La classe operaia va in paradiso, la vita politica e il tragitto intellettuale di Vincenzo Guagliardo

Vincenzo ha cessato di vivere dopo una lunga malattia nella serata di martedì 13 gennaio 2026

di Paolo Persichetti

Ho conosciuto Vincenzo Guagliardo all’interno del reparto semilibertà di Rebibbia nel giugno del 2008. Vincenzo e gli altri arrivarono la sera, rientrando in carcere da quella porzione di libertà controllata che ritmava le giornate del semilibero. Eravamo sei detenuti politici, tutti provenienti da quella che era stata la traiettoria delle Brigate rosse romane con le loro divisioni. Vincenzo erano l’unico che veniva dalle colonne operaie del Nord. Con noi c’era anche un detenuto di destra, malandato: deambulava a fatica per i postumi di una ischemia cerebrale. In quello stato avrebbe dovuto esser fuori da tempo. Lo avevano arrestato trentuno anni prima, quando io ero solo un quindicenne. Anche se in pessime condizioni lo riconobbi subito perché, molte vite prima, nel 1989, eravamo rinchiusi nella stessa sezione speciale G12 di Rebibbia. Allora era grasso e con fatica riusciva ad entrare in cella, ricordo che per farlo doveva girarsi di lato. Era un gourmand, parlava sempre di piatti da cucinare, lo faceva a voce alta, alternando grasse risate, con un altro detenuto di destra come lui. Convivevamo nella stesso reparto ma separati dai divieti di incontro.
Una mattina la direttrice della semilibertà convocò cinque di noi e il detenuto di destra. Io fui risparmiato, forse perché appena arrivato. Con toni affabili e gradevoli, come se nulla fosse rimproverò quel gruppo di pluriergastolani schierati davanti a lei, i più con una ultratrentennale permanenza nelle carceri, come fossero dei semplici scolaretti perché le loro celle erano troppo sporche: prima di uscire o al rientro avrebbero dovuto occuparsi della loro pulizia. Per tirarsi fuori dall’imbarazzante situazione uno di loro improvvisò una battuta geniale di cui ridemmo per giorni: «vede dottoressa, lei ha ragione, ma deve capire che noi abbiamo la coscienza sporca».
Ricordo questo episodio perché rende la situazione di quel periodo e i tanti racconti del carcere che Vincenzo faceva, le mille situazioni, le impensabili convivenze, le mediazioni, le lotte e gli scontri ma sempre con una deontologia di fondo: la condizione comune di oppressione che imponeva di mettere da parte la differenze, la difesa del popolo rinchiuso, il rispetto di chi non rompeva il patto di solidarietà, quelli che nel gergo carcerario sono i «bravi ragazzi».
Con Vincenzo ci fu subito empatia, condivisione di pensiero, letture, concetti. La comune padronanza del francese e di autori che scrivevano in quella lingua ci avvicinò molto come la battaglia contro la cultura dell’emergenza, il populismo giustizialista, le legislazioni premiali, le derive vittimarie, l’abolizionismo penale, temi che aveva approfondito con ricchezza di pensiero nei suoi studi carcerari.

Una vita da migrante
Era nato nel 1948 a Bou Akour, nel nord della Tunisia, da una famiglia italiana emigrata dalla Sicilia alla fine dell’800, in quello che all’epoca era un protettorato francese. Il padre Salvatore era nato sul posto, la mamma veniva dall’isola. Il padre, fabbro-ferraio, costruiva mulini, ma una volta raggiunta l’indipendenza nazionale con Bourguiba, commercianti e proprietari agricoli stranieri iniziarono a lasciare il Paese, costringendo anche la famiglia Guagliardo, con molto meno lavoro, a partire.

L’arrivo nel campo profughi di Fuorigrotta
Era il 1962, arrivati a Napoli i Guagliardo furono rinchiusi in quarantena nel campo profughi di Fuorigrotta. Dopo un mese salirono sul primo treno per il nord, destinazione Torino. Mentre Salvatore trovò subito lavoro in Fiat, per Vincenzo e il fratellino non fu facile dimenticare il sole, le palme, i tramonti e i giochi di strada della Tunisia, dove avevano convissuto senza differenze con mussulmani, cristiani ed ebrei. Sconcertante fu per loro la scoperta del razzismo verso i meridionali.

