Grecia, scioperi e proteste contro la «politica dei sacrifici»

I lavoratori dicono «no» al taglio secco di salari e pensioni chiesto da Fmi-Bce

Paolo Persichetti
Liberazione 27 aprile 2010


«Fmi go home», gridavano questo slogan i manifestanti che venerdì scorso hanno traversato le strade del centro di Atene per protestare contro l’annunciato coinvolgimento del Fondo monetario internazionale, insieme all’Ue, nel piano di salvataggio dell’economia greca. Austerità, taglio secco dei salari e delle pensioni, riduzione dei diritti dei lavoratori sono le misure choc richieste al governo guidato dal Pasok. La risposta nelle piazze non si è fatta attendere: scioperi, occupazioni di sedi istituzionali, mobilitazione generale. Lavoratori, precari, migranti non sono affatto disposti a pagare sulla propria pelle il prezzo del risanamento economico mentre l’altra metà del Paese sfugge alla crisi, protetto da un’economia sommersa che raggiunge il 25,1% del pil, specula, evade le tasse e s’ingrassa ancora di più grazie alla crisi, come dimostrano i picchi di rendimento, oltre il 9%, dei bond decennali.

Clima preinsurrezionale
Uno stato permanente di rivolta sociale si prolunga da oltre un anno, da quel 6 dicembre 2008 quando nel quartiere ateniese di Exarchia venne ucciso da un poliziotto il giovane Alexis. Scioperi generali, manifestazioni, occupazioni, scontri di piazza, azioni dirette si susseguono giorno dopo giorno. Syntagma, la piazza davanti al parlamento, è teatro continuo di contrasti violenti con le forze dell’ordine mentre scene di guerriglia urbana traversano le altre città.
Anarchici, nuova sinistra, gruppi studenteschi, comunisti ortodossi, base dei sindacati socialisti, la società greca giorno dopo giorno vede crescere il fuoco della rivolta mostrando forme di politicizzazione che non lasciano spazio al populismo e al qualunquismo, in netta controtendenza col resto d’Europa. La destra parlamentare gioca la carta della difesa dell’indipendenza nazionale contro la messa «sotto dipendenza della plutocrazia» del Paese, per fortuna senza grande successo.
Gruppi ultraradicali non esitano ad invitare al sabotaggio e all’esproprio facendo leva sulla rabbia di un ceto precario giovanile, «generazione perduta e derubata di futuro», come ha scritto Mike Devis. Si respira un clima preinsurrezionale che preoccupa non poco le cancellerie europee attente non solo a quadrare i conti, ma anche ai contagi sovversivi che possono traversare le frontiere. Lo scorso anno rapporti riservati dei renseignements francesi segnalavano il rischio che il Meltemi, il vento secco dell’Egeo, provocasse suggestioni e contaminazioni che possono estendersi a macchia d’olio e trovare nelle banlieues terreno fertile.
Ieri si è tenuto uno sciopero di 24 ore convocato dal maggiore sindacato del settore pubblico, Adedy, accompagnato da manifestazioni contro la decisione del governo di ricorrere agli aiuti Ue-Bce-Fmi. Anche i lavoratori del trasporto urbano hanno incrociato le braccia dalle 11.00 alle 17.00 paralizzando il traffico. Mancava all’appello l’altra grande confederazione del settore privato, Gsee, che ha chiesto una riunione al governo, tra il 23 e il 26 aprile, facendo dipendere da questa un eventuale sciopero e suscitando così le critiche e il sospetto di tradimento degli altri lavoratori. Le proteste di ieri coincidono con i colloqui della missione Ue-Fmi, rinviati a causa dell’emergenza provocata dalla nube di cenere del vulcano islandese, con cui Atene vuol definire le condizioni finanziarie ed economiche per un eventuale aiuto. Il ministro delle Finanze, Giorgio Papaconstantinou, ha avvertito che «non necessariamente le trattative culmineranno con un accordo», e ha detto che il governo non introdurrà nuove misure di austerity nel 2010. Affermazioni che non convincono molto i manifestanti.
Sempre ieri Il trasporto marittimo del porto ateniese del Pireo è stato paralizzato da uno sciopero. Nel frattempo alcune decine i militanti e sindacalisti comunisti del Pame hanno occupato il ministero del Lavoro, al Pireo, per chiedere un incontro con il ministro Andreas Loverdos. Gli occupanti, secondo quanto si è appreso, rappresentano i lavoratori del settore alberghiero.
La mobilitazione sociale ha raggiunto un tale livello che perfino i piloti militari hanno deciso di scendere in agitazione attuando uno sciopero bianco, «contro la decisione di tassare le loro indennità di volo nel quadro della riforma fiscale». I piloti, secondo quanto fonti militari avrebbero riferito ad alcune agenzie, «si astengono dalle missioni di volo per ragioni di salute». La protesta dei marittimi fa seguito a quella della scorsa settimana da parte di lavoratori portuali iscritti al sindacato comunista Pame che denunciavano le conseguenze per l’occupazione derivanti dall’annunciata liberalizzazione del settore. I lavoratori hanno sfidato la decisione di un tribunale che ha dichiarato illegale l’iniziativa. Alla loro protesta si sono aggiunti i medici che contestano la riduzione dei fondi per gli ospedali pubblici.

Luigi Ferrajoli, «Incostituzionale l’arbitrato preventivo previsto nella controriforma del diritto del lavoro»

Intervista a Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto

Paolo Persichetti
Liberazione 9 marzo 2010

Uno scudo dei diritti, come quello iscritto nella legge n. 300 del 1970 denominata Statuto dei lavoratori, rappresenta uno strumento di difesa fondamentale nei cicli bassi della lotta di classe, nella fasi di estrema debolezza dei lavoratori. Per questo va difeso con le unghie e con i denti. Sulla spinta degli scioperi e delle occupazioni dell’“autunno caldo”, quel condensato di lotte operaie e cultura giuridica progressista che si erano lentamente fatti strada nel corso degli anni 60 riuscirono ad introdurre nel nostro ordinamento giuridico sanzioni normative volte ad assistere la figura del lavoratore subordinato emersa negli anni della grande crescita socio-economica della fabbrica fordista. La disciplina giuslavorista tradusse in parte l’alto livello d’autonomia raggiunto dalle lotte operaie, anche se all’epoca non mancarono critiche, soprattutto da parte di quei settori che esprimevano le vette più avanzate del conflitto, verso un intervento giuridico percepito come un “freno”, una sorta di “imbrigliamento” della potenza sociale delle lotte. Il nuovo diritto del lavoro approfondì il proprio intervento bilanciando la debolezza contrattuale del lavoratore subordinato di fronte alla controparte datoriale, attuando così i principi di democrazia economica e sociale sanciti nella Costituzione. Tale processo normativo fu caratterizzato dal riconoscimento per il lavoratore subordinato di diritti fondamentali individuali, da una regolamentazione dei sistemi di autodifesa collettiva e sindacale e nello stesso tempo da una serie di doveri e di limiti posti a freno del potere imprenditoriale nei luoghi di lavoro. Dopo anni d’intollerabile violazione dei principi costituzionali (basti ricordare la terribile vicenda delle schedature di migliaia di dipendenti Fiat fatte dall’azienda, raccontata da Bianca Guidetti Serra in un eccellente libro introdotto Stefano Rodotà, Le schedature Fiat. Cronache di un processo e altre cronache, Rosemberg e Sellier 1984), sprazzi di democrazia traversarono finalmente i cancelli delle fabbriche entrando anche negli altri luoghi di lavoro. Questo “compromesso sociale” è ormai sotto attacco da tre decenni. Colpo dopo colpo, sotto la spinta anche della rivoluzione tecno-produttiva del postfordismo, la civiltà giuridica dei diritti dei lavoratori è stata messa in crisi. La legge approvata al Senato la scorsa settimana mira definitivamente a smantellarla. Ma tra i punti di resistenza opponibili, insieme all’iniziativa politica e sociale che può trovare un primo appuntamento nello sciopero generale del 12 marzo, come proposto da Mario Tronti domenica su queste pagine, c’è la natura manifestamente incostituzionale della legge, come ci spiega il professor Luigi Ferrajoli.

Quali sono i maggiori profili d’incostituzionalità di questa legge?
Ce ne sono almeno due. Il più evidente è la violazione dell’articolo 24 della Costituzione, che stabilisce che «tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi». Si tratta di un diritto fondamentale, inalienabile e indisponibile. Questa legge prevede invece che al momento dell’assunzione il lavoratore possa rinunciare preventivamente alla garanzia giurisdizionale e accettare di affidare la decisione sui suoi diritti, incluso il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro previsto dall’art.18 in caso di licenziamento illegittimo, alla decisione equitativa di un arbitro privato. Questo è l’ultimo colpo portato non solo all’art.18, ma all’intero diritto del lavoro.

