L’omaggio a Salvatore Ricciardi e l’occupazione poliziesca di san Lorenzo

Il saluto che compagni e amici romani hanno voluto donare ieri a Salvatore Ricciardi è terminato con 16 automezzi della polizia e dei carabinieri, tra cui 7 blindati, intervenuti per bloccare le vie di san Lorenzo, elicotteri che volteggiavano su via dei Volsci, una trentina di persone identificate e il quartiere alle finestre. Una signora con le buste della spesa in mano indignata per l’occupazione poliziesca se n’è andata esclamando: «manco le Brigate rosse». Salvatore Ricciardi si è fatto riconoscere. Immediatamente le cronache online di alcuni giornali e siti di informazione (?), ripresi stamani anche da quotidiani come Repubblica, Giornale e Messaggero, hanno diffuso una versione  dei fatti che definire fantasiosa è ancora poco, parlando di un corteo che per alcuni sarebbe partito dalla camera ardente del policlinico Umberto I, dove il corpo di Salvo è stato esposto per l’ultimo saluto di familiari ed amici, per poi dirigersi verso le strade di san Lorenzo fin sotto la sede di Radio Onda Rossa. Qui addirittura ci sarebbe stato un uso degli idranti per disperdere la folla in corteo… Nulla di tutto questo è avvenuto. Non sappiamo come si sia diffusa questa narrazione falsa della mattinata, forse si è trattato di un tentativo di giustificare ex-post l’imponente dispositivo di polizia mobilitato senza motivo sulla scia della circolare del ministero dell’Interno che ha lanciato allarmi contro possibili tensioni sociali e mobilitazioni delle «aree estremiste». Nel corso delle settimane, con un crescendo assai preoccupante, le forze dell’ordine hanno accentuato il loro margine di autonomia interpretativa delle misure restrittive previste nei decreti anticovid, accrescendo l’approccio repressivo rispetto all’iniziale atteggiamento dissuasivo, alimentando paure fantasmatiche per giustificare l’accrescimento del loro ruolo. L’azzeramento degli spazi sociali, la desertificazione urbana, la reclusione abitativa, l’annullamento della dialettica politica e sociale, hanno creato un vuoto che inevitabilmente viene occupato da altre forze. Bisognerà, appena le condizioni sanitarie lo permetteranno, tornare a riprendere le piazze, animare le strade e i marciapiedi, rioccupare la città, ridare vita ad una intensa dialettica sociale e politica.
In ogni caso, come mostrano le immagini diffuse, il saluto a Salvo si è tenuto in forma stanziale sotto la sede di Radio Onda Rossa, dove amici e compagni hanno atteso l’arrivo del feretro, rispettando i criteri sanitari richiesti in questi tempi di Covid: le persone avevano mascherine, molti i guanti, ed erano disposte a distanza di sicurezza tra loro con una densità di certo inferiore alle file che si sono viste in questi ultimi giorni davanti ai supermercati, assaltati per gli acquisti di Pasqua. Il saluto, emotivamente intenso, si è protratto per un quarto d’ora scarso e poi il feretro si è avviato girando per via degli Equi (nella foto qui sotto si intravede sulla sinistra). Un gruppo si è poi diretto verso le mura Aureliane (visibili sul fondo della foto) per realizzare la scritta “Ciao Salvo” (che potete vedere più in basso). Ed è a questo punto, quando la scritta era quasi terminata, che sono arrivati i mezzi di polizia a sirene spiegate bloccando tutte le vie di uscita, mentre personale di polizia e carabinieri in assetto antisommossa sono scesi accerchiando i presenti che assistevano alla trascrizione, così producendo il primo assembramento della giornata (Foto in basso). Anziché lasciare aperto un corridoio per permettere  alle persone di defluire e consentire loro di mantenere la distanza, le hanno strette pretendendo di identificarle, situazione che ha sucitato accese discussioni. Alla fine tutto si è concluso con l’identificazione di chi era rimasto nella rete mentre il quartiere è stato occupato per diverse ore dalle forze di polizia senza alcun motivo.
Siamo sicuri che Salvo si sarà divertito molto!

