Peggio dei nazisti. Parte oggi “Mos maiorun”, la retata europea contro i migranti

Fronte-modificato-1-copia-212x300Una retata su scala europea in nome della tradizione. Parte oggi, sotto l’egida del semestre di presidenza italiano dell’Unione, “Mos maiorun”, un’imponente operazione di polizia e intelligence contro i migranti. Per due settimane, dal 13 al 26 ottobre, le forze di polizia cercheranno di fermare e arrestare i migranti in situazione irregolare e raccogliere il massimo di informazioni sulle reti clandestine, le rotte e i percorsi utilizzati per entrare e spostarsi in Europa. 18 mila poliziotti saranno mobilitati per rafforzare i controlli alle frontiere, negli aeroporti, le stazioni e i porti. Il coordinamento dei lavori sarà affidato alla direzione centrale per l’immigrazione e alla polizia di frontiera del Ministero dell’Interno italiano, affiancati da Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne nei paesi dell’area Schengen che, secondo quanto precisato all’Ansa dal direttore esecutivo dell’agenzia, Gil Arias Fernandez, fornirà solo un contributo di tipo statistico senza aver avuto alcun ruolo nella pianificazione e nell’implementazione dell’operazione.

Stando a quanto descritto nel documento del consiglio dell’Unione europea, reso pubblico dall’associazione britannica Statewatch, i Paesi partecipanti all’iniziativa sono invitati a raccogliere per ogni persona fermata il profilo (nazionalità, genere, età, luogo e data d’ingresso nell’Unione), il percorso effettuato, il tipo di trasporto impiegato, la data di partenza, le tappe intermedie verso la destinazione finale, con particolare attenzione alle tendenze ed eventuali rapidi cambiamenti. Altresì vanno segnalati nel corso delle operazioni: il modus operandi, la falsificazione dei documenti, le somme versate e la tracciatura dei soldi usati per i viaggi, l’identificazione dei collaboratori, la nazionalità e il Paese di residenza dei “facilitatori”. Un report finale sulla retata sarà presentato l’11 dicembre.

Presentata come un’operazione volta ad «indebolire la capacità dei gruppi criminali organizzati che gestiscono le vie dell’immigrazione illegale», l’iniziativa è stata duramente criticata dalle associazioni che si occupano d’assistenza, sostegno e integrazione dei migranti. Il documento del consiglio europeo, infatti, nulla dice sulla sorte che sarà riservata alle persone fermate. Saranno internate, ricondotte alla frontiera, incarcerate? Inoltre i controlli su base razziale, sottolineano ancora la associazioni per i diritti dei migranti, «sono metodi assolutamente illegali secondo il diritto europeo» e l’operazione messa in piedi non sarebbe altro che «una vera e propria caccia al migrante su scala continentale».

Retate del genere non sono rare in Europa, spiega Chris Jones dell’associazione Statewatch, «Operazioni del genere vengono svolte più o meno ogni sei mesi sotto la direzione del Paese che presiede l’unione europea. Prima di “Mos maiorum”, c’era stata “Aerodromos”, pilotata dalla presidenza greca, e ancora prima “Perkuna”, diretta dalla presidenza lituana».
Il ricorso a nomi classici, greci o latini, per designare queste operazioni di polizia non ha solo ragioni linguistiche (la radice comune con molte lingue dell’Unione), serve anche a conferire loro magnificenza, un prestigio quasi mitologico e una retorica di potenza. In taluni casi i nomi hanno delle connotazioni più accentuate che rinviano ad implicazioni di tipo morale o guerresco, come è accaduto con “Mare Nostrum”, l’operazione umanitaria condotta dalla marina militare italiana conclusasi recentemente. “Mare nostrum” era il nome che i Romani avevano dato al mar Mediterraneo quando ne dominavano l’intero bacino, dalla Spagna all’Egitto. Il termine era stato ripreso nel XIX° secolo dai nazionalisti per poi condire la retorica espansionista di Mussolini. L’uso che se ne è tornato a fare oggi, al di là degli importantissimi salvataggi in mare, rinvia ancora una volta ad un immaginario di supremazia e possesso delle acque. Siamo gentili ed umani con voi, o genti disperate che nei flutti cercate salvezza dalle vostre terre martoriate, ma i padroni di questo mare restiamo noi…

