Fini e il futuro della destra nazionale verso un nuovo conservatorismo

Il cuore oltre Berlusconi. A Mirabello il Presidente della Camera ha dato l’addio al populismo

Guido Caldiron
Liberazione
7 settembre 2010


Gianfranco Fini ha scelto la platea di Mirabello, dove il vecchio Movimento Sociale di Almirante rinnovava ogni estate la sfida della destra nazionale nel cuore dell’Emilia rossa, per dar vita a un nuovo capitolo di quella storia paradossale cui la politica italiana ci ha abituato da tempo. Dopo aver guidato un partito, Alleanza nazionale che scelse di abbandonare il Novecento, inaugurando la stagione “post-fascista”, all’ombra dei successi del montante berlusconismo – la svolta sancita dal congresso di Fiuggi seguì di alcuni mesi la nascita del primo esecutivo guidato dal Cavaliere -, il Presidente della Camera decide che è venuto ora il momento di abbandonare la nave e di denunciare le derive plebiscitarie e personalistiche del populismo a cui Berlusconi ha dato voce e corpo. L’ingresso nella famiglia della destra europea, a tendenza liberale e conservatrice, per altro più volte annunciato, avviene perciò all’insegna della rottura con l’uomo grazie al quale l’Msi ha avuto i suoi primi ministri, è uscito da un isolamento durato mezzo secolo e si è potuto imporre come una grande forza politica nazionale. Le parole utilizzate da Fini non lasciano alcun dubbio. Bruciata apparentemente sul campo negli ultimi mesi l’ipotesi di costituzionalizzare il berlusconismo, l’ultimo leader del Msi ha scelto domenica di chiamare le cose con il loro nome. Ha spiegato che il tempo della gratitudine per quanto fatto da Berlusconi nel 1994 è finito, che il Cavaliere deve smetterla di confondere la leadership con l’atteggiamento di un propritario d’azienda e che il Pdl, partito di cui è stato il co-fondatore, si è trasformato in una Forza Italia allargata «con qualche colonnello o capitano che ha soltanto cambiato generale e magari è pronto a cambiarlo ancora», tanto per chiarire come valuti il sostegno assicurato al Cavaliere dai vari Alemanno, Gasparri e La Russa. E forse anche il riferimento fatto da Fini all’«egoismo diffuso» dell’Italia di oggi andava nella stessa direzione.
Il primo paradosso riguarda perciò questa sorta di “parricidio”, andato in scena sul palco biancorossorverde di Mirabello e a cui è stato chiamato simbolicamente a partecipare anche Giorgio Almirante, citato dal Presidente della Camera all’inizio del suo discorso come «un uomo certamente capace di guardare avanti (che) indicò al suo popolo la necessità di un salto di generazione», scegliendo oltre vent’anni fa lo stesso Fini per guidare la comunità della fiamma tricolore. Il secondo, decisamente più grave, riguarda le aspettative che da sinistra in molti sembrano aver riposto, e continuano a riporre, nel Presidente della Camera. A Mirabello Fini ha parlato da uomo di destra, tornando a citare, come aveva fatto lo scorso anno in occasione dell’ultimo congresso di An, che sanciva la nascita del Pdl, una celebre frase di Ezra Pound che suona più o meno così: «Se un uomo non è disposto a lottare per le proprie idee o non valgono niente le sue idee o non vale niente lui». Ha parlato di patria e di famiglia, di una «sintesi tra capitale e lavoro», di giovani, meritocrazia e «etica del dovere». Ha parlato, ancora una volta, di integrazione per gli immigrati onesti e di lotta all’immigrazione clandestina: tema su cui in una sinistra che oscilla tra il “miserabilismo” di chi non vede che gli immigrati appena sbarcati da un gommone e la “rincorsa securitaria” di chi vorrebbe dare la caccia ai lavavetri, si registra la maggiore eco delle sue proposte.
La destra di Fini si smarca da Berlusconi e dalla Lega, considerata quest’ultima una forza «a dimensione locale» e solo in parte un concorrente, e smette di inseguire le sirene del populismo, dopo che nell’ultimo decennio gli intellettuali “d’area” hanno dedicato pagine e pagine al posibile paragone tra il Cavaliere e il generale De Gaulle che, certo, oltre a sostenere il presidenzialismo fu tentato più volte dalla prova di forza muscolare, pur essendo decisamente di un’altra stoffa rispetto all’uomo di Arcore. Ma la rottura con la nuova politica inaugurata dall’ex padrone di Mediaset non pone Fini al di fuori della destra, come sembra invece suggerire un altro paradosso italiano, ne rivela invece il possibile profilo futuro. Dopo l’Msi e ora, almeno in prospettiva, dopo Berlusconi, la destra nazionale sembra alla ricerca di un approdo che è, in massima parte figlio della contingenza e dei paradossi della nostra politica, ma che continua a alimentarsi di alcuni saldi punti di riferimento. Il viaggio sembra però appena iniziato. Al punto che nell’introduzione a uno dei testi che danno conto dei lavori in corso dentro e attorno a Futuro e libertà, In alto a destra, Coniglio editore (pp. 288, euro 14,50), e che raccoglie contributi di Campi, Croppi, Lanna, Perina, Terranova e Raisi, per non citare che alcuni dei partecipanti, Giuliano Compagno spiega come «da una lettura attenta di questa raccolta di articoli, ripresi dal Secolo, da Farefuturowebmagazine e da Charta Minuta, si trae il convincimento che la destra, quale categoria del politico, non sia più definibile con certezza, in essa albergando, semmai fosse, tanto un’ampia polisemia di riferimenti concettuali quanto un esteso richiamo a opere, a pensatori e a miti che hanno illustrato il nostro Novecento per tacere di un passato ancor più remoto». Questo mentre Salvatore Merlo, in La conversione di Fini. Viaggio in una destra senza Berlusconi, Vallecchi (pp. 220, euro 16,00) attribuisce al ruolo personale giocato dallo stesso Fini la possibilità di indicare l’insieme di questo percorso: lontano dai tempi delle scuole di partito, oggi «il leader è una figura capace di evocare un’idea anche attraverso la sua sola immagine». Così, per capire dove voglia andare ora il presidente della Camera, conviene, suggerisce Merlo, guardare alla sua formazione politica piuttosto che all’evoluzione della sua carriera. Qualche certezza, in questo quadro ancora provvisorio, l’aveva però indicata lo stesso Fini che, solo lo scorso anno, nel suo libro, Il futuro della libertà (Rizzoli) aveva manifestato un grande interesse per la politica inaugurata da Ronald Reagan trent’anni fa. L’elezione di Reagan «a presidente degli Stati Uniti nel novembre del 1980 – scriveva Fini – fu il primo grande segnale che l’Occidente e il mondo libero stavano per lanciare la loro grande controffensiva politica, economica, culturale e tecnologica dopo le battute d’arresto degli anni Settanta»: «Dietro lo stile di Reagan c’era il ritorno della tensione morale e ideale della politica».

