“Ferragosto in carcere”, è tempo di fatti. Cosa faranno le istituzioni dopo le 240 visite di parlamentari nei penitenziari?

Provate a immaginare una turca e un piccolo lavandino da condividere per due squadre di calcio, dove fare toilette, lavare le stoviglie, fare il bucato

Paolo Persichetti
Liberazione 17 agosto 2010


Il giorno di Ferragosto, mentre proseguiva l’iniziativa promossa dal Partito radicale che ha portato oltre 240 tra parlamentari (un numero mai visto prima d’ora), consiglieri regionali, operatori del settore, Garanti dei detenuti e magistrati, a visitare gli Istituti di pena, il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha dato i numeri. In una conferenza stampa tenutasi a Palermo, dopo una riunione del Comitato nazionale per la sicurezza, il Guardasigilli ha snocciolato le ultime cifre sulla situazione in cui versano le carceri. 68.121 è il numero record delle presenze raggiunte (e destinate a salire ancora) per una capacità di accoglienza che è solo di 44.576 posti (già gonfiata a dismisura). Di questi, solo 37.219 scontano una condanna definitiva, mentre 24.941 sono in custodia cautelare. Il ministro non lo ha detto, ma ben 14 mila sono i custoditi che non hanno subito ancora la benché minima condanna. 24.675 sono invece i detenuti di nazionalità straniera. Mentre in regime di 41 bis, il carcere duro, si trovano 681 persone, tra cui 3 donne. Alfano non ha mancato di evocare il fantomatico “Piano straordinario per le carceri” che – a suo dire – procederebbe bene. Al Dap sarebbero «pronti a partire con l’edificazione di nuovi padiglioni e di nuovi istituti di pena». Il ministro è uomo che ama ripetersi all’infinito.
Tra le cifre dimenticate c’è anche il numero dei suicidi: 40 quelli riusciti e 73 i tentati. Dalle testimonianze raccolte tra i visitatori fuoriesce una quadro generale uniforme e drammatico dovuto al sovraffollamento bestiale che aggrava ogni precedente carenza e situazione di crisi: dall’igiene, alla sanità, al vitto e sopravvitto, ai colloqui, alle ore d’aria, all’accesso alle misure alternative, al cosiddetto “trattamento” interno, cioè le ipotetiche offerte di studio, lavoro, corsi di formazione, attività di rieducazione e sportive. Non ce n’è più per nessuno in spazi che possono raggiungere le 8-10 persone per cella, addirittura più di 20 nei cameroni una volta destinati alle ore di socialità. Provate a immaginare una turca e un piccolo lavandino da condividere per due squadre di calcio, dove fare toilette, lavare le stoviglie, fare il bucato. Un piccolo televisore per tutti in luoghi dove si può sostare solo in branda. Non serve nemmeno vedere per capire il livello di degrado raggiunto.
L’enorme numero di parlamentari entrato in visita contrasta con il disinteresse mostrato fino ad oggi in Parlamento sulla questione carceraria. Il Senato non è riuscito a votare nemmeno l’inutile legge sulla detenzione domiciliare. Un provvedimento che secondo i calcoli degli uffici dovrebbe favorire l’uscita dalle celle di meno di 2 mila persone. Un goccia d’acqua. Una presa in giro di fronte all’emergenza. Circostanza che ha suscitato alcune critiche nei confronti delle visite di Ferragosto, definite una «passerella mediatica». L’accusa non era rivolta ai Radicali, che raccoglieranno comunque da queste ispezioni un dossier che fornirà materia per portare lo Stato italiano davanti alle giurisdizioni internazionali, ma contro quella che possiamo definire una certa “ipocrisia consociativa”. Il rischio esiste, inutile negarlo. Delle visite largamente preannunciate perdono quasi tutto il loro valore ispettivo poiché permettono di camuffare e arrangiare molte cose nei luoghi meno visibili del carcere. Anni fa, in vista di una cerimonia del presidente della Repubblica Napolitano a Rebibbia, la Direzione fece riverniciare in fretta e furia i corridoi e le sale che il capo dello Stato doveva attraversare. Ma una verifica arriverà presto. Il ministro della Difesa La Russa ha preannunciato per settembre un inasprimento delle norme sull’immigrazione. Sarà il primo banco di prova per capire se l’indignazionemostrata dai parlamentari sia durata il tempo di un’abbronzatura di Ferragosto.

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Cronache carcerarie
Mario Staderini, segretario dei radicali italiani: “Le carceri sono la prova che viviamo in uno stato d’illegalità”

Mario Staderini, segretario dei Radicali italiani: «Le carceri sono la prova che viviamo in uno Stato d’illegalità»

“Il Partito radicale tenterà di attivare le giurisdizioni internazionali perché la situazione dell’Italia è quella di uno Stato fuorilegge che viola i diritti umani”

Paolo Persichetti
Liberazione 15 agosto 2010


230 tra parlamentari, eurodeputati, consiglieri regionali, provinciali, comunali e operatori del settore tra cui i Garanti dei detenuti, autorità di garanzia presenti solo in alcune regioni e comuni. 206 istituti di pena visitati sui 216 esistenti. E’ questo il bilancio ancora provvisorio – come sottolinea Valentina Ascione dell’ufficio stampa dei Radicali italiani – dell’iniziativa “Ferragosto in carcere” promossa per il secondo anno consecutivo dal Partito radicale. Iniziativa ispirata con una lettera di convocazione firmata dal neo direttore di Radio radicale, Paolo Martini, e dal segretario dei Radicali italiani, Mario Staderini, insieme a tutti i capigruppo della commissione Giustizia della Camera dei deputati. «La vera novità di quest’anno – ci spiega proprio Staderini – è il coinvolgimento per la prima volta dei magistrati, presidenti di tribunale, procuratori e giudici di sorveglianza».