La stessa cosa si può dire per l’utilizzo ancora più inquietante dell’espressione latina “mos maiorum”. Non siamo di fronte ad un freddo acronimo o ad un termine descrittivo ma ad una precisa scelta. Si tratta del riferimento più che esplicito a quella morale degli antenati che alimentava le correnti più conservatrici dell’antica società romana. Una visione dei costumi e del sistema di valori che nella battaglia ideologico-culturale della Roma antica era opposta alla decadenza del nuovo. Ciò vuole dire che la politica migratoria deve intendersi innanzitutto come un affare morale, di difesa dei valori, di tutela identitaria di fronte alle invasioni barbariche. Una rappresentazione che rinvia senza mezzi termini ad una visione dell’Europa come fortezza assediata, messaggio di chiusura culturale, di difesa di una purezza immaginaria contro la contaminazione del caos. E’ chiaro, qualcuno pensa ancora che sui nostri bagnasciuga si gioca uno scontro di civiltà.

Una campagna di allerta per i migranti è stata preparata nelle scorse settimane. Volantini in otto lingue sono stati diffusi sulla rete e nelle strade d’Europa per mettere sull’avviso i migranti dai rischi supplementari incorsi in questo momento. Un invito ad utilizzare SMS e social network per segnalare controlli, retate e posti di blocco è venuto dalle reti militanti di solidarietà. Su Twitter, Fb eccetera chi vuole può utilizzare l’hashtag #StopRaids#nomedellacittà per segnalare controlli, retate, posti di blocco.

Cronache migranti

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Perché ai dietrologi da fastidio che i documenti sulle stragi non siano più riservati?

Smascheramenti – Martedì 22 aprile il capo del governo Matteo Renzi ha disposto la declassificazione degli atti conservati presso le diverse amministrazioni dello Stato (ministero dell’Interno, arma dei Carabinieri, Servizi segreti e altre strutture) riguardanti le stragi di piazza Fontana (1969), Gioia Tauro (1970), Peteano (1972), questura di Milano (1973), piazza della Loggia a Brescia (1974), Italicus (1974), Ustica (1980), stazione di Bologna (1980), Rapido 904 (1984)

image_galleryLa decisione del presidente del Consiglio fa seguito ad una direttiva impartita nel corso di una riunione del Cisr (Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica), tenutasi venerdì 18 aprile. In quella sede si è deciso il versamento anticipato della documentazione classificata relativa alle stragi in possesso delle diverse amministrazioni dello Stato, in omaggio alla trasparenza e in ottemperanza anche con quanto previsto nella legge 124 del 2007, che regola i nuovi termini del segreto di Stato, opponibile per un periodo non superiore ai 30 anni ma largamente disatteso, salvo alcuni casi circoscritti. Proprio perché il segreto di Stato – secondo la normativa attuale – può essere apposto per 15 anni, reiterabili una sola volta, restava sempre più ingiustificabile quel segreto di Stato strisciante che investe il resto della documentazione classificata prodotta dalle diverse amministrazioni dello Stato. Una inaccessibilità agli atti che incontra in via teorica un vincolo minimo di riservatezza di 40 anni (70 per le informazioni di carattere personale), in realtà spesso di gran lunga superiore per le ragioni più disparate frapposte da un’amministrazione completamente estranea ad una prassi e cultura della trasparenza.

Aboliti i vincoli di riservatezza
Quanto annunciato da alcuni organi d’informazione è risultato inesatto: la direttiva varata del governo non investe il segreto di Stato. Equivoco che ha suscitato diverse reazioni polemiche. Marco Minniti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza della Repubblica, ha precisato che il segreto di Stato «su queste vicende non c’era e non è stato apposto», perché non è opponibile sui documenti riguardanti le inchieste per strage o eversione dell’ordine democratico. Molto più semplicemente – ha spiegato – «sono stati eliminati i 4 livelli di classificazione: “riservato”, “riservatissimo”, “segreto” e “segretissimo” (l’equivalente nostrano della dicitura “Top Secret”)».