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Fascisti su marte
Neofascismo, il millennio in provetta

“Delazioni industriali”, la nuova filosofia aziendale di Marchione

Giovanni Barozzino, operaio, delegato Fiom della Sata-Fiat di Melfi, licenziato e poi reintegrato dalla magistratura del lavoro risponde alle accuse anonime pubblicate da Panorama: «“Panorama” scrive il falso. Antisindacale è la Fiat»

Paolo Persichetti
Liberazione 5 settembre 20120


Sergio Marchionne ha l’ambizione di passare alla storia come un grande innovatore. Ma non sarà certo il freeweare, l’abbigliamento informale sui luoghi di lavoro, il maglioncino al posto della cravatta, roba per chi pensa che il ’68 sia stato una moda vestimentaria che ha mandato in soffitta colletti inamidati e cravatte, che marcherà la memoria dei posteri. Il manager che parla di filosofia, il grande guru della «qualità totale», verrà ricordato come l’inventore di un nuovo modello di relazioni in fabbrica: le delazioni industriali. Il settimanale Panorama pubblica questa settimana, con tanto di foto in prima pagina e titolo “Gli eroi bugiardi”, un servizio a firma di Antonio Rossitto che copovolge totalmente la ricostruzione dei fatti sancita dalla magistratura del lavoro e che ha portato al reintegro nello stabilimento dei tre operai della Fiat-Sata di Melfi, licenziati dall’azienda dopo uno sciopero e un corteo interno perché accusati di aver sabotato le linee di produzione ostacolando lo scorrimento dei carrelli.
Ma lo fa sulla base di tre testimonianze rigorosamente anonime. Un fatto giustamente percepito dai lavoratori come una intimidazione mafiosa, un messaggio obliquo, roba da padroni che fanno i padrini. Alcuni degli “anonimi” si presentano come delegati sindacali concorrenti della Fiom. Ed è tutto dire. Che sia la dimostrazione di quella «complicità» sindacale auspicata dal nuovo modello delatorio di relazioni industriali?
L’anonimato, prova a raccontare il settimanale, sarebbe giustificato dal «pesante clima d’intimidazione e violenza» che si vivrebbe in fabbrica ad opera dei lavoratori aderenti alla Fiom per poi subito doversi smentire riconoscendo che «la gente pensa che dobbiamo schierarci con i tre [licenziati] a prescindere», «stanno tutti con la Fiom», «All’interno dello stabilimento, dopo che il giudice ha dato ragione alla Fiom, tutti sono schierati con gli operai licenziati». Sempre secondo i tre anonimi, persino nei paesi dove risiedono la popolazione è schierata con gli operai licenziati.
Certo l’anonimato non è un bel modello di trasparenza e quanto a valenza probatoria è pari a zero. Lo dovrebbe sapere molto bene il settimanale di casa Berlusconi che di processi se ne intende. Che cosa direbbe mai l’attuale inquilino di palazzo Chigi di fronte ad un eventuale tentativo di portarlo in giudizio sulla base di denunce anonime?
Nel corso di una conferenza stampa, tenuta ieri mattina a Rionero in Vulture (Potenza), la Fiom e i tre operai hanno annunciato querela in sede penale e civile contro la pubblicazione di «notizie dal contenuto altamente diffamatorio e che travisano la realtà dei fatti già accertata dal giudice del lavoro che ha condannato la Fiat per comportamento antisindacale». Giovanni Barozzino, uno dei tre licenziati e poi reintegrati, «il delegato più votato in fabbrica», come dice uno dei tre delatori, è abituato a parlare a viso aperto e ribadisce al telefono che «la sera dello sciopero interno, prim’ancora che si sapesse delle sospensioni cautelative dal lavoro di noi tre, tutti i delegati Rsu presenti, cioè Fim, Fiom, Uilm, Ugl, firmarono una lettera in cui si spiegava che lo sciopero e il corteo si erano svolti nel pieno rispetto delle regole».

