Dopo le primavere arabe arriva l’estate kurda, la rivoluzione del Pkk contro identitarismi etnici e mono-nazionali

Gli scherzi della geopolitica – Abdullah Öcalan, il leader del Pkk imprigionato da 14 anni nell’isola carcere di Imrali, spiazza tutti. In occasione della festa kurda del Newroz (Norouz in persiano: نوروز ;  Nevruz in turco), l’equinozio di primavera festeggiato secondo l’antica tradizione zoorastiana, il dirigente del Partito dei lavoratori del Kurdistan ha lanciato un importante appello che chiede di mettere fine alla lotta armata in favore di una nuova strategia che per la lotta verso l’autodeterminiazione del popolo kurdo rappresenta una rivoluzione nella rivoluzione: abbandonare la vecchia prospettiva nazionalista che puntava alla rivendicazione monoetnica del “uno Stato un popolo” per passare ad una visione multiculturale, multinazionale e multietnica ispirata al confederalismo democratico.
Una svolta che in futuro potrebbe fare da battistarda anche per la soluzione del conflitto in terra Palestinese depotenziando l’attuale mina confessionale.
La sortita di Öcalan ha avuto una lunga gestazione con mesi di incontri e trattative riservate con i suoi carcerieri, gli emissari del governo turco, e scambio di messaggi con i vari dirigenti della diaspora kurda, incidenti di percorso ed episodi ancora non chiariti come l’uccisione, lo scorso gennaio, di tre esponenti della comunità kurda in esilio a Parigi, tra cui Sakine Cansiz, 55 ans, fondatrice del Pkk.

Soprattutto la mossa di “Apo”, spiegano gli analisti di geopolitica, trae alimento dal potenziale rischio di destabilizazzione che le “primavere arabe” e la crisi siriana hanno provocato sulla Turchia, socchiudendo come mai era accaduto prima d’ora una formidabile finestra d’opportunità per le sorti del popolo kurdo che ha visto così approssimarsi l’occasione irripetibile di dare vita ad una propria “estate di libertà”.
Dopo aver strumentalizzato per anni la questione kurda in funzione antiturca, il regime di Hafez al-Assad (padre dell’attuale presidente siriano), che per anni aveva dato ospitalità e sostegno logistico e finanziario al Pkk, sia per una logica di campo (la Siria era un alleato improprio dell’Urss mentre la Turchia appartiene alla Nato) che per questioni strategiche regionali, legate alla gestione delle riserve idriche dell’Eufrate e del Tigri, i cui corsi nascono in Turchia e confluiscono in Siria, i due Paesi giunsero ad un compromesso sancito nel 1998 con gli accordi di Adana. Quel patto segnò la fine dell’appoggio di Damasco al Pkk e l’espulsione di Öcalan dal Paese. Dopo una breve permanenza nella Federazione russa, l’arrivo improvvissato in Italia dove gli venne negato l’asilo politico, il presidente del Pkk fu rapito in Kenya e condotto nelle carceri turche.
Dopo l’esplosione della guerra civile siriana, nel corso dell’estate 2012 le truppe di  Bachar Al-Assad hanno evacuato il nord del Paese lasciando territorio libero alle milizie armate del Pkk. Situazione che ha fortemente allarmato la Turchia per il timore che ciò potesse dare luogo alla nascita, di fatto, di una zona autonoma d’influenza kurda nel nord della Siria, sponsorizzata sia dall’Iran che dalla fazione lealista di Damasco. Da qui le trattative accelerate con il prigioniero Öcalan che non si è lasciato sfuggire l’occasione, tuttavia inquadrandola non in un semplice soluzione tattica del momento ma all’interno di una innovativa proposta di ampio respiro strategico, come spiega il testo di Michele Vollaro, che proponiamo qui sotto (dal blog baruda.net)


Dopo le primavere arabe arriva l’estate kurda, la rivoluzione del Pkk contro identitarismi etnici e mono-nazionali

di Michele Vollaro

«La creazione di aree geografiche “pure” basate sull’etnicità e mono-nazionali è una fabbricazione disumana della modernità che nega le nostre radici e le nostre origini».

Una dichiarazione storica che potrebbe chiudere il trentennale conflitto che oppone il Partito dei lavoratori kurdi (PKK) e lo Stato turco. Un annuncio clamoroso destinato a mettere fine alla lotta armata che ha causato oltre 40.000 vittime. Così è stato definito da più parti il messaggio di Abdullah Ocalan, letto a Diyarbakir il 21 marzo durante la celebrazione del Newroz. Un messaggio che gli abitanti del Kurdistan, forzati da decenni alle politiche assimilazioniste delle autorità turche, hanno accolto con gioia e trepidazione, convinti ormai anch’essi da tempo della necessità di trovare una strada alternativa alla lotta armata per vedere riconosciuti i propri diritti e, ancor di più, condizioni di vita dignitose, in una società come quella kurda caratterizzata da marginalità, oppressione, povertà e disoccupazione. In poche parole dall’assenza assoluta di una qualsiasi prospettiva per riuscire anche solo ad immaginare di realizzare le proprie aspirazioni personali, siano esse la possibilità di scegliere un lavoro, di viaggiare liberamente o anche semplicemente di parlare la propria lingua madre. Chi ben conosce questa situazione e la storia recente del Kurdistan ha giustamente salutato il messaggio di Ocalan come un fondamentale punto fermo per un dialogo che può cambiare definitivamente le condizioni di vita nella regione.

L’inganno geopolitico
Qualcun altro, invece, ha visto in questo messaggio la definitiva abdicazione del popolo kurdo ai propri diritti e alla propria autodeterminazione, interpretando la scelta del fondatore del PKK come una capitolazione a più forti interessi internazionali. Un presunto accordo dettato da ipotetici interessi geopolitici per non danneggiare la ‘crociata’ imperialista a sud del confine turco, dove le potenze occidentali starebbero complottando il rovesciamento di un regime nemico, quello siriano, amato e sostenuto dalla propria popolazione. Il popolo kurdo avrebbe quindi venduto la propria anima al diavolo per ottenere chissà quale vantaggio ai danni di quello siriano. Non credo valga nemmeno la pena soffermarsi ad evidenziare l’assurdità di quest’interpretazione, che sembra uscita più da un tabellone da gioco di Risiko dove ognuno guarda alle proprie immaginifiche bandierine anziché essere fondata su condizioni di fatto.