La Fgci e i Quaderni rossi

Attraverso la lettura dei quotidiani, delle riviste politiche e dei volantini, Vincenzo apprese l’italiano e iniziò la sua formazione politica. Nel 1964 si iscrisse alla Federazione giovanile comunista ma fu subito attratto dai fondatori dei marxismo operaista che individuavano nella rivolta operaia di Piazza Statuto, del luglio 1962, l’emergenza di una nuova componente sociale meno malleabile e potenzialmente rivoluzionaria. Tumulti condannati invece dal Pci perché portatori di una carica eccessivamente antisistema, autonoma e non governabile dal partito. Per queste ragioni iniziò a frequentare la redazione dei Quaderni rossi dove conobbe Vittorio Rieser. Redarguito dai dirigenti del partito per questi contatti, sentendosi per giunta spiato nei suoi movimenti, abbandonò la Fgci per collaborare con l’archivio della rivista fondata da Panzieri e col giornale La voce operaia, che diffondeva anche fuori dalle officine. Un foglio che raccoglieva le denunce dei lavoratori della Fiat contro i ritmi di lavoro e il dispotismo di fabbrica.

Nella lista nera dei sovversivi

Dopo aver lavorato in alcuni cantieri edìli, entrò in prova alla Fiat ma non fu assunto (nonostante avesse mantenuto un profilo anonimo). La più grande azienda automobilistica italiana aveva messo a punto da tempo, con la complicità della questura e di personale di polizia e carabinieri, un efficiente sistema di spionaggio delle maestranze, con schedature di massa delle opinioni politiche, dei comportamenti e orientamenti sessuali e religiosi. Un sistema di controllo politico e dispotico dell’ambiente di lavoro che venne alla luce quasi casualmente nell’agosto 1971, grazie ad una improvvisa perquisizione fatta dal pretore Raffaele Guariniello che portò alla scoperta di 350 mila schede.

L’assemblea studenti-operai di Torino

Vincenzo dovette rassegnarsi a trovare lavori come fresatore in piccole fabbrichette dell’indotto da dove, per altro, venne licenziato per attività sindacale. Nel frattempo, siamo nel 1969, partecipa all’assemblea studenti-operai nella quale si tentava di saldare le diverse esperienze di lotta provenienti dalla contestazione del Sessantotto con le preesistenti mobilitazioni operaie.
L’assemblea stampava un volantino dal titolo Lotta continua, che raccoglieva le effervescenze politiche, culturali e di lotta del periodo ma l’arrivo di una componente studentesca pisana, guidata da Sofri, mutò gli equilibri all’interno del gruppo. «Noi operai – raccontava Vincenzo – ad una certa ora dovevamo andare a dormire perché avevamo il turno di lavoro la mattina presto, così gli altri prendevano il sopravvento e noi il giorno dopo ci trovavamo davanti a decisioni e linee politiche che non avevamo condiviso». Vincenzo non sentiva il bisogno di questi «intellettuali organici»: la classe operaia poteva pensare da sola, per questo abbandona l’assemblea dal cui foglio prenderà nome un importante movimento politico.

Piazza Fontana, la scelta delle armi e le lotte alla Magneti Marelli
C’è un forte orgoglio operaio nel tragitto politico-intellettuale di Vincenzo Guagliardo che segna la formazione di settori di ceto operaio indipendenti dalle organizzazioni storiche e che daranno vita alle esperienze dei gruppi rivoluzionari armati nelle maggiori fabbriche del Nord. La strage di piazza Fontana fu per Vincenzo, come per molti altri della sua generazione, il detonatore di una presa di coscienza sui livelli dello scontro ai quali bisognava adeguarsi per non soccombere. Una svolta politica ed esistenziale che lo spinsero a cercare le Brigate rosse e avviare i primi contatti che permisero, nel 1972, di mettere le basi della colonna torinese. Vincenzo partecipò al radicamento di questo primo nucleo finché nel 1974 si trasferì a Milano, dove sperava di trovare una maggiore agibilità politica e lavorativa, a Torino ormai impossibile. Entrò alla Magneti Marelli dove sarà uno dei quadri operai di fabbrica protagonisti di una delle più importanti stagioni di lotta: durante un corteo interno scoprì l’archivio con le schedature segrete delle maestranze. Una parte finirà nelle mani delle Br mentre il resto verrà bruciato sul piazzale della fabbrica. Nel 1976, dopo l’evasione di Curcio e la ristrutturazione della colonna milanese, per Vincenzo arrivò il momento del passaggio alla clandestinità, ma per una beffa della storia venne arrestato proprio quel giorno insieme ad Angelo Basone, operaio del reparto presse di Mirafiori con la tessera del Pci in tasca.