Dunque se l’arbitrato fosse una scelta successiva, intrapresa durante la controversia tra le parti, non sarebbe incostituzionale?
Non c’è mica bisogno di una legge per stabilire una cosa del genere. Ma non è questo che interessa al governo, la cui unica intenzione è colpire i lavoratori. Di solito gli arbitrati si fanno tra grandi imprese, tra poteri forti che possono decidere di non perder tempo con avvocati, udienze, rinvii e impugnazioni e quindi di risolvere in questo modo le loro controversie. La situazione ipotizzata in questa legge è ben diversa. Qui si chiede alla parte debole del rapporto di lavoro una rinuncia preventiva ad agire in giudizio per la tutela dei propri diritti, i quali, oltre tutto, consistendo in diritti in materia di lavoro, sono anch’essi in via di principio indisponibili. E’ chiaro che in questo modo viene a mancare proprio il requisito della libera autodeterminazione. Il lavoratore, pur di essere assunto, firmerà qualsiasi cosa. Siamo insomma di fronte alla legalizzazione, ovviamente costituzionalmente illegittima, di una coercizione della volontà, di un vero e proprio ricatto, di un’alienazione giuridicamente inammissibile del diritto fondamentale di usufruire della garanzia giurisdizionale.

Qual è l’altro punto d’incostituzionalità?
Si tratta dell’articolo 32, che vincola il giudice ad un mero controllo formale sul “presupposto di legittimità” delle clausole generali e dei provvedimenti padronali, escludendone il «sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro». Ora è chiaro che le violazioni dei diritti dei lavoratori avvengono, di solito, nel merito delle decisioni, ben più che nella loro forma. Anche questa è perciò una riduzione degli spazi della giurisdizione e quindi del diritto dei lavoratori alla tutela giudiziaria dei loro diritti. Non basta. Non si era mai visto che il giudice venisse vincolato, nella sua attività interpretativa, a “certificazioni” stabilite da speciali commissioni di natura extragiudiziale. E invece è proprio questo che viene stabilito da un altro comma dell’art. 32 di questa legge. E anche questa è una chiara violazione, oltre che dell’art.24, dell’art.101 della Costituzione, secondo cui «i giudici sono soggetti soltanto alla legge». Insomma, siamo di fronte a una vera dissoluzione di tutte le garanzie giurisdizionali dei diritti dei lavoratori.

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1970, come la Fiat schedava gli operai
Alleva: “Pronto il referendum, questa legge è anticostituzionale”
Mario Tronti: 12 marzo 2010 “sciopero generale contro l’attacco ai diritti del lavoro”
“Cara figlia, con questa legge non saresti mai nata”
Cronache operaie

Mario Tronti, 12 marzo 2010: «Sciopero generale contro l’attacco ai diritti del lavoro»

Intervista a Mario Tronti, presidente del Centro per la riforma dello Stato

Paolo Persichetti
Liberazione 7 marzo 2010

Che fare? L’eterna domanda di sempre si ripropone di fronte alla sfacciata manovra del governo Berlusconi e del padronato che con la legge 1167-B sono riusciti ad aggirare l’intero sistema dei diritti del lavoro costruito negli ultimi decenni del Novecento, in particolare in quegli anni 70 che furono anni di libertà ed emancipazione. Potremmo dire che l’ultimo capitolo degli anni 70 rimasto ancora aperto è stato chiuso con il voto del Senato di lunedì scorso. Ma questo esito arriva davvero così imprevisto? La domanda è strettamente legata al che fare, soprattutto nel momento in cui giungono le prime critiche sull’insufficiente reazione dell’opposizione. Rifondazione aveva già predisposto dei quesiti referendari in attesa che la nuova normativa assumesse una veste definitiva. Il giuslavorista PierGiovanni Alleva ne ha spiegato su queste pagine i presupposti tecnici. Non solo, ma i giuristi del lavoro attendono al varco la nuova legge per sollevare eccezione d’incostituzionalità alla prima vertenza. Ma tutto questo è sufficiente? La discussione è aperta: per Sergio Cofferati la via del referendum è un’arma spuntata. A fronte dell’enorme sforzo di mobilitazione per la raccolta delle firme è ormai fin troppo facile condizionare l’elettorato affinché non si mobiliti inficiando così, attraverso il mancato quorum, il voto finale. L’ex segretario della Cgil propone la strada della proposta di legge d’iniziativa popolare come leva tribunizia per informare e mobilitare i lavoratori e le loro famiglie, suscitando così una forte reazione di massa. La Cgil fino ad ora è parsa poco reattiva. Colpiti dalla crisi i lavoratori si arrampicano sui tetti per difendere disperatamente i posti di lavoro. Mai come oggi la forza lavoro appare vulnerabile e indifesa. «Governo e padronato – spiega Mario Tronti – registrano un grande momento di debolezza del movimento sindacale. Le confederazioni sono divise, la Cgil isolata, i lavoratori sulla difensiva. Siamo di fronte ad un affondo della politica del governo, un attacco mascherato che stavolta, come dice Luciano Gallino, invece che sparare con le Corazzate sui diritti dei lavoratori sta utilizzando i sottomarini».

Che fare, allora?
Intanto hanno ragione quelli che hanno denunciato il ritardo della Cgil e dei partiti del centrosinistra. A parte i diversi rimedi (referendum, eccezione di costituzionalità), nell’immediato la cosa più importante è la reazione da costruire subito. La Cgil deve modificare i contenuti dello sciopero generale previsto per il 12 marzo. Quanto è accaduto cambia il senso della mobilitazione. La Cgil deve registrare questo passaggio chiamando i lavoratori ad opporsi alla controriforma del diritto del lavoro. Occorre correggere e drammatizzare questo momento anche per conquistare i lavoratori delle altre confederazioni. Vanno denunciate con durezza le scandalose posizioni di Uil e Cisl.

Ormai anche la destra ha una certa presa sul mondo del lavoro. Penso alla Lega nelle fabbriche del Nord ma anche alla destra sociale. Sarebbe interessante sentire cosa ha da dire sulla questione una candidata come la Polverini.
Il rapporto con le altre forze sindacali non può essere sempre di vertice ma deve rivolgersi all’intera forza lavoro, alla base, indipendentemente dall’appartenenza organizzativa. Siamo di fronte ad un punto di passaggio molto serio. Per questo bisogna arrivare a far percepire quanto rischiosa sia sulla pelle delle persone, sul proprio futuro e la propria vita, l’idea dell’arbitrato che cade in mano a figure disposte a soluzioni vicine all’interesse padronale e non dei lavoratori. Questo è un tema che fa breccia. Serve un appello al partito democratico perché si dia una mossa. Questa legge colpisce una parte importante del suo elettorato. Deve prendere posizione e uscire dalla propria ambiguità.

Ma il Pd si mostra una forza politica sempre più estranea alle tematiche sociali?
Bisogna stanarli, prendere alcune iniziative. Stiamo elaborando con il “Tavolo del lavoro”, una struttura del Crs, un appello in appoggio dello sciopero generale. Chiamiamo anche le forze intellettuali e politiche a una convocazione il giorno precedente. In questo momento ci si deve stringere intorno alla Cgil, che resta l’elemento di resistenza, e nello stesso tempo spingerla a una maggiore aggressività che la fase richiede. Sono convinto che esistono le condizioni. Il disagio nel mondo del lavoro è molto forte. Non è possibile che gli operai si trovino utilizzati solo come soprammobili sul palco di Sanremo. Serve un nuovo richiamo alla società civile in generale per ridare visibilità al tema del lavoro. Questione molto più importante dell’oscuramento per un mese dei talk show. E’ evidente che va introdotta una diversa gerarchia dei problemi individuando le contraddizioni centrali. C’è un problema di orientamento politico che i grandi partiti hanno perso.

Non è forse un effetto del paradigma totalizzante dell’antiberlusconismo? Il discorso legalitario e giustizialista si sovrappone alla questione sociale sollevando un problema di egemonia culturale che disarma i lavoratori.
Sostengo da sempre che l’antiberlusconismo è una cosa che finisce per occultare i problemi veri del paese e delle persone in carne e ossa, della quotidianità difficile di chi lavora. Alla fine rischia di nascondere le contraddizioni reali, anche del campo avverso. Bisogna fare breccia nelle persone reali che sono implicate molto più da questi temi e molto meno dei problemi della par condicio.