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“Salvo è vivo, i morti siete voi!”. Un commento a proposito del dispiegamento di polizia dopo il saluto a Salvatore Ricciardi

di Lai Yiu-fai

92817505_2637853416324757_1894055997438164992_oL’ottusità del potere è assai spesso fonte di tragedie. La frase “sarà una risata che vi seppellirà” del celebre manifesto con la foto di un ridente anarcosindacalista tratto in arresto è ahinoi una illusoria consolazione a fronte delle tante lacrime versate e dei patimenti subiti a seguito delle angherie repressive. Ci sono però occasioni in cui la stoltezza di chi ci governa si traduce in effetti ridicoli che riescono a strappare un sorriso. Non è molto, non li seppellirà, ma quantomeno può aiutarci ad affrontare momenti difficili e dolorosi. Così è stato per lo schieramento di forze di polizia che nella mattinata dell’11 aprile 2020 ha provato a impedire l’ultimo saluto a Salvatore Ricciardi nelle strade del quartiere di san Lorenzo a Roma: agenti in tenuta anti-sommossa, volanti, blindati e, come se non bastasse, elicotteri volteggianti in cielo. Qualcuno dei partecipanti alla adunata “sediziosa” è stato identificato – e questo non fa affatto ridere – ma l’ingente spiegamento di forze dell’ordine ha avuto nel suo complesso l’effetto opposto di quello ricercato dai suoi ideatori. Così facendo hanno mostrato quanto l’idea di libertà e insubordinazione al potere che Salvatore Ricciardi ha incarnato e promosso in vita continui a far paura anche da morto. Non c’era miglior omaggio che si potesse fargli, al punto da concedere spazio alla retorica con cui concludere: “Salvo è vivo, i morti siete voi!”

 

Sal

Il feretro parte. Il fotografo Tano D’Amico al lavoroTANO CIAO

Un piccolo gruppo assiste alla realizzazione della scritta «Ciao Salvo». Sullo sfondo di Porta Labicana un blindato manovra per chiudere la via
MURA AURELIANE

Plotoni di polizotti e carabinieri in assetto antisommossa si avvicinano da via dei Volsci
CARAMBA

Un altro mezzo blocca via Porta Labicana sull’altro lato
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Un elicottero delle Forze di polizia sorvola la zona
ELICOTTERO