Nel processo al nucleo storico
Nonostante fosse stato arrestato con l’accusa di appartenere alla colonna milanese finì per essere giudicato a Torino, nel processo al cosiddetto «nucleo storico». Si trattò di un golpe giudiziario organizzato dal generale Dalla Chiesa con l’appoggio del procuratore generale torinese, Carlo Reviglio Della Veneria, che espropriò l’indagine sul reato associativo alla competenza territoriale della città dove avevano avuto origine le Brigate rosse, ovvero Milano, per migrarla nella capoluogo sabaudo e destituirla dalla mani del giudice istruttore Ciro De Vincenzo, restio di fronte alle pressioni di Dalla Chiesa.
Nel corso delle udienze Guagliardo ebbe un certo peso nella redazione del comunicato numero 13 del 4 aprile 1978. Nel testo il collettivo dei prigionieri era sembrato voler avviare una riflessione sugli aspetti più controversi della strategia del “processo guerriglia” e del “processo del popolo”: «Processi e carceri del popolo – scrivevano – sono per i comunisti espressioni improprie che vengono prese dal vostro vocabolario, solo per arrivare a dimostrare l’abisso che nei princìpi separa il proletariato dalla borghesia nella sua pratica di lotta. Il processo, per noi, non è un “atto di giustizia”, ma di lotta tra gli interessi antagonistici del proletariato e della borghesia, il momento in cui questa lotta assume la forma del confronto più generale davanti al popolo». Parole che mostravano di percepire il rischio di una incombente omologia con gli strumenti e le terminologie di uno Stato («prigione», «tribunale», «sentenza», «condanna a morte») che aborrivano e combattevano. Una riflessione di cui si perse traccia in seguito ma che fu centrale nella successiva riflessione teorica di Guagliardo (Cfr. Di sconfitta in sconfitta, Colibrì 2012).

La colonna genovese, veneta e l’arresto del dicembre 1980
Scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare, Guagliardo evade dal controllo obbligato e viene inviato a Genova per rafforzare gli effettivi della colonna locale. Qui è coinvolto nell’attentato al sindacalista del Pci, Guido Rossa, che aveva denunciato un suo collega operaio all’Italsider di Cornigliano, Francesco Berardi, perché distribuiva opuscoli brigatisti. Lasciata Genova, con Nadia Ponti, esponente storica della colonna torinese, con cui si unirà in un legame affettivo mai dissolto e sul quale scriverà un libro (Il Me TE imprigionato, storia di un amore carcerato), ricostruirà la colonna veneta dalle ceneri della sua prima esperienza devastata dalle delazioni del confidente del Sid, Leonio Bozzato, un operaio che lavorava a Porto Marghera. In questa fase prese parte alla burrascosa Direzione strategica del settembre 1980 a Tor San Lorenzo, nella quale gli esponenti della colonna milanese Walter Alasia si separarono dalla organizzazione. Guagliardo fu l’estensore del capitolo sulle fabbriche che raccoglieva le critiche politiche dei milanesi, i quali nonostante le loro istanze fossero state accolte ruppero comunque col resto delle colonne. Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti torneranno a Torino nel dicembre 1980 per rimettere in piedi la colonna distrutta dalle dichiarazioni del pentito Patrizio Peci, ma ad attenderli all’appuntamento esca con un operaio-spia troveranno l’antiterrorismo. Nel febbraio del 1983, insieme a Nadia Ponti dichiarò conclusa la sua militanza all’interno delle Brigate rosse.