Avete fatto appello anche alla Cei. Come hanno reagito i vescovi?
La legge riconosce agli ordinari diocesani la prerogativa di visitare gli istituti penitenziari senza preavviso per l’esercizio del loro ministero. Purtroppo al momento non abbiamo ricevuto adesioni che invece sono venute dalle chiese protestanti, fino all’episodio avvenuto nel carcere di Pavia dove è stato rifiutato l’ingresso ai pastori valdesi per ignoranza della legge.

Il coinvolgimento della magistratura è senza dubbio un fatto nuovo anche perché negli ultimi anni i tribunali di sorveglianza hanno sposato un’interpretazione ristrettiva, se non di vera e propria disapplicazione della legge Gozzini. Sono divenuti loro stessi parte del problema. Nei mesi scorsi, quando il governo per far fronte al sovraffollamento sembrava propenso introdurre una misura, comunque insufficiente, come gli arresti domiciliari automatici per alcune categorie di detenuti con un residuo pena inferiore a 12 mesi, la magistratura di sorveglianza si è messa di traverso rivendicando l’autorità finale sulla decisione. Pensate che l’iniziativa di oggi possa favorire un ripensamento?
L’iniziativa di questi giorni è rivolta all’intera comunità penitenziaria. Non solo ai detenuti dunque, ma anche a chi vi lavora come gli agenti di polizia, i direttori, gli avvocati e ovviamente i magistrati. La più grande questione sociale che abbiamo in Italia oggi è quella della Giustizia. Quella degli 11 milioni di processi pendenti. L’affollamento delle carceri è un problema che coinvolge inevitabilmente il lavoro dei magistrati come parte di un sistema della Giustizia che necessita di riforme urgenti. La nostra proposta di una grande amnistia è una soluzione rivolta anche al lavoro dei magistrati per liberare i loro tavoli da milioni di processi pendenti che molto spesso oggi si trasformano in amnistia di fatto, con le 200 mila prescrizioni all’anno. Non è un caso che nelle carceri si trovino sempre gli ultimi, quelli più deboli. I soggetti forti, i malavitosi organizzanti o i benestanti possono permettersi di pagare degli avvocati che li portano alla prescrizione. L’affollamento delle carceri rende dunque il lavoro dei magistrati improponibile e questa situazione si ripercuote sulla vita delle persone private della loro libertà, che si ritrovano così a non poter fruire di quei tempi veloci che altrimenti permetterebbero ai magistrati di valutare e decidere velocemente l’eventuale applicazione delle pene alternative.

Dopo le visite cosa accadrà?
Programmare il rientro nella legalità dello Stato italiano attraverso provvedimenti normativi che gestiscano l’emergenza umanitaria in corso e che programmino il superamento strutturale di questa situazione, attraverso lo sviluppo delle pene alternative, la riforma della Giustizia contro l’amnistia di classe in corso. Quella di quest’anno più che una visita ispettiva sulle carceri è una verifica sulla situazione d’illegalità in cui versa lo Stato italiano. Vedere come stanno le carceri oggi non è più, come diceva Voltaire, un test sulla civiltà di un Paese ma una verifica del livello della crisi dello stato dei diritti e della democrazia nel nostro paese. Nel nord Europa quando le prigioni non sono in grado di garantire gli standard minimi del rispetto dei diritti esistono liste di attesa per gli ingressi in carcere. Il nostro obiettivo è il superamento di una legge criminogena come quella sulle droghe e la cancellazione di tutti i reati senza vittima. Noi del Partito radicale tenteremo di attivare le giurisdizioni internazionali perché la situazione dell’Italia è quella di uno Stato fuorilegge che viola i diritti umani.

Vi rivolgerete a Strasburgo?
Non solo. Ci sono anche altre giurisdizioni esistenti.

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Ferragosto in carcere: è tempo di fatti
Cronache carcerarie

Roma, niente Garante per i detenuti

Il Consiglio comunale rinvia ogni decisione. Dietro lo stop le pressioni del Garante regionale