Poliziotti in borghese vengono avanti
Digos

La scritta è finitaCiao Salvo

Il quartiere viene occupato dalla polizia
OCCUPAZIONE

Avere vent’anni nel luglio 60. Storia di Salvatore Ricciardi

Salvo bandieraSessant’anni di lotta politica e battaglie sociali, è stata questa la vita di Salvatore Ricciardi. Nato a Roma nel 1940, cresciuto nel quartiere di Porta san Paolo quando la città veniva bombardata dagli angloamericani, Salvatore appartiene a quella generazione che ha traversato per intero la storia del secondo Novecento italiano sapendo andare oltre, valicando il millennio.
Avere vent’anni nel luglio 60. Parte da questa data fatidica, gli scontri di Porta san Paolo del 6 luglio 1960, la traiettoria politica di Salvatore che lui stesso ha raccontato: «In quei giorni scoprimmo il sampietrino e la «breccola»… Scoprimmo una cosa ancora più importante: non eravamo soli. C’erano tanti gruppi di ragazzi nelle strade di Roma, che come noi avevano attraversato quel dopoguerra accumulando un malessere e una rabbia contro chi li condannava a una difficile esistenza. Come noi avevano quella sorta di ripulsa per la politica che sapeva troppo di schede elettorali, di “mozioni” e “ordini del giorno”, e sapeva poco di vita reale. Come noi avevano accumulato un’infinità di domande, ma, fin lì, nessuna risposta. Come noi volevano fare qualcosa» (leggi qui).
Lavoratore edile nei primi anni sessanta, dopo la prematura scomparsa del padre diventa ferroviere, attivista sindacale nella Cgil a cui segue l’ingresso nel Psiup (Partito socialista di unità proletaria, formazione che si collocava alla sinistra del Pci), sezione di Garbatella, quartiere popolare e proletario della Capitale, segue – a metà degli anni 60 – il lavoro politico nelle fabbriche di Pomezia, «un territorio – come si legge nella presentazione del suo blog (leggi qui) – che  rappresentava, nei voleri dei governi, il polo industriale di Roma e offriva notevoli facilitazioni agli imprenditori. Nel 1967 incontriamo davanti ai cancelli di queste fabbriche le compagne e i compagni del Potere Operaio di Pomezia (di cui si è persa memoria, eppure era frequentato da compagni/e molto capaci, in rapporto con Quaderni Rossi). Agli inizi dei movimenti del ’68 studentesco e operaio, proponiamo al Psiup di “sciogliersi nel movimento” per ridefinire le proposte politiche e anche gli assetti organizzativi; ritenevamo quel partito “vecchio” come gli altri e volevamo esplorare e moltiplicare i percorsi dell’autorganizzazione. Perdemmo il congresso provinciale su questa proposta (dicembre ’68), per pochissimi voti a causa dei “funzionari” che non volevano perdere il “posto di lavoro”. Usciamo dal Psiup e proponiamo alle assemblee del movimento di gettarsi nella costruzione degli organismi autorganizzati moltiplicando una tendenza che dilagava non solo in questo paese e di cui il Cub (Comitato unitario di base) dei lavoratori della Pirelli Bicocca era il punto di riferimento. La Fatme, la Sacet, la CocaCola, e tante altre realtà lavorative. Nel 1971 con altri ferrovieri diamo vita al Cub dei ferrovieri di Roma (leggi qui), che blocca il traffico ferroviario nei primi giorni di agosto 1971 e apre la sua sede nel quartiere di San Lorenzo (storico insediamento di ferrovieri) in Via dei Volsci 2-4. Che ospiterà, di lì a poco, gli aggregati di lavoratori che si muovono sul terreno dell’autorganizzazione, per primi l’assemblea lavoratori/trici del Policlinico e il Comitato politico Enel; poi, via via, tutti gli altri».
L’instancabile lavoro politico di Salvatore prosegue con la fondazione del Comitato politico ferrovieri (Cpf), «con un carattere più politico e più agile. Prendemmo la sede nel quartiere di San Lorenzo, in via di Porta Labicana 12, a pochi metri da quella che era stata la prima sede del Cub, in via dei Volsci».
Il Cpf fu parte integrante dell’Assemblea cittadina che si riuniva in via dei Volsci negli anni dal 1974 al 1976 e raccoglieva gran parte dei comitati politici territoriali romani, percorso che giunse a un bivio quando al suo interno alcune componenti decisero di entrare nel percorso di fondazione della colonna romana delle Brigate rosse. Convinto che bisognasse fare di più, che servisse un altro livello di scontro e di organizzazione per rispondere ai pesanti processi di ristrutturazione, nel 1977 anche Salvatore decise di entrare nelle Brigate rosse, nonostante avesse lasciato a casa una figlia piccola, un’esperienza vissuta intensamente, senza sconti. Diede vita alla Brigata ferrovieri (leggi qui), per poi dirigere alcune brigate territoriali, come quella di Primavalle, ed entrare nella Direzione di colonna, fino all’arresto del 20 maggio 80, in piazza Cesarini Sforza.
L’ingresso in carcere inizia con una evasione mancata per un soffio da Regina coeli e poi con la rivolta di Trani a fine dicembre 1980. Seguono anni di carcere speciale, il rifiuto della dissociazione, la patologia cardiaca che si palesa, la chiusura del ciclo politico della lotta armata. Nel 1990 comincia, insieme a Prospero Gallinari, la battaglia per la sospensione pena e la possibilità di operarsi all’esterno che ottiene nel 1995. Nel marzo 1998 viene nuovamente reincarcerato. Tornerà fuori con il lavoro esterno (art. 21) come redattore di radio Onda Rossa e la collaborazione nella Fondazione Basso, riallacciando rapporti bruscamente interrotti ai tempi dell’ingresso nelle Brigate rosse. Venne quindi la semilibertà fino alla conclusione della pena nel 2010. Ai microfoni di Onda rossa era la voce, oltre che delle sue storiche rassegne stampa e del lavoro redazionale, di due trasmissioni tematiche “Parole contro” e “La conta”, che non a caso si svolgeva nell’ora della conta carceraria, dalle 15 alle 16, quando i detenuti, in tutte le carceri italiane, vengo chiusi in cella per la conta e il cambio turno della custodia. L’impegno contro il carcere è stato il filo conduttore dell’ultima parte della sua vita con l’esperienza di Scarceranda, Odio il carcere, e i libri, Solo un tratto di strada, brevi cenni sulle lotte e il dibattito nel ciclo di lotte 68-69, Supplemento a Stampa alternativa, maggio 1989, Che cos’è il carcere. Vademecum di resistenza, (Deriveapprodi 2015) (qui) e Esclusi dal consorzio sociale (qui), senza dimenticare Maelstrom, Scene di lotta di classe in Italia dal 1960 al 1980, Deriveapprodi 2011 (qui) e l’intervista biografica di Ottone Ovidi, Salvatore Ricciardi, Bordeaux 2018 (qui).
Nel frattempo non aveva smesso di sperimentare terreni nuovi, confrontarsi con generazioni lontane anni luce dalla sua storia e dal suo vissuto, alla ricerca di ogni nuova contraddizione o accenno di lotta, come l’impegno profuso per sostenere le recenti lotte della logistica, con l’umiltà e pedagogia dei vecchi comunisti, convinto che ogni scintilla potesse essere l’occasione per dare nuovamente fuoco alla prateria. Una curiosità insaziabile che negli anni 60 e primi anni 70 l’aveva portato a vagare insieme a Gabriella, sua moglie, per l’Europa con la loro Cinquecento: a Praga per vedere da vicino cosa era stata quella «Primavera», o in Algeria per conoscere da vicino l’esperienza della lotta anticoloniale, o il grande amore per la Palestina, purtroppo mai attraversata, che l’aveva portato a studiare l’arabo in carcere fino ed entrare in contatto con tanti docenti arabisti. Lo salutiamo con le parole di un giovane compagno, perché Salvatore, Salvo per noi tutti, era questo: «Supermariobros delle autogestioni delle nostre scuole, spacciatore di Smemorande, instancabile divulgatore dell’abolizionismo tra noi ancora adolescenti, seminatore di fondi di pipa, procacciatore di introvabili numeri di dimenticate riviste. Il racconto della via prima che fosse la via, di Trani prima e dopo Trani, la spiegazione paziente della centralità della contraddizione capitale-lavoro ai nostri sguardi ebeti. Il rifiuto di sentirsi reduce, l’umiltà di sentirsi sempre un compagno tra i compagni, la curiosità incomprensibile per le nostre farneticazioni. Grazie».
Un abbraccio alle sue donne, la figlia Nicoletta, Gabriella, le sorelle Mariolina e Cloti, la sua compagna Tania. Un ricordo alla sua mamma, Claudia, morta mentre Salvo era in carcere e il permesso per assistere al funerale arrivò, come una beffa, solo il giorno dopo.