Anni di riflessione e scrittura
Iniziarono in carcere lunghi anni di ricerca e studio, Michael Foucault, René Girard, gli abolizionisti, approfondendo la critica delle istituzioni totali, del vittimismo, l’ossessione identitaria, il paradigma del capro espiatorio con il suo corollario di pentimenti e dissociazioni, la filosofia penale, il razzismo istituzionale incarnato dalle ripetute legislazioni antimmigrati, una nuova forma di capitalismo distruttivo che percepisce le forze produttive non più come un’occasione di sfruttamento ma come un esubero, sono alcune delle piste che accompagnano la sua riflessione a partire dal nodo della sconfitta della lotta armata, letta come un’opportunità, non un fatto negativo che inibisce ogni possibilità bensì «una caratteristica necessaria del mutamento per chi non sia soddisfatto dell’esistente».
Trascrivere i libri su dispositivi per i ciechi divenne anche il suo lavoro e quello di Nadia molti anni dopo, quando ottennero il lavoro esterno. Quasi quattromila volumi trasposti per l’Istituto per ciechi di Bologna. Se i non vendenti italiani oggi possono leggere i grandi classici della letteratura, saggi di storia, politica, scienza, libri di teatro, lo devono a Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti.
Il 26 aprile 2011, dopo 33 anni trascorsi in carcere ottenne insieme a Nadia la libertà condizionale, anche qui dopo aver combattuto una strenua lotta contro la logica premiale che presiedeva la richiesta degli uffici di sorveglianza di redigere, come requisito per l’accesso alla liberazione condizionale, delle lettere di perdono indirizzate ai familiari delle vittime. Un atteggiamento dettato dal rifiuto di qualsiasi ricompensa e perché il faccia a faccia non apparisse «merce strumentale a interessi individuali, simulazione e perciò ulteriore offesa».

Un pensiero scomodo quello di Vincenzo Guagliardo, a volte spiazzante, pieno di interrogativi presente in libri come Dei dolori e delle pene, saggio abolizionista sulla obiezione di coscienza, Resistenza e suicidio, Il vecchio che non muore, Di sconfitta in sconfitta (usciti per le edizioni Colibrì o Sensibili alle foglie).
Buon viaggio Vincenzo, sei stato un maestro.

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Giorgio Amendola, il dirigente del Pci che detestava la classe operaia


Paolo Persichetti, l’Unità 21 giugno 2023

Nel 1968 Giorgio Amendola pubblicò un audace volumetto dal titolo, La classe operaia italiana, nel quale il leader storico dell’ala destra del Pci azzardava una singolare analisi del ceto operaio criticando la linea del suo partito e del sindacato, accusata di privilegiare quella minoranza di classe operaia che lavorava nelle grandi fabbriche, dimenticando il grosso dei lavoratori impiegati nella piccola e media impresa. Secondo Amendola occorreva ribaltare tutta la linea allora prevalente nei tre grandi sindacati italiani e anche nei partiti della sinistra. Singolare posizione che sembrava non riuscire a cogliere le dinamiche politiche del conflitto sociale. Furono proprio le lotte condotte nei grandi aggregati industriali a strappare alcune decisive conquiste, all’interno del contratto nazionale, di cui beneficiò soprattutto chi lavorava nelle piccole e medie imprese prive della forza contrattuale e politica delle grandi fabbriche. Conquiste, non solo salariali ma soprattutto contrattuali, capaci di intervenire sui ritmi, gli organici, gli straordinari, i lavori nocivi, la mensa, le 150 ore, gli aumenti uguali per tutti.

L’egualitarismo
C’è un aspetto che mandava Amendola su tutte le furie, ma non solo, perché si trattava di una cultura consolidata nel sindacato degli anni 50 e 60 e nei dirigenti del Pci, ovvero l’egualitarismo. Una rivendicazione che spiazzava le gerarchie sindacali ma soprattutto scardinava il sistema disciplinare della fabbrica, strumento di potere di “capi” e “capetti” con il loro sistema di premi, ricatti, compensi e punizioni. Rivendicazione politica innanzitutto, strumento di libertà dentro le officine. Dove nasceva l’ostilità storica di Amendola verso il protagonismo dei ceti operai? Probabilmente dalla sua originaria formazione culturale, dalle origini alto borghesi, da una visione elitaria della politica che attribuiva al partito comunista una funzione pedagogica delle masse, che andavano guidate, dotate di una rigida morale da perseguire, gerarchizzate. Per Amendola il partito comunista doveva portare a termine quella rivoluzione borghese che il partito liberale del padre non era stato in grado di compiere.
La sua classe operaia ideale era fatta di uomini pronti ad accettare l’egemonia e la tutela del partito, disposti a riconoscere la funzione maieutica a quei capi capaci di trasformarli da plebe in operai consapevoli. Ubbidienti e pronti e stringere la cintola per fare i sacrifici necessari al paese al posto di quella borghesia inesistente (sic!) e dimostrarsi così classe nazionale, ceto di governo.