Socializzazione delle fonti
Le carte rese disponibili verranno raccolte in ordine cronologico presso l’Archivio centrale dello Stato. Anche se non siamo di fronte a quella rivoluzione copernicana annunciata da Repubblica, per intenderci nulla a che vedere con il Freedom of information act che negli Usa norma la trasparenza degli atti della pubblica amministrazione, si tratta pur sempre di una decisione positiva che faciliterà un accesso maggiore alla consultazione delle fonti d’origine statale (a dimostrazione del fatto che non serve essere di sinistra per fare cose intelligenti. Ricordiamo che quando rappresentanti della sinistra sono saliti al governo hanno fatto l’esatto contrario *).
Non solo specialisti e studiosi ma anche semplici cittadini potranno visionare questa documentazione e, nei limiti delle difficoltà che la lettura e l’interpretazione di materiali del genere presenta, costruirsi un giudizio storico-politico autonomo su quelle vicende. Questa “democratizzazione” degli archivi, questo controllo dal basso delle fonti archivistiche tuttavia non ha suscitato l’unanimità, al contrario è stata accolta con sufficienza e fastidio dai maggiori esponenti della scuola dietrologica e da alcuni portavoce dellla vittimocrazia che negli ultimi anni si sono visti attribuire il ruolo di tutori del ministero del passato.

L’altroquando, ovvero la verità è sempre altrove
«In quelle carte non ci sono grandi rivelazioni, non troverete nessuna smoking gun», ha subito ribattuto uno dei maggiori esponenti del complottismo italiano. Aldo Giannuli ha tuonato contro la decisione del governo affermando che «La magistratura, sia direttamente che tramite agenti di pg e periti, ha abbondantemente esaminato gli archivi dei servizi e dei corpi di polizia, acquisendo valanghe di documenti che sono finiti nei fascicoli processuali». Anche le commissioni parlamentari – ha proseguito Giannuli – «che si sono succedute sul caso Moro, sulle stragi, sul caso Mitrokhin hanno acquisito molta documentazione in merito (anche se poi è finita negli scatoloni di deposito e non in archivi pubblici). Diversi consulenti parlamentari e giudiziari (a cominciare dal più importante, Giuseppe De Lutiis, a finire al sottoscritto) hanno successivamente utilizzato abbondantemente quella documentazione per i loro libri». Saremmo dunque «alla “quinta spremuta” di queste olive – ha concluso– : ci esce solo la morga, robaccia».
«I segreti stanno altrove», suggerisce quello che è stato il consulente di ben 13 procure e diverse commissioni d’inchiesta parlamentare. «Bisogna cercare nell’archivio riservato della Presidenza della Repubblica, nella sede Nato di Bruxelles, negli uffici Uspa dei ministeri», lì dove l’inaccessibilità ad oggi resta totale.
Insomma il messaggio dei dietrologi è chiaro: è inutile che andiate a cercare, lo abbiamo già fatto noi! Fidatevi di quello che noi vi abbiamo raccontato, lasciate a noi il monopolio del discorso storico!