Allora da dove sono usciti fuori questi tre testimoni anonimi che dicono di essere anche sindacalisti, addirittura presenti quella sera?
Non lo so. Quelli presenti dopo l’atteggiamento provocatorio del preposto aziendale che aggredì verbalmente uno dei lavoratori, non solo hanno tutti sottoscritto un documento in cui si rigettavano le sue accuse, consegnato all’azienda appena mezz’ora dopo l’episodio, ma l’intera Rsu compatta si è poi recata sulle linee per rassicurare il lavoratore aggredito.

Cosa era accaduto esattamente?
Ad un certo punto del corteo ho sentito il preposto aziendale inveire in modo violento e autoritario contro uno dei lavoratori, poi licenziato. Sono intervenuto dicendogli che non aveva alcuna autorità per rivolgersi contro di lui in quel modo, minacciandolo addirittura di licenziamento. Per altro Marco è un ragazzo molto sensibile, più giovane di noi, sta soffrendo molto questa esperienza. In questi giorni ha anche avuto un malore per lo stress.

Ma allora questi testimoni sono dei fantasmi?
Il giornalista di Panorama descrive un quadro aziendale, il terzo anonimo dell’intervista, che avrebbe incontrato sempre in maniera furtiva a fine turno di lavoro, come uno che «odora ancora di sudore e di lamiera». Scrive proprio così, sudore e lamiera. Ora, con tutto il rispetto per i diversi ruoli che si hanno nel lavoro, a puzzare di sudore e di lamiera sono gli operai non i quadri.

Dunque la vostra impressione è che si tratti di una montatura?
Non penso che sia solo la nostra. Noi comunque non vogliamo prestarci a questo gioco. E’ una trappola dentro la quale vogliono farci cadere. Non abbiamo fatto alcun sabotaggio. Chi ha avuto un comportamento antisindacale è stata la Fiat. Lo ha detto una sentenza ed a quella ci atteniamo.

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Fumi di democrazia
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operai e azienda, la contrapposizione di interessi ci sarà sempre”
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Romiti: «A Marchionne dico: Operai e azienda? La contrapposizione di interessi ci sarà sempre»

L’intervista – L’ex amministratore delegato: bisogna imparare dal passato. L’Italia ha visto situazioni tragiche ed è riuscita a superarl. I sindacati? Li puoi battere, non dividere. Durante le vertenze anche le tensioni vanno governate

Il partito invisibile di Mirafiori interviene in Fiat

Aldo Cazzullo
Corriere della sera
28 agosto 2010

«Sa qual è la prima cosa che mi è venuta in mente, ascoltando l’intervento di Sergio Marchionne al Meeting di Rimini?». No, dottor Romiti. Ce la dica. «Ho pensato a quando, due mesi fa, vidi Raffaele Bonanni in tv, intervistato a “In mezz’ora”, su RaiTre. Lucia Annunziata gli chiese: “Scusi, lei preferisce Romiti o Marchionne?”. Lui, un po’ imbarazzato, rispose: Marchionne. Il giorno dopo gli telefonai. Bonanni, decisamente imbarazzato, pensava volessi lamentarmi. Invece gli dissi: “Non si preoccupi, ci mancherebbe altro che uno non possa esprimere le sue opinioni. Vorrei solo capire le ragioni per cui ha risposto in quella maniera”. Bonanni, sempre più imbarazzato, disse che non si aspettava la domanda della giornalista. Chiusi la conversazione ricordandogli che i giudizi vanno dati nel lungo termine, in base ai risultati…».

Dottor Romiti, da quando nel ’98 lasciò la Fiat lei non ha mai parlato dei suoi successori né dell’azienda. Che cosa non le è piaciuto dell’intervento di Marchionne?
«Marchionne ha fatto bene a parlare del presente e del futuro. Ma le cose di oggi esistono perché c’è stato il passato. Del passato non s’è parlato. O, meglio, si è parlato delle presenze internazionali della Fiat come di realizzazioni nuove, anche là dove si tratta di fatti acquisiti».

A cosa si riferisce?
«Al Brasile. Agli Stati Uniti, per quanto riguarda le macchine movimento terra e i trattori. Alla Cina. Quando arrivai, nel ’74, il Brasile era sguarnito: vi si era insediata la Volkswagen. La Fiat, con Peccei, aveva puntato sull’Argentina: una tragedia. Smobilitai l’Argentina e riorganizzai ex novo la nostra presenza in Brasile, dove nacque uno dei principali stabilimenti Fiat, da cui sono sempre venuti forti utili».

