Perché ai dietrologi da fastidio che i documenti sulle stragi non siano più riservati?

Smascheramenti – Martedì 22 aprile il capo del governo Matteo Renzi ha disposto la declassificazione degli atti conservati presso le diverse amministrazioni dello Stato (ministero dell’Interno, arma dei Carabinieri, Servizi segreti e altre strutture) riguardanti le stragi di piazza Fontana (1969), Gioia Tauro (1970), Peteano (1972), questura di Milano (1973), piazza della Loggia a Brescia (1974), Italicus (1974), Ustica (1980), stazione di Bologna (1980), Rapido 904 (1984)

image_galleryLa decisione del presidente del Consiglio fa seguito ad una direttiva impartita nel corso di una riunione del Cisr (Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica), tenutasi venerdì 18 aprile. In quella sede si è deciso il versamento anticipato della documentazione classificata relativa alle stragi in possesso delle diverse amministrazioni dello Stato, in omaggio alla trasparenza e in ottemperanza anche con quanto previsto nella legge 124 del 2007, che regola i nuovi termini del segreto di Stato, opponibile per un periodo non superiore ai 30 anni ma largamente disatteso, salvo alcuni casi circoscritti. Proprio perché il segreto di Stato – secondo la normativa attuale – può essere apposto per 15 anni, reiterabili una sola volta, restava sempre più ingiustificabile quel segreto di Stato strisciante che investe il resto della documentazione classificata prodotta dalle diverse amministrazioni dello Stato. Una inaccessibilità agli atti che incontra in via teorica un vincolo minimo di riservatezza di 40 anni (70 per le informazioni di carattere personale), in realtà spesso di gran lunga superiore per le ragioni più disparate frapposte da un’amministrazione completamente estranea ad una prassi e cultura della trasparenza.

Aboliti i vincoli di riservatezza
Quanto annunciato da alcuni organi d’informazione è risultato inesatto: la direttiva varata del governo non investe il segreto di Stato. Equivoco che ha suscitato diverse reazioni polemiche. Marco Minniti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza della Repubblica, ha precisato che il segreto di Stato «su queste vicende non c’era e non è stato apposto», perché non è opponibile sui documenti riguardanti le inchieste per strage o eversione dell’ordine democratico. Molto più semplicemente – ha spiegato – «sono stati eliminati i 4 livelli di classificazione: “riservato”, “riservatissimo”, “segreto” e “segretissimo” (l’equivalente nostrano della dicitura “Top Secret”)».

Socializzazione delle fonti
Le carte rese disponibili verranno raccolte in ordine cronologico presso l’Archivio centrale dello Stato. Anche se non siamo di fronte a quella rivoluzione copernicana annunciata da Repubblica, per intenderci nulla a che vedere con il Freedom of information act che negli Usa norma la trasparenza degli atti della pubblica amministrazione, si tratta pur sempre di una decisione positiva che faciliterà un accesso maggiore alla consultazione delle fonti d’origine statale (a dimostrazione del fatto che non serve essere di sinistra per fare cose intelligenti. Ricordiamo che quando rappresentanti della sinistra sono saliti al governo hanno fatto l’esatto contrario *).
Non solo specialisti e studiosi ma anche semplici cittadini potranno visionare questa documentazione e, nei limiti delle difficoltà che la lettura e l’interpretazione di materiali del genere presenta, costruirsi un giudizio storico-politico autonomo su quelle vicende. Questa “democratizzazione” degli archivi, questo controllo dal basso delle fonti archivistiche tuttavia non ha suscitato l’unanimità, al contrario è stata accolta con sufficienza e fastidio dai maggiori esponenti della scuola dietrologica e da alcuni portavoce dellla vittimocrazia che negli ultimi anni si sono visti attribuire il ruolo di tutori del ministero del passato.

L’altroquando, ovvero la verità è sempre altrove
«In quelle carte non ci sono grandi rivelazioni, non troverete nessuna smoking gun», ha subito ribattuto uno dei maggiori esponenti del complottismo italiano. Aldo Giannuli ha tuonato contro la decisione del governo affermando che «La magistratura, sia direttamente che tramite agenti di pg e periti, ha abbondantemente esaminato gli archivi dei servizi e dei corpi di polizia, acquisendo valanghe di documenti che sono finiti nei fascicoli processuali». Anche le commissioni parlamentari – ha proseguito Giannuli – «che si sono succedute sul caso Moro, sulle stragi, sul caso Mitrokhin hanno acquisito molta documentazione in merito (anche se poi è finita negli scatoloni di deposito e non in archivi pubblici). Diversi consulenti parlamentari e giudiziari (a cominciare dal più importante, Giuseppe De Lutiis, a finire al sottoscritto) hanno successivamente utilizzato abbondantemente quella documentazione per i loro libri». Saremmo dunque «alla “quinta spremuta” di queste olive – ha concluso– : ci esce solo la morga, robaccia».
«I segreti stanno altrove», suggerisce quello che è stato il consulente di ben 13 procure e diverse commissioni d’inchiesta parlamentare. «Bisogna cercare nell’archivio riservato della Presidenza della Repubblica, nella sede Nato di Bruxelles, negli uffici Uspa dei ministeri», lì dove l’inaccessibilità ad oggi resta totale.
Insomma il messaggio dei dietrologi è chiaro: è inutile che andiate a cercare, lo abbiamo già fatto noi! Fidatevi di quello che noi vi abbiamo raccontato, lasciate a noi il monopolio del discorso storico!