Una storia dal basso
Se le cose stanno così, se le carte che verranno versate presso l’Acs – come sottolinea Giannuli – non hanno grande rivelazioni da fornirci, se la verità si trova sempre altrove, nell’altroquando, vorremmo allora capire su quali basi e fonti i dietrologi hanno creato nel corso degli ultimi decenni la loro monumentale produzione letteraria, quell’immensa discarica della storia che è la narrazione dietrologica imperniata sulle varie teorie del doppio Stato, dello Stato parallelo, degli Anelli, collari e guinzagli….
Basterebbe solo questo per comprendere l’importanza di questa declassificazione. L’eventuale persistenza di “santuari del segreto” non toglie nulla al fatto che si sia aperta finalmente una crepa, che si sia rotto il monopolio delle fonti in mano alla magistratura e alle commissioni parlamentari, a quello stuolo di specialisti di corte, quella scia di consulenti di partito, periti della magistratura e funzionari di polizia giudiziaria, cioè gli stessi produttori delle carte esperite, che hanno valutato per decenni queste fonti riservate elargendole in modo selettivo al giornalista amico, orientando scoop e rivelazioni, elaborando il più delle volte narrazioni mistificatorie.
Fermo restando che un giudizio completo sul valore dei documenti declassificati sarà possibile solo dopo la loro consultazione, la possibilità di un libero accesso a fonti prima riservate contiene i germogli di una nuova primavera storiografica libera dalla dipendenza dei discorsi formulati dalla magistratura e dai suoi consulenti. Non è cosa da poco tornare ad una storiografia non più egemonizzata dal paradigma penale, da una concezione indiziaria, da una visione poliziesca che ha fatto del “sospetto” la chiave di lettura della realtà.

I dietrologi snobbano il libero accesso alle fonti d’archivio
Ai dietrologi tutto ciò non piace. Per decenni l’accesso riservato alle carte ha permesso a questi cialtroni di utilizzare gli archivi come un fondo di commercio per i loro libri-spazzatura e per le loro carriere accademiche, ma ancor di più ha messo nelle loro mani un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, totalmente stabilizzatore, una narrazione ostile alla storia dal basso, che nega alla radice l’agire dei gruppi sociali fino a rifiutare la capacità del soggetto di muoversi e pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale, dando vita ad una sorta di nuovo negazionismo storiografico.
La «dietrologia», ovvero questa moderna arte divinatoria protesa a «predire il passato», ha tolto la capacità di capire la storia. È in questo modo che la dietrologia contro le trame di Stato si è fatta dietrologia dello Stato contro la società. Sugli anni 70 si romanza, s’inventa, si fantastica, si fa astrologia e cartomanzia, criminologia, vittimologia, fiction, tutto fuorché scienza sociale.

Ripensare le fonti
È noto come il discorso dietrologico segua una logica ermetica, un procedere circolare, un divenire chiuso. Questa sordità cognitiva lo tutela dalle smentite che si accumulano nel tempo rendendo estenuante e del tutto inefficace la verifica della semplice coerenza interna ed esterna delle sue asserzioni. Le teorie complottiste non recepiscono mai la confutazione, che anzi viene letta come una dimostrazione ulteriore della cospirazione contro la verità (dispositivo che ricorda la famosa «prova diabolica» dell’inquisizione). Tallonare i molteplici e mutevoli asserti che alimentano le teorie del complotto, quegli arcana imperii, quei «lati oscuri», quel «sottosuolo inquietante» sempre evocato, non sortisce risultati per la semplice ragione che la dietrologia è un’antistoria.
In queste vicende la logica e i principi della razionalità illuministica non funzionano di fronte ad una retorica che ricorre a tecniche argomentative come il metodo dell’amalgama, la confusione di tempi e luoghi, l’uso di acquisizioni parziali, ricostruzioni lacunose, errori macroscopici, manipolazioni, invenzioni, sentito dire, correlazioni arbitrarie, affermazioni ipotetiche, false equazioni.
Liberarsi dalle superstizioni e tornare a pensare una realtà traversata da processi, conflitti e contraddizioni, recuperare la categoria di storicità degli eventi, è il solo modo per uscire dalla superstizione del complotto. Emanciparsi dall’idea che il lavoro di ricostruzione storica debba ridursi a una sorta di risalita gerarchica verso un vertice, una struttura a base piramidale che nasconde l’ordito del complotto (variante volgare, nel migliore dei casi, delle ben più solide teorie elitiste) è un grande salto verso la libertà di ricerca.
L’acceso libero alle fonti è sicuramente un passaggio fondamentale per portare avanti questo rinnovamento storiografico, ma non basta. Occorre ripensare anche le fonti, allargare il loro spettro. Cercare fonti nuove, non solo di produzione statale per non restare imprigionati all’interno di quello che fu lo sguardo degli enti statali sui fatti.