Ci sono altri temi su cui Marchionne non la convince?
«Sì. Quando tratteggia un futuro in cui non esiste la lotta di classe. Ora, guai se mancasse non dico la lotta, ma la contrapposizione degli interessi. Sarebbe un guaio che non finisce mai. Un conto è trovare la formula per ricomporre la contrapposizione, come in Germania, con la partecipazione dei lavoratori ai risultati dell’impresa. Ma la contrapposizione degli interessi ci sarà sempre, ed è un bene che ci sia».

Marchionne chiede un nuovo patto sociale.
«Ecco il punto principale. Vede, la situazione che affrontammo noi nel 1980 era un po’ più complicata di quella di oggi. Oggi per fortuna non scorre il sangue. Allora scorreva il sangue. Ci ammazzarono il vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno, e il responsabile della pianificazione, Carlo Ghiglieno. Le Br ci azzoppavano un caposquadra ogni settimana. Di fronte avevamo leader sindacali che si chiamavano Lama, Carniti, Benvenuto, Bertinotti; non voglio fare paragoni con quelli di oggi, ma diciamo che erano leader di un certo calibro. Eppure noi non ci siamo mai sognati di dividere il sindacato, o anche solo di provarci. Il sindacato lo puoi battere, non dividere. Dividere il sindacato è un errore grave, perché il sindacato escluso ti tormenterà nelle fabbriche; a maggior ragione se è il sindacato più grande. Ed è proprio quel che sta accadendo».

Guardi che la Fiat ha tentato a lungo di raggiungere un accordo con la Cgil e la Fiom.
«Il rapporto tra azienda e sindacato è un rapporto dialettico. È sbagliato rinunciare a parlarsi, cercare accordi separati, lasciar fuori qualcuno».

Marchionne dice di essere disposto a incontrare Epifani.
«Ma intanto elogia gli altri due leader sindacali, chiamandoli pure per nome, tra gli applausi. Mi pare un crinale pericoloso. Nel momento in cui sarebbe meglio placare le divisioni, le si alimenta. Mi auguro sinceramente che tutto si risolva bene per la Fiat, ma la situazione è delicata. Anche perché ogni sindacato è da sempre legato a un partito, o comunque a posizioni politiche, pro o contro il governo. Anche per questo dividere il sindacato porta sempre svantaggi».

Marchionne ha ricordato di aver trovato nel 2004 una Fiat sull’orlo del fallimento. Non è forse così?
«La storia della Fiat è legata a grandi cicli e a brevi periodi di gravi difficoltà. Dopo il grande ciclo di Valletta, ci furono cinque o sei anni neri. Poi c’è stato il ciclo tra il 1974 e il 1998, in cui sconfiggemmo il sindacato, battemmo le Brigate rosse, riportammo l’ordine in fabbrica. Nel ’98 lasciai la Fiat in condizioni ottime. Sono seguiti sei anni di interregno, in cui morirono prima l’Avvocato e poi Umberto Agnelli, mentre si susseguivano amministratori delegati che non davano buoni frutti. Ora mi auguro davvero che si apra un nuovo ciclo virtuoso. Dico solo che la teoria della pacificazione generale e la divisione del sindacato non mi sembrano le premesse giuste. Anzi, sono le premesse che hanno creato il caso Melfi».

Che idea si è fatto della vicenda dei tre operai?
«Quella notte a Melfi è accaduto quel che accade da sempre in caso di sciopero. L’ostruzionismo c’è stato. Il licenziamento dei tre può anche essere legittimo, per quanto due di loro siano sindacalisti. Ma io non avrei acuito la tensione. Se il tribunale decide per il reintegro, si prepara l’appello, e intanto si rispetta la sentenza. Lo scontro va rabbonito, non eccitato».

Lei andò allo scontro con i sessantuno licenziamenti del 1979.
«Come si fa a paragonare la Mirafiori del 1979 con la Melfi del 2010? A Torino avevamo decine di migliaia di operai, un partito comunista fortissimo, il terrorismo nelle fabbriche. Melfi è sempre stata una fabbrica tranquilla, ideale. Le sono particolarmente affezionato perché l’ho voluta io. E ricordo ancora la gioia con cui, quando gli telefonai, reagì il sindaco, al pensiero dei concittadini che avrebbero avuto un’opportunità di lavoro. Gente particolarmente adatta: seria, affidabile. Noi decidemmo di licenziare i sessantuno dopo che le nuove cabine della verniciatura, fatte secondo le norme, vennero subito sabotate. E non tenemmo all’oscuro il sindacato, anzi, avvertii Lama, Carniti e Benvenuto. Dissi: “Vi comunico che faremo questi licenziamenti. Non chiedo il vostro assenso. Vi chiedo però di non fare causa, perché lo facciamo anche nel vostro interesse, visto che questi sono violenti: terroristi o contigui al terrorismo”. Fecero causa lo stesso, e venne fuori che una buona parte dei sessantuno erano legati all’eversione armata. Altro che i tre di Melfi».