Una rivoluzione di paradigma: dallo Stato-nazione al confederalismo democratico
Ben più interessante e produttivo sarebbe in realtà concentrare l’attenzione su un paio di osservazioni. Alcune, che potrebbero essere utili a comprendere meglio cosa accade o potrebbe accadere in Kurdistan e in generale all’interno della Turchia, da tempo immemore considerata la porta o il ponte tra Oriente ed Occidente e quindi già solo per questo degne di un necessario approfondimento, ma ancora più fondamentali per la “rivoluzione” (qualcuno probabilmente storcerà il naso a leggere questo termine) non solo sociale e politica, ma anche e soprattutto di categorie interpretative che il Medio Oriente vive ed ha vissuto negli ultimi anni. Altre, più vicine invece a precedenti diversi, anche della storia italiana, accomunabili alla vicenda di Ocalan per certe somiglianze che potrebbero consentire di guardare ad eventi, usi e giudizi già espressi nel passato recente.
Cominciamo dal locale e particolare, che interessa come accennato lo stravolgimento di categorie tradizionali. Il discorso di Ocalan può essere riassunto nella frase “Siamo ora giunti al punto in cui le armi devono tacere e lasciare che parlino le idee e la politica”. Al di là delle notizie di cronaca sull’inizio o meno di un cessate-il-fuoco da parte delle fazioni armate e dell’avvio di un processo di pace tra PKK e Stato turco, è stato notato in modo più che corretto che questo indica un mutamento di strategia. Anche se non è proprio una novità: sono anni che l’agenda politica kurda è incentrata sul principio della “autodeterminazione democratica”, un concetto promosso allo stesso tempo da Adbullah Ocalan e dal Partito della pace e della democrazia (BDP) dove l’affermazione dell’identità del popolo kurdo e la democratizzazione dell’intera Turchia diventano le due facce della stessa medaglia. Ma questo è giusto un dettaglio o anche solo una puntualizzazione da addetti ai lavori. Si potrebbe osservare infatti che nonostante le numerose tregue dichiarate in passato dal PKK, per un motivo o per un altro, le armi non sono state ancora abbandonate dai guerriglieri e questa è stata infatti la risposta del ministro turco dell’Interno, Muammer Güler, che pur concedendo ad Ocalan di aver usato un linguaggio di pace ha aggiunto che “ci vorrà tempo per vedere se le parole saranno seguite dai fatti”.
Lo stesso Ocalan ha detto che “Oggi comincia una nuova era. Il periodo della lotta armata sta finendo, e si apre la porta alla politica democratica. Stiamo iniziando un processo incentrato sugli aspetti politici, sociali ed economici; cresce la comprensione basata sui diritti democratici, la libertà e l’uguaglianza”. In questo, si evidenzia come il discorso era sì rivolto ai guerriglieri kurdi affinché depongano le armi, ma al tempo stesso è anche una sfida al governo turco.
“Negli ultimi duecento anni le conquiste militari, gli interventi imperialisti occidentali, così come la repressione e le politiche di rifiuto hanno provato a sottomettere le comunità arabe, turche, persiane e curde al potere degli stati nazionali, ai loro confini immaginari e ai loro problemi artificiali – prosegue ancora Ocalan – L’era dei regimi di sfruttamento, repressione e negazione è finita. I popoli del Medio Oriente e quelli dell’Asia centrale si stanno risvegliando”. Più avanti aggiunge “Il paradigma modernista che ci ha ignorato, escluso e negato è stato raso al suolo” e “Questa non è la fine, ma un nuovo inizio. Non si tratta di abbandonare la lotta, ma di cominciarne una nuova e diversa. La creazione di aree geografiche “pure” basate sull’etnicità e mono-nazionali è una fabbricazione disumana della modernità che nega le nostre radici e le nostre origini”.

Basta con i nazionalismi
L’oggetto della polemica è l’ideologia politica che è all’origine di molta parte dei problemi dell’ultimo secolo, quel nazionalismo che insieme alla sua creatura principe, lo Stato-nazione, sono ormai da oltre un decennio indicati come profondamente in crisi, ma sembrano restare pur sempre la risposta più immediata e semplice come misure di reazione agli stravolgimenti in corso. Restando in Medio Oriente basti pensare alle spinte centrifughe in Libia o in Iraq dopo la fine dei precedenti regimi, dove ognuno degli interessi dominanti localmente punta alla creazione di una propria entità statuale sostenendo la necessità di un territorio pacificato sulla base della propria univocità sia essa “etnica” o di qualsivoglia altro titolo; un altro esempio emblematico è anche la sciagurata scelta dell’opzione di “due popoli, due Stati” per la soluzione del conflitto israelo-palestinese.
Il dibattito sul tema del nazionalismo non è di certo un argomento nuovo intorno alla questione kurda. Senza andare troppo indietro, già a partire almeno dal 2005 Ocalan si era interrogato sui legami tra etnicità e nazionalismo indicando proprio nella creazione degli Stati-nazione in Medio Oriente l’origine della crisi attuale della regione (Abdullah Ocalan, Democratic Confederalism, 2011). Servirebbe lo spazio di almeno un libro per ripercorrere l’archeologia del dispositivo statuale moderno, ma ciò porterebbe il discorso troppo lontano. Nondimeno sarebbe senz’altro sano ed essenziale ragionare sulla necessità di individuare nuovi percorsi che leggano la realtà del mondo contemporaneo per mezzo di una lente o un’idea cosmopolita.
Riguardo alla situazione kurda, va dato atto ad Ocalan di essere stato abile in questi ultimi anni ad argomentare e proporre le proprie idee per un nuovo modello di società, che includesse nuove istituzioni per funzionare e un nuovo vocabolario per definire concetti ed idee necessari a descrivere ed immaginare quello che si propone di essere appunto non soltanto un classico processo di pace, ma piuttosto un cantiere per una nuova costruzione sociale.