Ciao Salvatore

Storia di Salvatore
Brigate rosse, una storia che viene da lontano. Maelstrom, Scene di lotta di classe in Italia dal 1960 al 1980, il libro di Salvatore Ricciardi
Dai Cub alla Brigata ferrovieri
Contromaelstrom.com, il blog di Salvatore Ricciardi
Radiocane.info/ Salvatore Ricciardi

La Brigata ferrovieri

Dal Comitato unitario di base alla Brigata ferrovieri delle Brigate rosse

di Salvatore Ricciardi

scalo_locomotorilateraleRoma negli anni Sessanta e Settanta non era una città operaia, come non lo era mai stata, qualche grande fabbrica come la Fatme con circa 3.000 dipendenti, il resto erano piccole o medie dislocate lungo la via Tiburtina e la via Ostiense, fabbriche che man mano chiudevano o si spostavano altrove.
Roma aveva però dei consistenti e combattivi settori operai nei servizi, quelli che, nel movimento chiamavamo “servizi industriali”: i ferrovieri, i lavoratori del trasporto urbano, Atac e Stefer, i lavoratori della Romana Gas, i lavoratori elettrici dell’Acea e dell’Enel, quelli della telefonia della Sip, quelli degli Aeroporti romani, ecc., perché avevano delle lavorazioni simili a quelli delle fabbriche industriali e soprattutto stavano subendo delle trasformazioni che portavano queste attività ad abbandonare il ruolo di “servizio per la cittadinanza” per essere orientate alla produzione di profitto, con processi di privatizzazione, esternalizzazione e scomposizione in settori, ecc.; che negli anni Novanta vedremo svilupparsi appieno. Poi c’erano le attività che ruotavano intorno al mondo dell’istruzione e, soprattutto, gli ospedalieri, numerosi, combattivi e ben organizzati. Anche loro subiranno la privatizzazione e l’esternalizzazione, con l’utilizzo di cooperative il più delle volte fraudolente, che hanno condotto alla disaggregazione della compattezza di tutti i settori lavorativi, indebolendoli notevolmente.
Ma il portato conflittuale della città di Roma è stato prevalentemente appannaggio delle lotte di quartiere sul tema centrale della lotta per la casa, a causa della carenza drammatica dell’edilizia pubblica e dei costi esorbitanti degli affitti. Il territorio da tempo era diventato terra di profitto per bande di “palazzinari” che hanno distrutto e reso caotica la città. Numerose realtà di movimento, collettivi e comitati, sorgevano e si sviluppavano sul terreno della lotta per la casa, con occupazioni e difesa dagli sfratti, raggiungendo un buon livello di organizzazione con i proletari dei quartieri, da cui sono emersi numerosi e validi attivisti e militanti.