Luca Bresci
Liberazione 6 agosto 2010

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Il comune di Roma continuerà a non avere un suo Garante dei detenuti nonostante la città ospiti nel suo ampio perimetro diverse migliaia di detenuti e persone prive di libertà in ben 4 istituti di pena, tra case circondariali e case di reclusione maschili e femminili, un carcere minorile, un centro di identificazione ed espulsione oltre a decine di commissariati, stazioni, caserme di polizia e carabinieri, insieme ai sotterranei del Tribunale diventati tristemente famosi dopo il pestaggio mortale inferto a Stefano Cucchi. Tutti luoghi, questi ultimi, nei quali si trovano decine e decine di celle di sicurezza nelle quali vengono quotidianamente rinchiuse centinaia di persone. Il rinvio della decisione è arrivato nell’ultima riunione del consiglio comunale tenuta prima della pausa estiva. All’ordine del giorno la mozione presentata da 10 consiglieri della stessa maggioranza Pdl, tra cui il capogruppo Luca Gramazio, che proponevano il ripristino dell’ufficio del Garante comunale. Alla fine però il consiglio ha deciso di evitare ogni discussione rinviando il voto. La denuncia arriva dall’associazione Papillon-Rebibbia che ricorda come la mozione fosse stata presentata già nella seduta del 7 giugno scorso e che da allora, per ben due mesi, non è mai riuscita ad arrivare in aula fino all’ultima seduta prima delle vacanze. Il comunicato dell’associazione, composta da detenuti ed ex detenuti, ricorda anche l’assurda decisione che portò allo smantellamento dell’ufficio, allora presieduto da Gianfranco Spadaccia il cui lavoro era stato apprezzato da tutte le associazioni impegnate nel volontariato carcerario e sul tema dei diritti delle persone prive di libertà. Dietro il siluramento dell’ufficio comunale, ricorda sempre il comunicato diffuso dalla Papillon, ci fu «uno strampalato accordo tra il Comune, la Provincia e il Garante regionale dei detenuti, Angiolo Marroni». Quest’ultimo, potente cacicco del Lazio, notabile della politica che ha traversato molte delle ere geologiche sopravvivendo alla Prima repubblica, sembra rappresentare il vero nodo gordiano della vicenda. E’ attorno alla sua poltrona, alla fitta rete di relazioni politico-clientelari sapientemente tessute in modo trasversale, che trova spiegazione il sabotaggio dell’ufficio del Garante comunale percepito non come un’interlocutore ma come un’autority rivale che, oltre a togliere visibilità mediatica, poteva mettere il naso sulla destinazione e l’utilizzo concreto delle risorse messe a disposizione dal Comune e dalla Regione. Quella dei Marroni è una vera e propria saga politica familiare che ricorda le satrapie orientali. Non a caso il figlio Umberto, capogruppo del Pd in Consiglio comunale, senza il benché minimo pudore che pure avrebbe dovuto suscitare l’evidente conflitto d’interessi, si è levato contro il ripristino della figura del Garante comunale che avrebbe fatto ombra al pater familias. Già al momento del rinnovo della carica di Garante regionale, la riconferma di Marroni fece molto discutere per l’opposizione dichiarata di associazioni come l’Arci, A buon diritto, Caritas, Antigone, che avevano sostenuto la candidatura di Antonio Marchesi, per molti anni presidente di Amnesty International. La reiterazione di un accordo consociativo tra Pd e Pdl garantì il rinnovo della poltrona all’inossidabile Marroni e alla sua rete clientelare bipartizan.

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Detenzione domiciliare, tutto il potere ai giudici

Il governo cede alla Lega, Pd e Idv approvano. Scompare la “messa in prova”

Paolo Persichetti
Liberazione 12 maggio 2010

Lo «svuota carceri» si è trasformato nel suo esatto opposto: il «riempi celle». Come previsto il disegno di legge sulla concessione della detenzione domiciliare per chi deve scontare l’ultimo anno di detenzione è stato totalmente capovolto. In realtà era quello che volevano un po’ tutti, non solo gli esponenti della destra di governo più forcaioli, Lega ed ex missini con in testa Ignazio La Russa, quello della Suv regalatagli da Berlusconi, insieme al “perlustratore” della Tomba di Nerone Maurizio Gasparri. Ieri mattina alla Camera, in commissione Giustizia, è resuscitata la vecchia “Unità nazionale”. Un partito trasversale delle manette, con il Pd pronto a gettare la maschera e accettare in modo servile i diktat provenienti dalla lobby dei giudici, i giustizialisti dell’Idv e la maggioranza di governo, hanno accolto – con la sola opposizione di Rita Bernardini, la deputata radicale in sciopero della fame da 28 giorni – i tre emendamenti presentati a nome del governo dal sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo. Il primo riguarda l’abolizione dell’automatismo previsto inizialmente. La nuova norma sarà discrezionale e premiale (cioè legata alla valutazione complessiva della personalità del detenuto), mentre restano fuori le solite categorie (mafia, prigionieri politici, delinquenti abituali, reati sessuali). E’ stata recepita così la richiesta delle magistrature di sorveglianza che rivendicavano il potere di decisione sull’applicazione caso per caso dei domiciliari. Basta arrestarsi a questa semplice, quanto determinate, modifica per poter dichiarare l’avvenuta inutilità della legge che verrà approvata nei prossimi giorni. Addirittura, si vocifera, direttamente in commissione, quando solo poche settimane fa non era stato possibile a causa della contrarietà di Pd, Idv e Lega (sempre loro). Risultato: le prigioni resteranno affollate e disperate. L’estate sarà terribile.
L’esigenza di una nuova legge che permettesse di sfoltire in parte la calca presente nelle celle, e destinata ad aggravarsi ulteriormente nei prossimi mesi, nasceva proprio dalla constatazione che i meccanismi tradizionali previsti dalla Gozzini, i cosiddetti benefici penitenziari, non funzionano più da tempo a causa della sistematica disapplicazione delle norme da parte degli uffici di sorveglianza, dove da un buon decennio a questa parte si è installata una nuova generazione di magistrati oltranzisti della pena. Le cifre parlano da sole: se nel 2005 il numero dei benefici penitenziari e delle misure alternative al carcere accordati dagli uffici di sorveglianza ammontava a 40 mila, oggi siamo precipitati ad appena 10 mila mentre in Gran Bretagna sono “soltanto” 240 mila. La colpa del sovraffollamento non è solo delle leggi che fabbricano incarcerazione, come la Bossi-Fini sull’immigrazione, la Fini-Giovanardi sul consumo di droghe, la ex-Cirielli sulle maggiorazioni di pena per i reati commessi da chi non porta la camicia bianca, ma è dovuto anche a chi non scarcera nonostante la presenza di tutti i presupposti di legge, ovvero al ruolo nefasto giocato dalle magistrature di sorveglianza che boicottano i benefici penitenziari, ritardando l’accesso ai permessi, alla semilibertà, alla detenzione domiciliare già esistente, all’affidamento in prova.
Gli altri emendamenti approvati prevedono: la valutazione di idoneità al domicilio, che potrà essere anche una comunità terapeutica, una casa di cura o d’accoglienza, ma non i Cie per gli extracomunitari (unica nota positiva); lo stralcio della “messa in prova” che, se il giudice l’avesse ritenuto opportuno, avrebbe consentito di evitare il carcere per i reati punibili fino a un massimo di tre anni. Contemplato anche l’adeguamento dell’organico di polizia penitenziaria. La commissione tornerà a riunirsi oggi alle 10 per i subemendamenti. La Lega conta di tornare all’assalto per introdurre ulteriori limitazioni e vanificare del tutto il provvedimento. Chissà se la Grecia è vicina?