La “pazzia” di Öcalan
Un’ultima osservazione che mi preme sottolineare è quella sul contesto in cui sono maturate le ultime dichiarazioni del leader kurdo. Ocalan si trova dal 1999 nel complesso carcerario di Imrali, in una struttura di massima sicurezza svuotata di tutti gli altri detenuti per poter “ospitare” unicamente il fondatore del PKK, che quindi può vedere soltanto i suoi avvocati e i suoi carcerieri. Questa situazione ha portato più volte qualcuno a sostenere che Ocalan avrebbe perso il contatto con il movimento da lui guidato e sarebbe anzi manipolato per sostenere gli interessi dello Stato turco e i presunti suoi alleati nella partita geopolitica.
Riprendo qui l’introduzione di un libro dello storico Massimo Mastrogregori. “Ci sono autorità, più o meno visibili, che sollecitano e ascoltano la voce del prigioniero. Il quale cerca, ancora una volta, di vincere la partita politica in corso e di agire più liberamente che può, anche nel fondo della prigione, in nome di ciò in cui ha sempre creduto. E sa che cercando di vincere, ancora una volta, avrà fatto qualcosa di utile anche se perde”. Queste parole, che sembrano calzare alla perfezione per il caso di Ocalan, sono invece scritte per raccontare la storia parallela di altri due prigionieri, apparentemente diverse ed opposte per le loro esperienze personali e separate da cinquant’anni di distanza, quella di Antonio Gramsci e di Aldo Moro (Massimo Mastrogregori, I due prigionieri, 2008). Lo storico italiano osserva come analogie e comparazioni tra due storie così diverse possano aiutare a vedere cose nuove, rivelando connessioni nascoste e parallelismi a partire dall’esperienza carceraria e dall’uso fatto o meno e dai giudizi espressi sulla voce che esce dalla prigione. Mi soffermerò solo brevemente su questo aspetto. In occasione del sequestro Moro, in una maniera che effettivamente lascia un po’pensare, l’intera comunità mediatica italiana, quasi tutti coloro che parlando pubblicamente trovano uno spazio, la cui parola è riprodotta sui giornali, i politici e i grandi giornalisti, si accordano sul fatto che la voce che sta parlando non appartiene a Moro. Sempre Mastrogregori sottolinea la rapidità con cui si sia “compattato” questo schieramento che sostiene l’inautenticità degli scritti di Moro durante la sua prigionia. “Moro perde il dominio sulla sua firma, ciò che Moro firma non vale; sono scritti originali, autentici, non che ci sia il dubbio che la grafia non sia la sua (all’inizio c’è anche quello); ma anche quando si scopre che la grafia è effettivamente la sua, le condizioni in cui quel testo viene elaborato portano alla conclusione univoca che non è Moro che sta parlando. Si presuppone che le BR dettino e che Moro scriva, con una serie di gradi diversi, con distinguo, eccetera. Le eccezioni a questa posizione sono veramente pochissime. Ciò aveva una conseguenza che, nel tempo, verrà tratta, che Moro aveva perso la capacità di intendere e di volere, era regredito alla condizione di bambino e cose del genere, che era drogato”.
Il tema del discorso che proviene dal fondo della prigione, della voce di chi è incarcerato è interessante perché si oppone nel modo più assoluto ai discorsi che solitamente ottengono la più grande circolazione e visibilità, cioè quelli che provengono da una posizione autorevole e sopraelevata, come potrebbe essere un professore dalla sua cattedra o un giornalista da un quotidiano. Il prigioniero è il caso limite opposto, quello che dice non ha l’autorità che viene da qualche piedistallo. Ma se decide di scrivere, lo fa per riguadagnare, in qualche modo, con vari sistemi, quel margine di libertà che chi lo domina gli ha sottratto. Perché un prigioniero scrive? Anche per riguadagnare uno spazio di libertà.

Per saperne di più
Il discorso di Öcalan per il Newroz
Dalla Mesopotamia social forum finito ieri a Giyarbakir

Roma, 16 marzo 1978, in via Fani alcuni operai scesi dalle fabbriche del Nord insieme ad un gruppo di precari romani provano a cambiare la storia d’Italia. Erano le Brigate rosse

Quella mattina erano in 10, un tecnico, un contadino, un’assistente di sostegno, uno studente, un artigiano, un paio di disoccupati, alcuni operai. Lo scarno racconto, secco e preciso, del rapimento del presidente della democrazia cristiana Aldo Moro proposto dallo storico Marco Clementi nel volume, Storia delle Brigate rosse, Odradek 2007

cop-br-4-cmIl nucleo che agì la mattina del 16 marzo era composto da nove brigatisti operativi e da una decima persona, una ragazza che aveva il compito di segnalare, all’inizio di via Fani, l’arrivo del convoglio delle macchine con la scorta e il presidente democristiano e, quindi, abbandonare immediatamente la zona.
Quattro brigatisti attendevano divisi in due sottonuclei di due persone l’arrivo delle macchine all’incrocio tra via Fani e via Stresa, dov’era situato un segnale di stop. Una brigatista in via Stresa doveva chiudere la strada in un senso; un sesto brigatista si trovava dentro una macchina con la quale doveva entrare a marcia indietro in via Fani per caricare l’ostaggio, un settimo militante era al volante di una macchina che doveva mettersi alla testa del convoglio, tenendoselo dietro fino allo stop, e gli ultimi due dovevano chiudere via Fani dalla parte alta, il cosiddetto «cancello superiore».
Il problema rappresentato da un fioraio che ogni mattina giungeva in via Fani con un camioncino era stato risolto la sera precedente, squarciando tutte e quattro le ruote del mezzo. Egli si posizionava normalmente nella parte superiore di via Fani, lontano dallo stop, ma avrebbe potuto trovarsi nella zona del fuoco in seguito a un’evoluzione diversa dell’agguato, come la presenza di macchine che allungavano la fila all’incrocio con via Stresa. Inoltre, si sarebbe trovato all’altezza del «cancello superiore». Il piano prevedeva che, dopo la segnalazione della ragazza, la macchina parcheggiata in doppia fila all’inizio di via Fani e condotta da un solo militante si muovesse in modo da mettersi esattamente di fronte alla 131 blu con Moro e due uomini di scorta dentro. Avendo percorso via Fani, si sarebbe fermata allo stop e immediatamente i due sottonuclei avrebbero aperto il fuoco. Il primo elemento di ogni sottonucleo doveva colpire l’autista rispettivamente della prima e della seconda auto, quindi il resto della scorta assieme al secondo.
Contemporaneamente, il conducente della macchina ferma allo stop sarebbe dovuto scendere e rinforzare il «cancello inferiore», mentre la macchina con i due brigatisti chiudeva via Fani da sopra. Alla fine della sparatoria i brigatisti avrebbero preso Moro e lasciato immediatamente la zona su tre auto in una stessa direzione, mentre la quarta, quella del «cancello superiore», si sarebbe diretta dalla parte opposta. La quinta macchina, quella ferma allo stop, sarebbe stata abbandonata all’incrocio stesso.