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1970, come la Fiat schedava gli operai
Ferrajoli, “Incostituzionale l’arbitrato preventivo previsto nella controriforma del diritto del lavoro”
Alleva: “Pronto il referendum, questa legge è anticostituzionale”
“Cara figlia, con questa legge non saresti mai nata”
Cronache operaie

Abolizione dei diritti dei lavoratori: “Cara figlia, con questa legge non saresti nata”

Una madre ventiseienne spiega perché l’ultimo attacco ai diritti riguarda (e tanto) anche i giovani precari

Assunta Rossi*
Liberazione 5 marzo 2010

Cara Erminia,
siamo state fortunate sai? Una volta tanto posso dirlo, e ora che ci sei tu posso anche usare un bel plurale: siamo  state fortunate, piccola mia. Imparerai, piano piano (ma non troppo mi raccomando, che non tira l’aria giusta per crescere senza tener la guardia sempre alta) che spesso è una questione di tempistica, di fortuna (non credo che sarai una di quelle che crederà ai miracoli, è più attraente e altrettanto rara la “fortuna”) … e questa volta la tua mamma è stata fortunata. Per te è un po’ presto per capire, ma già il fatto che io stia qui a parlartene vuol dire che hai inconsciamente capito: non ci saresti stata se quest’ultimo capitolo della devastazione dei diritti dei lavoratori fosse avvenuto qualche mese fa.
Zitti zitti, come se niente fosse, stanno togliendo tutto quello che avevamo conquistato, lavoratori in lotta per anni, per strappare con le unghie una vita decente ai padroni. Son concetti chiari, Erminia, secondo me li capisci pure tu, che mi guardi con quegli occhioni dolci da bimba di due mesi. Sono concetti facili anche per te, eppure mi guardo intorno e sembra che gli altri non capiscano, pensano che stiano privando di diritti una piccola parte di vecchi lavoratori pubblici. Guardaci qua, io ho 26 anni, ti sembro vecchia?
Contratto a tempo indeterminato dopo una lunga odissea. Sono andata a lavorare a 21 anni in quel posto: duecento terminali accesi contemporaneamente, tutti in cuffia ad impazzire con i clienti in linea. A guardarci per la prima volta pensi che hai davanti delle formiche, animaletti tutti uguali intenti a lavorare a testa china. Magari! Lì eravamo tutte formiche, questo è certo, ma non tutte uguali. C’erano le formiche con il contratto, vecchie salariate della grande azienda a partecipazione statale, e noi. Noi, tante e tutte giovanissime al contrario degli altri, le formiche zoppe! Subappaltate, precarie, flessibili: formiche senza alcun diritto di parola. Contratti di sei mesi; se avevi lavorato bene e in silenzio te ne prendevi altri sei, altrimenti a casa senza nessuno scandalo. Sai, Erminia mia, ci sono stata quattro anni così… poi mi sono arrabbiata, come ancora non m’hai visto mai, ho sbattuto la porta alle mie spalle, ho lasciato le formichine e me ne sono partita. Ci son rientrata dopo altri anni in quel posto: con un bel contratto in mano! E’ stato facile vincere, il giudice non ha fatto altro che constatare che non era possibile lavorare subappaltata con la clausola del «periodo di alti picchi lavorativi” per quattro anni continuativi.
Quindi, contratto in mano e anche una scorta di soldi che ci sta dando un grande aiuto da quando ci sei tu: l’azienda che m’aveva sfruttato è stata costretta a darmi tutti i soldi che mi doveva, a risarcire gli abusi perpetrati su me e tutti gli altri nella mia condizione. E così ho scoperto tante parole nuove: ferie, malattie, contributi, pensione, maternità, congedi parentali. Chissà se ti capiterà di incontrarle mai, queste parole rilassanti, chissà se non le studierai solo nei capitoli dei libri che parleranno di quell’Italia nata dalle lotte di operai e studenti che aveva conquistato un paese un po’ più libero, quel paese miseramente scomparso in pochissimi decenni e che torna all’arbitrato, al padronato, all’assenza totale di diritti. Stiamo messi male e siamo anche in pochi ad accorgercene, ci fosse qualche adulto o adulta ancora con la tua capacità di urlare forse tutto ciò non avverrebbe… (allora siamo sulla buona strada, non ci avevo pensato!).
In quel posto che ti raccontavo, quello delle formichine che lavorano zitte e gobbe con la testa che scoppia, ora che tutte hanno un contratto c’è stata una grande rivoluzione sai? Proprio come ha fatto la tua mamma, praticamente anche tutte le altre si son messe a scoprire queste nuove parole scritte su quei fogli… la prima che ci ha colpito è quella che da donne precarie avevamo proprio cancellato dal nostro dizionario: maternità! E così, tanta è stata la gioia di riscoprire quella parola che in poco tempo siete spuntati in tanti, bambini di giovani neo assunte, alla faccia dell’azienda che non ce l’aveva mai permesso e che ora è costretta a farlo. Quasi settanta bambini su meno di duecento assunzioni!Siamo state proprio fortunate piccola mia, perché da oggi tutto questo non sarà più  possibile. Stanno cercando di metter su carta che la formica zoppa deve rimanere tale, che non potrà più chiedere aiuto a nessun tipo di giudice, che dovrà regalare la sua vita e la sua dignità all’azienda di turno senza aprire bocca. Quindi sta a me cercare di impedirglielo, sta a te imparare a lottare per i tuoi diritti ed anche a difenderli, a non farli calpestare o portare via dal primo manipolo di ladroni che prende il potere.
Come dicono in Val Susa, quei tuoi cuginetti che lottano contro l’Alta Velocità e la devastazione del loro territorio, a sarà dura!

* Non mi chiamo Assunta, anzi l’ho scelto ironicamente, come nome contro il precariato. Niente di cui vergognarmi, ma con l’aria che tira, con la “licenza di licenziare” ormai legalizzata, beh, meglio rimanere anonima, che il lavoro mi serve. Chiamiamoci tutt@ Assunt@ e alziamo la testa!

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Ferrajoli, “Incostituzionale l’arbitrato preventivo previsto nella controriforma del diritto del lavoro”
Alleva: “Pronto il referendum, questa legge è anticostituzionale”
Mario Tronti: 12 marzo 2010 “sciopero generale contro l’attacco ai diritti del lavoro”
Cronache operaie

«Pronto il referendum, questa legge è anticostituzionale»

Parla il giuslavorista Piergiovanni Alleva

Paolo Persichetti
Liberazione
4 marzo 2010

Questa volta non si tratta di un attacco frontale come fu nel 2002 il tentativo di abolire d’impatto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Allora si trattò di un’offensiva ad alto valore ideologico, un tentativo di sfondamento che puntava a creare una testa di ponte per poi travolgere il resto dell’architrave giuridico rimasto a tutelare i diritti dei lavoratori. Il disegno di legge 1167-B, approvato nell’aula del Senato, rappresenta una vera e propria manovra d’aggiramento. «La via d’attacco – spiega il professor Piergiovanni Alleva – non è più rivolta al diritto sostanziale (cioè l’abolizione tout court della norma), ma interviene sul diritto processuale. I nuclei principali di questo provvedimento legislativo hanno tutti la medesima filosofia: fare in modo che il lavoratore non possa più arrivare in concreto a chiedere giustizia davanti al tribunale del lavoro».

Si riferisce alla possibilità che le controversie tra il datore di lavoro e il suo dipendente potranno essere risolte d’ora in poi non più solo davanti al giudice ma anche davanti ad un’autorità arbitrale?
Questa invenzione non nasce oggi ma è figlia delle “certificazioni” previste nella legge Biagi

Cosa sono le “certificazioni”?
La possibilità d’inserire nei contratti di lavoro, di qualsiasi tipo, cosiddetti “certificati”, ovvero validati davanti ad un’autorità (di vario tipo), una clausola arbitrale in deroga ai contratti collettivi. In questo modo si è costruito un modello contrattuale fondato su una base assolutamente ricattatoria. Quando una persona ha bisogno di lavorare firma grosso modo qualsiasi cosa, quindi firma anche un contratto “certificato” nel quale una qualunque commissione dice che effettivamente si tratta di un contratto a progetto, di un regolare contratto a termine, eccetera. Anche se poi la verità è un’altra.

E qual è il nesso tra le certificazioni e l’arbitrato previsto dalla nuova legge?
La certificazione non ha avuto molta fortuna in questi sette anni perché, in realtà, non c’era nessuna sicurezza che reggesse davanti a un tribunale del lavoro. L’articolo 24 della Costituzione vieta che ci siano atti negoziali privati, provvedimenti amministrativi, inoppugnabili; mentre l’articolo 111 impedisce la possibilità che vi siano contratti che sfuggano alla possibilità di un controllo giurisdizionale. Davanti al tribunale del lavoro si sarebbe potuto dimostrare, per esempio, che questi contratti “certificati” come contratti a progetto nascondevano, in realtà, forme di lavoro subordinate e così via. Allora ecco la grande invenzione di questa legge. Siccome le certificazioni non reggono davanti al giudice, il governo ha pensato di eliminare anche il giudice mettendo al suo posto un cosiddetto arbitro. In questo modo questi contratti simulati non potranno più essere smentiti. Come se non bastasse la clausola arbitrale presente nel contratto certificato non riguarderà soltanto la natura del contratti (tempo determinato, indeterminato eccetera), ma anche le modalità di licenziamento. In caso di controversia sulla fine del rapporto di lavoro ci si ritrova di nuovo davanti ad un arbitro, il quale potrà decidere non secondo le leggi e gli accordi stabiliti in sede di contrattazione collettiva ma secondo “equità”, vale a dire secondo una propria valutazione soggettiva. Oggi se il giudice constata la ragione del lavoratore, deve reintegrarlo per legge sul posto di lavoro, l’arbitro invece potrà limitarsi ad una piccola somma di risarcimento.