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Cronache carcerarie
Carceri, la truffa dei domiciliari: usciranno in pochi

Carceri, la truffa dei domiciliari. Usciranno in pochi

Vince il partito trasversale delle manette: Lega, ex missini, Idv e Pd tutti uniti per sabotare la nuova legge sulla detenzione domiciliare

Paolo Persichetti
Liberazione 9 maggio 2010


Le carceri esploderanno questa estate. La Lega insieme ai colonnelli di An, che dopo la rottura con Fini sono diventati i più fedeli maggiordomi di Berlusconi, hanno stroncato il già timido progetto del guardasigilli Alfano che prevedeva l’introduzione a regime della detenzione domiciliare per chi deve scontare l’ultimo anno di pena residua. Una misura legislativa d’emergenza pensata per sfoltire parzialmente le carceri che nel pieno dell’estate raggiungeranno la vetta dei 70 mila reclusi per appena 44 mila posti tollerati. Superata la situazione di criticità estiva, con il ricorso allo stato di emergenza il governo sperava di avviare la prima fase del piano carceri con l’apertura di nuovi padiglioni, l’assunzione di 2 mila nuovi assistenti di polizia penitenziaria e la costruzione delle prime strutture modulari per le detenzioni brevi. Secondo l’iniziale progetto, la detenzione domiciliare avrebbe dovuto consentire l’uscita dalle celle di 7-8 mila persone e una riduzione di 2 mila detenuti all’anno. Cifre che hanno sempre suscitato le perplessità dei sindacati, degli operatori e delle associazioni del volontariato carcerario. Nell’ultimo consiglio dei ministri di venerdì scorso, che avrebbe dovuto dare il via libera al testo in discussione in commissione Giustizia, il responsabile degli Interni, Roberto Maroni, era assente. Un segnale chiaro della Lega. Il braccio di ferro a distanza si è concluso con una mediazione al ribasso che di fatto renderà totalmente ininfluenti gli effetti del provvedimento legislativo sull’affollamento carcerario. Il prossimo 17 maggio dovrebbe arrivare in aula un testo profondamente emendato rispetto alla proposta originaria. La Lega ha chiesto il dimezzamento del beneficio: sei mesi soltanto. Ha preteso lo stralcio della “messa in prova” per i reati punibili  fino a tre anni ed ha posto ulteriori condizioni suscitando la competizione degli ex missini, Ignazio La Russa, il ministro che gira con il Suv regalatogli da Berlusconi, e Maurizio Gasparri, capogruppo dei senatori del Pdl. Un fronte oltranzista e ipergiustizialista che ha trovato l’immancabile appoggio del capogruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi. Il partito trasversale delle manette, che vede tranquillamente confusi pezzi di maggioranza e di opposizione alla faccia del popolo viola, chiede l’esclusione dei recidivi, di coloro che non hanno un sicuro domicilio, degli stranieri che non possono essere espulsi e soprattutto pretende che la misura sia temporanea e i domiciliari possano essere concessi solo a chi ha già scontato due-terzi della pena. Infine la concessione non dovrà essere automatica ma demandata alla valutazione caso per caso delle magistrature di sorveglianza (come da loro rivendicato), che dovranno tener conto della possibile pericolosità sociale e di fuga del soggetto, nonché della gravità dei reati commessi. Siccome in carcere per definizione ci sono solo «colpevoli», il risultato è che in questo modo non uscirà nessuno. Tanto valeva dirlo subito. A questo punto viene da chiedersi se il vento greco che tanto impaurisce il Quirinale non passerà anche per le nostre carceri?

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Cronache carcerarie
Detenzione domiciliare, tutto il potere ai giudici

Mentre in carcere si muore il Parlamento tergiversa

Nuovo suicidio al Bassone di Como. Il ddl sui domiciliari ancora al palo

Paolo Persichetti
Liberazione 7 maggio 2010


Mentre in carcere si continua a morire governo e parlamento proseguono il loro balletto attorno al provvedimento legislativo che dovrebbe consentire un parziale sfollamento degli istituti di pena prima che l’arrivo del caldo estivo scateni situazioni ingovernabili. In dodici regioni – secondo i dati forniti dal sindacato autonomo di polizia penitenziaria – le carceri hanno già fatto registrare il tutto esaurito superando non solo il limite massimo di presenze previsto ma anche la stessa soglia di «tollerabilità», espediente che aveva permesso di estendere questo limite.
In Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, oltre che in Emilia Romagna, Friuli, Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Marche, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Veneto siamo armai all’intollerabile. Col passar delle settimane tuttavia, tra effetti d’annuncio, retromarce, rinvii e polemiche, c’è sempre maggiore incertezza sul contenuto effettivo delle norme che saranno varate. Intanto nell’attesa siamo arrivati al ventiquattresimo suicidio dall’inizio dell’anno. Ieri si è appreso da fonti penitenziarie che nella casa circondariale Bassone di Como un altro detenuto si è ucciso impiccandosi con i lacci delle scarpe. Si chiamava Erando De Magro, era nato a Cosenza ed aveva 57 anni. L’uomo aveva problemi di tossicodipendenza. Con quest’ultimo decesso salgono a 100 i detenuti suicidi negli ultimi 18 mesi.