imagesQuella mattina, non appena la giovane brigatista vide giungere le due macchine con Moro e la scorta, segnalò con un gesto convenuto al conducente dell’auto (poi ritrovata in via Fani) l’arrivo dell’obiettivo e lasciò la sua posizione. Il brigatista attese l’inizio della manovra di svolta della Fiat 131, quindi partì tenendo dietro la stessa e l’Alfetta bianca con tre componenti la scorta. Scendendo verso via Fani fu costretto a superare un’auto che viaggiava lentamente e lo stesso fecero le due auto di Stato. Giunto allo stop, si fermò, così fecero la Fiat e l’Alfa Romeo. Immediatamente i quattro brigatisti in attesa aprirono il fuoco, mentre la brigatista addetta al «cancello inferiore» fermava con il mitra una Cinquecento appena sopraggiunta, guidata, lo si seppe poi, da un poliziotto. L’autista dell’Alfetta fu colpito immediatamente e la sua macchina fece un balzo in avanti, andando a tamponare la 131, il cui autista cominciò a suonare all’auto ferma davanti a lui affinché partisse. Il mitra con il quale doveva essere colpito, infatti, si era inceppato e l’uomo della scorta stava tentando una disperata manovra per portare Moro in sicurezza. Il brigatista dentro l’auto ferma allo stop rimase con il piede sul freno, mentre la 131 continuava ad andare avanti e dietro provando a uscire dalla morsa nella quale era stata chiusa. Poi l’autista venne raggiunto da alcuni colpi e morì. Nel frattempo si inceppò anche il mitra di un altro brigatista che stava sparando contro l’Alfetta e ciò permise a un componente la scorta di scendere dall’auto e provare una reazione, ma venne colpito a sua volta e cadde. I colpi cessarono e solo allora il brigatista nell’auto ferma allo stop poté scendere. Fu lui a prendere Moro (secondo il piano doveva essere uno del primo sottonucleo a farlo), che venne caricato nell’auto giunta da via Stresa a marcia indietro. Quindi tutti i brigatisti lasciarono la zona e dopo pochi isolati cambiarono le auto, parcheggiando quelle usate nell’agguato in una stessa via. Attraverso uno scambio ulteriore di mezzi, l’ostaggio venne portato in via Montalcini, in una zona periferica di Roma ma non troppo lontana dal centro, dove fu tenuto prigioniero in una «prigione del popolo» gestita da Anna Laura Braghetti, Germano Macccari e Prospero Gallinari. Mentre Moro entrava in quella base tutti gli altri brigatisti che avevano partecipato al rapimento erano già partiti per il Nord o si erano ritirati nelle loro basi romane.

Per saperne di più

Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Storia della dottrina Mitterrand

A Giorgio Frau

Il discorso letto alla cerimonia di saluto per Giorgio Frau

di Barbara Balzerani
8 marzo 2013

foto GiorgioNon ti sedevi mai per primo. Lo facevi solo quando ognuno aveva trovato posto. E non per cortesia di maniera. Eri vissuto nelle strade dei quartieri che hanno fatto la storia proletaria di questa città e nelle celle delle galere di mezza Europa. Eppure sembravi un signore di altri tempi, con i tuoi modi garbati e persino qualche galanteria.
Con te era facile condividere il pane che con generosità hai sempre messo a tavola. Facile pensarti per un sostegno, una conferma. Anche in tempi di separazioni identitarie forti, tu ti sottraevi e, con un sorriso, declinavi l’invito a metterti da una parte sola della grande famiglia di fratelli separati che siamo stati.
Ci siamo persi e ritrovati più di una volta. Non è successo con tutte e tutti. Ma con te è successo, anche quando ho stentato a comprendere, nell’impossibilità di trovare traccia di un tuo torto verso chiunque avesse la faccia e il cuore di un compagno. In anni in cui di torti ce ne siamo fatti e tanti ne abbiamo subiti.
Sei stato sempre pronto a dare, quasi mai a chiedere. E’ un dettaglio, è il suo carattere ci dicevamo, deve vedersela da solo. E’ fatto così.
Come eri fatto? Possibile tanta leggerezza nel capire la tua profonda pena da parte di chi ti è stato accanto in questi anni difficili? Quella che adesso ci condanna al rimorso di averti lasciato solo fino a quel maledetto marciapiede dove la tua corsa s’è conclusa.
Quante volte i corpi morti dei compagni, delle compagne, ammazzati per strada ci hanno straziato gli occhi e l’anima con arpioni roventi. Ogni volta un pezzo di noi strappato alla nostra vita. Ogni volta a temere di non avere più forze per sostenerne il peso. Ma sembra non basti ancora. Adesso, al primo sole di questa primavera, l’oltraggio più inaspettato e crudele a questa nostra comunità di scampati, debole e inadeguata a impedire l’ennesima sconfitta, disegnata sulla disperante solitudine del tuo corpo morto a terra.
Ti ricordi? Sognavamo di andarcene da questo paese sfigurato. Facevamo itinerari ma sapevamo che era solo una favola bella che ci raccontavamo per attutire lo sconforto e l’impotenza. Neanche una vacanza, un viaggio siamo riusciti a fare. Anzi si. Uno si, quando abbiamo preso lo stesso treno per andare a salutare tutti insieme Prospero in quel piccolo cimitero sotto la neve.
Adesso dovremmo cominciarne un altro di viaggio. Senza di te. Caricando il nostro bagaglio della rabbia per la tua scelta e il dolore per la nostra cecità. Non abbiamo capito. Non abbiamo avvertito i tuoi muti segnali. Non fino a che punto ti tormentava non poter risarcire con qualche sollievo la vita dei tuoi anziani genitori. Non fino a che punto ti toglieva il sonno l’assillo per una precarietà d‘esistenza. Persino quanto ti metteva in difficoltà non poter rispondere alle altrui richieste d’aiuto.
E così tutto, irreparabile, s’è consumato. Abbiamo camminato a fianco, spesso in salita e controvento. Ma noi non c’eravamo nell’ultima tua giornata, sapevi che non potevamo condividerla. Non abbiamo saputo distoglierti né inventarci insieme vie d’uscita che potevano colmare la profondità della tua angoscia. Adesso possiamo solo un’ultima restituzione. Tenerti nel calore del nostro ricordo e farti una promessa: sapremo prenderci cura della tua Anna, stanne certo, anche se ancora non sappiamo dove andare a trovare le forze per sanare la ferita della tua perdita.
Ciao Giorgio! Non dimenticheremo il tuo sorriso buono. Ci sarà di consolazione tutte le volte che la tua assenza ci farà sentire ancora più soli!

Per Giorgio Frau da Parigi
Giorgio Frau venerdì 8 marzo l’ultimo saluto
A Giorgio Frau ucciso ieri a Roma

Per Giorgio Frau, da Parigi

In morte di Giorgio Frau, di Oreste Scalzone

“Incontrandolo di recente a una manifestazione – non so più dove…, anzi ora sì, ma non é tanto importante qui data luogo situazione – e abbracciandolo, avevo notato ancora (non voglio toccare corde sentimentali, è che è così) gli occhi tristi, ridenti, occhi ”ossimori” di sorriso e allegrìa tristi. Non spiaccia ad alcuno/o (ma…, siamo ribelli e sovversivi, critici radicali, mica ”cattivisti”, più di quanto non siamo ”buonisti”…) l’immagine che segue: «il gh’aveva deu oecc’ de bun» (si perdoni l’ortografia…), “aveva due occhî da buono”, come dice «Il purtava ‘i scarp’ de tenis», la canzone di Jannacci.
Occhî, potrei dire, come tra il sognante, l’estenuato e un fondo di spavento – forse uno legge ciò che proietta lui, ma mi sembrava una specie di sgomento per questo mondo in cui si oscilla tra la prospettiva di « una fine spaventosa », «uno spavento senza fine » o entrambi gli scenarî in sequenza”.

