Denigrazione e repressione: l’offensiva contro il movimento per la casa a Roma
Paolo Persichetti
Liberazione 10 dicembre 2009
I primi bagliori del giorno già si stampavano sui palazzi della periferia ovest
di Roma. Quel 14 settembre era il primo giorno di scuola; decine di scolaretti ansiosi sonnecchiavano ancora nei loro lettini. Presto sarebbero scesi in strada vestiti con i grembiulini voluti dalla Gelmini. Nella ex scuola 8 marzo, un edificio da due anni occupato da una quarantina di famiglie in prevalenza immigrate, di bambini ce ne sono molti ma quel giorno non sarebbero andati a scuola come previsto. Qualcuno voleva cacciarli di casa, non voleva che studiassero. Aveva scelto quella data con particolare sadismo. All’improvviso l’alba veniva squarciata dal rombo dei rotori di un elicottero. Il sole ancora basso sull’orizzonte era oscurato dall’ombra cupa di un mostro che volteggiava rasente sui tetti del popolare quartiere della Magliana. I bambini si svegliano terrorizzati. Chi riesce ad affacciarsi dalle finestre vede convergere su via dell’Impruneta decine di blindati e vetture. Davanti ai suoi occhi prende forma una teatrale dimostrazione di forza militare di stampo cileno. Almeno 200 carabinieri fanno irruzione all’interno dell’edificio. Ma gli abitanti non si lasciano intimidire e subito si trincerano sul tetto. I militi sfondano porte, scaricano tutto il loro consueto odio sulle suppellettili, gli interni degli appartamenti, saccheggiando,
devastando, violando giacigli, cassetti, oggetti, giocattoli. A controllare che la razzia fosse ben fatta arrivava poco dopo il loro capo, il comandante provinciale dell’Arma, generale Vittorio Tomasone, che passa in rassegna una truppa soddisfatta, ma solo a metà, dell’impresa. Lo sgombero, infatti, non era riuscito. Il prefetto, subito interpellato, cadeva dalle nuvole. In giro nemmeno una volante della questura. La Digos faceva sapere che l’operazione in corso era di esclusiva competenza dei carabinieri. Loro non c’entravano nulla perché nessun piano di sgombero era stato attivato. Ma allora che cosa stava succedendo? Perché quell’imponente dispiegamento di carabinieri? E perché solo carabinieri?
Indagine laboratorio
Il metodo impiegato nell’inchiesta contro l’occupazione dell’ex scuola 8 marzo mostra il tratto tipico dei grandi teoremi accusatori. Operazione di sfondamento lanciata per verificare la tenuta dell’avversario, la sua capacità di reazione, in questo caso di una società civile tutta in abiti viola preoccupata solo di quel che accade nelle ville e nei palazzi di Berlusconi, ma indifferente nei confronti di chi una casa non ce l’ha e si organizza per trovarla, sottraendo immobili al degrado e alla speculazione edilizia. Dietro al tentativo di sgombero si nasconde, in realtà, la più classica delle montature poliziesche costruita attorno ad un velenoso teorema: fare del movimento di lotta per la casa un’impresa criminale. Non più un’azione sociale frutto dell’emergenza abitativa iscritta nel dna delle periferie urbane e nemmeno una fattispecie di “delitto politico”, ma un’associazione a delinquere finalizzata all’estorsione. Teorema architettato dalla nuova cupola che governa la città. Non a caso, il sindaco Gianni Alemanno, con una tempistica più che sospetta, denunciava subito dopo l’irruzione dei carabinieri l’esistenza a Roma di «un racket delle occupazioni», del quale sarebbero vittime «persone costrette a pagare un affitto e a partecipare a manifestazioni» e altre addirittura «aggredite e malmenate perché non pagavano questi veri e propri pizzi».
La presenza di un regolamento interno all’occupazione, affisso addirittura in bacheca, nel quale si prevede l’impegno a partecipare alle assemblee, o d’informarsi in caso d’impossibilità, ed a garantire la propria presenza alle mobilitazioni in favore della lotta per la casa, è stato trasformato dagli accusatori nell’esercizio di una forma di pressione e violenza sugli occupanti e non in un libero patto di reciproco sostegno. Allo stesso modo, il versamento di un canone mensile di 15 euro per nucleo familiare (che i carabinieri nei loro rapporti mezogneri hanno fatto lievitare fino a 150 euro a testa, compresi i minori…), necessario a sostenere le spese collettive, la riqualificazione dell’immobile (trovato in condizioni disastrate dopo anni d’abbandono), l’arredo e l’apertura al quartiere di una sala teatrale, di una palestra popolare, la creazione di un asilo nido, il recupero e l’apertura del giardino antistante l’edificio, unico spazio verde a disposizione della popolazione, sono stati assimilati al pagamento di un pizzo con fini di lucro personale, da parte di un gruppo di giovani il cui tenore precario di vita e le tasche vuote sono sotto gli occhi di tutti. D’altronde se la sola presenza di una cassa comune dovesse comprovare il reato di estorsione, sarebbero a rischio tutti i condomini d’Italia e qualsiasi consiglio d’amministrazione.