La truffa dei domiciliari
La farsa sul ddl Alfano è cominciata subito dopo l’ultima tornata elettorale. Forte della vittoria alle regionali, di fronte alla prospettiva di un ciclo di tre anni di governo senza scadenze elettorali alle porte, sotto la pressione dei vertici del Dap e il malumore dei sindacati penitenziari timorosi d’affrontare un’estate con oltre settantamila detenuti, di fronte all’allarme lanciato da tutti gli operatori del settore carcerario, a ridosso della rivolta che in quei giorni si era scatenata nel carcere di Fossano, presso Cuneo, il governo ha rilanciato in commissione Giustizia della Camera il ddl che consente l’ammissione alla detenzione domiciliare per i condannati con una pena residua inferiore ai dodici mesi, con l’ormai consueta esclusione dei reati con pene più pesanti (mafia, violenza sessuale, omicidio, estorsione, rapina e di natura politica, terrorismo internazionale, associazione sovversiva, banda armata e altre infrazioni gravate dall’articolo 1 della legge Cossiga), e la sospensione del procedimento penale in cambio della “messa in prova” in attività socialmente utili per chi è accusato di un reato punibile con una pena fino a tre anni di reclusione.
Il sottosegretario Caliendo aveva snocciolato le cifre, «10.741 detenuti presenti in carcere per scontare pene inferiori ai 12 mesi così suddivisi: 5.694 italiani, 790 stranieri comunitari, 3.987 extracomunitari di cui 2.936 in possesso di una residenza o domicilio». La richiesta di approvazione della legge direttamente in commissione riunita in sede deliberante è subito saltata a causa dell’opposizione dei giustizialisti dell’Idv, della Lega e del pavido collaborazionismo del Pd.
Il 18 aprile, durante una conferenza stampa, il presidente del consiglio Berlusconi è ricorso ad uno dei suoi consueti effetti d’annuncio promettendo un provvedimento d’urgenza tramite decreto legge per introdurre da subito almeno la norma sulla detenzione domiciliare. Da allora sono passati due consigli dei ministri senza che sia accaduto nulla. Nel frattempo il Pd sembra aver corretto la sua posizione e la commissione ha proseguito consultando gli operatori del settore: camere penali, magistrature di sorveglianza, prefetti.
Ma col passar dei giorni i circa undicimila detenuti che avrebbero dovuto usufruire del provvedimento si sono via via assottigliati a causa dei sempre nuovi limiti introdotti. Non è più chiaro quanti potranno usufruire realmente della legge, quando e se verrà mai approvata. Le cifre si accavallano, meno di 4 mila, forse 8 mila. Ognuno spara la sua. Certo è che i detenuti stranieri avranno difficoltà a presentare un domicilio. Addirittura c’è chi ha ipotizzato l’invio nei Cie. Praticamente tutto si risolverebbe in un cambio di cella dove la permanenza sarebbe assicurata per altri sei mesi, come prevede la legge Maroni. E proprio Maroni ha attaccato duramente «l’indulto camuffato». Il ddl Alfano sembra ostaggio delle divisioni interne al centrodestra. Peggio ancora hanno fatto le magistrature di sorveglianza opponendosi drasticamente ad ogni meccanismo di concessione automatica dei domiciliari, rivendicando a se ogni decisione. Se questa obiezione venisse accolta, il provvedimento diverrebbe inutile.
I tribunali disapplicano da tempo le norme della Gozzini, fornendo il loro significativo contributo al sovraffollamento. Giovanardi, coautore con Fini di una delle leggi che sono a causa del sovraffollamento carcerario, aveva proposto il ripristino della prevalenza delle attenuanti per ridurre l’entità della condanne contro i tossicodipendenti. Non se ne è saputo più nulla. Ieri ha proposto l’invio in comunità invece che in carcere. Ma non ci sono posti.
La verità è che la tossicodipendenza non dovrebbe essere un reato.

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Detenzione domiciliare, tutto il potere ai giudici
Carceri, la truffa dei domiciliari: usciranno in pochi

Manicomi criminali e carceri: sovraffollamento e violenze

Il rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa

Paolo Persichetti
Liberazione 21 aprile 2010

Lo chiamano «ergastolo bianco». Colpisce «persone che non devono scontare una pena né essere rieducate», come spiega Alessando Margara, ex magistrato e capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria dal 1997 al 1999. «Si tratta di individui che sono stati prosciolti perché malati e quindi devono essere curati», per questo finiscono negli ospedali psichiatrici giudiziari, gli Opg. Ex “manicomi criminali” sopravvissuti alla riforma Basaglia varata trentadue anni fa.
In Italia ne esistono ancora sei: quello di Aversa (in provincia di Caserta), Napoli sant’Eframo, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere (Mantova), Montelupo Fiorentino (Firenze), Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Malgrado il decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 1° aprile 2008 ne disponga la chiusura, la loro fine è ancora lontana. Attualmente vi si trovano rinchiusi 1.535 persone, tra cui 102 donne, contro una capienza regolamentare di 1.322 posti. Secondo i dati, aggiornati al 31 marzo, forniti dall’amministrazione penitenziaria, la quasi totalità dei presenti, 1.305, non è composta da detenuti in attesa di giudizio né da condannati in via definitiva ma da «internati».

Che cosa è un internato?