DownloaderSuccede ormai, sempre più spesso – cadenza accelerata di un addìo dopo l’altro, un mondo che ogni volta finisce, « gli occhî d’un uomo che muore ».
Ogni morte è una fine-di-mondo, fine del mondo in senso proprio, che si consuma per chi muore. E ogni persona morta, è uno squilibrarsi del resto, resto-del-mondo, sbilanciamento del paradigma, mutazione irreversibile dello ‘stato delle cose’, buco di vuoto che si produce, e conseguente effetto-vuoto d’aria, tutto ciò che vi si precipita…
Così come avviene per la pietra lanciata in uno stagno, o il battito d’ali di una farfalla in Amazzonia dei due esempî celebri, l’onda d’urto si propaga come per cerchî che si allargano de-centricamente nell’acqua «fino ai confini dell’universo». “Storicamente”.
Materialmente. Realmente.
‘Stavolta : eravamo rimasti folgorati Lucia ed io, dalla notizia – data dai telegionali di un mezzogiorno di qualche giorno fa – di una di quelle tragedie che avvengono periodicamente, che si sono ripetute in questi anni e che hanno riguardato come ‘comunità di destino’ questa nostra detta «generazione degli anni di piombo».
Dove le morti, d’ogni tipo e per cause diverse, vanno cadendo con ritmo assai più accelerato che la statistica “media sociale” (così come per l’«aspettativa di vita», o «speranza», talmente censitaria che lì si vede (e si potrebbe sbattere in faccia a tutti i decerebrati e decerebranti pifferaî dello spirito del tempo), cosa vuol dire «classe » e che cos’è, ‘bio/tanato-politicamente’…).

Un primo pomeriggio di qualche giorno fa – stavamo dicendo – dicono dunque “dalla regìa” che la mattina, a Roma, dopo uno scontro a fuoco avvenuto nel corso di un tentativo di rapina di un furgone di trasporto di fondi, un uomo é rimaso a terra , morto.
Ci risuona nella testa il nome, Giorgio Frau. Lo abbiamo conosciuto, fa parte come tanti e tante della tessitura della nostra vita – se la vita è in gran misura fatta d’altri, in una tessitura continua di una trama comune.
Penso, a caldo, a un «vecchio ragazzo» – e in effetti, ha 56 anni appena, dieci meno di me.
Compagno, «nato» durante gli anni settanta in Lotta continua, proseguitosi poi in gruppi “dell’ autonomia”, più tardi, dopo ‘avventure’ diverse, fughe, ”esilî”, aderente ad un degli ultimi frammenti delle Brigate Rosse.
E poi, vita dentro o sul limitare della galera, scelte e necessità…
Ne avevamo incrociato il destino trent’anni fa. Nei primi anni ’80, con due altri suoi compagni/amici (potevano dirsi “ragazzini”, allora…) anche loro inquisiti e braccati dall’apparato penale dello Stato Italiano, come tant’altri uomini e donne era riparato in Francia. Pur non puntando a utilizzare la definizione di « terre d’asile », avevano cercato un momentaneo rifugio, quantomeno per ‘tirare il fiato’.
Arrestati dopo qualche tempo per lievi reati, difesi dai nostri avvocati e sostenuti dalla solidarità di noialtri della divisa, e “morale provvisoria”, del «per tutti e ciascuno!», linea di condotta, punto di vista e traccia etica di base, con le correlate ‘pratiche di solidarietà concreta’, dopo qualche mese di detenzione erano usciti e avevano potuto restare, precariamente come tutti, in Francia, in condizione di ”accoglienza”, rifugio e asilo di fatto, presenza ‘tollerata’. A poco a poco erano usciti dal ‘giro’, dalle frequentazioni quotidiane della “rifugiaterìa”.

Un giorno della fine anni 80/inizio 90, il pugno nello nstomaco anche allora a mezzo mass-mediatico della ‘caduta’ di Giorgio in Spagna. Quello che è seguito è noto : gli anni di galera lì, poi ancora la prigione in Italia; e poi semi-libertà, ri-’cadute’… ancora anni di galera …, e poi di nuovo semi-libertà (ossia, come per il bicchiere mezzo pieno mezzo vuoto, semi-prigionìa), con i corollarî di lavoro precario, vita difficile, che non sfugge ad una cappa di ulteriore durezza, infelicità a oltranza. Sempre – con tutta evidenza – una silenziosa fedeltà alle passioni, sogni, affetti, necessità e scelte dei suoi anni verdi.
Incontrandolo di recente a una manifestazione – non so più dove…, anzi ora sì, ma non é tanto importante qui data luogo situazione – e abbracciandolo, avevo notato ancora (non voglio toccare corde sentimentali, è che é così) gli occhi tristi
ridenti, occhi ”ossimori” di sorriso e allegrìa tristi. Non spiaccia ad alcuno/o (ma…, siamo ribelli e sovversivi, critici radicali, mica “cattivisti”, più di quanto non siamo “buonisti”…) l’immagine che segue: «il gh’aveva deu oecc’ de bun» (si perdoni l’ortografia…), “aveva due occhî da buono”, come dice «Il purtava ‘i scarp’ de tenis», la canzone di Jannacci.
Occhî, potrei dire, come tra il sognante, l’estenuato e un fondo di spavento – forse uno legge ciò che proietta lui, ma mi sembrava una specie di sgomento per questo mondo in cui si oscilla tra la prospettiva di « una fine spaventosa », «uno spavento senza fine» o entrambi gli scenarî in sequenza. Mondo, dove l’inerziale risultante delle dinamiche sistemiche, nonché l’insieme di ”quelli che comandano, utilizzano, capitalizzano, hanno potere di vita e di morte, decretano, decidono ‘passati presenti futuri’; quelli che “vampirizzano” la potenza, «potenza di persistere nel proprio essere», forza-lavoro intelligenza cooperante, energia, «disperata vitalità»;
quelli che presuppongono e icessantemente riproducono a-nomia, base di eteronomizzazione e a-tomizzazione, inibendo in radice (e comunque confiscandone ogni tentativo) capacità di comunanza, comune autonomia, interazione di singolarità differenti, tessitura di una trama comune di libera convivenza”, riducono schiaccianti maggioranze a pensare più facilmente « la fine del mondo che la fine del capitalismo », della Cosmo-macchina risultante, oggi esistente e in corso d’opera…