Una storia dal basso
Se le cose stanno così, se le carte che verranno versate presso l’Acs – come sottolinea Giannuli – non hanno grande rivelazioni da fornirci, se la verità si trova sempre altrove, nell’altroquando, vorremmo allora capire su quali basi e fonti i dietrologi hanno creato nel corso degli ultimi decenni la loro monumentale produzione letteraria, quell’immensa discarica della storia che è la narrazione dietrologica imperniata sulle varie teorie del doppio Stato, dello Stato parallelo, degli Anelli, collari e guinzagli….
Basterebbe solo questo per comprendere l’importanza di questa declassificazione. L’eventuale persistenza di “santuari del segreto” non toglie nulla al fatto che si sia aperta finalmente una crepa, che si sia rotto il monopolio delle fonti in mano alla magistratura e alle commissioni parlamentari, a quello stuolo di specialisti di corte, quella scia di consulenti di partito, periti della magistratura e funzionari di polizia giudiziaria, cioè gli stessi produttori delle carte esperite, che hanno valutato per decenni queste fonti riservate elargendole in modo selettivo al giornalista amico, orientando scoop e rivelazioni, elaborando il più delle volte narrazioni mistificatorie.
Fermo restando che un giudizio completo sul valore dei documenti declassificati sarà possibile solo dopo la loro consultazione, la possibilità di un libero accesso a fonti prima riservate contiene i germogli di una nuova primavera storiografica libera dalla dipendenza dei discorsi formulati dalla magistratura e dai suoi consulenti. Non è cosa da poco tornare ad una storiografia non più egemonizzata dal paradigma penale, da una concezione indiziaria, da una visione poliziesca che ha fatto del “sospetto” la chiave di lettura della realtà.

I dietrologi snobbano il libero accesso alle fonti d’archivio
Ai dietrologi tutto ciò non piace. Per decenni l’accesso riservato alle carte ha permesso a questi cialtroni di utilizzare gli archivi come un fondo di commercio per i loro libri-spazzatura e per le loro carriere accademiche, ma ancor di più ha messo nelle loro mani un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, totalmente stabilizzatore, una narrazione ostile alla storia dal basso, che nega alla radice l’agire dei gruppi sociali fino a rifiutare la capacità del soggetto di muoversi e pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale, dando vita ad una sorta di nuovo negazionismo storiografico.
La «dietrologia», ovvero questa moderna arte divinatoria protesa a «predire il passato», ha tolto la capacità di capire la storia. È in questo modo che la dietrologia contro le trame di Stato si è fatta dietrologia dello Stato contro la società. Sugli anni 70 si romanza, s’inventa, si fantastica, si fa astrologia e cartomanzia, criminologia, vittimologia, fiction, tutto fuorché scienza sociale.

Ripensare le fonti
È noto come il discorso dietrologico segua una logica ermetica, un procedere circolare, un divenire chiuso. Questa sordità cognitiva lo tutela dalle smentite che si accumulano nel tempo rendendo estenuante e del tutto inefficace la verifica della semplice coerenza interna ed esterna delle sue asserzioni. Le teorie complottiste non recepiscono mai la confutazione, che anzi viene letta come una dimostrazione ulteriore della cospirazione contro la verità (dispositivo che ricorda la famosa «prova diabolica» dell’inquisizione). Tallonare i molteplici e mutevoli asserti che alimentano le teorie del complotto, quegli arcana imperii, quei «lati oscuri», quel «sottosuolo inquietante» sempre evocato, non sortisce risultati per la semplice ragione che la dietrologia è un’antistoria.
In queste vicende la logica e i principi della razionalità illuministica non funzionano di fronte ad una retorica che ricorre a tecniche argomentative come il metodo dell’amalgama, la confusione di tempi e luoghi, l’uso di acquisizioni parziali, ricostruzioni lacunose, errori macroscopici, manipolazioni, invenzioni, sentito dire, correlazioni arbitrarie, affermazioni ipotetiche, false equazioni.
Liberarsi dalle superstizioni e tornare a pensare una realtà traversata da processi, conflitti e contraddizioni, recuperare la categoria di storicità degli eventi, è il solo modo per uscire dalla superstizione del complotto. Emanciparsi dall’idea che il lavoro di ricostruzione storica debba ridursi a una sorta di risalita gerarchica verso un vertice, una struttura a base piramidale che nasconde l’ordito del complotto (variante volgare, nel migliore dei casi, delle ben più solide teorie elitiste) è un grande salto verso la libertà di ricerca.
L’acceso libero alle fonti è sicuramente un passaggio fondamentale per portare avanti questo rinnovamento storiografico, ma non basta. Occorre ripensare anche le fonti, allargare il loro spettro. Cercare fonti nuove, non solo di produzione statale per non restare imprigionati all’interno di quello che fu lo sguardo degli enti statali sui fatti.

 Note
* Nel periodo in cui fu ministro dell’Interno, 1996-1998, Giorgio Napolitano non si distinse certo per un’azione in favore della trasparenza. Il successivo governo di Massimo D’Alema, 1998-1999, promosse addirittura i Carabinieri a quarta arma dello Stato ed allungò i termini del segreto di Stato.