Non è un detenuto e nemmeno un condannato, ma una persona ritenuta «pericolosa socialmente». Nei suoi confronti il giudice dispone una misura di sicurezza che, nei casi più gravi, può arrivare all’internamento, «che si protrae fino a quando il magistrato di sorveglianza ritiene che la persona sia pericolosa», sottolinea Luciano Eusebi, docente di Diritto penale all’università Cattolica di Piacenza. Ma avviene lo stesso anche quando l’internato non ha nessuno che possa prendersi cura di lui. L’internamento può essere prorogato all’infinito, lo decide sempre il magistrato di sorveglianza in base alle valutazioni mediche. Per questo lo chiamano «ergastolo bianco». Oltre i 1.735 presenti negli Opg, ci sono anche i 484 internati rinchiusi nelle cosiddette “Case lavoro” o Case di custodia e cura. Si tratta di persone che stanno scontando una «pena accessoria».

Che cosa è una pena accessoria?
Una punizione supplementare che viene scontata dopo aver terminato la condanna penale. Per le persone etichettate dalla magistratura come «delinquenti abituali o professionali», una volta usciti dal carcere subentra la misura di prevenzione: tra queste la più estrema è l’internamento in una Casa lavoro, di fatto un prolungamento della reclusione in una struttura che non si differenzia in nulla da un normale carcere, anche perché il lavoro non esiste e l’internato resta chiuso in cella.
L’illegittimità di questo doppio circuito penale è denunciata da tempo da molti operatori del settore e dalle associazioni di volontariato. Prima che andassero di moda il viola, il giustizialismo e il populismo, la critica alle istituzioni totali era anche uno dei caratteri distintivi dei comunisti e della sinistra.
L’ultima denuncia arriva dal rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa, redatto dopo un’ispezione effettuata nel settembre 2008. Nelle 84 pagine del testo si segnalano le pessime condizioni in cui versano gli Ospedali psichiatrici giudiziari, ma si riferisce anche di una diffuso ricorso alle percosse da parte delle forze dell’ordine nei confronti delle persone fermate o arrestate, oltre a rilevare il grave stato di sovraffollamento delle prigioni.

L’Opg di Aversa
Sotto accusa, in particolare, la situazione in cui versa l’Ospedale psichiatrico giudiziario Filippo Saporito di Aversa. Una struttura scadente. La delegazione ha riscontrato che alcuni pazienti erano stati trattenuti più a lungo di quanto non lo richiedessero le loro condizioni e mentre erano mantenuti nell’Opg oltre lo scadere del termine previsto dall’ordine d’internamento. Le autorità italiane hanno risposto che la struttura è in corso di ristrutturazione e che la legge non prevede un limite per l’esecuzione di misure di sicurezza temporanee non detentive.
Per Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce dell’associazione Antigone Campania, «Il giudizio del Cpt evidenzia le condizioni di inumanità e degrado che vivono gli internati dell’Opg di Aversa. Un problema che non deriva solo dalle condizioni di sovraffollamento ma dal meccanismo manicomiale in sé e dalle sue dinamiche di annullamento sociale del sofferente psichico».
Nel rapporto sono state evidenziate numerose situazioni di criticità: condizioni igieniche e di vivibilità minime, carenza di personale civile, assenza di attività di reinserimento sociale, insufficienza del livello di assistenza sanitaria, uso dei letti di contenzione. Solo pochi mesi fa è stato registrato il decesso di un internato morto per il proprio rigurgito e di un altro deceduto per tubercolosi.

Violenze delle Forze dell’ordine
Per quanto concerne il trattamento delle persone private di libertà da parte delle Forze dell’ordine, il rapporto riferisce che la delegazione del Comitato ha ricevuto un certo numero di denunce di presunti maltrattamenti fisici e/o di uso eccessivo della forza da parte di agenti della polizia e dei carabinieri e, in minor misura, da parte di agenti della Guardia di finanza, soprattutto nella zona del Bresciano. I presunti maltrattamenti consistono essenzialmente in pugni, calci o manganellate al momento dell’arresto e, in diversi casi, nel corso della permanenza in un centro di detenzione. In alcuni casi la delegazione ha potuto riscontrare l’esistenza di certificati medici attestanti i fatti denunciati. Il rapporto, inoltre, ha verificato il rispetto delle garanzie procedurali contro i maltrattamenti e constato la necessità di un’azione più incisiva in questo campo per rendere conformi la legge e la pratica alle norme stabilite dal Comitato. Nella loro risposta, le autorità italiane hanno indicato che sono state emanate delle direttive specifiche per prevenire e punire il comportamento indebitamente aggressivo delle Forze di polizia.

La situazione nei Cie
Inoltre, rileva sempre il rapporto, sono state esaminate le condizioni di detenzione presso il Centro di identificazione e di espulsione di Via Corelli a Milano. A questo proposito il Comitato raccomanda che siano garantiti agli immigrati irregolari che vi devono essere trattenuti maggiori e più ampie possibilità di attività. Sul fronte delle carceri, invece, la relazione pone l’accento sul sovraffollamento delle prigioni, sulla questione delle cure mediche in ambiente carcerario (la cui responsabilità è stata ora trasferita alle regioni) e sul trattamento dei detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza (il “41-bis”).