Mi par di capire che questa legge rimette in discussione i cosiddetti “diritti indisponibili” del lavoratore, tutelato proprio perché parte debole nel rapporto contrattuale, introducendo una finzione giuridica, ovvero la parità astratta tra datore di lavoro e chi offre la propria forza lavoro.
Siamo di fronte ad un’ipocrisia colossale, intanto perché le commissioni di certificazione avrebbero dovuto assistere il lavoratore, cosa che non è mai avvenuta; poi perché la clausola arbitrale posta all’avvio del rapporto contrattuale, cioè al momento dell’assunzione, comporta un problema di costituzionalità perché non si avrà mai una rinunzia alla giustizia ordinaria da parte del lavoratore (evidentemente più vantaggiosa) che sia effettivamente una rinunzia libera.

Come si può rispondere a questo smantellamento dei diritti cardinali dei lavoratori?
La strada migliore è attaccare la questione alla base. Poiché la clausola arbitrale s’innesta su una particolare tipologia di contratti, cioè sul “contratto certificato”, bisogna abolire la certificazione. Quindi una delle vie da seguire è quella del referendum. Tra i quesiti referendari che Rifondazione vuole presentare ce n’è uno che mira proprio all’abrogazione della norma della vecchia legge Biagi che stipulava la possibilità della certificazione. Esiste poi una seconda via complementare alla prima: sollevare eccezione d’incostituzionalità la prima volta che una clausola arbitrale certificata sarà contestata da un lavoratore che chiederà di andare in giudizio.

Quanti altri danni fa questa legge?
Introduce uno scadenzario molto breve per le impugnazioni dei contratti a termine, a progetto, per i licenziamenti, i trasferimenti, la dissimulazione dei rapporti precari fasulli. 60 giorni per la citazione con raccomandata e 180 per il giudizio. Fino ad oggi c’erano 5 anni di tempo. Ora il lavoratore viene strangolato. Molti hanno paura a presentare ricorso subito perché sperano in un rinnovo contrattuale. Non solo, ma se prima venivano rimborsate tutte le mensilità intercorse nel periodo del giudizio, oggi si andrà solo da un minimo di 2 e mezzo e un massimo di 12. Assistiamo ad una forfettizzazione al ribasso del danno. Si tratta di norme perfide fatte da gente che conosce il mestiere. A fare queste cose sono i transfughi craxiani andati in Forza italia. Se c’è qualcuno che pensa ancora che non esiste più la distinzione tra destra e sinistra si legga questa legge.

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1970, come la Fiat schedava gli operai
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Cronache operaie

La nuova questione meridionale: il lavoro schiavile dei migranti

Migrazioni a Sud Italia: è troppo tardi per le scuse

Elisabetta Dellacorte

Ci sono migliaia di lavoratori immigrati che, da un decennio e oltre, mandano avanti il settore agricolo al Sud d’Italia, in luoghi che nella storia recente, dopo la seconda guerra mondiale, videro insorgere contro i latifondisti i braccianti agricoli che rivendicavano il diritto alla proprietà della terra. Passano gli anni e per lavorare quelle terre che gli italiani non vogliono più curare arrivano migliaia di migranti, pronti a sfacchinare per noi, per far arrivare sulle nostre tavole frutta e verdura. Questo il primo apparente paradosso, un trabocchetto cognitivo che avvolge il Meridione: il lamento sul ritardo del Sud,  le emergenze ambientali sempre un po’ misteriose, pentiti, complotti, partiti defunti che continuano ad eleggere i loro finti rappresentanti, grande penuria di posti di lavoro per gli autoctoni e un fiume di soldi pubblici sprecati per tamponare la finta emergenza della disoccupazione. Sulla scena di questo teatrino il Sud fa il suo corso, i giovani disoccupati a differenza delle generazioni precedenti hanno studiato, si sono laureati non sono più disposti ad accettare lavori faticosi e sottopagati, si muovono tra lavori precari, protetti in ogni caso dalle relazioni parentali.  Così, resasi indisponibile la forza-lavoro locale, l’avvento dei migranti è stata una vera manna per gli imprenditori meridionali: i migranti costano di meno, lavorano di più, accettano lavori pesanti, si ingaggiano a giornata dribblando oneri sociali e assicurativi. Ad oliare il modello dell’Italia meridionale- che si rispecchia in quello più largo dell’Europa del Sud (King, 2000, Kasismis 2006) – contribuiscono: l’illegalità diffusa, acuita da leggi comunitarie restrittive e pacchetti sicurezza nazionali; la diversità dei luoghi di provenienza dei migranti che facilitano la concorrenza al ribasso tra persone provenienti dai paesi dell’est Europa e l’Africa;  dalla compresenza, a cui si accennava, di migranti e di altri tassi di disoccupazione o sotto-occupazione per gli autoctoni; dall’assenza di politiche di accoglienza a livello locale.
Per molti anni il sistema agricolo meridionale ha succhiato sangue da queste vite senza nome, anche se  molti sapevano delle condizioni disumane di vita dei migranti del Maghreb nel ghetto di san Nicola Varco vicino Eboli, di quelle degli africani alla Cartiera di Rosarno andata in fumo un anno fa, così come di dominio pubblico sono le notizie dei migranti presi a pistolettate, sempre a Rosarno, da due teste calde locali, o ancora gli  omicidi di Castelvolturno, senza contare le angherie quotidiane, quelle meno veicolate dai media. Inattese, invece, sono state  le rivolte dei migranti, i roghi, i cortei che hanno fatto seguito ai fatti di sangue, poi il can can mediatico, le molte promesse,  e infine di nuovo come nel gioco dell’oca il ritorno alla casella di partenza: ghetti, sfruttamento, e cattiva vita.http://www.insutv.it/blog/wp-content/uploads/2008/09/immigrati-castelvolturno-2.jpg

Tutti sanno molti non agiscono
Anche prima delle rivolte queste realtà non erano sconosciute a politici, amministratori, sindacalisti, associazioni di vario tipo, solo che per anni si è deciso di non decidere rimpallando di volta in volta le responsabilità e gli interventi, fino allo sgombro del ghetto di san Nicola Varco che, per quanto sgangherato e inadeguato, pieno di spazzatura e rifiuti, era il luogo dove questi lavoratori, dopo una giornata di  fatica, trovavano un giaciglio per dormire, un fornello per cucinare, un posto per incontrarsi a prescindere dai permessi di soggiorno. Lì, a San Nicola Varco, pochi mesi prima del recente sgombero, si  parlava di un intervento di ristrutturazione del ghetto, un gesto minimo sfumato dinanzi agli interessi economici ed imprenditoriali del ceto politico-affaristico che su quell’area intende costruire un nuovo enorme centro commerciale, l’ennesimo outlet, ovvero, un parco giochi per consumatori, il risultato di un modello di sviluppo insensato, un’ideuzza da beoti che invece di valorizzare le risorse locali, dall’agricoltura alla riconversione “sostenibile” dell’infausto settore turistico, preferisce l’outlet che in termini concreti vuol dire ingorgare ancora di più di camion, auto, merci, imballaggi la piana del Sele.
Per fare questo devono far sparire il ghetto e i migranti. Nella seconda settimana di novembre 2009 interviene la polizia sulla base della dubbia motivazione dell’emergenza ambientale, ma il raid non riesce poiché  la maggior parte delle potenziali prede si dilegua.
Le centinaia di lavoratori migranti, circa millequattrocento, per non farsi trovare all’incontro con i celerini e la carcerazione scappano; e vengono spinti così al vagabondaggio nelle fredde notti novembrine alla ricerca di alloggi di fortuna nei campi o nelle serre. Paradossalmente, per risolvere un’emergenza se ne crea un’altra, che presenta tratti ben più feroci delle temute epidemie,  utili ai politici e ai prefetti per argomentare lo sgombero. A distanza di due settimane, chi è stato o vive in zona sa che i  migranti continuano a lavorare come sempre, anche perché sono indispensabili, poiché senza di loro il settore agricolo entra in crisi nel giro di pochi giorni; certo sono più timorosi, si fanno vedere meno in giro perché la caccia al migrante continua, tanto che gli imprenditori per imbrigliarli nuovamente hanno raddoppiato il salario giornaliero da 25 a 45 euro. Per assurdo l’operazione di sgombro ha fatto temporaneamente levitare i magri salari.