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2 agosto 1980, la telefonata di smentita delle Brigate rosse sulla strage Bologna – Radio Popolare

Pomeriggio del 2 Agosto 1980, a poche ore dalla strage della Stazione di Bologna, la colonna milanese delle Brigate rosse “Walter Alasia” telefona in diretta a Radio Popolare per smentire  la rivendicazione, falsa, fatta nelle ore precedenti a nome della Brigata “Francesco Berardi” di Genova.
Telefonata di smentita che venne ritenuta attendibile da tutte le forze di polizia.
Come potrete ascoltare, il tono del militante delle Brigate rosse – che ebbe l’incarico dall’organizzazione di compiere la smentita ufficiale – è estremamente perentorio verso la redazione di Radio popolare rimproverata per aver accreditato con ingiustificata superficialità la falsa rivendicazione telefonica giunta poche ore prima.
Questo documento – non certo inedito e presente in rete da tempo – torna ad acquistare nuova rilevanza oggi, di fronte al tentativo condotto da alcuni ambienti della destra postfascista (vedi le sortire dell’ex carabiniere missino, oggi parlamentare Fli,  Enzo Raisi, o le “riscoperte” di vecchi atti d’indagine spacciati per nuove rivelazioni da alcuni vecchi arnesi della commissione Mitrokhin
) di attribuire l’orrenda strage ai “rossi”, attraverso un metodico lavoro di riscrittura – o come qualcuno ha recentemente scritto, «ristyling» – dell’immagine stragista della destra italiana del dopoguerra.
Tentativo perseguito ricorrendo allo stesso modello discorsivo che per decenni ha ispirato la grammatica della dietrologia, del peggiore complottismo sulla storia degli anni 70: una sintassi che fa ricorso a salti logici, correlazioni arbitrarie, ricostruzioni lacunose, errori, manipolazioni, invenzioni, bugie, per nulla diverse da quella pronunciata dall’autore della telefonata che il 2 agosto 1980 tentò di attribuire la strage alle Brigate rosse

Link utili
Strage di Bologna, la storia di Mauro di Vittorio vittima dell’attentato che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Raisi, Fli, tira in ballo una delle vittime
Strage di Bologna, i depistaggi sono la continuazione dello stragismo con altri mezzi. Risposta a Enzo Raisi
Strage di Bologna: Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli, Enzo Raisi “Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del policlinico né  dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci
La smentita di Daniele Pifano
Stazione di Bologna, una strage di depistaggi

Strage di Bologna, Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: «Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci». La destra a caccia di un nuovo capro espiatorio

Mauro Di Vittorio, il ventiquattrenne romano originario del quartiere di Torpignattara ucciso dalla bomba che esplose il 2 agosto 1980 nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi di via dei Volsci, né di aree politiche a loro vicine. Lo afferma Daniele Pifano, che del Collettivo del Policlinico è stato uno dei responsabili più importanti, in una nota (potete leggere l’integrale in fondo al post) nella quale smentisce seccamente le accuse, «senza nessuna rispondenza reale», lanciate lunedì scorso dal deputato finiano Enzo Raisi. La destra a caccia di un capro espiatorio di sinistra per la strage di Bologna

L’esponente postfascista durante una conferenza stampa tenutasi a Bologna, ipotizzando una diversa verità rispetto a quella processuale (i cui esiti sono da sempre molto discussi), e che ha visto condannati come esecutori materiali tre militanti dei Nar, ha sollevato forti sospetti su Mauro Di Vittorio, indicato come uno dei possibili trasportatori o ricettori della valigia esplosiva. Per Raisi vi sarebbero aspetti oscuri da chiarire sull’autopsia condotta sul corpo del giovane, l’ultimo ad essere identificato e sull’atteggiamento tenuto da due giovani che fuggirono dall’obitorio quando videro il suo corpo. A sostegno di questi elementi, il deputato cita le testimonianze di alcuni medici legisti e di un carabiniere. Per sostanziare il suo castello di sospetti, Raisi ha iscritto d’ufficio Di Vittorio «all’area dell’Autonomia operaia romana, della zona sud della Capitale, legata a via dei Volsci e molto vicina ai palestinesi».
Il parlamentare non lo dice, ma lo scenario che tratteggia s’ispira alla trama di un giallo scritto alcuni anni prima da Loriano Machiavelli.

Pifano smentisce
Sulla scia dei lavori della commissione Mitrokhin di cui era stato membro, Raisi ha riproposto il lodo Moro come vero movente della strage (l’accordo segreto che in cambio dell’immunità per il territorio italiano dal rischio di attentati autorizzava le formazioni palestinesi ad usare la penisola come base logistica e per il trasporto di armi; a differenza di quanto accadeva per gli Israeliani che hanno sempre potuto commettere azioni militari, contro obiettivi palestinesi e italiani, nella più completa impunità), distinguendosi in parte dalla tesi della rappresaglia per privilegiare la pista dell’incidente e forse, ma questa ipotesi viene appena sussurrata, del sabotaggio da parte israeliana.
Dopo aver chiamato nuovamente in causa i due militanti della sinistra rivoluzionaria tedesca, Thomas Kram e Christa Margot Frolich (ma a che prò? Visto che ora pensa che a portare la valigia era un’altra persona), ha introdotto la vera novità (in realtà già anticipata l’8 aprile scorso in un’intervista al Resto del Carlino, vedi qui) frutto di sue personali indagini: i sospetti di un coinvolgimento (diretto o indiretto, Raisi non sa precisare) di Mauro Di Vittorio.

«Né il sottoscritto – replica Pifano – né gli altri responsabili a suo tempo del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci abbiano mai saputo o abbiano mai avuto notizia dell’esistenza di un compagno dell’autonomia tra le vittime dell’orribile strage di Bologna!»

L’iniziativa dell’esponente di Futuro e libertà fa seguito alla presentazione di un’interpellanza parlamentare urgente, firmata insieme a una cinquantina di altri parlamentari del centrodestra, e al deposito in procura di una richiesta di supplemento d’indagini.

La smentita di Pifano è importante poiché dimostra come le affermazioni di Raisi siano prive di rigore, parole lanciate con leggerezza, formulate senza aver fatto prima le opportune verifiche, cariche di un violento pregiudizio e di una smisurata faziosità. Frutto solo del tentativo di sollevare polveroni mediatici, di costruire una nuova narrazione priva di grammatica.