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Cucchi, il pestaggio provocò conseguenze mortali

I periti della famiglia: “La morte fu causata dai traumi alle vertebre”

11 aprile 2010

Senza i traumi subiti nelle ore precedenti al suo ingresso in carcere, Stefano Cucchi non sarebbe morto. Non lasciano dubbi le conclusioni a cui sono arrivati i periti della famiglia che parlano di decesso «addebitabile ad un quadro di edema polmonare acuto da insufficienza cardiaca in soggetto con bradicardia giunzionale intimamente correlata all’evento traumatico occorso ed alla immobilizzazione susseguente al trauma». I consulenti di parte civile smentiscono nettamente i risultati a cui sono giunti nei giorni scorsi gli esperti nominati dal pm che conduce le indagini. Per i periti della pubblica accusa, la morte di Cucchi sarebbe imputabile unicamente alle negligenze dei medici del Pertini. Per i professori Vittorio Fineschi, Giuseppe Guglielmi e Cristoforo Pomara, al contrario se è vero che «Cucchi era un ragazzo gracile e andava seguito, tuttavia senza traumi non sarebbe morto». Secondo i periti della famiglia del giovane deceduto il 22 ottobre del 2008 all’interno dell’ospedale Pertini, vi sarebbe un evidente nesso causale tra i traumi inferti sul suo corpo nelle ore dell’arresto e l’agonia mortale in ospedale. Lo dimostrerebbero le recentissime fratture a livello lombare e nel tratto sacro-coccigeo emerse dalle immagini radiologiche. Sulla frattura del corpo della terza vertebra lombare – hanno spiegato i consulenti – «non c’è traccia di formazione di callo osseo, cosa che dimostra che la frattura è di recente insorgenza». La tesi delle lesioni pregresse non trova quindi conferma. Non solo, ma l’analisi degli esami clinici ai quali il giovane venne sottoposto nei due ingressi al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli, il 16 e 17 ottobre 2009 – hanno sostenuto i periti – conferma la presenza di un «grave quadro di traumi contusivi al volto, al torace, all’addome, nella zona pelvica e sacrale, lì dove appare la frattura dell terza vertebra lombare (con cedimento e avvallamento dell’emisoma sinistro) e la frattura del corpo della prima vertebra sacrale con vasta area di infiltrato emorragico in corrispondenza dei muscoli lombari, del pavimento pelvico e della parete addominale a dimostrazione della violenza degli effetti lesivi». I Periti fanno capire che il pestaggio subito da Cucchi fu devastante, al punto che nelle ore successive al ricovero si scatenarono diverse emorragie interne che compromisero il funzionamento della vescica e poi l’arresto cardiaco. Il 17 ottobre 2009, a 24 ore dal trauma – sottolineano sempre i periti – «Cucchi presenta una vescica neurologica con necessità da parte del sanitario dell’ospedale Fatebenefratelli di posizionare un catetere (per il presunto danno alla radici nervose tipico delle evoluzioni di questi soggetti con frattura di L3 e prima coccigea)». Le conclusioni raggiunte dagli esperti della parte civile indicano in modo chiaro che l’inchiesta deve tornare a fare luce sui momenti iniziali del fermo e dell’arresto di Cucchi, quando su di lui vennero commesse brutali violenze da parte del personale che lo aveva in custodia.

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Cucchi, una settimana d’agonia. Picchiato e lasciato morire

Le conclusioni dell’inchiesta della commissione parlamentare: non è stata una morte accidentale

 

Paolo Persichetti
Liberazione
18 marzo 2010

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I segni del pestaggio sul volto di Cucchi

Bisogna fare una lettura attenta della relazione finale dell’inchiesta parlamentare condotta per accertare l’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale nelle cure prestate a Stefano Cucchi, il giovane morto nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini di Roma, dopo aver subito una serie di pestaggi nelle ore successive all’arresto avvenuto il 16 ottobre 2009. Il testo, approvato ieri all’unanimità, dice cose molte gravi e sconcertanti. Le dice tra le righe perché l’unanimità non sempre è un pregio. Spesso si ottiene a costo di compromessi eccessivi che tolgono forza e chiarezza alle parole. Tuttavia nel testo la realtà s’impone comunque in tutta la sua brutalità descrivendo una situazione d’abbandono e indifferenza, sciatteria e disprezzo delle persone recluse. Violazioni dei diritti del detenuto, impossibilità d’informare familiari e incontrare il proprio legale di fiducia, lunghe attese nelle sale d’aspetto degli ospedali, assegnazioni in reparti clinici penitenziari in deroga a tutte le procedure. Non solo, ma la relazione sia pur tra sfumature, artifici diplomatici e formule precauzionali, accerta fatti e circostanze che pesano come un macigno sulle amministrazioni dello Stato che hanno avuto in custodia Stefano Cucchi. Si badi bene, tutto ciò non è avvenuto all’interno dell’impenetrabile cinta muraria classica di una prigione, ma in aree penali esterne. È dentro una camera di sicurezza, o forse più d’una, che Cucchi è stato pestato. È in una stanza d’ospedale che Cucchi è morto. La scena del delitto, come descritto con accuratezza nella relazione, si trascina tra due camere di sicurezza dei carabinieri, le stazioni Appia e Tor Sapienza; una camera di sicurezza situata nei sotterranei del tribunale di piazzale Clodio e una stanza del reparto clinico penitenziario dell’ospedale Pertini.
 Scrivono gli estensori della commissione presieduta dal senatore Ignazio Marino che la morte di Cucchi sarebbe dovuta a una «grave condizione di disidratazione» causata dalla scelta del giovane di non assumere cibi e liquidi in modo regolare e sufficiente. «L’opposizione – si spiega sempre nella relazione – non è intesa a non curarsi, ma è strumentale ad ottenere contatti con l’avvocato di fiducia». L’astensione dai liquidi e dal cibo oltre ad un drastico dimagrimento (10 kg in appena 6 giorni, addirittura 4 se si considera il ricovero al Pertini) avrebbe provocato un blocco della funzione renale e l’aritmia cardiaca mortale. Con altrettanta nettezza, la commissione costata che «all’analisi medico-legale il paziente risulta portatore di due patologie: la sindrome traumatica e la sindrome metabolica». Anche se non apparteneva alle competenze della Commissione stabilire chi avesse provocato le lesioni al viso e alle vertebre di Cucchi, tuttavia i consulenti tecnici ritengono che i traumi siano stati «probabilmente inferti» e per questo, tra le loro richieste i commissari auspicano che l’indagine penale chiarisca «chi ha inferto le lesioni al signor Stefano Cucchi», oltre a chi ha avuto responsabilità nell’anomalo trasferimento al Pertini, nel non aver dato seguito alle richieste di colloquio con il legale di fiducia e nella mancata identificazione di una condizione clinica estremamente chiare. Ricalcando sempre le conclusioni dei consulenti, che avevano escluso «senza incertezza, che il decesso si debba alle conseguenze del trauma subito», i commissari ritengono inesistente una relazione causale «che collega il trauma alla sindrome metabolica». Un’affermazione estremamente netta che però viene in qualche modo contraddetta più avanti, quando nel descrivere l’odissea sanitaria del giovane, si ricorda che il 17 ottobre, ricondotto nuovamente presso l’ospedale “Fatebenefratelli” per l’esecuzione di un’ecografia all’addome e di videat chirurgico, non solo i medici confermano la diagnosi del giorno precedente, ossia la «frattura del corpo vertebrale L3 e della I vertebra coccigea», ma sottolineano come il paziente venga «cateterizzato per la comparsa di difficoltà alla minzione». Circostanza questa che solleva dubbi sulle condizioni renali di Cucchi, probabilmente già pregiudicate dalle percosse subite. In sede di autopsia, infatti, sono state riscontrate tracce di sangue nella vescica e nell’addome. Erano trascorse non più di 36 ore dall’arresto, troppo poche per vedere manifestarsi gli effetti negativi del rifiuto del cibo e dell’idratazione. Rifiuto che verrà ufficializzato da Cucchi solo dopo il ricovero nel reparto clinico del Pertini.