La piana del Sele
Spostandoci dalla piana del Sele a Rosarno, nella Calabria meridionale, la situazione non cambia di molto. Nella piana tra Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando, circa duemila migranti vivono in condizioni disumane; altri crocifissi viventi, per dirla con l’efficace immagine usata da don Vitaliano della Sala. Anche a Rosarno la presenza dei migranti indispensabili al settore agricolo non è un fenomeno recente, non sono arrivati ieri, ma negli anni ’90, quindi di tempo per riflettere e agire ce n’è stato, ma  visitando i posti in cui vivono, ad esempio le Rognette in centro a Rosarno o gli stabili Arssa sulla statale di fronte all’inceneritore, si apre uno scenario inquietante: centinaia di persone  accampate in stabili che cadono a pezzi; alcuni dormono in piccole tende, altri direttamente nei silos e altri ancora in quel che resta dei magazzini. Alle Rognette, invece, i migranti hanno occupato un vecchio edificio senza tetto e lì vivono in baracche di legno e cartone coperte dalla plastica, tra fango e rifiuti. Sia nel ghetto dell’Arssa che alle Rognette i bagni sono stati costruiti dai migranti all’aperto: una fossa circondata da grossi pneumatici. “Meglio la vita in Africa”- dice un ganese che ci abita. Certo la forza della disperazione non manca e quindi a partire da quelle condizioni inumane, rispetto alle quali chi dovrebbe e potrebbe intervenire ha deciso di chiudere gli occhi, i migranti si sono organizzati, qualcuno ha messo su un recinto per le pecore e uno per  i polli, un piccolo negozietto che vende cibi in scatola e cose per la vita quotidiana. Ma detto questo, dopo aver elogiato la capacità di resistenza di queste persone, rimane il fatto che la situazione di Rosarno in Calabria, come pure quella di Eboli in Campania, mostrano la volontà istituzionale di non intervenire, di lasciare tra color che son sospesi migliaia di persone.

Il mercato delle braccia a Rosarno e la concorrenza tra poveri
Al mattino, tra le cinque e le sei, i migranti si fanno trovare sulla strada che da Rosarno porta a Gioia Tauro, aspettando che qualcuno passi per dargli una giornata di lavoro, 25 euro al giorno per 8 o più ore a secondo del caso, oppure a cottimo 1 euro a cassetta – 3 euro li pagano a chi li accompagna in auto o pullman sul posto di lavoro. Altri, invece, quelli più fortunati finiscono nel settore edile, ma da alcuni anni, dopo l’ingresso della Romania in Europa, gli uomini rumeni sono diventati i diretti competitori degli africani sia in agricoltura che nelle costruzioni. Per le donne provenienti dall’Europa dell’est le cose vanno meglio: sono presenti nei lavori di cura alle persone anziane e alle famiglie, senza competizione, almeno per adesso. “Not work” è il refrain che molti ripetono, ed è anche il conto che la crisi presenta,  alcuni hanno perso il lavoro al Nord d’Italia e non riescono a trovarne un altro al Sud. L’Italia l’hanno girata per anni nei circuiti stagionali della raccolta nel settore agricolo o in quello edile e continuano a muoversi tra  le difficoltà e le possibilità che di volta in volta si aprono. Alle spalle hanno lasciato i loro paesi e le loro vite di prima, alcuni sono rifugiati per motivi umanitari; sulla loro pelle i segni delle torture fisiche e nei ricordi di alcuni la vita lasciata alle spalle, i percorsi universitari interrotti: matematica, letteratura inglese, conoscenze riposte ai margini di questa nuova condizione di vita che li “accoglie” solo come lavoratori manuali, artigiani totali, utili sì, ma ospitati in modo ostile e degradante. Certo la storia, come si sa, procede dal lato del male, e da qui in poi le responsabilità sono comuni.

Il danno e la beffa dei fondi pubblici
Al danno si somma la beffa se si pensa che a Rosarno non è stata ancora trovata una soluzione abitativa decente per i lavoratori stagionali che, così come quelli del tavoliere delle Puglie, della piana del Sele e di Scafati in Campania, da anni vivono nei ghetti del disprezzo.  Intanto, qui la beffa – a segnalarlo è Antonello Mangano in un articolo disponibile on line “Migranti, Rosarno schiavi in un  mare di soldi”- c’è un giro di fondi pubblici già destinato o da destinare all’accoglienza, in uno scenario in cui a beneficiare degli interventi non sono i migranti bensì gli autoctoni, in competizione, anche loro, per la spartizione delle risorse. Gli effetti sono nulli dal momento che le condizioni abitative e di vita dei presunti beneficiari non cambiano.  Quando si cerca di capire quali origini ha l’immobilismo rispetto a situazioni come la Roghetta o il ghetto dell’Arssa, spesso dal cappello dell’interlocutore sbuca il vecchio ritornello della malavita: se non si fa nulla è per la ‘ndrangheta, la camorra, e via così, si tratta di un paravento comodo per ogni stagione o fazione politica: se mancano acqua, luce e bagni è colpa del potere mafioso non di quello istituzionale.
Ma dopo aver fatto un giro tra Eboli e Rosarno ci si dovrebbe confrontare con il principio di realtà. Gli errori percettivi non sono una colpa, tutti a volte possiamo innamoraci o nasconderci dietro un’idea sbagliata credendo che sia quella giusta, quella che mette meglio in luce la situazione, ma dopo il confronto con la realtà, quella fatta di carne e sangue, di presenza e non di virtualità, ci si accorge che  forse quelle analisi sono leggermente sfuocate; e in questo non c’è niente di male, basta non impuntarsi, confrontarsi e rivederle. Dal confronto con il reale emerge bene la grande capacità adattiva di chi gira da un campo all’altro nelle stagioni di raccolta; e un’ostinata abilità nel tirar sangue dalle rape. Questo in presenza di una politica governativa che continua a produrre clandestini utili per il lavoro nero. Se da decenni, in particolare al Sud, i comuni non sono stati in grado di pianificare e organizzare dei sistemi di accoglienza dignitosi per questi utili lavoratori non è per colpa della malavita ma per la brutta abitudine di decidere di non decidere, usando di volta in volta l’alibi dei poteri mafiosi o della clandestinità: “si può  fare qualcosa solo per quelli regolari” è l’altro refrain istituzionale. Così come non mancano altre fandonie più creative, come quelle dell’assessore alle politiche sociali della ricca Cosenza che, per giustificare la totale assenza d’invertenti in un campo rom, dove tra cumuli di spazzatura e topi, senza luce, acqua e bagni vivono circa 250 persone, ha detto che stava aspettando l’apertura di una sede del consolato rumeno in città, ma come si sa il consolato non ha competenze di tipo territoriale, per cui parlare con l’assessora è stato come andare al pronto soccorso con un principio d’infarto per  sentirsi dire dal cardiologo aspettiamo che passi il giro d’Italia, un non senso.

Dal  White Christmas al Big Hug
Certo, in questo giro di vite non mancano le anime belle, quelle che senza chieder niente in cambio ogni domenica si danno da fare per offrire un pasto caldo, o un piccolo riparo affettivo; quelli che nel vedere vite ridotte in sofferenza si rivoltano, ma rimane il fatto che per decenni la logica è stata quella dell’emergenza, dei raid punitivi e degli allontanamenti. In questi giorni a Rosarno, comune che come Gioia Tauro e San Ferdinando, è commissariato per infiltrazioni mafiose, i prefetti stanno pensando l’ennesimo intervento tampone, fatto di container, bagni chimici e un po’ di soldi da spendere per rattoppare un sistema al collasso. E’ l’ennesima ipocrisia della politica del rifiuto che sotto Natale distribuisce qualche coperta, ma non assicura l’assistenza sanitaria, l’acqua calda, la luce, un’abitazione che si possa dire tale e, soprattutto, la libertà di restare o andare. Eppure di soluzioni ce ne sarebbero, la Calabria è punteggiata da paesini spopolati; e allora si potrebbe fare come a Riace in Calabria, o come stanno cercando di fare a Sicignano, Laviano, Contursi in Campania dove la soluzione proposta è stata quella di mettere a disposizione alcune case vuote per rifugiati e i migranti, utilizzando i fondi in modo sensato. Ancora, sul fronte delle università si potrebbero facilitare e non osteggiare la ripresa dei percorsi universitari interrotti.  Come dire, contrapporre al folle White Christmas – il bianco natale dei bianchi che coglie l’occasione per  allontanare i clandestini così come vuole il sindaco leghista di Boccaglio – un Big Hug, un grosso abbraccio solidale dal caldo Sud, per cambiare il corso di una brutta storia fatta di esclusione e disagio, che negli anni a venire pagheremo con odio e disprezzo. Per chiudere senza concludere tocca segnalare che tra pochi giorni, lunedì 30 novembre, si terrà a Cosenza la prima Conferenza regionale sulle migrazioni, a cui parteciperanno Perugini, il sindaco di Cosenza, Oliverio, il presidente della Provincia, e Loiero, il governatore della Regione, insieme ad altri studiosi, analizzeranno il caso migrazioni e chissà come potranno giustificare i ritardi e le omissioni quando è già troppo tardi per le scuse.