Una pista canovaccio a libera interpretazione
Se l’appartenenza di Di Vittorio all’area dell’Autonomia operaia di via dei Volsci, da sempre solidale con i palestinesi e legata in modo privilegiato all’Fplp di George Habash, non trova conferma, viene meno una delle vie principali per collegarlo all’ipotizzata vicenda del trasporto d’esplosivo. A Raisi rimane solo il biglietto del metrò parigino trovato in una delle sue tasche, circostanza anche questa assai singolare visto che poi si dice che il suo corpo era in gran parte bruciato. Un po’ poco per sostenere che ciò proverebbe il suo legame con l’Ori, il gruppo di Carlos che secondo Raisi (ma non risulta in nessun documento dei servizi, anche di quelli della Mitrokhin sempre citatissimi) nel 1980 faceva ancora base a Parigi nonostante fosse ricercato dalle autorità francesi per tre omicidi.

Raisi, come gli altri sherpa della pista palestinese, Pellizzaro, Paradisi & company (e ovviamente il loro mentore nemmeno tanto occulto), devono decidere una volta per tutte quale tesi sostenere – se ne hanno veramente una certa in testa – e smetterla con questa tecnica dell’aggiustamento progressivo della loro versione che introduce sempre nuove varianti ad ogni smentita o difficoltà che sopravviene. D’altronde è proprio questa la caratteristica dei teoremi.

Non è certo possibile sostenere contemporaneamente due cose contraddittorie. E’ noto come non ci siano mai stati contatti tra i Comitati autonomi romani e il gruppo di Carlos. Anche solo lontanamente ipotizzarlo rasenta la bestemmia vista l’abissale distanza di cultura politica, dimensione mentale, matrici sociali e pratiche concrete. Insomma le due ipotesi non possono viaggiare insieme. Delle due l’una: o si ipotizza che Di Vittorio avesse contatti  con via dei Volsci, ma allora si deve abbandonare l’ipotesi di un legame con Carlos, o viceversa. Ma siccome la prima ipotesi è smentita, oggi da Pifano e all’epoca nei profili che apparvero sul Resto del Carlino e sull’Unità; e la seconda non è supportata da nulla; l’intero castello di sospetti si dissolve in una nuvola di chiacchiere avventate, qualcuno  ha detto di balle di sapone.

Il nuovo capro espiatorio
L’attenzione posta sulla figura di Di Vittorio presenta un risvolto davvero singolare che vale la pena sottolinerare: la  sorella Anna ad un certo punto decise di inviare una lettera di perdono e riconciliazione alla coppia Fioravanti-Mambro. Lettera che aiutò i due ad ottenere la liberazione condizionale e l’uscita dall’ergastolo sulla base di quei criteri premiali esercitati dai tribunali di sorveglianza ed oggi incentrati attorno alla figura della vittima ritenuta metro di giudizio assoluto. Questo comportamento, sfruttato inizialmente per ottenere il beneficio, è ora rovesciato contro la memoria della vittima quasi fosse l’indizio di un rimosso: la presenza di un immenso senso di colpa.

Chi era Di Vittorio ce lo dicono alcune testimonianze e profili tratteggiati sui quotidiani dell’epoca. E qui tocchiamo un secondo aspetto del castello di sospetti dalle fondamenta d’argilla inalzato da Raisi. Secondo il parlamentare, infatti, le informazioni riportate nella scheda su Di Vittorio presente sul sito dell’associazione familiari non sarebbero vere, al punto da chiedersi se non siano frutto di un depistaggio poiché – sostiene – da ricerche effettuate non risulta traccia in nessuno dei verbali degli atti ufficiali del quaderno-diario in cui il giovane raccontava le peripezie del suo viaggio verso Londra.

L’articolo del Resto del Carlino utilizzato per fare la scheda su Di Vittorio
Tuttavia i dubbi di Raisi appaiono infondati poiché i virgolettati del testo contestato sono stati ripresi quasi per intero da un articolo di Fabio Negro, scritto dopo la strage per il Resto del Carlino, che potete vedere qui sotto.

L’articolo del Resto del Carlino ripreso dalla scheda dell’associazione familiari vittime della strage di Bologna

Il testo apparteneva ad uno speciale del quotidiano bolognese, nel quale erano presenti schede biografiche di tutte le vittime della strage, preparato a supporto del “fondo di solidarietà” per le vittime lanciato dopo l’attentato.
Sull’’Unità del 15 agosto si raccontano altri dettagli sulla sua vita e i funerali celebrati a Roma nella cappella del Verano.

Per brevità riprendo un passaggio dell’articolo di Antonella Beccaria, apparso sul Fatto quotidiano edizione bolognese del 30 luglio 2012:

«Era partito per Londra il 28 luglio di quell’anno passando per Friburgo, dove si era separato da un amico scoperto a viaggiare senza biglietto. Giunto in Gran Bretagna, alla frontiera era stato respinto perché senza lavoro e dunque era tornato in Italia, passando per Bologna il mattino della strage e perdendo la vita.
In merito poi alla sua estrazione di sinistra, i giornali dell’epoca la confermano. Ma sono concordi nel dire che “da tempo faceva da capofamiglia. Qualche anno fa, infatti, era morto il padre e la madre e il fratello non ce la facevano a andare avanti con una piccola pensione. Il giovane così abbandonò gli studi e cominciò a lavorare un po’ dappertutto, anche lontano da Roma, ricordandosi sempre di mandare i soldi a casa”. Ai suoi funerali, oltre ai familiari, partecipò l’allora assessore alle politiche educative, Roberta Pinto, deputata fino al 1992 prima per il Pci e poi per il Pds. C’erano anche una ventina di giovani, “i compagni di Torpignattara”, come scrissero su uno dei cuscini di fiori appoggiati sulla bara di Di Vittorio, e un gruppo femminista che appose uno striscione di fronte alla cappella dentro cui si celebrarono le esequie».