L’officina ferroviaria Scalo san Lorenzo
Nelle Ferrovie dello stato un ruolo importante lo avevano le grandi officine per la manutenzione e la riparazione dei locomotori, queste erano molto simili alle fabbriche, sia per le attività che si svolgevano, sia per gli orari di lavoro e per la disciplina interna. A Roma una era interna allo scalo ferroviario San Lorenzo, in un quartiere popolare, molto vicino alla stazione di Roma Termini; l’altra era nello scalo merci Roma smistamento utilizzato anche come deposito dei convogli ferroviari e come terminal, nelle vicinanze della stazione di Nuovo Salario, a nord est di Roma nei pressi del Grande Raccordo Anulare.
C’era tensione nelle ferrovie nel decennio Sessanta. Il governo voleva sopprimere 5000 km di rotaie sui 16.000 delle Ferrovie italiane e tagliare i fondi destinati alla manutenzione. Un tentativo di assassinare la rete ferroviaria pubblica per “pendolari” che, al contrario, necessitava di potenziamenti, a vantaggio del trasporto su gomma.
In quegli anni nelle Ferrovie c’era un grande fermento sindacale comune a tutti gli ambienti di lavoro, dopo che negli anni Cinquanta vi era stata una dura repressione e caccia all’attivista.
I ferrovieri, come le altre categorie, iniziarono un percorso di scioperi per unificare nella paga base del salario le tantissime voci delle competenze accessorie. Lo Sfi-Cgil (Sindacato Ferrovieri Italiano) iniziò un lungo sciopero gettando le basi per obiettivi che si raggiungeranno nel ’69, ma nel ’64 si scatenò una canea forcaiola per regolamentare gli scioperi dei servizi pubblici.
La nascita del Cub ferrovieri
Lo scontro interno allo Sfi-Cgil era esploso nel ’70, intorno alla costruzione della piattaforma per il rinnovo del contratto. I vertici sindacali non volevano portare la bozza di piattaforma alla verifica delle assemblee dei lavoratori. I compagni della sinistra dello Sfi-Cgil invitarono i ferrovieri a ritirare la «delega» all’azienda per la «trattenuta sindacale» sulla busta paga, che poi l’azienda versava al sindacato. Nel volantino si invitavano i dirigenti sindacali a venire tra i ferrovieri per riscuotere la quota mensile sindacale, «così li potremo vedere in faccia», si ironizzava. Migliaia di ferrovieri seguirono questa indicazione.
Le condizioni per la nascita del Comitati di base si crearono dentro la Commissione interna della stazione di Roma Termini. A differenza di quanto avvenne alla Fatme, dove il Comitato di base era nato fuori dalla Commissione interna. Nel ’71, a Roma Termini, nella Commissione interna i membri del Sindacato ferrovieri Sfi-Cgil erano in maggioranza con una presenza di compagni molto attivi. Raccogliendo le sollecitazioni dei lavoratori dei «piazzali» e degli scali (manovratori e deviatori), la Commissione interna di Roma Termini lanciò una vertenza per ridurre l’orario di lavoro di questo e di altri settori di attività lavorative usuranti e pericolose. Le segreterie provinciali e nazionali dei sindacati confederali negarono alla Commissione interna la legittimità di gestire una vertenza che aveva carattere nazionale e intimarono ai suoi membri di dimettersi. Si dimisero quelli della Cisl, della Uil e l’unico della Cisnal. I cinque della Cgil rimasti così in minoranza, cinque su undici, convocarono un’assemblea cui parteciparono oltre 500 ferrovieri, l’assemblea confermò gli obiettivi e si pronunciò per lo sciopero, inoltre si pronunciò per la formazione di un organismo autorganizzato che potesse convocare gli scioperi e portare avanti la lotta.
Era l’estate del ’71, era nato il Cub (Comitato Unitario di Base) dei ferrovieri di Roma Termini. Lo sciopero convocato dal Cub ebbe molte adesioni riproducendosi in molti altri impianti. Il traffico si bloccò totalmente nel «compartimento» di Roma (il «compartimento» è un settore della rete ferroviaria nazionale che corrisponde, grosso modo, a ciascuna regione) e interruppe il collegamento tra sud e nord del Paese. Il sindacato organizzò il crumiraggio facendo venire da tutta Italia ferrovieri «fedeli» per lavorare al posto degli scioperanti, ma non riuscì a fermare lo sciopero. La polizia perquisì le case di alcuni compagni del Cub.
Lo sciopero di 48 ore iniziò alle ore 21 del 7 agosto e terminò alle ore 21 del 9 agosto (l’orario di inizio degli scioperi in ferrovia è alle ore 21 perché è l’inizio del turno notturno del «personale viaggiante»: conduttori e capo treno e del «personale di macchina»: macchinisti e aiuto macchinisti). Il Cub era legittimato dall’assemblea di Roma Termini a proclamare uno sciopero in quell’impianto, non uno sciopero nazionale. Così il Cub invitò tutte le rappresentanze sindacali di ciascun impianto a riprendere i temi e le modalità dello sciopero di Termini per generalizzare lo sciopero; la generalizzazione dello sciopero si diffuse in quasi tutti gli impianti del compartimento di Roma. Dopo quello sciopero, poiché non si sbloccava la vertenza, si prospettò un altro sciopero che doveva avere l’effetto di una tempesta: 72 ore a ridosso di ferragosto, il momento di maggior traffico ferroviario.