 Note
* Nel periodo in cui fu ministro dell’Interno, 1996-1998, Giorgio Napolitano non si distinse certo per un’azione in favore della trasparenza. Il successivo governo di Massimo D’Alema, 1998-1999, promosse addirittura i Carabinieri a quarta arma dello Stato ed allungò i termini del segreto di Stato.

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Consociativismo e think tank, il potere all’ombra di Enrico Letta

Enrico Letta, classe 1966, nonostante ciò considerato un giovane nella politica italiana, è nipote di Gianni Letta, il braccio destro di Berlusconi, il suo plenipotenziario. Cattolico, nutrito di cultura imprenditoriale, da sempre vicino al mondo confindustriale, vice presidente di Aspen istitute Italia dal 2003 (sorto in Colorado nel 1950 ha la sua sede centrale a Washington ed è finanziato dalla Carnegie Corporation, la Rockefeller Brothers Fund e la Ford Foundation), è membro del club Bilderberg assieme allo zio Gianni e fa parte della stessa Commissione Trilaterale. Insomma non si è fatto mancare nulla: uomo di relazioni, la sua agenda è ben fornita. Collocato da tempo in tutti i posti che contano, quelle necessarie camere di compensazione situate nelle retrovie dove le élites occidentali si incontrano riservatamente, anticipano strategie, elaborano accordi, creano un tessuto di relazioni e conoscienze dirette necessario alla gestione delle politiche, le governances, del capitalismo attuale. Enrico Letta ha l’aria di uno di quelli che ci stava già da piccolo, tanto si muove a suo agio in questo mondo felpato.
Ma c’è qualcosa di più che forse bisogna conoscere per capire meglio alcuni dei passaggi politici realizzati in questi ultimi giorni da questo grande tessitore della tela consociativa italiana, di quel «consociatvismo bipolare» come le definisce Mauro Fotia nel suo, Il consociativismo infinito, Dedalo edizioni 2011 (un testo che andrebbe riletto alla luce di quanto è accaduto dal varo del «governo dei tecnici» guidato da Mario Monti alla nascita di questo esecutivo di «grande coalizione»).
Enrico Letta è anche l’ispiratore di un think tank bipartisan, “veDrò”, una specie di laboratorio per le elités, «nato – così recita la homepage del sito – per riflettere sulle declinazioni future dell’Italia e delineare scenari provocatori, ma possibili, per il nostro Paese. Sulla scena dal 2005, la nostra è una rete di scambio di conoscenza formata da più di 4.000 persone: professori universitari, imprenditori, scienziati, liberi professionisti, politici, artisti, giornalisti, scrittori, registi, esponenti dell’associazionismo».
Leggete questi due interressanti articoli che seguono, sono illuminanti.