La rude razza pagana
Quando sul finire degli anni sessanta una «rude razza pagana» rifiutò questi vecchi schemi e ruppe con la cultura delle commissioni interne imponendo i delegati “senza tessera”, esprimendo un altissimo grado di autonomia politica, Amendola intravide in questo protagonismo operaio, espressione per altro di una mutata sociologia di classe e di una nuova forma di capitalismo, un nemico insidioso da contrastare, da domare in tutte le forme e maniere.
L’ex segretario della Fiom e poi della Cgil Bruno Trentin, in una conversazione con Vittorio Foa e Andrea Ranieri (La libertà e il lavoro, volume curato da Michele Magno), spiegò il lungo dissenso che lo oppose ad Amendola. Quando vennero gli anni in cui si cominciava a discutere delle trasformazioni del capitalismo – racconta Trentin – Amendola «era su una linea pauperistica, di un Gramsci assolutamente mal letto». Per Amendola era la classe operaia che doveva fare la rivoluzione borghese, «perché c’è una società senza borghesia o con una borghesia stracciona che non è in grado di fare niente». Una linea – continua Trentin – a cui sfuggivano le trasformazioni reali del nostro capitalismo». Lui arrivò a ridicolizzare su Rinascita – prosegue sempre Trentin – «la mia proposta di organizzare i disoccupati nelle lotte per il lavoro, e quasi a criminalizzare certe posizioni del sindacato nei confronti dei quadri. Noi ponevamo il problema della loro conquista politica, e lui sosteneva che erano un ceto a sé. Beh, la mia convinzione è che lui era un liberale ma non un democratico. All’interno del partito, e nella sua concezione generale del rapporto tra democrazia e sviluppo economico. Il dissenso con lui si sviluppò su molti terreni. Lui era convinto che l’unità sindacale riguardasse solo la Uil e non la Cisl, che considerava un nemico. La possibilità di dialogo con i cattolici era un problema di rapporto con le gerarchie religiose, non con un sindacato. Rimase su questo coerente fino in fondo; non capiva quella realtà complessa che era la Cisl. In una riunione di partito a Frattocchie, si schierò insieme a Novella contro i consigli dei delegati irridendo a questa esperienza. Diceva che avremmo fatto un centinaio di consigli contro migliaia di commissioni interne: successe esattamente l’opposto. Ma l’attacco fu molto aspro perché fare eleggere dei delegati su scheda bianca, voleva dire, a suo parere, delegittimare il partito e la sua possibilità di presenza nei luoghi di lavoro».

Manifesto antioperaio
Dopo la sconfitta dell’esperienza del compromesso storico e la prima flessione elettorale del Pci del giugno 1979, invece di ragionare sulla posizione suicidaria tenuta dal gruppo dirigente durante il sequestro Moro, temendo un ritorno all’opposizione del partito Amendola puntò il dito contro una linea – a suo dire – troppo morbida tenuta nelle fabbriche verso l’irruenza operaia, le «rivendicazioni di democrazia diretta», le pratiche di lotta non ortodosse, il contrasto troppo debole verso la violenza operaia, il proliferare di un rivendicazionismo corporativo e contraddittorio. Rimproverava al Pci «di non avere criticato apertamente, fin dal primo momento» l’estremismo in fabbrica, «per una accettazione supina dell’autonomia sindacale e per non estraniarsi dai cosiddetti movimenti, abdicando alla funzione che è propria del Pci di diventare forza egemone della classe operaia italiana e del popolo».
Dopo il licenziamento dei sessantuno delegati di Fiat Mirafiori, accusati di violenza in fabbrica, esperimento pilota che aprì la strada l’anno successivo al licenziamento di massa di 23 mila operai, in un articolo apparso su Rinascita del 7 novembre 1979, considerato a giusto titolo il suo testamento politico e ritenuto, non ha torto, dai suoi critici un manifesto del termidoro antioperaio, Amendola mise all’indice la cultura neomarxista sorta all’inizio degli anni sessanta. Una requisitoria contro i Quaderni rossi («che restringevano all’interno della fabbrica lo scontro di classe e considerava come democraticismo ogni tentativo di allargamento del fronte con le riforme di struttura»), i Quaderni piacentini e Potere operaio, responsabili dei «tentativi di elaborazione teorica che formarono il terreno di coltura dell’estremismo, nell’incontro con l’estremismo di origine cattolica, allevato nel laboratorio della facoltà di sociologia dell’università di Trento», esperienze che avrebbero portato «alla cosiddetta “autonomia” ed infine al terrorismo». Fenomeni che il Pci non avrebbe contrasto a sufficienza, nonostante il rastrellamento del 7 aprile precedente, le carceri speciali, l’uso degli infiltrati del Pci concordato con il generale Dalla Chiesa. Un’accusa infondata alla luce di quanto poi i lavori storici hanno dimostrato ma soprattutto la prova di una cultura politica timorosa della partecipazione dal basso.
Una cosa è sicura, non sarà certo inseguendo l’insegnamento di Amendola che si potranno fondare le basi di una nuova sinistra.