Un’altra puntata
Infine nel corso del suo lungo sproloquio Enzo Raisi è riuscito ad evocare persino le Brigate rosse, che ormai sembrano diventate come il prezzemolo: stanno bene un po’ dapertutto insaporendo gli scenari. L’ex membro della Mitrokhin ha parlato degli spostamenti sull’asse Roma-Bologna-Verona per raggiungere i vertici della colonna veneta e Savasta. Cosa c’entrino le Brigate rosse con il lodo Moro, Raisi deve ancora riuscirlo a spiegare, visto che se in Italia ne abbiamo avuto cognizione è grazie al rapimento del presidente democristiano che ne parlò nelle sue lettere e nel memoriale durante la sua prigionia. Ma questo è un’altro capitolo che affronteremo in un’altra occasione.


COMUNICATO STAMPA DI DANIELE PIFANO

Ancora una volta l’onorevole Enzo Raisi, personaggio assai equivoco già membro della Commissione Mitrokhin ed attuale “responsabile immagine di FLI”, spara notizie sensazionali, di grande effetto mediatico…..ma di nessuna rispondenza reale!
Questa volta ha tirato fuori che una delle vittime della bomba alla stazione di Bologna, Mauro Di Vittorio faceva parte dell’Autonomia Operaia, quindi la stessa di Daniele Pifano, quello dei missili dei palestinesi, quindi possibile trasportatore della bomba assassina che avrebbe fatto esplodere per sbaglio o volontariamente. Peccato che né il sottoscritto né gli altri responsabili a suo tempo del Collettivo del Policlinico o dei Comitatio Autonomi Operai di via dei Volsci lo abbiano mai saputo o o abbiano mai avuto notizia dell’esistenza di un compagno dell’autonomia tra le vittime dell’orribile strage di Bologna!
Ancora una volta questa gente senza scrupoli usa le vittime di quella terribile strage fascista per tentare a tutti i costi di rifarsi una nuova verginità.
Per quanto mi riguarda ho dato mandato ai miei avvocati di sporgere denuncia contro quest’individuo pur sapendo che si farà scudo dell’immunità parlamentare per non rispondere di calunnie come questa!

Roma, 31 luglio 2012
Daniele Pifano

L’intervista a Daniele Pifano

Link
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Il paradigma vittimario
Stazione di Bologna, una strage di depistaggi

I nuovi figli di Pétain: le ordinanze razziste emanate dal governo francese contro i Rom

La circorale razzista diffusa
dal ministero degli Interni francese contro i Rom

Il testo della circolare del ministero degli Interni francese del 5 agosto 2010

Il testo è esplicito

«Il Presidente della Repubblica ha fissato degli obiettivi precisi, il 28 luglio scorso, per l’evacuazione degli accampamenti illegali: 300 accampamenti o istallazioni illecite dovranno essere state evacuate da qui a tre mesi, in priorità quelli dei Rom»

Pagina 2 della circolare razzista emanata il 5 agosto dal ministero degli Interni francese

«Sarà compito dei Prefetti di avviare, in ogni dipartimento, sulla base dello stato della situazione del 21 e 23 luglio, una operazione sistematica di smantellamento dei campi illegali, in priorità di quelli Rom. Ciò implica che per ciascuno dei siti individuati vanno determinate senza ritardo alcuno le misure giuridiche e operative necessarie al raggiungimento dell’obiettivo ricercato siti per sito».

Pagina 3 della circolare razzista del 5 agosto emessa dal ministero degli Interni francese

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Strage di Bologna, i palestinesi non c’entrano

Rettificato il grave errore presente nel libro, «Storia nera»

Andrea Colombo
il manifesto
16 luglio 2009

Mi è stato solo di recente segnalata la presenza di un errore piuttosto serio nel mio libro sulla strage di Bologna, Storia nera, uscito ormai due anni fa per Cairo editore. Essendo l’errore in questione foriero di gravi equivoci, ho chiesto ospitalità al manifesto per porvi un sia pur tardivo rimedio.
Nel libro avevo scritto che Abu Saleh, il militante palestinese in carcere dal ’79 in seguito all’individuazione di un lanciamissili trasportato, per conto dei palestinesi, da tre militanti romani del Collettivo di via dei Volsci, era stato scarcerato a metà dell’agosto 1980. L’informazione è certamente errata. Secondo la commissione Mitrokhin, Saleh fu scarcerato sì a metà del mese di agosto, ma del 1981. Le carte processuali parlano invece del 1982. Interpellati, i commissari della Mitrokhin spiegano che in effetti Saleh rimase tecnicamente in carcere fino all’82, ma sostengono che già dall’anno precedente il palestinese si trovava agli arresti domiciliari. I suoi coimputati italiani smentiscono e affermano che Saleh è rimasto in carcere sino al momento della definitiva liberazione.
In ogni caso è certo che Saleh non fu liberato il 14 agosto 1980, cioè meno di due settimane dopo la strage alla stazione di Bologna. Può sembrare un particolare: non lo è. L’ipotesi secondo cui l’arresto di Abu Saleh sarebbe legato alla strage di Bologna parte infatti dal patto segreto stretto tra le organizzazioni palestinesi e Aldo Moro, per il tramite del colonnello dei servizi segreti Stefano Giovannone, in base al quale i palestinesi potevano trasportare liberamente materiale bellico sul territorio italiano purché non lo adoperassero in Italia. L’arresto di Abu Saleh (e il sequestro del lanciamissili) costituivano una violazione di quel patto, e infatti il leader dell’Fplp George Habbash protestò vigorosamente, quasi minacciosamente, con il governo italiano invocando il rispetto degli accordi e reclamando sia la restituzione del lanciamissili che la liberazione di Abu Saleh. È ovvio che, in questo quadro, la liberazione del palestinese solo pochi giorni dopo la strage avrebbe costituito, pur senza alcun valore probatorio, un elemento a sostegno della cosiddetta pista palestinese. Di qui, anche a distanza di due anni, la necessità di correggere pubblicamente l’errore.
Approfitto però dell’occasione per fornire un chiarimento che mi pare necessario. «Storia nera», così come i molti articoli «innocentisti» scritti da me e da altri sul «manifesto» nel corso di circa quindici anni, non si proponeva di individuare i colpevoli della strage, ma solo di indicare chi colpevole non è, pur essendo per quella strage stato condannato. Mi sono pertanto limitato a elencare, nell’ultimo capitolo del libro, tutte le ipotesi che in questi decenni sono state avanzate, inclusa la «pista Saleh», senza minimamente prendere posizione a favore dell’una o dell’altra. In questo contesto, non parlare della succitata ipotesi sarebbe stato impossibile. O gravemente reticente.