VeDrò, il potere all’ombra di Enrico Letta

di Stefano Feltri
Il Fatto Quotidiano, 28 Agosto 2012

LettaEnrico Letta ha soprattutto una funzione rassicurante: se il centrosinistra dovesse vincere le elezioni, legge elettorale permettendo, un pezzo del capitalismo italiano avrebbe qualcuno con cui parlare. Qualcuno che non propone patrimoniali e che non parla solo di cassintegrati e sindacati, tipo Stefano Fassina, il responsabile economico del partito. La convention estiva di Letta, VeDrò (che si svolge appunto a Dro, a Trento) è sempre un’anticamera dell’anno economico-politico che si riapre a settembre dopo le vacanze. Qui, tra un cocktail a bordo lago (di Garda) e un pranzo veloce nel prato della ex centrale elettrica di Fies, si è costruito parte del progetto di Matteo Renzi, sempre qui Corrado Passera, due anni fa, ha mosso i primi passi verso il governo. Finanza, comunicazione e politica si incontrano in questo salotto estivo (lobby, corrente, festa dell’unità fighetta, le definizioni che circolano sono molte) per tenere i rapporti con il centrosinistra, Letta è padrone di casa discreto, garante di quel clima trasversale rappresentato dalla coppia di “vedroidi” più fotografata, Nunzia De Girolamo (Pdl) e Francesco Boccia (Pd).
Tema di quest’anno sono i supereroi americani, con l’idea che servono superpoteri per salvare l’Italia e l’Europa. “Se sono super è anche merito dei miei partner”, esulta un Superman su una scheda fornita ai partecipanti (sul petto ha le virgolette simbolo di VeDrò). I partner sono poi gli sponsor, quelli che finanziano l’iniziativa, pagata anche dalle quote degli iscritti, da 150 a 300 euro più l’albergo. I tre “partner” principali sono Eni, Enel e Telecom. Come usa nei grandi raduni italiani, pagare una fiche garantisce in cambio visibilità sul palco dell’evento. Lo scorso anno Paolo Scaroni, capo dell’Eni, si era prodotto in un monologo.
Quest’anno tocca a Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel da poco diventato anche uno degli esponenti più forti della nuova giunta di Confindustria, di cui dirige il centro studi. L’intervista sentimentale è condotta da Antonello Piroso, l’ex direttore del Tg La7 che nel 2011 a VeDrò discuteva con Fedele Confalonieri di musica classica. Conti celebra la propria parabola di self made man, da “cascherino” (garzone del fornaio) a top manager. E soltanto da un palco come quello di VeDrò si possono dire cose tipo “quello di Fukushima non è stato un incidente nucleare in senso stretto” (vero, c’è stato lo tsunami, prima) e “il nucleare non è una disgrazia” senza rischiare fischi. Visti i tempi, Conti coglie l’occasione per ricordare un paio di volte come le decisioni importanti le ha spesso discusse con “Pier Luigi” (che sarebbe Bersani, aspirante premier).
L’Enel è ovunque a VeDrò: Conti sul palco, le macchine elettriche nel parcheggio, uno stand ben visibile nel cortile, funzionari di vario grado nei gruppi di lavoro in cui si suddividono i “vedroidi” nel pomeriggio. Poi c’è Telecom Italia, il presidente Franco Bernabè è al suo debutto a VeDrò, nel suo monologo non parla di telefoni e banda larga ma di innovazione, dice tra l’altro che più che i cambiamenti tecnologici servono quelli organizzativi, “a Telecom se usassimo tutto il potenziale della tecnologia a disposizione dovremmo ridurre drammaticamente il personale impiegatizio”. Brividini di piacere tra i liberisti in platea. Il potere economico vedroide è soprattutto pubblico e parapubblico, con tutte le zone grigie intermedie, per cui è facile trovare un anno qualcuno in una grossa azienda, l’anno dopo al ministero, quello successivo magari in proprio come consulente. Ma c’è anche tanta finanza, ci sono venture capitalist che nelle pause caffè discutono di potenziali investimenti. C’è una folta colonia londinese di banchieri, di cui ha fatto parte a lungo anche Ivan Scalfarotto (vicepresidente del Pd), pure lui vedroide. Sono banchieri democratici, nel senso che da Londra seguono il Pd (più Matteo Renzi che Letta, a dire il vero). E a sancire questa rilevanza finanziaria, ieri, doveva esserci un grande dibattito tra i capi italiani delle tre principali agenzie di rating. Si è presentato soltanto Alessandro Settepani, di Fitch, intervistato da un altro storico vedroide Oscar Giannino. Settempani però non si sbilancia troppo sui destini dell’Italia: “L’ultima volta che ho fatto una dichiarazione mi è arrivato un avviso di garanzia”, dice ricordando l’inchiesta della Procura di Trani sulle comunicazioni dei rating sull’Italia.
Il potere economico vedroide non pare troppo preoccupato dalla fine dell’esperienza tecnica di Mario Monti. E neppure particolarmente inquieto sugli scenari futuri. Perché, in fondo, il senso di VeDrò è anche questo: assicurare ai partecipanti che, chiunque vinca, ci sarà sempre una rete trasversale di conoscenze e rapporti a garantire il business as usual.


