigatista fuggito fosse Alberto Franceschini, già in carcere al momento dei fatti. Almeno pubblicamente, non risulta che le parti private abbiano mai preso le distanze da questa rappresentazione spionistica della vicenda. Al contrario un suo attuale rappresentante, l’ex magistrato Guido Salvini, nel corso di un dibattito sul web del 22 settembre 2022 ha ribadito il suo convincimento sulle responsabilità di Moretti, dipinto come figura «ambigua» e «oscura».

La storia non deve entrare in aula
Forse è anche per questo che nella parte finale dell’udienza, quando si è discusso sull’ammissibilità delle prove e dei testi, dalla pubblica accusa e dalle parti civili è venuta una levata di scudi contro la presenza nel processo dello storico e docente universitario Marco Clementi, chiamato a deporre, in qualità di consulente storico, dall’avvocato Francesco Romeo che difende Mario Moretti: sulle modalità operative e sulla struttura organizzativa delle Brigate rosse nel 1975 e successivamente. La discussione che ne è seguita ha avuto aspetti surreali, a cominciare dall’avvocato della parte civile Sergio Favretto che si è opposto, giudicando Clementi, già audito nel giugno 2016 dalla Commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, seduta nella quale depositò importanti documenti: «inadeguato a fornire una consulenza all’interno di un processo penale». Sventolando un volume apparso nel 2017, il rappresentante della famiglia D’Alfonso ha accusato il professore di aver dedicato «appena mezza pagina alla Spiotta», senza citare nemmeno «Giovanni D’Alfonso che fu una vittima della Spiotta». L’avvocato Favretto avrebbe fatto migliore figura se avesse consultato con più modestia e maggiore accuratezza gli altri lavori pubblicati. Il suo collega, l’ex magistrato Guido Salvini, non potendo opporsi perché durante la sua passata attività di giudice istruttore e gip si è avvalso per decenni dell’ausilio di un consulente come Aldo Giannuli, esperto di Servizi segreti ma non di Brigate rosse, ha chiesto come «controprova» l’audizione dell’ex pm Armando Spataro. Richiesta singolare perché in primis la controprova sarebbe semmai quella presentata dalla difesa, la richiesta di Salvini è solo una prova ausiliare della pubblica accusa, poi perché un ex pm, che ha arrestato e fatto condannare tutti e tre gli imputati chiamati a giudizio, non sembra stare proprio nei panni della figura terza che fornisce consulenza alla corte. Deve essere davvero disperata la situazione tra i fautori della dietrologia, di cui l’ex giudice Salvini è uno dei più accesi sostenitori, se da quelle parti scarseggiano storici in grado di descrivere il funzionamento organizzativo delle Brigate rosse nel corso della loro storia. D’altronde se per decenni si è sostenuto che dietro le Br c’erano gli organigrammi di Langley, poi diventa difficile trovare esperti che sappiano dire qualcosa di diverso.

Un pm senza storia
Ma forse l’argomentazione più stupefacente è venuta dal pubblico ministero Emilio Gatti, il quale opponendosi fermamente all’audizione di Clementi, ha sostenuto di non amare il lavoro degli storici: «perché c’è sempre un qualcosa di soggettivo in questo rimettere insieme le fonti […] io – ha proseguito – non vi produco l’interpretazione, non è una prova l’interpretazione». Una rivendicazione sprezzante della superiorità dell’ontologia giudiziaria rispetto a quella storica che, senza scomodare Marc Bloch, il padre della storia moderna, inevitabilmente riporta alla mente il libro di Carlo Ginzburg sul giudice e lo storico, sui loro mestieri differenti nonostante entrambi cerchino di ricostruire dei fatti con strumentazioni spesso simili, anche se poi i primi si limitano a ricercare la responsabilità penale mentre i secondi, per loro fortuna, possono andare molto oltre, scavando e ricostruendo in ogni dove. Non sarà forse un caso se i migliori giudici sono quelli che sanno fare anche gli storici mentre i peggiori sono quelli che restano solo dei Torquemada.
Ora in un processo che si svolge cinquant’anni dopo i fatti e dove la pubblica accusa ha portato come fonti di prova sette libri e imputa a Curcio e Moretti quanto affermato nei loro libri-intervista, fondando l’accusa su una interpretazione discutibile delle loro parole, proprio perché non corredata dalla conoscenza storica sul funzionamento delle strutture organizzative delle Brigate rosse, questa ostilità verso il lavoro storico appare quantomeno sospetta. In questo caso, infatti, l’expertise storica aiuterebbe chi deve giudicare ad ancorare il processo alla realtà dei fatti. L’atteggiamento della pubblica accusa poco si concilia con l’affermazione di Luigi Ferrajoli, secondo cui «Il processo è per così dire il solo caso di “esperimento storiografico”». Sembra di rivedere l’ostinato atteggiamento del procuratore generale di Roma Antonio Marini quando rivendicava l’intangibilità del giudicato processuale davanti all’emergere di nuove conoscenze che la ricerca storica veniva producendo e che intaccavano le responsabilità penali sancite nelle sentenze del processo Moro. Venticinque imputati sono stati condannati per il tentato omicidio dell’ingegner Alessandro Marini, la mattina del 16 marzo in via Fani. Un fatto, oggi sappiamo, mai accaduto. Durante i lavori della seconda commissione Moro, lo stesso ingegner Marini ha ammesso che il parabrezza del suo motorino si era infranto nei giorni precedenti l’assalto brigatista, a causa di una caduta accidentale del mezzo dal cavalletto, e non in seguito a colpi di arma da fuoco esplosi contro di lui, circostanza per altro mai confermata dalle perizie balistiche. Sono trascorsi quasi dieci anni da quelle ammissioni, ancora di più dalla scoperta di un verbale del 1994, in cui lo stesso ingegnere rivelava per la prima volta come si era rotto il parabrezza, e del ritrovamento delle foto del motorino col parabrezza tenuto da nastro adesivo sul marciapiedi di via Fani, ma la «scienza giuridica» non è ancora corsa ai ripari per ristabilire la sua ontologica superiorità correggendo un clamoroso errore giudiziario.

Il consulente non verrà ascoltato
Alla fine la corte ha deciso di non dare la parola al professor Clementi. Se ne riparlerà più avanti, forse. Una decisione grave che ha privato la difesa dell’unico teste richiesto e che imbavaglia i suoi argomenti. Il messaggio è chiaro: questo processo deve tramandare la storia di un’organizzazione costruita in modo gerarchico, verticistico, piramidale, con a capo una cupola che dava ordini insindacabili al resto del gruppo. L’accusa ha bisogno di questa narrazione processuale perché si arrivi alle condanne. Si deve impedire che qualcuno venga a smentire tutto ciò, sollevi dubbi nei giudici ricordando che nelle Brigate rosse vigeva un principio d’autonomia delle decisioni, la circolazione orizzontale dei flussi informativi che determinavano le scelte politiche finali e che la decisione di ricorrere ai sequestri di autofinanziamento, ripresi dall’esperienza delle guerriglie sudamericane, fu collegiale, controversa e dibattuta e che le modalità operative furono demandate, come sempre, alla colonna che operava sul territorio. Tutta un’altra storia ma soprattutto una altro processo.