Lo sciopero del 7 agosto 1971
Lo sciopero del 7 agosto era riuscito e aveva diffuso l’idea dell’autorganizzazione che sembrava a molti lavoratori la soluzione per i loro problemi. In pochi giorni il Cub di Roma Termini era diventato Cub dei ferrovieri di Roma, grazie alla costruzione di Comitati di base in tutti gli impianti. Molti gli aderenti negli uffici tecnici, grazie alla giovane età dei nuovi assunti, così come nello scalo San Lorenzo, nella stazione di Trastevere, in quella di Ostiense, di Tiburtina e di Roma Smistamento. Un trionfo. Nonostante il tentativo di crumiraggio del sindacato e l’occupazione delle stazioni a opera della polizia e del genio ferroviario dell’esercito, il 90 % dei ferrovieri di Roma aveva partecipato. Con quel punto di forza facevamo sapere che lo sciopero di 72 ore l’avremmo ritirato se il sindacato avesse smesso di organizzare il crumiraggio e l’azienda accettato le nostre richieste.
Vittoria su tutta la linea, la Cgil fece un gran passo indietro, i burocrati sindacali si accapigliarono tra loro, ciascuno incolpando l’altro. L’azienda chiamò il sindacato perché firmasse un accordo con le richieste dei ferrovieri del Cub. Il Cub non firmava accordi, ma imponeva, con la lotta, ad altri di firmarli.

La diffusione dei Cub ferrovieri
I Cub in ferrovia crebbero come i funghi: a Firenze, a Milano, alle officine di Napoli S. Maria La Bruna e in quelle di Foligno, le più grandi officine delle Fs nelle quali si contavano numerosi e frequenti incidenti sul lavoro.
Alcuni macchinisti di Genova-Brignole costruirono, nei primi mesi del 1975, il Comitato unitario di lotta (Cudl) che aveva lanciato una consultazione tra i macchinisti della Liguria per costruire una piattaforma di base. Su questa piattaforma il primo agosto proclamarono uno sciopero per la Liguria che riscosse massicce adesioni tra i macchinisti di Genova. Un’assemblea a Napoli propose uno sciopero di dieci giorni, dal 16 al 26 agosto di quello stesso anno.
Negli incontri con cui si cercava di coordinare questo enorme patrimonio di lotta si confrontavano una quantità di linguaggi diversi, ma c’era da continuare l’esperimento e consolidarne la tenuta. Le discussioni erano profonde, così le valutazioni, tante e diverse e ci occupavano molto tempo: dare risposta alle domande dei lavoratori che avevano fatto proprio il comitato. Piovevano le sottoscrizioni dei ferrovieri e, nel consegnarcela ogni mese, rispondevano a loro modo alla domanda: «Cosa vuole essere il Cub?». Molti di loro volevano costruire un sindacato che si battesse per i loro interessi, senza aspirare alla partecipazione ai Consigli di Amministrazione delle aziende pubbliche.
Fare un nuovo sindacato era una volontà molto diffusa, grazie anche alla propaganda ideologica della sinistra storica. Non era facile far capire ai lavoratori che anche un sindacato conflittuale non era garanzia per il mantenimento e l’accrescimento delle conquiste operaie; quando nelle aziende diminuivano i profitti, i padroni urlavano che c’era la crisi e il pericolo delle chiusura e utilizzavano il terrore di questa parola per impedire le lotte e togliere quanto i lavoratori avevano conquistato prima, compresi i diritti. I più capaci avevano capito che i diritti risiedevano nella nostra capacità di organizzazione e di lotta.
La disputa tra chi voleva mantenere il Comitato nella sua funzione originaria e chi voleva farne un sindacato aveva indebolito la presa sui ferrovieri di questa esperienza autorganizzata. Ancor prima di riunirsi sotto la sigla sindacale CO.M.U. (Comitato Macchinisti Uniti) i macchinisti aderenti ai comitati di base, nell’anno 1982, fondarono una rivista che tutt’oggi viene stampata, dal nome evocativo: “Ancora IN MARCIA!”. La pubblicazione infatti porta avanti lo spirito e la vocazione dello storico giornale dei macchinisti “IN MARCIA!” fondato dal macchinista Augusto Castrucci nel 1908 e chiuso per volere dello SFI nel 1979.
Il CO.M.U è nato ufficialmente con la registrazione del proprio statuto il 9 luglio del 1992 con atto notarile registrato a Roma, successivamente è confluito nell’Orsa (Organizzazione sindacale autonomi e di base), dopo aver contribuito a fondarla.