Riparte VeDrò il think tank di Enrico Letta per raccontarci il leader del futuro

di Celestina Dominelli
Il Sole 24 Ore,  28 agosto 2010

Altrove, all’ombra dei palazzi della politica, il tema della leadership del centrosinistra e di come costruire un’alternativa convincente a Silvio Berlusconi sta conoscendo svariate declinazioni. E così i partiti dell’opposizione discettano a ogni pie’ sospinto di alleanze e primarie , di «un nuovo Ulivo» e di leggi elettorali . Ma c’è anche chi, molti chilometri più a Nord, nella centrale idroelettrica Fies di Dro (Trento), sul nodo delicatissimo del leader del futuro ha costruito una quattro giorni di lavoro intensivo. Un metodo diverso, per cominciare, che è ormai l’architrave rodata di VeDrò-L’Italia del futuro, il think thank bipartisan promosso da Enrico Letta e Giulia Bongiorno e presieduto da Benedetta Rizzo, e giunto quest’anno alla sua sesta edizione. Una scelta, quella di delinerare il percorso del leader del futuro, nata prima del dibattito delle ultime settimane. «In un sistema bipolare come il nostro il tema della leadership – spiega il vicesegretario del Pd, Enrico Letta – è diventato rilevante per l’opinione pubblica, poi l’attualità ha fatto il resto trasformandolo in un argomento caldissimo». Ma a suggerire la strada è stata soprattutto la crisi economica che, aggiunge Letta, «ha accresciuto il bisogno di leadership convincenti». Che il pensatoio bipartisan intende costruire con un dettagliatissimo percorso: 17 working group cui spetterà il compito di mettere a fuoco tutte le caratteristiche del futuro leader, dagli strumenti di comunicazione al programma, dalla personalità al rapporto con il territorio. Insomma, una road map accuratissima tenuta insieme da un fil rouge che è un po’ il motore di tutto il progetto: l’assenza di modelli rigidi di confronto e la libertà totale di espressione. Che Benedetta Rizzo, compagna d’avventura di Letta e presidente del think thank, sintetizza così. «A VeDrò tutti coloro che siedono attorno al tavolo hanno lo stesso diritto di parola». E dietro quel “tutti” c’è un panel molto ricco che racconta l’altra chiave del successo dell’appuntamento: il “taglio generazionale” (i partecipanti sono nati a partire dagli anni ’60) e la trasversalità politica, religiosa e culturale di chi arriverà in questo angolo di Trentino. Dall’amministratore delegato del Gruppo Intesa-San Paolo, Corrado Passera, a esponenti politici di entrambi gli schieramenti (i presidenti di Regione, Renata Polverini e Vito De Filippo, i sindaci di Firenze e Verona, il viceministro Adolfo Urso, ma anche molti parlamentari), da firme prestigiose del giornalismo a imprenditori (Anna Maria Artoni, Luisa Todini, Ivan Lo Bello) e a magistrati (Raffaele Cantone, Nicola Gratteri,Stefano Dambruoso). Tutti a discutere di come dovrà essere il leader del 2020. Per arrivare, attraverso i working group, a un identikit completo. Che sarà messo a confronto con i risultati del Rapporto VeDrò 2010, dal titolo assai suggestivo: “Italiano sarà lei. Gli italiani e la leadership». Così al lavoro prospettico dei gruppi si affiancherà la ricerca su un campione di cittadini che fornirà di nuovo l’aggancio con l’attualità. Ma di Pd e di alleanze qui non si parla. E Letta si prepara alla full immersion. «Quest’anno saremo in 600 – racconta – e abbiamo dovuto rimandare indietro molta gente. Quando partimmo eravamo la metà». Quel “quando” riporta indietro la lancetta al 2005 e a un Letta “folgorato” sulla via dell’Aspen Institute in Colorado. «Rimasi colpito dalle modalità del confronto e dall’informalità e tornando in Italia ho pensato a qualcosa che avesse lo stesso taglio». Così Dro, provincia di Trento, ha strizzato l’occhio agli States.

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