Repressione e stigmatizzazione sociale
Fallito il tentativo di sgombero, è scattato l’arresto per cinque occupanti (un sesto era all’estero
per motivi di lavoro), identificati come le persone che svolgevano un ruolo di responsabilità all’interno dell’occupazione. Due di loro sono anche militanti del centro sociale “Macchia rossa”. L’accanimento con sovrappiù di linciaggio mediatico è stato particolarmente duro. Circostanza rivelatrice: il tentativo di sgombero era stato anticipato da una campagna diffamatoria lanciata dal Messaggero e dal Tempo, quotidiani della capitale controllati da Gaetano Caltagirone e Francesco Bonifaci, entrambi potenti imprenditori nel campo delle costruzioni. Proprio il giorno degli arresti, il comitato d’occupazione aveva indetto una conferenza stampa per rispondere alle accuse. Particolarmente odioso e denigratorio è stato il ritratto tratteggiato nei confronti di Francesca Cerreto, che in soli 17 giorni ha girato ben tre carceri (Rebibbia, Civitavecchia e Perugia). Dipinta dai cronisti dei due quotidiani come un’icona della doppiezza che avrebbe celato dietro la dolcezza apparente dei modi femminili una spietata determinazione criminale. Una stigmatizzazione personale ripresa anche dalla Gip, che l’ha ritenuta «non idonea a lavorare con le fasce più deboli». Tuttavia, alla fine della scorsa settimana, dopo ripetuti ricorsi il tribunale del riesame ha sbriciolato una parte rilevante del teorema accusatorio, revocando anche gli arresti domiciliari in cambio del semplice obbligo di firma per chi era ancora sottoposto a misure cautelari. Crollata l’accusa di associazione per delinquere, agli inquirenti resta ancora l’onere di provare la violenza privata e l’estorsione, partita dalla denuncia iniziale di un ex occupante, mosso da risentimento perché allontanato per i suoi ripetuti comportamenti aggressivi e violenti, in particolare contro le donne.
Il nuovo sacco di Roma
Il movimento di lotta per la casa appartiene alla costituzione materiale di una città come Roma. Non ha mai cessato di riprodursi attraversando epoche molto diverse tra loro, dagli anni 70 ad oggi. Cancellare l’anomalia delle occupazioni socio-abitative e delle esperienze più creative dei centri sociali, spazzare via gli ultimi fortini che fanno resistenza, spine nel fianco della speculazione immobiliare e della rendita è stato, fin dal suo insediamento, uno degli obiettivi designati dalla giunta Alemanno. Attuato con successo contro le 300 famiglie che occupavano, dal 2007, l’ex ospedale Regina Elena e poi contro il centro sociale Horus, il nuovo sacco della città passa da qui. Si spiega così il tentativo di criminalizzare una delle più riuscite esperienze di lotta per la casa invisa agli appetiti storici dei palazzinari romani, che sull’immobile occupato di via dell’Impruneta hanno gettato l’occhio da tempo, ed ai loro lacché, alcuni esponenti politici della destra locale saliti in orbita dopo l’elezione a sindaco di Alemanno. Tra questi, il presidente della commissione sicurezza del comune, Fabrizio Sartori, ex An, nemico dichiarato degli occupanti.
Gaetano Caltagirone è da poco entrato a far parte dell’ex Sviluppo Italia, ente che ha raccolto l’eredità della Cassa per il mezzogiorno. Società che vanta un interesse speculativo di lunga data sull’ex scuola, inizialmente concessa dal comune per l’avvio di un incubatore d’impresa mai decollato. Sulla tavola imbandita della giunta comunale arrivano piani per nuove speculazioni urbanistiche. L’area riveste un rinnovato interesse poiché dovrebbe sorgervi un enorme parcheggio funzionale ad un progetto di funivia che dovrebbe collegare le due sponde del Tevere. Da qui la campagna diffamatoria a mezzo stampa contro gli occupanti, la montatura orchestrata dai carabinieri che vantano un filo diretto in giunta, gli arresti concessi da alcuni magistrati particolarmente servili. A Roma l’8 marzo è una trincea.