Link
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Strage di Bologna, l’ultimo depistaggio

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Parla Thomas Kram, indagato in Germania per le “Cellule rivoluzionarie”, sospettato dalla commissione Mitrokhin perché era Bologna il 2 agosto 1980: “Ecco perché non posso aver messo io la bomba”

Guido Ambrosino
il manifesto 1 agosto 2007

Berlino – “Devo deludere i segugi della commissione Mitrokhin, che mi sospettano di aver messo, per conto dei palestinesi, la bomba alla stazione. Ero a Bologna, ma questo è tutto. Quando mi diressi verso la stazione per prendere un treno per Firenze, il piazzale era già invaso dai mezzi di soccorso. Ricordo lo sgomento della gente, l’urlo delle sirene”. È Thomas Kram a parlare, per la prima volta con un giornalista da quando, nel dicembre 2006, si è consegnato alla magistratura tedesca.
Si era sottratto all’arresto per 19 anni. Lo cercavano dal 1987 per partecipazione alle Revolutionäre Zellen (Rz), che praticarono negli anni ’70 e ’80 una guerriglia fatta di sabotaggi e danneggiamenti incruenti, con tre sciagurate eccezioni: tre uomini colpiti alle gambe. Uno di loro, Karry, ministro dell’economia in Assia, morì dissanguato. Prescritto il primo mandato di cattura, nel 2000 ne arrivò un secondo, per un ruolo “dirigente” nelle Rz, senza addebiti specifici.
Kram è a Berlino, in libertà provvisoria. A luglio la procura federale ha chiesto il rinvio a giudizio. Un “testimone della corona”, che ammette di non conoscerlo, ne avrebbe sentito parlare come autore di documenti politici delle Rz. Kram, in attesa del processo, non si pronuncia sulla sua appartenenza alle Cellule rivoluzionarie. Vuole però dire la sua su Bologna.

Il polverone Mitrokhin
“Ho scoperto su internet che la bomba potrei averla messa io. Un’assurdità, sostenuta addirittura da una commissione d’inchiesta del parlamento italiano, o meglio dalla sua maggioranza di centrodestra, nel dicembre 2004. Deputati di An, e altri critici delle sentenze che hanno condannato per quella strage i neofascisti Fioravanti e Mambro, rimproverano agli inquirenti di non aver indagato sulla mia presenza a Bologna”. Per Kram è una polemica pretestuosa: “Non sono io il mistero da svelare. Non lo credono nemmeno i commissari di minoranza della Mitrokhin. Viaggiavo con documenti autentici. La polizia italiana mi controllava. Sapeva in che albergo avevo dormito a Bologna. Il giorno prima mi aveva fermato a Chiasso. Come corriere per una bomba non ero proprio adatto”.
La commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin, si occupò nella scorsa legislatura delle attività del Kgb in Italia, e di varie mitologie sul terrorismo. Nelle conclusioni di maggioranza c’è un capitolo su “Thomas Kram e la strage alla stazione di Bologna”.
Vi si ipotizza una “ritorsione” per l’arresto nel novembre 1979 di Abu Saleh, esponente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), in seguito al sequestro a Ortona di due missili terra-aria diretti in Libano. La rappresaglia sarebbe stata appaltata a Carlos. Possibili esecutori Thomas Kram e Christa Fröhlich.
Senonché Kram non è mai stato sospettato dalla magistratura tedesca di appartenere al gruppo Carlos. Fröhlich, indagata ma mai condannata per aver fatto parte di quel gruppo, a Bologna proprio non c’era. “Delle due l’una – obietta Kram: se mi si accusa di aver fatto parte delle Cellule rivoluzionarie, che hanno rifiutato il terrorismo indiscriminato, non mi si può sospettare di avere ucciso 85 persone a Bologna. Quella strage, quali ne siano gli autori, resta per me ‘fascista’, per il disprezzo della vita che esprime. Quella di cinque settimane dopo all’Oktoberfest di Monaco porta la stessa firma”.