Il Comitato politico ferrovieri
A Roma, con i compagni più giovani avevamo costituito, in continuità con il Cub, il Comitato politico ferrovieri (Cpf), con un carattere più politico e più agile. Prendemmo la sede nel quartiere di San Lorenzo, in via di Porta Labicana 12, a pochi metri da quella che era stata la prima sede del Cub, in via dei Volsci, 2, 4.
In quella seconda metà degli anni Settanta iniziò in sordina la ristrutturazione, i cui effetti si vedranno poi negli anni Novanta: l’espulsione di circa 50.000 ferrovieri, l’esternalizzazione, il degrado del traffico locale per i pendolari a vantaggio delle opere come l’alta velocità, la dissoluzione del trasporto pubblico ferroviario che oggi abbiamo sotto gli occhi.
Buttammo tutte le nostre energie in quella battaglia, consapevoli che una ristrutturazione privatistica avrebbe diminuito la possibilità di lotta e di autorganizzazione nelle Fs, e assassinato la coscienza di classe, mettendo settori di lavoratori contro altri lavoratori. Non riuscimmo a portare gran parte dei ferrovieri su una lotta frontale contro quella ristrutturazione, prevalse l’altra opzione, quella delle rivendicazioni di settore privilegiando lo strumento sindacale e molti ferrovieri si adagiarono su quel terreno. Ma ciò successe anche in altri settori operai. Di fronte all’attacco padronale, con ristrutturazioni e licenziamenti, e a quello statale, con le «leggi speciali», lo scontro rischiava di frantumarsi in mille rivoli.

La Brigata ferrovieri
Eravamo nel 1978-79, con i compagni e le compagne più attive e politicamente mature, ci ponemmo il problema della necessità di un salto. I comitati avrebbero tratto maggior forza nel continuare la lotta se fosse decollato un attacco a livello più alto contro i meccanismi portanti della ristrutturazione, dimostrando concretamente che era possibile colpirli e contrastare quel progetto antioperaio, come era avvenuto nelle fabbriche del nord. Individuammo le prime mosse dell’azienda nel coinvolgere i settori dirigenziali in una stretta per ottenere una più rigida disciplina e una maggiore produttività. Allo scalo San Lorenzo che aveva modalità lavorative simili a una fabbrica, i capi reparto iniziarono a colpire gli operai con provvedimenti disciplinari sempre più duri. Volevano creare un clima di paura che rompesse la solidarietà e l’unità fino ad allora molto forte, mettendo gli operai uno contro l’altro. Era urgente intervenire.
Contatti e discussioni dimostrarono che era possibile costruire nel polo ferroviario di Roma una “brigata ferrovieri”. Nacque subito il problema del rapporto tra il Cpf e la brigata perché alcuni/e compagni/e facevano parte dell’uno e dell’altra. Le esperienze maturate nelle brigate delle fabbriche del nord, dove questo problema si era già presentato e affrontato, ci fu utilissimo. E così procedemmo. Le azioni della brigata tracciavano la strada per le iniziative di lotta che i comitati avevano già intrapreso e volevano continuare.

La prima azione
La scelta della prima azione fu quella di colpire un capo reparto di buon livello che aveva raccolto l’invito della dirigenza aziendale mettendo in opera provvedimenti disciplinari conto gli operai più combattivi. Essendo la prima azione nelle ferrovie, procedemmo con questa modalità: gli attaccammo al collo un cartello che riprendeva le parole d’ordine del volantino contro la ristrutturazione e con la pece in testa, il capetto rimase molto tempo sotto la sua abitazione, all’interno di un complesso abitato da molti ferrovieri.
L’entusiasmo che scatenò tra i ferrovieri dello scalo San Lorenzo, e non solo, fu enorme. Molti capivano che la ristrutturazione in arrivo portava con se la dura repressione negli ambienti di lavoro che dovevano diventare rigidamente disciplinati e ordinatamente produttivi. In brigata, ascoltando i ragionamenti di molti lavoratori, ci ponemmo il compito di continuare ad attaccare i livelli della gerarchia di impianto (l’impianto ferroviario corrisponde, grosso modo, a un settore di una fabbrica; è un impianto ferroviario, una stazione, uno scalo, un’officina di riparazione, ma anche un ufficio tecnico).