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Perché a Romiti non piace il capitalismo di Marchionne

Quando Marchionne criticava l’arida ricerca del profitto del capitalismo anglosassone…

Ferruccio de Bortoli
Il Sole 24 ore 25 settembre 2007

Gli anni della grande paura borghese

Cesare Romiti non ama i pullover. «Continuo a portare la cravatta, quella non me la tolgo di sicuro». L’ex amministratore delegato e presidente della Fiat, 84 anni, si toglie invece qualche sassolino dalla scarpa dopo aver letto, domenica sul Corriere della Sera, l’intervento del suo successore alla guida della Fiat, pronunciato al convegno pugliese della rivista prodiana “L’Industria”. Un discorso molto applaudito, soprattutto a sinistra. «Una società liberale che vuole durare nel tempo – sostiene Sergio Marchionne, 55 anni – deve difendere chi è colpito dal cambiamento».
L’artefice della rinascita del gruppo torinese critica l’arida ricerca del profitto del capitalismo anglosassone, rivaluta le virtù del welfare europeo, rilancia il dialogo con i sindacati, ma non manca di sottolineare l’importanza del mercato, la centralità del merito, dell’efficienza e della competitività. Piero Fassino intravede nel manifesto di Marchionne una forte impronta riformista e socialdemocratica, quasi un nuovo modello capitalista. «Sono pronto ad allearmi con lui».
Nella sua casa milanese, Romiti scuote il capo e premette di avere una grande stima di Marchionne, ma di non aver digerito affatto alcuni passaggi di quell’intervento, in particolare quando, parafrasando Dickens, si dice che la Fiat «sta facendo molto, molto meglio di quanto non abbia fatto, sta andando verso un posto migliore, molto migliore di quanto non sia mai stata». Come se chi fosse venuto prima di Marchionne possa essere paragonato al perfido Fagin o al triste Sower di Oliver Twist.
No, argomenta con calma Romiti: la storia della Fiat, ma di qualsiasi altra grande impresa, va giudicata tenendo conto del contesto politico e sociale del tempo. Se questo, forse, è un capitalismo più avanzato, quello di prima non era né reazionario né insensibile ai temi sociali. Non c’è un modello buono e uno cattivo.
«Non dimentichiamoci che cos’era l’Italia della fine degli anni 70: scioperi, conflittualità e la minaccia del terrorismo». Marchionne cita, nel suo intervento, Mel Gibson nel film Braveheart: «Gli uomini non seguono gli uomini, gli uomini seguono il coraggio». E quanto coraggio, dice Romiti, bisognava avere negli anni in cui cadevano Ghiglieno e Casalegno? Quando vivevamo sotto scorta e ogni giorno qualcuno veniva gambizzato? Era quello un capitalismo cattivo e pavido? Che cosa sarebbe oggi la Fiat, ma anche il Paese, se non vi fosse stata la marcia dei quarantamila e, prima, il licenziamento di quei 61 dipendenti, fra i quali vi erano molti sospetti collusi con la lotta armata?
I ricordi si moltiplicano, anzi si affollano. «Gli anni del terrore furono anni terribili, durante i quali fare impresa, andare in ufficio o in fabbrica ogni giorno equivaleva a compiere un atto di coraggio civile che metteva a repentaglio la vita propria e dei propri collaboratori». Romiti parla di Ghidella, Callieri, Mattioli, Annibaldi. «E Guido Rossa? Io stesso fui oggetto di un tentativo di sequestro. Ma lasciamo perdere».
Gli anni passano, dottor Romiti, e qualche errore lo fece anche lei, lo ammetta. «Sì, ma la crisi della Fiat è stata il risultato di una serie di decisioni sbagliate, e di persone sbagliate. Soprattutto dopo il ’98, da quando lasciai la presidenza. Marchionne è stato bravo, lo riconosco. Ma il dialogo con il sindacato lo avevamo anche noi, aprivamo asili, colonie per i figli dei dipendenti, case, servizi». Insomma, Romiti non lo dice, ma trova molto ingeneroso il silenzio di Marchionne sugli anni difficili della Fiat. «Gli scioperi dopo la marcia dei quarantamila nell’80 finirono. Non se lo ricorda più nessuno. Ora non ci sono più? Sono contento, anche se mi sembra che a Termini Imerese qualche sciopero ci sia stato ancora, recentemente». La Fiat di Romiti diversificò le proprie attività, con successo. La Fiat di Marchionne si concentra sull’auto. Con successo.«Bene, ma allora perché non cede la partecipazione in Rcs, visto che è cambiato il modello di capitalismo?».
Ma il successo è innegabile o no? Romiti, alla fine, a mezza voce esprime qualche dubbio persino sul fatto che la ripresa di Torino sia così forte e stabile come appare e come testimonia la quotazione in Borsa. E poi ci sono le stock option, che proprio non gli vanno giù. Qualcuno ha fatto il calcolo, sostiene, di quanti secoli deve lavorare un dipendente Fiat per mettere insieme l’ammontare degli emolumenti del proprio amministratore delegato? «Una volta il rapporto fra quanto guadagnava un top manager e un dipendente era molto inferiore». Sì, ma la sua liquidazione, dottor Romiti, fu di diverse decine di miliardi. «Così si stabilì con l’Avvocato, ma le stock option condizionano giornalmente le scelte del manager. Non sempre quello che va bene per lui va bene per l’azienda». La conversazione termina ancora sul pullover. «Ho letto che poi se lo è messo anche Prodi…». Il cronista traduce non autorizzato: stia attento Marchionne, straniero in Patria, a non indossare, senza volerlo, oltre un pullover, una casacca.