Carte segrete
Già la premessa del teorema è illogica. Il Fplp, tanto più dopo l'”incidente” di Ortona, non aveva alcun interesse a una guerra aperta con l’Italia.
Né regge il “legame” tra Carlos e Kram. I mitrokhisti si appoggiano a un rapporto della Stasi, conosciuto tramite un resoconto della polizia francese, che descriverebbe Kram come membro del gruppo Carlos. E i servizi ungheresi segnalano un incontro a Budapest, il 27 ottobre 1980, tra Carlos, “Laszlo” (forse Kram) e “Heidi” (forse Fröhlich). Ma per gli ungheresi Kram non apparteneva al gruppo Carlos, a differenza di quanto invece affermano per Johannes Weinrich, Magdalena Kopp e Christa Fröhlich.
La Stasi può sbagliare. Sappiamo – da documenti delle Rz, resoconti di militanti, carte processuali – che all’inizio le Rz ebbero contatti con il Fplp e Carlos. Sappiamo però anche che dopo Entebbe, dove nel 1976 morirono tra i dirottatori di un aereo due militanti delle Rz, quei contatti si interruppero. Ne seguì nel 1977 una scissione. Gli “internazionalisti” attorno a Weinrich abbandonarono le Rz, per unirsi a Carlos.
Non si può escludere che ci siano stati ancora incontri, come quello di Budapest, registrato dagli ungheresi. È un peccato che non se ne trovi la trascrizione, perché ci si può incontrare anche per litigare.

Un viaggio in Italia

Agosto, tempo di vacanze. Kram voleva rivedere amici conosciuti a Perugia, dove aveva frequentato due corsi d’italiano, dal settembre al dicembre 1979, e dal gennaio al marzo 1980. “A Milano mi aveva invitato un’austriaca, che lì insegnava tedesco. Avrei pernottato da lei e il giorno dopo avrei proseguito per Firenze”.
“Arrivato a Chiasso il primo agosto ‘alle ore 12,08 legali’, come apprendo dalle note della polizia riportate dalla relazione di minoranza della Mitrokhin, mi fecero scendere dal treno. Dovevano avere avuto una segnalazione dalla Germania”. Sin dal novembre 1979, quando soggiornava a Perugia, Kram era sorvegliato in Italia su richiesta del Bundeskriminalamt, che lo sospettava di favoreggiamento delle Cellule rivoluzionarie.
“Mi trattenero per ore. Mi sequestrarono una lettera dell’amica, che spiega il motivo del viaggio. L’appuntamento con lei a Milano saltò. Non riusciì a rintracciarla. Ripresi il treno per Firenze, ma lì sarei arrivato troppo tardi per trovare un albergo. Decisi di fermarmi a Bologna”.
All’albergo Centrale, in via della Zecca 2, è registrato l’arrivo. Su una piantina di Bologna, Kram ricostruisce il percorso del giorno dopo: “Mi svegliai tardi, feci colazione in qualche caffè vicino Piazza Maggiore. Poi mi incamminai verso la stazione su una grande strada, forse via dell’Indipendenza. Le sirene tranciavano l’aria. Da lontano vidi sul piazzale della stazione il lampeggiare di ambulanze e mezzi dei pompieri. Si capiva che era successo qualcosa di grave”.
“Non mi avvicinai. Dopo l’esperienza del giorno prima a Chiasso non volevo incappare in nuovi controlli di polizia. Un taxi mi portò alla stazione delle autocorriere. A Firenze arrivai in pullman. Rimasi forse quattro, cinque giorni. Poi tornai in Germania”.

Sette mesi a Perugia
Nato a Berlino il 18 luglio 1948, Kram ha 59 anni. Alto, magro, capelli grigi e occhiali, potrebbe sembrare un insegnante. Non ha mai potuto esserlo. “Ho studiato pedagogia a Berlino, ma sono incappato nel Berufsverbot. Willy Brandt nel 1972 escluse dal pubblico impiego chi non desse garanzie di lealtà alla costituzione. Nel mio caso bastò un corteo ‘sedizioso’ contro la guerra in Vietnam, e il danneggiamento di un cartello stradale: avevo ribattezzato la Wittenbergplatz in ‘Sentiero Ho Chi Minh’. In Nordreno-Vestfalia mi accettarono per il tirocinio. Ma nemmeno lì fui assunto. Nel 1974 subentrai a Johannes Weinrich nella gestione della ‘Libreria politica’ a Bochum”. La colleganza libraria con Weinrich, che qualche anno dopo si unì a Carlos, alimentò poi i sospetti nei confronti di Kram.
Nel ’76 Kram fu incarcerato per una settimana per la diffusione di scritti che “incitavano alla violenza”. La libreria nel ’78 non poteva più pagargli uno stipendio. L’ufficio del lavoro gli finanziò un impiego in un centro della Gioventù cattolica, come educatore. Ma Kram continuava a sentirsi controllato dalla polizia e aveva voglia di cambiare aria. Disdisse la casa di Bochum, vendette l’auto, e con quei soldi si iscrisse al corso d’italiano a Perugia.
“Anche la polizia italiana mi teneva d’occhio. Perquisirono l’appartamento che dividevo con altri studenti. Mi ammonirono perché non avevo chiesto il permesso di soggiorno. Me lo concessero solo fino al marzo 1980, al termine dei corsi”. In primavera Kram torna in Germania, da amici a Duisburg. Da lì riparte per il breve viaggio che lo porterà anche a Bologna.