Steve Wright, per una storia dell’operaismo

Recensioni – Dobbiamo a Steve Wright, noto studioso australiano dei movimenti della seconda metà del Novecento, questo volume che disegna la parabola di Classe Operaia. L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo (postfazione di Riccardo Bellofiore e Massimiliano Tomba, Edizioni Alegre, Roma 2008, pp. 334, euro 20) (1964-67), Potere Operaio (1969-73) e dell’Autonomia operaia (1973-79

Ferruccio Gambino
Liberazione
17 ottobre 2008


Alla prima edizione inglese del 2002 è seguita l’edizione tedesca del 2005 e adesso quella italiana, nella traduzione di Willer Montefusco, grazie al rinnovato interesse per l’operaismo, come osservano Bellofiore e Tomba nella loro postfazione. Steve Wright ricostruisce questa vicenda che troppo a lungo era rimasta affidata alle arringhe di vari magistrati, a parte il notevole contributo di Franco Berardi (La nefasta utopia di Potere Operaio, Castelvecchi, 2003) e ci offre un’interpretazione documentata e originale del dibattito che ha segnato l’operaismo negli anni ’60 e ’70.
Quando si dice operaismo, occorre chiarire. In Italia di operaismi ne sono comparsi almeno tre: prima è venuto l’operaismo di chi si batteva contro questo lavoro e contro l’insensatezza di questo sistema di accumulazione; poi l’operaismo di quanti cercavano di introdurre nuove tematiche operaie nelle istituzioni del movimento operaio; infine l’operaismo di coloro che, reclutando una base militare nelle fabbriche, intendevano costruire un partito armato di ispirazione bolscevica. Chiamo il primo, operaismo anti-accumulativo; il secondo, operaismo istituzionale, il terzo, operaismo reclutativo.
In questo volume, Steve Wright si occupa del primo dei tre operaismi, di gran lunga il più originale. L’autore dedica i due capitoli iniziali alle difficili condizioni in cui quella sinistra che era ai margini del Pci e del Psi andava cercando la strada per uscire dalle strettoie degli anni Cinquanta, quando campeggiavano le grottesche contrapposizioni dei due blocchi nella Guerra fredda. La figura centrale di quella ricerca fu Raniero Panzieri. Il suo programma, «restituire il marxismo al suo naturale terreno che è il terreno della critica permanente», trovava attenzione perlopiù tra una minoranza di giovani intellettuali che gravitavano attorno ai due partiti di sinistra o che avevano sperimentato strategie di non-violenza, ad esempio Goffredo Fofi, Mauro Gobbini, Giovanni Mottura. Come aveva visto Franco Fortini, ben poche forze politiche sembravano disponibili a mettersi in gioco contro l’irreggimentazione con la quale si trasferivano dalle campagne all’industria in Italia e all’estero milioni di individui alla ricerca di un salario, in un processo che i padroni del vapore e il partito della Democrazia cristiana promuovevano sovente con modalità di compromesso tra dormitorio e caserma. Delle dure condizioni in cui questi migranti interni lavoravano nell’industria si conosceva ben poco e quel poco non era argomento da menzionare nell’arena politica.