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Ispra, prima vittoria per i precari. Tutti i contratti saranno rinnovati

Intesa al ministero dopo 57 giorni sul tetto della sede. «Ora la stabilizzazione»

Paolo Persichetti
Liberazione 22 gennaio 2010

Dopo 57 giorni passati sul tetto, i precari dell’Ispra, l’ente per la protezione e la ricerca ambientale, hanno siglato un accordo con il ministero dell’Ambiente. Dopo un primo incontro interlocutorio svoltosi l’11 gennaio, seguito da alcuni tavoli tecnici, mercoledì scorso si è aperta la seduta decisiva. Iniziata alle 15, la trattativa è terminata a mezzanotte. «All’inizio le posizioni erano molto distanti», racconta Emma Persia dell’Usi-Rdb. Alla fine nove sono stati i punti su cui si è trovato un compromesso, tra cui il «rinnovo di tutti i contratti a tempo determinato» e nuovi bandi. Nella mattinata di ieri si è tenuta l’assemblea dei lavoratori per discutere i contenuti dell’accordo, al temine della quale gli occupanti hanno deciso di scendere dal tetto. «Sono stati giorni carichi di emozioni intense», spiegava una di loro. Iniziata in sordina a fine di novembre, la protesta ha lentamente guadagnato terreno e visibilità mediatica, soprattutto sotto le feste di fine anno quando il commissario prefettizio messo alla testa dell’ente ha deciso la serrata dei cancelli chiudendo gli occupanti all’interno. Una delegazione di deputati giunti in visita ha dovuto quasi scavalcare i cancelli per entrare. Allora la popolazione del quartiere è venuta incontro ai precari in lotta portando cibo, panettoni, spumante e solidarietà. Pochi giorni dopo, malgrado le intemperie, un incontro pubblico si è tenuto sulla piazza di Casalotti dove ha sede l’Ispra. «L’assemblea – ha riferito Michela Mannozzi, portavoce degli occupanti – ha dato un giudizio positivo sull’intesa con cui abbiamo fatto un passo importante per bloccare il processo di smantellamento dell’ente che passava attraverso il licenziamento dei lavoratori precari». L’accordo stipulato prevede il mantenimento dei livelli occupazionali (i 230 contratti in scadenza fra il 31 dicembre il 31 marzo saranno tutti rinnovati), l’impegno a riassorbire i lavoratori mandati via a giugno e la conversione successiva a forme contrattuali a tempo indeterminato. Tra due mesi sarà eseguita una prima verifica. Incontri periodici sono stati previsti per controllare le modalità di applicazione degli accordi. La ministra Prestigiacomo si è portata garante del protocollo d’intesa. Scesi dal tetto, i precari avviano ora la seconda fase della loro lotta mantenendo lo stato di agitazione. Oltre a vigilare sull’intesa, i ricercatori puntano sul rilancio dell’attività dell’Ispra a partire innanzitutto dall’interruzione del regime commissariale dell’istituto e la nomina di nuovi vertici con competenze scientifiche e una cultura del controllo e della ricerca ambientale. All’interno di questo percorso l’obiettivo è il varo di un nuovo statuto che sfoci anche in un piano triennale di assunzioni. Tra le varie questioni ancora non risolte vi è il mantenimento della sede di Casalotti, che i commissari prefettizi sollevando pretestuosi problemi di sicurezza mai certificati hanno messo sul mercato. Il progetto di smantellamento dell’Ispra prevedeva, infatti, oltre alla dismissione dell’immobile, la cessione del parco della Cellulosa di proprietà dell’ente e unico spazio verde del quartiere. Una cessione che, accompagnata da un cambio di destinazione d’uso, fa gola alla speculazione edilizia molto attiva nella zona, un tempo terreno del piccolo abusivismo edilizio tirato su a “pane e cipolla”, tipico delle borgate della periferia romana, e oggi oggetto delle mire della grande speculazione. Il parco della Cellulosa si trova a ridosso del comprensorio del monte Aurelio, dove è stata proposta la costruzione del nuovo stadio calcistico dell’As Roma, accompagnato da importanti cubature di cemento residenziale e commerciale e opere di urbanizzazione come il prolungamento della metropolitana. Alle 12 di oggi gli ex occupanti del tetto terranno una conferenza stampa presso la sede nazionale delle RdB nella quale annunceranno le prossime tappe della battaglia in difesa della ricerca pubblica.

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Ispra, la Prestigiacomo si impegna a riassumere i precari

Lunedì prossimo nuovo incontro. I lavoratori senza più contratto attendono la verifica concreta

Paolo Persichetti
Liberazione 5 gennaio 2010

Si è tenuto ieri presso il ministero dell’Ambiente, presente anche il capo dipartimento della Funzione pubblica, l’incontro tra la ministra Stefania Prestigiacomo e i lavoratori precari dell’Ispra, l’istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale, che da 43 giorni occupano il tetto della loro sede in via di Casalotti a Roma. Inizialmente previsto per le 11, il tavolo con i precari accompagnati dal rappresentante dell’Usi-RdB si è aperto solo alle 13 ed è durato fino alle 14,30 circa. Nella mattinata la ministra aveva ricevuto i sindacati confederali, insieme all’Anpri (sindacato dei dirigenti). I lavoratori in lotta hanno preso atto della volontà politica positiva espressa dalla responsabile del dicastero dell’Ambiente che durante l’incontro ha escluso qualsiasi «volontà di abbandono» ma piuttosto «l’intenzione di valorizzare e promuovere la ricerca». In una nota diffusa nel primo pomeriggio, la Prestigiacomo ha fatto sapere che per ripianare la situazione di «forte anomalia» presente tra i lavoratori dell’Ispra, in una condizione di precariato cronico che raggiunge il 38% dell’intero personale, con contratti atipici che spaziano lungo l’intero arco dei modelli di flessibilità congeniati, dal tempo determinato (nella migliore delle ipotesi) ai Co.co.co., agli assegni di ricerca, alle borse di studio, sarebbe pronto «un piano di assunzioni volto a portare nel prossimo triennio alla stabilizzazione a tempo indeterminato per quasi 400 unità e a ridurre l’area del precariato a una percentuale fisiologica». Pur apprezzando queste dichiarazioni, i lavoratori hanno comunque rilevato alcune incongruenze importanti, costatando con un certo sconcerto che la struttura commissariale ai vertici dell’Ente di ricerca non ha fornito al ministero le cifre esatte. Nel corso della seduta, infatti, la Prestigiacomo avrebbe parlato «solo di 21 persone a rischio». Numeri immediatamente contestati dai lavoratori, come la cifra dei 534 lavoratori precari complessivi indicata sempre dal ministro al posto dei 618 reali. D’altronde dopo il mancato rinnovo dei contratti, almeno 480 lungo tutto il 2009, all’interno dell’Ispra vige il caos più assoluto tanto che i commissari hanno diramato un ridicolo ordine di servizio nel quale si trovano inclusi nomi di persone senza più contratto. L’incontro si è concluso con la decisione di aprire un tavolo tecnico dal prossimo lunedì 11 gennaio, sede nella quale i lavoratori faranno valere in modo documentato le cifre esatte della situazione e presenteranno «soluzioni tecniche ed economiche nel rispetto delle normative vigenti», tenendo anche conto degli impegni già annunciati dalla provincia di Roma e dalla regione Lazio venute incontro alle richieste dei precari. Oltre ai rinnovi contrattuali scaduti, l’obiettivo è quello della graduale stabilizzazione del personale attraverso il riconoscimento della natura «subordinata» delle prestazioni fornite. Dopo 12 anni di contratti atipici è giunta l’ora di includere stabilmente i lavoratori in azienda. Nell’attesa che il tavolo tecnico previsto la prossima settimana traduca gli impegni di principio in risultati concreti, i precari hanno deciso di rimanere sul tetto. «La mobilitazione – sottolinea un comunicato diffuso dalla coordinatrice sindacale dell’Usi-RdB – andrà avanti con nuove iniziative, oltre a proseguire con l’occupazione del tetto. In particolare, l’Usi-RdB Ricerca ha avviato le procedure per lo sciopero del comparto ricerca a sostegno della vertenza dei precari dell’Ispra e per un piano di rilancio e di investimenti a favore della ricerca pubblica nazionale». L’obiettivo è quello di arrivare per la fine della prossima settimana a un’assemblea cittadina per dibattere sul tema della ricerca e i controlli ambientali, alla quale saranno invitati rappresentanti politici, cittadini, istituzioni, associazioni, università ed esperti del settore.