Lazio: sul Garante dei detenuti, un “inciucio” all’ultima curva

Diritti, poltrone e clientele. La ragnatela di Angelo Marroni

Matteo Bartocci
il manifesto
, 23 febbraio 2010


Pd e Pdl insieme nel segno del consociativismo. Manca poco più di un mese al voto regionale e alcune caselle evidentemente vanno messe al sicuro prima dell’esito nelle urne. Soprattutto se accontentano i “partitoni” maggiori. È prevista per domani nell’ultima seduta del consiglio regionale del Lazio prima dello scioglimento la nomina del nuovo garante dei detenuti. Un authority indipendente che il Lazio, prima regione in Italia, ha istituito nel 2003. Una funzione importante e particolarmente delicata viste le condizioni critiche delle carceri italiane e romane, basti pensare al “caso Cucchi”.
Secondo tutti i pronostici della vigilia, il nuovo garante sarà il “vecchio”, cioè Angiolo Marroni. Pd e Pdl avrebbero blindato un accordo per la conferma di Marroni anche perché, quel che è peggio, insieme a lui sarebbero confermati in blocco anche i suoi attuali “coadiutori”, entrambi di area Pdl e che poco o nulla hanno etto o fatto in questi anni in materia di carceri. Alla faccia dell’indipendenza e della competenza, il primo vice di Marroni si chiama Francesco Russo, ed è un generale di divisione dei carabinieri che proprio prima di natale è stato nominato alla guida di IrpiniAmbiente, il gestore unico dei rifiuti ad Avellino, per uscire dall’emergenza campana. L’altro, Candido D’Urso, in cinque anni non ha lasciato traccia alcuna, né pubblica né privata, del suo impegno sul terreno dei diritti umani e del carcere più in generale. Anche Marroni, 79 anni, ha alle spalle quasi mezzo secolo di vita istituzionale nel Lazio e alla provincia di Roma. È stato eletto per la prima volta a palazzo Valentini prima dello sbarco sulla Luna, nel 1965. Da allora ha avuto diversi incarichi importanti in regione sia in consiglio che in giunta. Un’attività politica intensa proseguita anche dal figlio Umberto, attuale capogruppo del Pd in consiglio comunale. Garante e coadiutori, va da sé, hanno uno stipendio pari alla metà di quello dei consiglieri regionali (quindi circa 6mila euro lordi al mese) e godono di strutture e uffici idonei alla loro attività ispettiva e consultiva in materia di detenzione. L’accordo Pd-Pdl sembra violare, per di più, la stessa legge regionale che istituisce il garante. L’eventuale conferma del generale Russo dopo la nomina in Irpinia, infatti, apparirebbe illegittima perché la carica di garante e coadiutori “è incompatibile con quella di “amministratore di ente pubblico, azienda pubblica o società a partecipazione pubblica, nonché amministratore di ente, impresa o associazione che riceva, a qualsiasi titolo, sovvenzioni o contributi dalla regione”. L’accelerazione sulle nomine non è sfuggita alla consigliera regionale Anna Pizzo e all’assessore al bilancio uscente di Sinistra e libertà Luigi Nieri, che hanno scritto al presidente dell’assemblea laziale, Bruno Astorre, di non procedere alla nomina nella seduta finale della legislatura. O, almeno, di renderla trasparente ascoltando le ragioni di associazioni prestigiose come Arci, A buon diritto, Caritas e Antigone che hanno proposto alla regione il curriculum di Antonio Marchesi, per molti anni presidente di Amnesty International, esperto del Comitato europeo contro la tortura e professore di diritti umani e diritto internazionale all’università di Teramo e Roma Tre.
Forse per mettere al sicuro la sua conferma, Marroni organizza sempre domani a Roma un evento importante per la campagna elettorale del vicepresidente della giunta Esterino Montino (Pd). Un appuntamento in cui però non si parlerà di galere ma di… sanità.

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Ergastolano denunciato dal garante dei detenuti della regione Lazio per aver criticato il suo operato
False minacce al garante dei detenuti del Lazio
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Roma, niente garante per i detenuti