Con Quaderni Rossi, la rivista diretta da Panzieri, l’incantesimo si ruppe. I tempi e i modi dello sfruttamento industriale entravano finalmente nel dibattito pubblico: a cominciare dalla condizione operaia nella città-fabbrica di Torino. Wright rintraccia giustamente nella categoria di “composizione di classe” il filo rosso dell’esperienza dell’operaismo dei Quaderni Rossi e poi del gruppo che se ne distacca per fondare nel 1964 la rivista Classe Operaia. L’autore non segue il percorso dei Quaderni Rossi dopo tale scissione, ma occorre ricordare che il lavoro della rivista diretta da Vittorio Rieser avrebbe continuato a fornire elementi indispensabili di conoscenza ai giovani militanti che affrontavano l’intervento nelle fabbriche alla fine degli anni Sessanta.
Classe Operaia
era un esperimento che cominciava negando alla classe operaia in Italia il carattere di «compatta massa sociale». Semmai, l’omogeneità «è un obiettivo per cui lottare», ma soltanto a patto di prendere posizione nel conflitto e rilevare dall’interno «l’estrema differenziazione fra i livelli dello sfruttamento capitalistico nelle varie zone, settori, aziende», come scriveva Romano Alquati nel 1965. Wright pone in primo piano il contributo di Mario Tronti, direttore di Classe Operaia, secondo il quale il Marx ossificato dagli economisti dello sviluppo e scienziato dei movimenti del capitale ha troppo a lungo occultato il Marx della rivoluzione contro il capitale e del primato dell’iniziativa di parte operaia. Abbandonate le vecchie certezze dei partiti di sinistra, la navigazione diventava incerta. Nella fase dei Quaderni Rossi avevano soccorso gli scritti di alcuni sociologi industriali statunitensi che non erano allineati con la sociologia dominante, Alvin Gouldner in particolare; ma per il resto era necessario, volenti o nolenti, camminare su terreno inesplorato, mostrando, ad esempio, che la proletarizzazione in Italia era parte di una tendenza  mondiale e che in tale processo era già avvenuta qualche grande rottura della pretesa armonia socialista, come nell’Insurrezione ungherese del 1956. Per quante forze si riuscisse a mettere in campo in Italia contro l’asserita inesorabilità della marcia capitalistica, c’era chi in Classe Operaia si rendeva conto che i partiti di sinistra risultavano arnesi spuntati e che occorreva cercare anche in altri paesi esperienze di lotta contro lo stato delle cose.


La chiusura dell’esperimento di Classe Operaia, chiusura decisa dalla direzione che poi sarebbe rientrata nel Pci, lasciava perplessi parecchi militanti. Dopo un lungo 1967, finalmente il ’68  internazionale e il ’69 italiano confermavano che si poteva fare politica fuori dalle istituzioni del movimento operaio. Ancora oggi pochi rilevano tuttavia che queste insorgenze si manifestano quando la Rivolta afro-americana e operaia di Detroit dell’estate del 1967 è già stata repressa nel sangue dall’Ottantaduesima divisione aerotrasportata. Sarebbe il caso di rammentarlo almeno a coloro che cantano le meraviglie dei cosiddetti Trent’anni Gloriosi (1946-1975), quando, a  loro dire, la classe operaia se la spassava nello Stato del benessere. Wright riannoda i fili del dibattito legato agli eventi del 1968-69 con cui i resti di Classe Operaia che non rientrarono nei ranghi della sinistra costituirono il gruppo di Potere Operaio. Si trattava di militanti che maturarono questa decisione grazie soprattutto all’opera di orientamento e all’azione politica di Toni Negri e di altri attivisti quali Guido Bianchini e Luciano Ferrari Bravo, che si erano  raccolti attorno al periodico Potere Operaio veneto-emiliano nella fase di chiusura di Classe Operaia. Sul gruppo di Potere Operaio è scorso molto inchiostro, prevalentemente per mano sia dei pubblici ministeri dei processi intentati contro i militanti di Potere Operaio sia dei loro epigoni. Per contro, Wright riesce a calibrare il racconto e il giudizio mostrando le linee di convergenza e di collisione delle varie – e in alcuni casi eterogenee – componenti già attive che entrano in Potere Operaio.
Va aggiunto che quando esce il primo numero del periodico omonimo (settembre 1969), la situazione va chiudendosi a livello internazionale in Occidente, anche se meno pesantemente di quanto era avvenuto nelle repubbliche popolari con i carri armati sovietici a Praga (agosto 1968). Potere Operaio si trova stretto tra la repressione strisciante di suoi militanti in fabbrica e la legittimazione del sindacato da parte padronale e statale dopo l’approvazione dello Statuto dei lavoratori (1970). Analogamente a quanto era già successo altrove, l’esodo da Potere Operaio di un intero gruppo di femministe sposta altrove un dibattito che andava già evolvendo fuori dagli schemi tradizionali e che non manca di riverberarsi su quasi tutte le altre formazioni politiche. Quanto alle iniziative a proposito del Mezzogiorno, Potere Operaio si sottrae alla soluzione facile dell’organizzazione del malcontento e punta a formare quadri  capaci di sostenere lotte di lungo corso, per le quali tuttavia i partiti tradizionali sembrano ancora offrire più convincenti  garanzie contro l’isolamento. Lontana purtroppo dai riflettori mediatici ma insistente, anche se timida, rimane la battaglia ecologista che si situa sulla difensiva come lotta operaia contro la nocività industriale e la monetizzazione della salute.