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Ispra, licenziati sul tetto: «Non sparate sulla ricerca»

Un mese e mezzo di protesta contro il Ministero che vuole cacciare tutti i precari dell’Istituto

Paolo Persichetti
Liberazione
2 gennaio 2010

La lotta ha bisogno di vertigine. È una vecchia legge fisica, non quella che descrive i moti celesti ma quella che si occupa dei moti sociali. Un vecchio esperto della questione, uno dei massimi teorici del problema, non a caso parlava di «assalto al cielo». Erano gli albori del Novecento, da allora l’uomo è arrivato sulla luna, ha spedito navicelle e satelliti nello spazio. Il cielo è diventato molto più vicino; il «cielo della politica» invece è miseramente precipitato in mare. Nell’epoca del disincanto, della fine delle grandi narrazioni rivoluzionarie ha ripreso vigore il «cielo mistico», quello delle religioni, che però ci racconta un al di là, un altrove diverso dalle leggi della fisica sociale. Tuttavia chi lotta non ha smesso di guardare in alto e da un po’ di tempo ha preso l’abitudine di arrampicarsi sui tetti. La vertigine aiuta il conflitto, non foss’altro perché ricorda che in questa società esiste una contraddizione decisiva che segue una linea verticale, dall’alto in basso: quella tra capitale e lavoro. I ricercatori precari dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale, tutta gente che la fisica la conosce bene, l’hanno capito al volo e dal 24 novembre occupano il tetto della sede di Casalotti, una ex borgata situata nella periferia nord-ovest di Roma che ospita laboratori e uffici dell’ente. Dopo gli operai dell’Innse di Sesto san Giovanni, saliti questa estate sui carri-gru della loro azienda, sui tetti sono saliti un po’ tutti. Lo hanno fatto gli operai della Cim, ditta di materiali per l’edilizia di Marcellina, piccolo paese in provincia di Roma, che hanno puntato davvero in alto fino a scalare una torre di lavorazione alta circa 50 metri. Sono seguiti mesi di arrampicate operaie: nei cantieri navali di Pesaro, alla Lasme di Melfi che produce per la Fiat, nello stabilimento Yamaha Italia di Lesmo (Monza). La lista è davvero lunga. I tetti sono diventati la punta dell’Iceberg della crisi economica e del prezzo da pagare, che come al solito si riversa sulla forza lavoro: personale messo in mobilità, contratti a termine non rinnovati, licenziamenti secchi, smantellamenti della produzione e delocalizzazioni.

Privatizzare la tutela ambientale
Sui tetti dell’Ispra è di scena invece la forza lavoro intellettuale: biologi, geologi, chimici, tecnici, impiegati fino al mancato rinnovo dei loro contratti in settori di punta della ricerca applicata. Per intenderci sono loro che sorvegliano le nostre coste e i nostri mari (per esempio, recentemente sono stati impegnati nelle ricerche sulla nave dei veleni), controllano il territorio dai dissesti idrogeologici, dai rischi industriali e nucleari, realizzano il monitoraggio delle discariche, sono loro che forniscono le valutazioni sull’impatto ambientale e offrono agli enti locali le mappe necessarie per poter pensare qualsiasi tipo di sviluppo urbanistico, industriale, turistico e paesaggistico nel territorio. In sostanza sono loro che vigilano sulla qualità della nostra vita. Un bene prezioso, un bene comune. Donne e uomini che dovremmo difendere con le unghie e con i denti. E invece c’è chi vorrebbe disperdere questo capitale umano e intellettuale formato nelle nostre università pubbliche, animato da tanta passione civile, per svenderlo al mercato privato delle consulenze ambientali, certamente più malleabile e orientabile. In questo modo serietà, scientificità, autonomia e indipendenza delle ricerche verrebbero meno. Nei loro interventi i lavoratori dell’Ispra tengono a sottolineare come la loro battaglia non sia rivolta soltanto alla difesa dei posti di lavoro, ma riguardi la tutela generale della ricerca pubblica e dell’ambiente. L’istituto, nato con la legge (133/2008) di riordino dei vari enti che operavano sotto la tutela del ministero dell’ambiente, ha raccolto in un’unica struttura l’ex agenzia per la protezione ambientale (Apat), l’istituto nazionale per la fauna selvatica (Infs) e l’istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare (Icram). Al momento della sua nascita il nuovo ente contava 926 lavoratori di ruolo e circa 618 precari, legati da rapporti di lavoro i cui modelli ricoprono l’intero arco delle forme contrattuali atipiche che il cinismo sadico dell’ingegneria della precarietà sociale è arrivato congeniare (tempo determinato, collaborazioni continuative, assegni di ricerca e borse di studio). Non lontani dunque da forme di lavoro nero legalizzato. Che il riordino del settore non rispondesse affatto a criteri di razionalità e rilancio, lo si è capito appena costituita la struttura commissariale posta alla guida del nuovo ente. Nessun esperto in materia ambientale ma tre funzionari di carriera prefettizia, con un passato solo al ministero degli Interni. Spontanea è sorta la domanda: perché piazzare al comando di una struttura di ricerca gente che di mestiere sa fare solo il controllo dell’ordine pubblico? Forse perché il mandato era uno solo: smantellare l’ente di ricerca, gestire con il dovuto polso gli eventuali contraccolpi sociali. Certo è che le cose fin dall’inizio sono andate in questo modo. Non solo la nuova dirigenza in un anno e mezzo di gestione non ha mai prodotto un regolamento di organizzazione, come previsto dalla norma istitutiva, ma non ha più rinnovato i contratti in scadenza: a fine 2008 i primi 50 (tutti ex Infs); altri 200 a fine giugno 2009 (ex Apat), gli ultimi 200 il 31 dicembre (ex Icram). Nonostante questa opera di smantellamento risultano comunque iscritti nel bilancio 2010 diversi milioni di euro. La circostanza lascia strada al legittimo sospetto che vi sia, in realtà, l’intenzione di esternalizzare le attività.

Capodanno sul tetto
Si danno il cambio con thermos e sacchi a pelo per ripararsi dal freddo. Dormono in tende igloo, altri su materassi allungati lungo un corridoio. Hanno fatto della trasparenza la loro arma migliore, chiunque può vederli 24 su 24 sul sito web che hanno creato, www.nonsparateallaricerca.org. Sotto un tendone che li ripara dalla pioggia e dal vento hanno montato una postazione web che li collega al mondo. Webcam fissa, due computer, chat, chiunque può interloquire con loro. Sul sito c’è anche un clip girato sul prato del piazzale antistante l’edificio. Dei manager in doppiopetto fucilano i ricercatori in camice e maschera bianca sul viso. I dirigenti non hanno apprezzato e il regista, un tecnico dell’Ispra, si è visto resiliare il contratto per un vizio stranamente scoperto all’ultimo momento. I prefetti-sbirri hanno svolto egregiamente il loro lavoro fino a rinchiudere gli occupanti dentro l’istituto nei giorni di Natale. Una serrata vecchia maniera. Ma gli abitanti del quartiere sono venuti in aiuto dei ragazzi lanciando oltre il cancello viveri, panettoni e bottiglie di spumante. Il giorno di capodanno un’assemblea, con la popolazione e una delegazione di lavoratori dell’Eutelia e del comitato di lotta per la casa, si è tenuta nella piazza centrale di Casalotti. Poi una fiaccolata di cittadini ha riaccompagnato i ricercatori sul tetto. Il quartiere guarda con simpatia alla mobilitazione anche perché è previsto che il parco della cellulosa, unico spazio verde della zona dove ha sede l’Ispra, dovrebbe finire nelle mani del comune, ma il sindaco Alemanno pare intenzionato a cambiarne la destinazione d’uso. Il timore è che voglia darlo in pasto alla speculazione del cemento. Quaranta giorni sul tetto hanno obbligato il governo ad aprire la trattativa. Domani ci sarà un doppio incontro: alle 10 presso il ministero dell’Ambiente e a mezzogiorno al ministero della Funzione pubblica. Inizia la partita delle trattative, ma i ricercatori dell’Ispra ribadiscono che non scenderanno dal tetto senza garanzie di rinnovo e stabilizzazione dei contratti lasciati scadere.