Le altre azioni
Altre azioni furono portate allo scalo Smistamento, ma non si riuscì a procedere oltre per gli attacchi della controrivoluzione che nel maggio ‘80 colpì pesantemente la colonna romana. Il 25 febbraio 1980 la colonna romana realizzò un esproprio di quattrocentocinquanta milioni al ministero dei Trasporti nel giorno delle paghe. Un ottima azione realizzata anche grazie al lavoro della brigata ferrovieri.

Per approfondire
Avere vent’anni nel luglio 60. Storia di Salvatore Ricciardi

Il funerale che li seppellirà

Vogliono criminalizzare un funerale, finiranno seppelliti dal ridicolo!

Da ieri sappiamo (leggi su Contropiano) che ci sono 4 persone indagate per aver partecipato ai funerali di Prospero Gallinari lo scorso 19 gennaio 2013. L’ipotesi di reato sarebbe quella di apologia della lotta armata (il che spiegherebbe l’avocazione delle indagini da parte della procura distrettuale di Bologna cui fanno capo le inchieste sui fenomeni sovversivi e terroristici dell’Emilia-Romagna), e forse anche di istigazione a delinquere. Le notizie non sono ancora molto chiare, come non è affatto chiaro il dispaccio Ansa in cui si afferma che la procura avrebbe già richiesto l’archiviazione mentre la domanda di proroga delle indagini di altri 6 mesi sarebbe solo un fatto tecnico. Senza entrare in tecnicismi eccessivi è evidente che le due cose sono incompatibili: o si richiede l’archiviazione o si domanda una proroga delle indagini a meno che non sia stata richiesta l’archiviazione per un titolo di reato e il proseguio delle indagini per l’altro. Resta il fatto che è già abnorme aver aperto una inchiesta giudiziaria su una vicenda del genere.
Vedremo nei prossimi giorni quando saranno recapitate tutte le notifiche e forse capiremo anche come si è riusciti ad indagare per apologia chi addirittura non ha pronunciato alcun discorso pubblico (uno dei 4 indagati).

Intanto leggetevi oltre al pezzo apparso ieri su Contropiano questo commento di Baruda.

La cerimonia di saluto
Il discorso: “A Prospero Gallinari. Fine di una storia la storia continua
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri
Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni 70

Riflessioni
Irriducibili a cosa?
Ancora una volta Prospero Gallinari ha spiazzato tutti
Laboratorio Aq16, Gli anni 70 che non finiscono mai. Riflessioni sulla cerimonia di saluto a Prospero Gallinari

La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

La denuncia
www.contropiano.org, 4 indagati per un funerale, quello di Prospero Gallinari

Stavolta i link li metto in apertura invece che ha fine post

Per far capire alla procura di Bologna che se ha intenzione di andare avanti con questa ridicola pantomima allora da lavorare avrà veramente tanto.
Quel giorno a salutare Prospero Gallinari eravamo un migliaio, sotto la neve fitta, dopo che i treni da tutta la penisola ci avevano fatto ritrovare a Coviolo, in provincia di Reggio Emilia.
Un saluto struggente, non retorico, dolce e combattivo quello che in tanti abbiamo portato ad un uomo che non ha mai scambiato la sua dignità per un po’ di libertà, che non ha aperto un conto di cambiali con lo Stato per riappropriarsi della sua vita come in troppi hanno fatto,
che è morto detenuto, fino all’ultimo battito del cuore.
Un uomo tutto intero, con la sua storia in tasca e nello sguardo: un uomo il cui funerale andava proprio fatto così,
nel calore di tanti, tra i canti e le bandiere, tra i sorrisi e quei bicchieri di vino a farci sentire tutti una cosa sola.
Prospero quel giorno ce ne ha fatti tanti di regali,
Prospero quel giorno ha riso con noi, circondato da quella banda di vecchi amici che l’hanno salutato a pugno chiuso e sorriso sul volto,
così come un rivoluzionario va salutato.

Ora … non so che paura possano farvi…
non so come facciate ad aver paura di una generazione ormai anziana, che avete martoriato con ergastoli, isolamento e tortura…
ma che non avete completamente piegato, anzi.
Di che avete paura? Del fatto che ancora siamo vivi, che ancora cantiamo, che il fischio che scaldava le piazze e poi le celle, e poi i tavolacci delle torture, ancora scalda i cuori e scioglie la neve?
Se avete paura di questo allora inquisiteci tutti, questa “istigazione a delinquere in concorso” non è solo per Sante, Tonino, Salvatore (che oltretutto non ha preso parola) e Davide… eravamo mille.
Tutti e mille ci abbiamo messo cuore e faccia… che la procura di Bologna bussi pure,
se ha paura dei morti e del ricordo che portiamo dentro, faccia pure….