Of course, tutta la « sciacallerìa» (dal significato, in metafora, della parola “sciacallo” nel linguaggio corrente), saremmo indotti a dire, più ancora che degli stessi « inquirenti/inquisitori », della propaganda di guerra per via mass-mediatica, dominata da lettura «conspirazionista» dei fatti e delle cose – della vita intera – , si era gia messa a “macinare”…
Bisognerà – ancora una volta e forse un’ultima, che valga come se una volta per tutte –, mettere i piedi nel piatto, contrapporre, rispondere, introdurre dei ragionamenti in rapporto a questa ferocia, a questa, più ancora che « violenza », stolida crudeltà…
Stigmatizzano l’inimicizia (quando essa incarna la parte, il fronte di guerra sociale ”dal basso verso gli alti”, e quello che mettono al posto e chiamano «pace civile» &ccetera &ccetera… mettono, se è per questo, una nuvola di malanimo, risentimento, sprezzo misantropo e altre passioni tristi, invidia [della vita], tutto quanto insomma intesse il paradosso che qualcuno ha detto « della rivolta dei ricchi contro i poveri » (nonché, ovviamente, l’esser rotti ad ogni crimine nella concorrenza [mimetica] a morte all’interno del “loro” mondo»…).

Ci sarebbe molto da dire (anche a certi Soloni che avvelenano i dibattiti nella rete, prendendosi per detentori della “verità vera”, dello spirito della Giusta Linea…). Come si usa dire, un po’ consentendosi il sogno, “dormi, vola, riposa…, che la terra ti sia lieve…”.

Riscritto (potuto riscrivere, forse fuori tempo massimo,nella ‘dannazione’, anche, dell’ intempestivo)
oggi, 8 marzo 2013, a Parigi,
da Oreste (Scalzone)

A Giorgio Frau
Giorgio Frau venerdì 8 marzo l’ultimo saluto
A Giorgio Frau ucciso ieri a Roma

«La malafede di quei detenuti che abusano dei loro diritti», i pensierini del direttore di un carcere italiano

Prefazione di PierPaolo D’Andria, all’epoca direttore della Casa Circondariale di Viterbo-Mammagialla al libro di padre Alfredo Cento

I Cappellani del carcere di Viterbo (1885-2005)  a cura del GAVAC 2006

[…]

Non v’è dubbio che, nella società italiana, grazie al maggiore grado di istruzione dei cittadini ed alle spinte normative degli ultimi decenni, i destinatari delle norme di diritto sostanziale e processuale [tradotto vuole dire: quelli che incorrono in sanzioni penali o, più in generale, hanno a che fare con l’amministrazione giudiziaria, definiti anche “utenti” nei documenti interni prodotti dai professionisti della correzione] siano più consapevoli degli strumenti che la legge mette a loro disposizione per far valere la tutela dei propri interessi individuali e collettivi[1].

Anche l’ambiente interno al carcere, quale microcosmo in grado di rispecchiare i mutamenti della società, vede oggi un diverso atteggiamento del detenuto rispetto all’Amministrazione penitenziaria. I ristretti [tradotto: i carcerati] hanno piena certezza che lo stato di detenzione, in via cautelare o penale, non comporta affatto una capitis deminutio. Essi [i fedigrafi] sono ben consapevoli, non solo dei diritti che l’Ordinamento penitenziario ed il suo Regolamento di esecuzione prevedono in capo all’utenza, ma anche degli strumenti che le medesime fonti attribuiscono al detenuto per far valere le proprie posizioni giuridiche soggettive davanti alla competente autorità giudiziaria[2].

Tale evoluzione va considerata più obbiettiva e imparziale dell’esecuzione penitenziaria. Tuttavia, in un Paese che  si contraddistingue per la storica vocazione ad oscillare fra l’estremo dell’attribuzione allo Stato di “poteri forti” (si pensi alle periodiche “legislazioni dell’emergenza”) e l’estremo opposto del così detto “iper-garantismo”, non va sottovalutato il rischio di “cortocircuiti” causati dalla straripante attenzione ad ogni in-put proveniente dai soggetti ristretti in carcere. È innegabile, infatti, che, accanto alle “giuste rivendicazioni”, possano proliferare atteggiamenti vittimistici e vendicativi di soggetti in mala fede che, mal tollerando la dura esperienza della carcerazione preventiva o espiativa, non abbiano alcuna remora a sfogare la proprie frustrazioni attraverso l’inoltro di lettere-denuncia, di querele o di reclami alle autorità competenti.

Poiché dette autorità sono obbligate ad esercitare l’azione penale o ad attivare il proprio potere di controllo sul sistema carcerario, v’è il serio rischio che le risorse umane degli istituti siano chiamate a svolgere una sorta di “superlavoro indotto” (consistente, dal punto di vista tecnico, nell’effettuazione di verifiche mirate, nella redazione di verbali, nella trasmissione di lettere di chiarimenti, nella comunicazione di dati, ecc.).

Vero è che, alla prova della mala fede degli autori di false accuse o di doglianze prive di reale fondamento, il sistema penitenziario potrebbe agire, a sua volta, con gli strumenti repressivi previsti dalla normativa (dall’elevazione di rapporto disciplinare alla querela per diffamazione o alla denuncia per calunnia). Ma è altrettanto vero che tali reazioni, spesso destinate a scontrarsi con il menefreghismo di chi non ha nulla da perdere (si pensi ad un ergastolano sottoposto al 41-bis o alla stragrande maggioranza degli extracomunitari che sperimentano la frustrazione del carcere senza speranza, cioè senza accesso ai benefici esterni), non possono in alcun modo compensare la perdita di tempo e il dispendio di energie correlati a tali fenomeni degenerativi.

Le odierne difficoltà del pianeta carcere, sempre più oberato dalla complessità dei problemi delle categorie di detenuti da gestire e sempre più penalizzato dai tagli annui delle risorse finanziarie, impongono che il tempo e le energie degli operatori, a tutti i livelli, siano diretti verso la soluzione delle molteplici criticità per migliorare le condizioni di vita intra moenia e l’efficacia dei percorsi individualizzati di trattamento. Il sistema penitenziario, nell’attuale momento storico, non può permettersi il “cortocircuito” appena descritto. Nessuno nega la ingiustizia di una amministrazione penitenziaria insensibile o disattenta alla tutela dei diritti dell’utenza. Ben vengano gli interventi normativi e sociali a garanzia di tali diritti. Ma è altrettanto intollerabile la ingiustizia di un “iper-garantismo” che costringa le strutture periferiche ad essere sempre più assorbite ad un contenzioso senza fine, motivato dalla insoddisfazione a dell’acredine di determinate frange di detenuti piuttosto che da una reale esigenza di tutela di interessi violati.

Più che mai nella gestione dei quotidiani problemi che affliggono gli istituti di prevenzione e di pena, vale il monito di Seneca: “nessuno, che abbia cagionato perdita di tempo agli altri, pensa di essere debitore di qualcosa, mentre è questo l’unico bene che l’uomo non può restituire, neppure con tutta la sua buona volontà”.