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Ispra, prima vittoria per i precari tutti i contratti saranno rinnovati
Ispra, la Prestigiacomo si impegna a riassumere i precari
Cronache operaie

Teorema 8 marzo, l’indagine laboratorio contro il movimento di lotta per la casa

Denigrazione e repressione: l’offensiva contro il movimento per la casa a Roma

Paolo Persichetti
Liberazione 10 dicembre 2009

I primi bagliori del giorno già si stampavano sui palazzi della periferia ovest di Roma. Quel 14 settembre era il primo giorno di scuola; decine di scolaretti ansiosi sonnecchiavano ancora nei loro lettini. Presto sarebbero scesi in strada vestiti con i grembiulini voluti dalla Gelmini. Nella ex scuola 8 marzo, un edificio da due anni occupato da una quarantina di famiglie in prevalenza immigrate, di bambini ce ne sono molti ma quel giorno non sarebbero andati a scuola come previsto. Qualcuno voleva cacciarli di casa, non voleva che studiassero. Aveva scelto quella data con particolare sadismo. All’improvviso l’alba veniva squarciata dal rombo dei rotori di un elicottero. Il sole ancora basso sull’orizzonte era oscurato dall’ombra cupa di un mostro che volteggiava rasente sui tetti del popolare quartiere della Magliana. I bambini si svegliano terrorizzati. Chi riesce ad affacciarsi dalle finestre vede convergere su via dell’Impruneta decine di blindati e vetture. Davanti ai suoi occhi prende forma una teatrale dimostrazione di forza militare di stampo cileno. Almeno 200 carabinieri fanno irruzione all’interno dell’edificio. Ma gli abitanti non si lasciano intimidire e subito si trincerano sul tetto. I militi sfondano porte, scaricano tutto il loro consueto odio sulle suppellettili, gli interni degli appartamenti, saccheggiando, devastando, violando giacigli, cassetti, oggetti, giocattoli. A controllare che la razzia fosse ben fatta arrivava poco dopo il loro capo, il comandante provinciale dell’Arma, generale Vittorio Tomasone, che passa in rassegna una truppa soddisfatta, ma solo a metà, dell’impresa. Lo sgombero, infatti, non era riuscito. Il prefetto, subito interpellato, cadeva dalle nuvole. In giro nemmeno una volante della questura. La Digos faceva sapere che l’operazione in corso era di esclusiva competenza dei carabinieri. Loro non c’entravano nulla perché nessun piano di sgombero era stato attivato. Ma allora che cosa stava succedendo? Perché quell’imponente dispiegamento di carabinieri? E perché solo carabinieri?

Indagine laboratorio
Il metodo impiegato nell’inchiesta contro l’occupazione dell’ex scuola 8 marzo mostra il tratto tipico dei grandi teoremi accusatori. Operazione di sfondamento lanciata per verificare la tenuta dell’avversario, la sua capacità di reazione, in questo caso di una società civile tutta in abiti viola preoccupata solo di quel che accade nelle ville e nei palazzi di Berlusconi, ma indifferente nei confronti di chi una casa non ce l’ha e si organizza per trovarla, sottraendo immobili al degrado e alla speculazione edilizia. Dietro al tentativo di sgombero si nasconde, in realtà, la più classica delle montature poliziesche costruita attorno ad un velenoso teorema: fare del movimento di lotta per la casa un’impresa criminale. Non più un’azione sociale frutto dell’emergenza abitativa iscritta nel dna delle periferie urbane e nemmeno una fattispecie di “delitto politico”, ma un’associazione a delinquere finalizzata all’estorsione. Teorema architettato dalla nuova cupola che governa la città. Non a caso, il sindaco Gianni Alemanno, con una tempistica più che sospetta, denunciava subito dopo l’irruzione dei carabinieri l’esistenza a Roma di «un racket delle occupazioni», del quale sarebbero vittime «persone costrette a pagare un affitto e a partecipare a manifestazioni» e altre addirittura «aggredite e malmenate perché non pagavano questi veri e propri pizzi». La presenza di un regolamento interno all’occupazione, affisso addirittura in bacheca, nel quale si prevede l’impegno a partecipare alle assemblee, o d’informarsi in caso d’impossibilità, ed a garantire la propria presenza alle mobilitazioni in favore della lotta per la casa, è stato trasformato dagli accusatori nell’esercizio di una forma di pressione e violenza sugli occupanti e non in un libero patto di reciproco sostegno. Allo stesso modo, il versamento di un canone mensile di 15 euro per nucleo familiare (che i carabinieri nei loro rapporti mezogneri hanno fatto lievitare fino a 150 euro a testa, compresi i minori…), necessario a sostenere le spese collettive, la riqualificazione dell’immobile (trovato in condizioni disastrate dopo anni d’abbandono), l’arredo e l’apertura al quartiere di una sala teatrale, di una palestra popolare, la creazione di un asilo nido, il recupero e l’apertura del giardino antistante l’edificio, unico spazio verde a disposizione della popolazione, sono stati assimilati al pagamento di un pizzo con fini di lucro personale, da parte di un gruppo di giovani il cui tenore precario di vita e le tasche vuote sono sotto gli occhi di tutti. D’altronde se la sola presenza di una cassa comune dovesse comprovare il reato di estorsione, sarebbero a rischio tutti i condomini d’Italia e qualsiasi consiglio d’amministrazione.

Repressione e stigmatizzazione sociale
Fallito il tentativo di sgombero, è scattato l’arresto per cinque occupanti (un sesto era all’estero per motivi di lavoro), identificati come le persone che svolgevano un ruolo di responsabilità all’interno dell’occupazione. Due di loro sono anche militanti del centro sociale “Macchia rossa”. L’accanimento con sovrappiù di linciaggio mediatico è stato particolarmente duro. Circostanza rivelatrice: il tentativo di sgombero era stato anticipato da una campagna diffamatoria lanciata dal Messaggero e dal Tempo, quotidiani della capitale controllati da Gaetano Caltagirone e Francesco Bonifaci, entrambi potenti imprenditori nel campo delle costruzioni. Proprio il giorno degli arresti, il comitato d’occupazione aveva indetto una conferenza stampa per rispondere alle accuse. Particolarmente odioso e denigratorio è stato il ritratto tratteggiato nei confronti di Francesca Cerreto, che in soli 17 giorni ha girato ben tre carceri (Rebibbia, Civitavecchia e Perugia). Dipinta dai cronisti dei due quotidiani come un’icona della doppiezza che avrebbe celato dietro la dolcezza apparente dei modi femminili una spietata determinazione criminale. Una stigmatizzazione personale ripresa anche dalla Gip, che l’ha ritenuta «non idonea a lavorare con le fasce più deboli». Tuttavia, alla fine della scorsa settimana, dopo ripetuti ricorsi il tribunale del riesame ha sbriciolato una parte rilevante del teorema accusatorio, revocando anche gli arresti domiciliari in cambio del semplice obbligo di firma per chi era ancora sottoposto a misure cautelari. Crollata l’accusa di associazione per delinquere, agli inquirenti resta ancora l’onere di provare la violenza privata e l’estorsione, partita dalla denuncia iniziale di un ex occupante, mosso da risentimento perché allontanato per i suoi ripetuti comportamenti aggressivi e violenti, in particolare contro le donne.

Il nuovo sacco di Roma
Il movimento di lotta per la casa appartiene alla costituzione materiale di una città come Roma. Non ha mai cessato di riprodursi attraversando epoche molto diverse tra loro, dagli anni 70 ad oggi. Cancellare l’anomalia delle occupazioni socio-abitative e delle esperienze più creative dei centri sociali, spazzare via gli ultimi fortini che fanno resistenza, spine nel fianco della speculazione immobiliare e della rendita è stato, fin dal suo insediamento, uno degli obiettivi designati dalla giunta Alemanno. Attuato con successo contro le 300 famiglie che occupavano, dal 2007, l’ex ospedale Regina Elena e poi contro il centro sociale Horus, il nuovo sacco della città passa da qui. Si spiega così il tentativo di criminalizzare una delle più riuscite esperienze di lotta per la casa invisa agli appetiti storici dei palazzinari romani, che sull’immobile occupato di via dell’Impruneta hanno gettato l’occhio da tempo, ed ai loro lacché, alcuni esponenti politici della destra locale saliti in orbita dopo l’elezione a sindaco di Alemanno. Tra questi, il presidente della commissione sicurezza del comune, Fabrizio Sartori, ex An, nemico dichiarato degli occupanti. Gaetano Caltagirone è da poco entrato a far parte dell’ex Sviluppo Italia, ente che ha raccolto l’eredità della Cassa per il mezzogiorno. Società che vanta un interesse speculativo di lunga data sull’ex scuola, inizialmente concessa dal comune per l’avvio di un incubatore d’impresa mai decollato. Sulla tavola imbandita della giunta comunale arrivano piani per nuove speculazioni urbanistiche. L’area riveste un rinnovato interesse poiché dovrebbe sorgervi un enorme parcheggio funzionale ad un progetto di funivia che dovrebbe collegare le due sponde del Tevere. Da qui la campagna diffamatoria a mezzo stampa contro gli occupanti, la montatura orchestrata dai carabinieri che vantano un filo diretto in giunta, gli arresti concessi da alcuni magistrati particolarmente servili. A Roma l’8 marzo è una trincea.