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Maggiordomi Fiat, quando Piero Fassino si dichiarava alleato di Marchionne

Era il 2007 e l’entrata di Marchionne in Fiat affascinava la sinistra. Addirittura il solito Piero Fassino riconoscendo in lui la stoffa di un vero «socialdemocratico», si dichiarava: pronto ad allearsi con Marchionne»…

Franco Debenedetti
Sole 24ore, 25 settembre 2007

Dato che si impara anche dai successi, la storia dello spettacolare turn around della Fiat di Sergio Marchionne, oltre che oggetto di compiacimento, ammirazione e soddisfazione, diventerà oggetto di studio. È giusto che egli ci ricordi quanto giochi, in ogni storia industriale di successo, la componente schumpeteriana, le culture di origine o di elezione, Machiavelli o Dickens. Un imprenditore deve tener conto del “terreno culturale” in cui opera, quello che Marchionne chiama, con qualche generosità, di “forte responsabilità sociale”. Non piccola parte del suo successo è dovuta all’aver riconosciuto che, tra i tanti problemi che ha trovato in Fiat, i temi “sensibili” – emblematicamente Termini Imerese e Mirafiori – non erano prioritari: e potevano essere diversamente risolti.
Proprio perché ogni storia di rilancio è anche una “storia di trasformazione personale” di chi la realizza, nessuna caratteristica individuale, nessun tipo di capitalismo sono dati a priori come vincenti. E invece i resoconti della giornata e i commenti del giorno dopo testimoniano dell’incapacità del mondo politico di leggere correttamente la lezione del manager Fiat, e di resistere alla tentazione di generalizzare e di appropriarsi di una quota del merito che solo è suo.
La spesa sociale pubblica, ha detto Marchionne, in Europa è del 27%, in Usa è del 16. Tanto è bastato perché il “mondo accademico filo cattolico” radunato a Mattinata esprimesse consenso a quella che parve fosse una critica al modello americano (così Roberto Bagnoli sul Corriere della Sera). Ma era proprio una critica? Egli sa bene che questo divario si ha anche perché l’onere previdenziale sta nei bilanci delle aziende americane, nel caso della General Motors facendola vacillare più della concorrenza giapponese. Lo crediamo quando dice che a lui è stato più facile trattare sui livelli occupazionali con i sindacati italiani di quanto lo sarebbe per General Motors con Uaw: ma in Usa è possibile avere contratti aziendali che escludono la presenza di sindacati, anzi così succede in molte aziende del Gruppo Fiat in America. Invece in Italia vige l’erga omnes e si rincorre sempre l’obbiettivo di differenziare e di fare della contrattazione aziendale il luogo dove si misura la produttività e si riconosce il merito. Per la flessibilità in uscita, le grandi aziende, e la Fiat in particolare, sanno di poter contare su strumenti di mobilità anche generosi. Per le piccole e medie aziende invece, e non solo per i commentatori anglosassoni, la nostra struttura del lavoro è poco flessibile. Anche per loro i problemi si chiamano una burocrazia che “non fa che alimentare se stessa”, la carenza “di una rete di infrastrutture efficiente e moderna”, “la riduzione della pressione fiscale”, “il costo dell’energia”.
Anche Piero Fassino, commentando il giorno dopo il discorso di Marchionne, ne apprezza la sensibilità sociale. Così insignitolo della medaglia di “vero socialdemocratico”, facendo l’analogia tra il cambiamento che il manager ha realizzato in Fiat («quando tutti dicevano che doveva essere solo venduta») e l’ambizione di cambiare la politica italiana dando vita al Partito democratico, può prenderlo come supertestimonial dell’evento. Ormai il parallelo tra industria e politica è diventato comune anche a sinistra. Fassino va oltre, e non esita a individuare nei sindacati e nella stessa coalizione di Governo il luogo dove si annidano le resistenze conservatrici al cambiamento. Per batterle, egli si dichiara «pronto ad allearsi con Marchionne». L’affermazione lascia perplessi: perché non vi è dubbio alcuno che, per superare gli ostacoli che sono disseminati sulla strada di aziende grandi e piccole, e delle piccole più ancora delle grandi, il Pd dovrà sapere stringere alleanze diverse, probabilmente assai meno facili. Penso alle tante aziende che non hanno bisogno che gli venga ricordato di «fondare le proprie radici sui valori della concorrenza e del mercato»; e che quanto ad «abbracciare la sfida del nuovo e pensare al futuro» possono dare lezioni. Perfino in America la frase che rese famoso Charles B. Wilson, ministro della Difesa di Eisenhower, («Ciò che è bene per la General Motors è bene per l’America ») è ricordata come l’epitaffio di un mondo che fu: figurarsi in Italia dove di grandi aziende ne abbiamo avute sempre poche.