[1] Basti pensare al grande movimento di riforma della Pubblica Amministrazione. L’attuazione del principio di “trasparenza dell’azione amministrativa” (attraverso l’obbligo di motivazione degli atti da parte della P.A. o del diritto di accesso ai documenti amministrativi e di attivazione del responsabile dell’iter burocratico ad opera dell’avente interesse), l’affermazione del principio del “giusto procedimento” (che consente al cittadino di poter far valere le proprie ragioni, in contraddittorio con la P.A., durante la fase precedente l’emanazione del provvedimento finale), a tacere di varie altre innovazioni, ribaltano il tradizionale rapporto fra cittadino e potere esecutivo basato sulla passiva soggezione del primo nei riguardi del secondo. Anche la riforma del processo penale, attraverso il passaggio dal rito inquisitorio a quello accusatorio, tende a pareggiare, nell’ambito delle indagini preliminari e della dialettica dibattimentale, le posizioni dell’imputato e del pubblico ministero (basti pensare, in chiave di maggiore garanzia  di tale equilibrio, alle profonde innovazioni in materia di indagini difensive).

[2] A parte lo strumento della querela o della denuncia alla Procura della  Repubblica a tutela da eventuali abusi del personale e di altri compagni di detenzione, pensiamo al reclamo contro il provvedimento di sorveglianza particolare (art. 14-ter della Legge n. 354/75), al  reclamo al magistrato di sorveglianza ex art. 35 o ex art. 69 della Legge ult. cit., al reclamo al tribunale di sorveglianza contro il decreto applicativo del regime speciale ex art. 41-bis, co. 2, Legge ult. cit. Per quanto osservabile nella quotidiana gestione del carcere, è improprio ritenere che i detenuti siano alla totale mercé di un “potere leviatanico” libero di amministrare a proprio piacimento l’esecuzione della carcerazione preventiva o della  pena. Non è trascurabile che, accanto alla magistratura di sorveglianza quale tradizionale organo di vigilanza dell’esecuzione penitenziaria, si collochino enti specificatamente preposti a tutelare le posizioni giuridiche dell’utenza (basti citare, da qualche anno a questa parte, il “Garante regionale per i diritti dei detenuti”).

Giorgio Frau, venerdì 8 marzo l’ultimo saluto

PER CHI VUOLE SALUTARE GIORGIO
VENERDI 8 MARZO
ORE 9,30 OBITORIO P.LE DEL VERANO 38
ORE 13,00 – 15,00 VIA MASURIO SABINO 31

foto GiorgioIn rete circolano dei ritratti di Giorgio che lo descrivono come “un lumpen”, “un personaggio pasoliniano”, dalla vita ambigua, a cavallo tra criminalità comune e lotta politica, finito per caso o per sbaglio nella lotta armata per il comunismo. Una rappresentazione fondata su circostanze inesatte e non veritiere della sua storia politica e personale. Niente di più falso, niente di più lontano dalla sua vicenda politica di comunista rivoluzionario a tutto tondo. Verrà il momento di raccontarla correttamente questa storia.

Piuttosto la morte Giorgio interpella la comunità frantumata dei compagni che con lui hanno condiviso durante gli anni 70 e 80 la lotta politica, la scelta armata, il carcere.
Una volta terminata la condanna non tutti hanno reagito allo stesso modo di fronte alla difficoltà di ritrovare un posto nella vita senza rinnegare la propria storia e le idee che l’hanno animata.
Non tutti hanno avuto lo stomaco di sopportare le tante giravolte, i mille percorsi individuali, l’affievolirsi della solidarietà.
Chi lo ha visto recentemente lo ricorda come suo solito: sereno, allegro, carico come sempre della sua generosità. La generosità, una qualità che in lui sembrava inesauribile.
In realtà la sua scelta, che a noi appare un gesto disperato, ci dice che la nostra era solo cecità, la prova di una capacità di ascolto e di attenzione persi.

Nella sua pagina facebook non molti giorni fa Gorgio ha scritto questa frase attribuita ad Epicuro: “Non abbiamo tanto bisogno dell’aiuto degli amici, quanto della certezza del loro aiuto”.

Non possiamo perdere così i nostri compagni.

Giorgio me lo ricordo nei cubicoli del G12 speciale di Rebibbia mentre faceva l’aria da isolato, era il 1989, appena estradato dalla Spagna con Anna. Lo salutammo dalle finestre. La loro posizione processuale venne stralciata e così non ebbi modo d’incontrarli. Alla fine del processo di primo grado, dopo essere stato assolto dall’accusa più grave fui scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare, oltrepassati da oltre un anno. Alcuni mesi dopo l’appello che capovolse il verdetto della corte d’assise mi rifugiai in Francia. Era il 1991. Non so esattamente quando Giorgio fu ricondotto in Spagna dove venne condannato per una lunga serie di rapine di autofinanziamento.
Lo rividi tanti anni dopo al Mammagialla di Viterbo, forse era il 2005 o il 2006, quando lo portarono al mio blocco, al piano sopra il mio. Ero stato riportato in Italia nel 2002 grazie ad una “consegna straordinaria”. Giorgio aveva terminato la sua condanna, credo nel 1998, ma nel frattempo aveva trovato il modo di farsi riarrestare. Una brutta esperienza nel mondo delle cooperative, dissidi sul modo di intendere il lavoro sociale lo spinsero a tentare l’avventura: mettersi in proprio. Ma la cioccolateria aperta con la sua compagna non funzionò e si ritrovò in un mare di debiti.
Il Dap aveva disposto il divieto d’incontro tanto per renderci la detenzione più disagevole. Chi scendeva al campo di calcio nei giorni in cui era permesso escludeva l’altro. E così per tutte le altre attività comuni. Non restava che metterci d’accordo attraverso radio carcere. Poi un giorno si sbagliarono e ci ritrovammo insieme nel corridoio, ci abbracciammo, ci baciammo e cominciammo a ballare di fronte alle guardie attonite che ci misero un po’ a reagire, staccarci e rimediare.
Finalmente nel 2007 ci ritrovammo a Rebibbia, a distanza di alcuni mesi l’uno dall’altro. Ci incontravamo in sala studio per seguire dei corsi di giurisprudenza. Nel 2008 sono uscito in semilibertà mentre Giorgio è rimasto fino alla conclusione della pena e da bravo studente ha dato anche con profitto diversi esami.

Giorgio ha fatto in tempo ad uscire dal carcere, rientrare, scontare per intero la condanna, uscire di nuovo e morire ed io ancora lì con una pena che sembra non finire mai ad aspettare di poter festeggiare insieme la conclusione delle nostre condanne e fargli conoscere il mio bambino.
Ora dovrà conoscerlo Anna.