I fantasmi di Carlos
Su internet Kram si è imbattuto in due interviste rilasciate da Carlos. La prima, del 2000 a Il Messaggero, accenna a “un compagno” che, braccato dalla polizia, salta giù dal treno a Bologna pochi minuti prima che scoppiasse la bomba: “Ci chiedemmo se non fosse lui che doveva morire in quell’esplosione”.
Sull’argomento Carlos tornò nel 2005 sul Corriere della sera, che lo interpella sulla “pista” scovata dalla Mitrokhin. Si rifà a un “rapporto scritto”, ricevuto dopo la strage: “Il rapporto dice che un compagno tedesco era uscito dalla stazione pochi istanti prima dell’esplosione. Ho ricordato il suo nome leggendo il Corriere: Thomas Kram, era un insegnante comunista di Bochum, rifugiato a Perugia. Il giorno prima della strage era a Roma, pedinato da agenti segreti che lo seguirono anche sul treno per Bologna. Kram aveva solo un sacchetto di plastica con oggetti personali, ma se fosse morto nell’attentato sarebbe stato facile attribuirgli ogni colpa”. L’intervistatore insiste: “Kram era un suo uomo?”. Risposta: “Kram non è mai stato membro della nostra organizzazione”.
“L’unica cosa giusta che dice Carlos – commenta Kram – è che non ho mai fatto parte del suo gruppo, altrimenti non avrebbe avuto bisogno di resoconti di terza mano. Ricorda il mio nome leggendo i giornali. Non arrivai a Bologna ‘pochi minuti prima dell’esplosione’. Venivo da Milano e non avevo motivo di saltare dal treno in corsa. Avevo non so più se una borsa o una valigia, perquisita a Chiasso. Né potevo essere una vittima ‘predestinata’: nemmeno io sapevo, fino alla sera del primo agosto, che mi sarei fermato a Bologna, e non a Milano”.

Storie nere
La “nuova ipotesi” tedesco-palestinese viene riproposta nel libro di Andrea Colombo, Storia nera. Bologna, la verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Scrive Colombo, per molti anni redattore de il manifesto: “È necessario esaminarla in tutti i suoi dettagli non solo perché è la più recente tra le ‘piste alternative’, ma anche per il fatto che è forse l’unica che possa ancora essere approfondita”.
L’approfondimento di Colombo si riduce a un paio di forzature. Di Kram si dice che “la sua attività di terrorista” era stata segnalata sin dall’agosto 1977. Ribatte Kram: “Le segnalazioni si riferivano a sospetti di favoreggiamento. Il primo mandato di cattura per le Rz è del dicembre 1987”.
Scrive ancora Colombo: “Dopo 27 anni di latitanza Kram si è costituito nel dicembre 2006”. Replica Kram: “Se la latitanza fosse durata tanto, sarebbe iniziata nel dicembre 1979, quando ero a Perugia. Chi scrive nel 2007 vuole suggerire una mia fuga a ridosso della bomba di Bologna. Mi sono reso irreperibile sette anni dopo. È un errore che Colombo dovrebbe rettificare”.
Tra l’80 e l’87 Thomas Kram è stato sempre reperibile. A Duisburg ha lavorato dal febbraio 1981 al febbraio 1982 in uno studio legale. Poi, a Essen, ha frequentato un corso di informatica dal gennaio 1984 al giugno 1985. Nel 1986 gli fu offerto un lavoro in quel settore a Amburgo, e vi si traferì.

Christa Fröhlich
I detektiv della Mitrokhin sembrano credere che a Bologna ci fosse anche Christa Fröhlich. Fu fermata a Fiumicino il 18 giugno 1982, con 3,5 chili di esplosivo nella valigia. La stampa pubblicò la sua foto. Un cameriere dell’hotel Jolly vi ravvisò una “certa somiglianza” con una donna vista quasi due anni prima: parlava italiano con accento tedesco, il primo agosto si era fatta portare una valigia alla stazione, il 2 agosto telefonò per accertarsi che i suoi due figli non fossero sul treno investito dalla bomba, aveva lavorato come ballerina nei pressi di Bologna.
Christa Fröhlich ha ora 64 anni, insegna tedesco a Hannover. Confrontata con questa descrizione, non sa se ridere o piangere: “Non ero a Bologna. Non ho figli. Mai un ingaggio da ballerina. E nel 1980 non sapevo una parola di italiano”.
L’ha imparato dopo, in carcere, dove ha scontato fino al dicembre 1988 la pena per quel trasporto di esplosivo, senza rivelare a chi fosse destinato. Tornata a Hannover, sposò per procura un detenuto delle Brigate rosse. In Germania fu indagata per gli attentati in Francia del gruppo Carlos, ma l’inchiesta fu archiviata. La magistratura francese continuò a sospettarla per l’attentato del 22 aprile 1982 a Parigi, contro il settimanale Watan al Arabi. Nell’ottobre 1995 approfittò di una sua visita al marito per farla arrestare a Roma e estradare. In assenza di prove, la rilasciarono quattro anni dopo, termine massimo per la carcerazione preventiva.
I commissari di minoranza constatano che, già nell’ottobre 1982, gli accertamenti sul fantomatico avvistamento della Fröhlich a Bologna “ebbero esito negativo”. Perché riproporre quell’abbaglio come “nuova” pista?

Rogatoria internazionale
Neanche i parlamentari di An insistono più sulla ballerina-mamma-terrorista. Interpellano però il ministro della giustizia per sapere perché la procura di Bologna non ha ancora interrogato Kram. Abbiamo girato la domanda al sostituto procuratore Paolo Giovagnoli: “A febbraio, con una rogatoria internazionale, abbiamo chiesto alla procura federale di Karlsruhe di poter interrogare Thomas Kram. A fine giugno ho incontrato una collega tedesca per chiarire alcuni aspetti organizzativi. Ci sono molte carte da tradurre. Ci vorrà ancora qualche mese”. Kram non ha nulla in contrario a essere ascoltato su Bologna. Non servirà a spiegare cosa è successo alla stazione, ma forse a cestinare l’ultimo depistaggio.

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