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Liberazione
3 settembre 2010

Possono anche crepare di fame. La ministra della scuola, Mariastella Gelmini, una specie di Sarah Palin italiana, ma più sbiadita, si rifiuta di incontrare i precari. «Non incontrerò chi è venuto a protestare davanti a Palazzo Chigi», ha detto nel corso della conferenza stampa sull’apertura del nuovo anno scolastico tenuta ieri mattina nella sede del governo. «Protestano – ha spiegato – senza ancora sapere se sono stati esclusi. Non si tratta di persone che sono state licenziate. Presumono di non avere un posto di lavoro, ma il ministero non ha ancora completato le operazioni». Per la responsabile del ministero di viale Trastevere la vasta mobilitazione nazionale di questi giorni sarebbe un fatto del tutto strumentale, «alcuni di quelli che protestano in piazza non sono precari ma esponenti di Italia dei valori». Così la Flc Cgil, il Coordinamento precari della scuola, i Cobas e le Rappresentanze di base hanno avuto il ben servito. La ministra, che per l’esame di abilitazione alla professione forense si recò nel 2001 da Brescia a Reggio Calabria (dove le statistiche dicono che non viene bocciato nessuno), nemmeno distingue l’abissale differenza che passa tra sigle sindacali, movimenti di base dei lavoratori e forze politiche che hanno l’abitudine di reclamare più manette per tutti e nulla sanno di sociale e di lavoro. Purtroppo siamo in tempi di Onagrocrazia, come diceva Benedetto Croce riferendosi al «potere degli asini raglianti». L’anno scolastico parte con 50 mila classi prive d’insegnanti, 1600 senza presidi, 8 miliardi di euro in meno in tre anni e 170 mila docenti e dipendenti lasciati per strada dopo anni di lavoro, ma per la ministra tutto ciò non esiste. Le cose vanno benissimo. Durante la conferenza stampa ha snocciolato una lunga serie di cifre che, a suo dire, segnano in positivo la «svolta epocale» introdotta con la riforma della scuola secondaria. Secondo i calcoli del ministero citati dalla Gelmini, la riforma del reclutamento degli insegnanti ridurrebbe il precariato, il taglio «vero» effettuato dal governo sarebbe quest’anno soltanto di 2000 cattedre a fronte della 10 mila dello scorso anno, per uno smantellamento complessivo di 87 mila posti in tre anni, di cui 67 mila fino ad oggi. L’introduzione dei licei linguistici e musicali avrebbe riscontrato un buon successo come il tempo pieno nelle scuole elementari, che sarebbe cresciuto del 3%. Anche per i disabili, secondo la ministra, sarebbero aumentati i posti di sostegno, mentre sui precari sarebbe pronto un decreto che darebbe priorità nell’attribuzione delle supplenze a coloro che hanno perso la cattedra. Altri precari “tagliati” verrebbero recuperati grazie ad accordi con le regioni e l’uso di fondi Ue. Insomma un quadro della scuola assolutamente roseo dove l’unico neo verrebbe dal passato: «Duecentomila precari sono il frutto di decenni di politica in cui si sono distribuiti posti che la scuola non era in grado di assorbire». Il passato per Gelmini è un’ossessione, in particolare quel Sessantotto che «ha propagandato un egalitarismo falso e profondamente deleterio. Ha svuotato di significato i principi di merito e di autorità», come ha spiegato in un’intervista al Messaggero di sant’Antonio per concludere che il «merito è l’unico criterio veramente democratico». E così per tutelare una didattica ispirata sempre più all’ordine e alla disciplina, ha terminato la conferenza stampa annunciando che «non si potranno più superare i cinquanta giorni di assenza, pena la bocciatura». Dura la risposta venuta dal presidio dei precari posto sotto Montecitorio, «Troppo facile accusarci di essere militanti politici. Così si aggira il problema per il quale chiediamo un confronto: la qualità della didattica, la qualità del lavoro, la ricaduta dei tagli sul personale della scuola e sulla società civile». Alle accuse della ministra i lavoratori rispondono che non c’è bisogno di attendere le chiamate per sapere che non ci sarà un lavoro quest’anno, «basta guardare le disponibilità pubblicate dai provveditorati e i numeri dei convocati: chi è fuori sa già di esserlo, molti lo sono sin dallo scorso anno». Diecimila assunzioni sono irrisorie, – fanno sapere – a fronte di 67 mila posti a tempo indeterminato tagliati e delle 130 mila cattedre tuttora vacanti. Anche sul tempo pieno «diverse famiglie si sono viste rifiutare il tempo pieno per i loro figli; nel solo Lazio 2800 bambini non vi sono stati ammessi».