Ciao Giorgio, pochi giorni fa sempre su facebook ponevi a te stesso una domanda che col senno di poi sembra premonitrice:

“Intervallo? …ma quanto durera st’intervallo?”.

L’intervallo è finito e tu non ti sei tirato indietro…. quella mattina però, se l’avessimo saputo, in molti ti avremmo impedito di uscire di casa. Non dovevi morire così!

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A Giorgio Frau
Per Giorgio Frau da Parigi
A Giorgio Frau ucciso ieri a Roma

“Nei secoli fedele”, il docu-film sulla morte di Giuseppe Uva

Nel film “Nei secoli fedele – Il caso di Giuseppe Uva” (di Adriano Chiarelli, regia di Francesco Menghini. Produzione Soulcrime), si racconta la morte violenta di Giuseppe Uva, un quarantaduenne di Varese deceduto in seguito a un brutale arresto. Dopo aver trascorso tre ore in una caserma dell’Arma, in balia di otto tra poliziotti e carabinieri, Giuseppe Uva viene trasportato in ospedale in condizioni critiche.
Nel volgere della notte l’uomo troverà la morte, le cui cause tuttavia restano tutte da chiarire. L’unico processo celebrato finora ha riguardato l’ipotesi di decesso per colpe mediche, ma è stato dimostrato – con sentenza di primo grado – che i medici che hanno tenuto in cura Uva dopo l’arresto non hanno alcuna colpa.
Dopo un supplemento di perizia, sempre disposto dal giudice, è stato scientificamente provato che le cause del decesso coincidono con un complesso di fattori esterni che hanno scatenato un collasso cardiaco: stato di ebbrezza, stress emotivo, lesioni. Chi lo ha ridotto così?
Allo stato attuale nessun nuovo processo è in corso, ma il giudice estensore della sentenza ha disposto ulteriori indagini sull’arco di tempo che la vittima ha trascorso in caserma e sulle reali cause di morte.
In quelle ore è racchiusa la verità.

Da Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, da Aldo Bianzino a Giuseppe Uva, la lunga lista dei morti ammazzati dalle forze dell’ordine dopo brutali pestaggi

Paolo Persichetti
Liberazione 21 marzo 2010

E’ stato rincorso e poi picchiato prima di essere caricato su una macchina delle forze dell’ordine. Giunto in caserma è stato pestato di nuovo. Un testimone racconta di un lasso di tempo lunghissimo nel quale si sentivano distintamente le urla del malcapitato provenire da un’altra stanza. Stiamo parlando del fermo di Giuseppe Uva morto il 14 giugno 2008 dopo le percosse subite in una stazione dei carabinieri e il ricovero coatto in una struttura psichiatrica. La vicenda è stata resa nota ieri da Luigi Manconi dopo che l’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che ha seguito il caso di Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, ha assunto il patrocinio legale a nome della famiglia. Giuseppe Uva aveva 43 anni e la sera del fermo aveva fatto le ore piccole. Alle tre di notte forse era un po’ brillo mentre si aggirava per le strade di Varese a fare “bischerate”, come in Amici miei. Ricordate il film di Mario Monicelli, girato nel 1975, dove cinque amici ormai cinquantenni si divertono a organizzare scherzi goliardici in giro per la città? Una delle ultime pellicole della commedia all’italiana dove si descriveva un paese ancora in grado di ridere di sé. Una risata piena e disperata, consapevole di una condizione umana ormai persa in un mondo senza grandi prospettive. Le «zingarate» dell’allegra brigata erano una fuga per non morire di tristezza. Un tentativo d’annegare la disillusione in un riso intriso di malinconia. In quell’Italia lì si poteva finire in caserma o in carcere per tante ragioni, spesso politiche, ma non ancora per ridere. Non erano tempi terribili e cupi come quelli dell’Italia attuale, dove un ragazzo che rientra da un concerto, com’è accaduto a Federico Aldovrandi, viene fermato sul ciglio del marciapiede di una strada di Ferrara e massacrato da alcuni poliziotti. Dove un artigiano mite che lavorava il legno come Aldo Bianzino, uno che viveva nel suo casolare umbro senza dare disturbo a nessuno, viene arrestato perché nel suo orto crescevano delle piante di marijuana che consumava solo per sé. Portato in carcere lo ritroveranno morto in cella. L’autopsia segnalerà la presenza di traumi interni, lacerazioni del fegato e degli altri organi dell’addome, manifesta conseguenza di percosse subite. A Riccardo Asman non è andata meglio. Affetto da problemi psichiatrici, mostra segni di forte euforia spogliandosi e tirando petardi dalla finestra di casa, da dove fuoriesce anche musica ad alto volume. L’intervento del 113 finisce in tragedia. L’uomo muore soffocato con le caviglie legate da fil di ferro, le pareti dell’abitazione sporche di sangue e il corpo devastato da brutali percosse praticate con oggetti contundenti. Stefano Cucchi invece è morto disidratato, segnalano i referti, nell’indifferenza e l’incuria di un ospedale penitenziario. Il suo corpo era martoriato da lesioni, fratture ed ematomi. Traumi subiti dopo il suo fermo mentre era nelle mani di chi doveva assicurarne la custodia.
Giuseppe Uva pare avesse spostato delle transenne in mezzo alla via. Non aveva commesso reati, al massimo una violazione al codice della strada. Per questa bischerata è morto. Il suo decesso ricorda quello di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico di Castelnuovo Cilento anche lui fermato per futili motivi e condotto nell’ospedale di Vallo della Lucania dove è deceduto durante un Tso. L’autopsia ha rivelato la presenza di un edema polmonare. Mastrogiovanni era rimasto legato per giorni su un letto di contenzione, lacci ai polsi, contro ogni regola. Qualcosa del genere è accaduta anche a Giuseppe Casu, l’ambulante cagliaritano fermato e poi ricoverato a forza perché non voleva lasciare la sua bancarella vicino al municipio. Sette giorni di letto di contenzione, farmaci somministrati contemporaneamente e in dosi elevate l’hanno ucciso. Queste morti hanno tutte un filo comune: colpiscono piccoli consumatori di droghe, persone con disagi psichiatrici o individui percepiti dalla comunità come “diversi”, troppo originali. Insomma segnalano un problema d’intolleranza e disprezzo verso popolazioni stigmatizzate, fasce considerate immeritevoli di rispetto e diritti. Sollevano poi l’irrisolto problema degli apparati di polizia pervasi da culture sopraffattrici, specchio di un’epoca dove la spoliticizzazione ha aumentato a dismisura il grado di violenza che pervade i rapporti sociali. Infine sollevano un paradosso: una legalità eretta a tabù che si rovescia nel suo esatto contrario.

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