A livello di politica generale, in quegli anni l’uso spregiudicato della Cassa integrazione guadagni, le ristrutturazioni industriali, la diffusione della piccola fabbrica per aggirare lo Statuto dei lavoratori e le scelte urbanistiche si allineavano alle scelte strategiche del capitale industriale che in altri paesi tendevano a rendere obsolete intere sezioni di combattiva classe operaia, come nella Ruhr o in Michigan. A questo proposito, l’antologia curata da Luciano Ferrari Bravo, Imperialismo e classe operaia multinazionale (Feltrinelli 1975) costituiva una notevole anticipazione nella comprensione delle tendenze globali. Le misure di dislocazione industriale e di relativi ammortizzatori sociali sembravano aver poco a che fare con la strategia della tensione e con lo stragismo di Stato (va ricordato, tra l’altro, il prezzo pesante in termini di repressione che nel dicembre del 1971 Potere Operaio pagò, da solo, per la prima manifestazione milanese di massa nell’anniversario della strage di Piazza Fontana). In realtà, in quegli anni era massiccia la combinazione di dosi di paura e di blandizie che le sfere dirigenti riuscivano a rovesciare sul campo dove si giocavano i rapporti di forza con le  “classi pericolose”, al punto che non si esitava ad allentare le cordicelle della spesa pubblica sino alla voragine del debito degli anni Ottanta. All’interno di Potere Operaio, come nota Wright, le divergenze decisive riguardarono allora il peso da attribuire alle mosse dell’avversario. E qui avvennero i primi abbandoni e, ancor più gravemente, si insinuò la tentazione bolscevica dei due momenti, di avanguardia e di massa. E’ forse in questa dissociazione, la quale, come osservò allora Mario Dalmaviva, non veniva legittimata dagli sfruttati, che si collocava la figura che avrebbe dovuto tenere insieme avanguardia e massa, quella dell’operaio sociale di Toni Negri (capitolo 7). Intanto avanzava tutt’altro operaismo, quello reclutativo, che, dando come ormai perso il “popolo teleguidato”, scopriva la fabbrica come  campo di selezione del partito armato.


Wright dedica i due capitoli finali alla storiografia dell’operaio massa e al collasso dell’operaismo. Nel primo, egli esamina i lavori di Sergio Bologna, Karl Heinz Roth e di altri e passa in rassegna i temi della rivista Primo Maggio. Nel secondo, sono presentate le alternative tra i propugnatori della guerra civile e i libertari che si scontrano nel settembre del 1977 a Bologna. I primi avranno la meglio all’interno di quanto rimane della sinistra extraparlamentare, mentre le minoritarie ragioni dell’operaismo vengono tenacemente difese dai Comitati autonomi operai di Roma. Poi, l’ondata di arresti abbattutasi il 7 aprile del 1979 e nei mesi successivi sui militanti di Potere Operaio semplifica, per così dire, il dibattito  ponendo ai militanti la vecchia domanda: “da che parte stai?”. Il dibattito operaista passerà attraverso il laminatoio della  galera e dell’esilio, manifestando così una sua singolare vocazione cosmopolitica. Per sua fortuna, e anche per merito di Steve Wright, esso è quasi sempre rimasto lontano dal libero mercato delle idee.