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I ricercatori: “Non cediamo al ricatto, difendiamo l’università pubblica”
I grembiulini della Gelmini

Disobbedienza e lavoro in fabbrica: la questione etica degli operai Fiat a Melfi

Nuove relazioni industriali: la lotta di classe è legittima solo se la fa il padrone

Elisabetta Della Corte


Da Taylor in poi l’organizzazione della produzione e del lavoro nelle grandi imprese ha volutamente eroso gli spazi di decisione degli operai con la standardizzazione delle operazioni e i tempi dettati dalla catena di montaggio. Comando e controllo ne uscivano amplificati, così come l’obbedienza degli operai. Eppure, proprio come ricorda Tatiana Pipan in un articolo, rintracciabile on line, dal titolo “La disobbedienza come categoria interpretativa”, nello stabilimento di Wattertown gli operai, sfruttati, si ribellarono a Taylor scioperando, e disobbedendo alle richieste manageriali. Fino a qui niente di nuovo, la storia del lavoro coatto, quello eterodiretto, accettato per necessità, è punteggiata da atti di insubordinazione e resistenza, così come ci ricordano gli storici del  lavoro. Di nuovo c’è il fatto che, in Italia, dagli anni ’90 del secolo scorso, dopo il fallimento del progetto di automazione totale a Cassino, la Fiat importa dal Giappone il nuovo modello organizzativo basato sulla qualità totale e il coinvolgimento degli operai nei team di lavoro. Si cerca in questo modo di mettere a frutto i vantaggi della cooperazione tra gli individui ricomponendo, almeno in parte, il lavoro frammentato della fase fordista, camuffando con l’autoattivazione nuove responsabilità per i lavoratori. Questo tipo di riorganizzazione è accompagnato da un certo ordine del discorso che si è andato via via costruendo dalla fine degli anni ’70 in poi. Anni decisivi per comprendere lo stato attuale delle relazioni industriali in Italia. Sono gli anni in cui l’acuirsi della conflittualità operaia apre la strada a nuove rivendicazioni e diritti, rinforzando il sindacato, almeno nella prima fase. Poi, però, alla fine degli anni ’70, dopo la crisi petrolifera del ’73, quando in fabbrica iniziano a circolare i volantini delle Brigate Rosse e alcuni operai finiscono nelle patrie galere, non solo il cavallo di troia del terrorismo venne utilizzato per criminalizzare l’intero movimento operaio che aveva fatto tremare la gestione autoritaria del management Fiat di stampo vallettiano, ma si deviò significativamente il percorso delle relazioni tra padronato e forza lavoro, il cui atto finale può essere individuato nella marcia dei quarantamila, per lo più impiegati,  ideata da Romiti all’inizio degli anni ’80. Da lì in poi la strada del sindacato e quella delle rivendicazioni operaie è tutta in discesa. Da quel momento, così come non si deve parlare di corda in casa dell’impiccato, alla Fiat ogni atto di ribellione, anche quelli eticamente orientati verso la riduzione dell’intensificazione del lavoro così come le proteste per gli accordi contrattuali non mantenuti sono stati bollati come atti estremi, su cui aleggiava il fantasma dell’estremismo. L’uso strumentale degli anni di piombo, quindi, è servito tanto a destra quanto a sinistra per riportare all’obbedienza gli operai e imporre il nuovo regime di fabbrica. Quando non si faceva uso di questo espediente retorico, il divide et impera veniva agito con altre categorie. In tempi recenti si usa dividere i bravi lavoratori contro i fannulloni che, come a Pomigliano, nel periodo elettorale sceglievano di stare ai seggi, preferendo la vita activa a quella lavorativa. Come si sa, infatti, la classe operaia deve produrre lasciando ai politici di professione l’onere delle questioni pubbliche.
Questo forse aiuta a capire in che direzione tira il vento che soffia da Pomigliano a Melfi fino a Mirafiori, dove chi invia un volantino dalla mail aziendale è un potenziale sovversivo così come chi a Melfi per protestare contro l’aumento disumano dei ritmi di lavoro è da licenziare. Questa è  gestione delle risorse umane ha molto di dis-umano, ma forse anche questo non avviene a caso. Il mercato dell’auto in questo periodo non tira e gli scioperi e i blocchi potrebbero tornare utili alla Fiat, che con una sola mossa – le sospensioni e i licenziamenti – può tentare di ammansire i “ribelli” della Fiom e ridurre i costi di una produzione che non tira. Certo più che di relazioni industriali si dovrebbe parlare dei comportamenti di incalliti pokeristi abituati a bluffare e a lasciare il tavolo dopo ricche vincite. Non sappiamo se Marchionne gioca a poker, e non ci importa saperlo, ma ci si chiede: non saranno mica queste le nuove relazioni industriali in tempo di crisi?

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Fumi di democrazia
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Delazioni industriali: la nuova filosofia aziendale di Marchione
Bossnapping, nuova arma sociale dei lavoratori
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1970, come la Fiat schedava gli operai
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La violenza del profitto: ma quali anni di piombo, gli anni 70 sono stati anni d’amianto