L’agenzia d’investigazione e sicurezza privata statunitense creata dallo scozzese Allan Pinkerton nel 1850, diventata la maggiore agenzia privata in grado di fornire un costoso servizio di milizia privata agli industriali del nord degli Stati uniti durante gli scioperi di fino 800 e del primo 900. Non siamo ancora lì, ma le premesse ci sono tutte e la tendenza se non adeguatamente contrastata può essere devastante.
I “Pinkertons” si occuparono più volte di sedare con la forza gli scioperi, in particolare durante la stagione della lotta per le otto ore. Questa agenzia conduceva un vero e proprio lavoro di intelligence contro le organizzazioni operaie. Specializzata nel procurare spie, agenti provocatori e milizie private ai datori di lavoro in lotta contro le prime organizzazioni sindacali e il sindacalismo rivoluzionario dell’epoca, in particolare l’Iww, Industrial Workers of the World. Nell’ultimo decennio dell’800 la Pinkerton poteva vantare un apprezzabile curriculum antioperaio. «Negli anni precedenti aveva prestato servigi alle aziende in ben settanta importanti vertenze di lavoro, duemila agenti in servizio permanente e trentamila riserve pronte all’uso». Per intendersi, si tratta di cifre che all’epoca rappresentavano una forza superiore a quella dell’Esercito federale in servizio (Jeremy Brecher, Sciopero! Storia delle rivolte di massa nell’America dell’ultimo secolo, DeriveApprodi 1998). «Posso assumere metà dei lavoratori perché uccidano l’altra metà», dichiarava J. Gould, costruttore e proprietario di ferrovie nel 1866, di fronte allo sciopero di alcuni suoi dipendenti (Filippo Manganaro, Senza Patto ne legge. Antagonismo operaio negli Stati Uniti, Odradek 2004). La Pinkerton era lì, pronta a organizzare l’impresa con straordinaria efficienza. Ritenuta responsabile del massacro di Haymarket del 3 maggio 1886 a Cicago, durante una manifestazione per le otto ore, evento sanguinoso da cui scaturì un’ondata di scioperi internazionali, si macchiò di numerosi altri delitti, tra cui omicidi mirati di sindacalisti, massacri durante manifestazioni e scioperi, pestaggi, linciaggi, devastazioni di sedi sindacali, corruzione di dirigenti operai, reclutamento di crumiri. Ogni mezzo era lecito pur di arrivare a rompere l’antagonismo operaio. Acquistata nel 1999 dalla svedese Securitas è diventata una di quelle agenzie di sicurezza attiva globale profetizzate da Robert Nozick. Vanta trai i suoi clienti governi, banche e multinazionali. Interviene nel campo dello spionaggio industriale, nei piani di evacuazione politica, intelligence economico-politica, antiterrorismo.
nuovo della Renault, anche questo stimato per un valore analogo, se entro il 31 luglio Renault e Peugeot-Citroën, principali committenti della fabbrica per circa il 90% dell’intera produzione, non verseranno un’indennità di 30 mila euro per ogni dipendente. «Tutto è pronto, le bombole di gas sono state collegate tra loro. Basta solo accendere l’innesco per provocare l’esplosione», ha dichiarato all’Afp il delegato sindacale della Cgt e segretario del consiglio di fabbrica Guy Eyrmann. In questo modo verrà ridotto in fuochi d’artificio l’intero stock di pezzi che le due case automobilistiche devono ancora ritirare. La crisi si fa sempre più dura e le sue conseguenze diventano devastanti per l’occupazione. La tensione monta perché il futuro si fa sempre più nero. I lavoratori allora cercano di strappare il possibile e non rinunciano ad escogitare sempre nuove forme di lotta. Se le tradizionali proteste sindacali passano inosservate, se scioperi e occupazioni risultano armi spuntate perché la produzione è ferma e le tasche del padronato non subiscono danni, allora le maestranze danno libero sfogo alla fantasia. Bossnapping (trattativa forzata), e se ancora non basta, distruzione degli impianti e delle merci, devastazione dei locali della prefettura. Tutto va bene purché si riesca a stanare il padronato, costringerlo a negoziare. Se gli amministratori delegati latitano, gli operai vanno a cercarli e li bloccano ad un tavolo di trattativa; se le autorità fanno orecchie da mercante, in massa si va nei loro uffici. Insomma, a situazioni estreme, estremi rimedi. Non sono gli operai che drammatizzano il conflitto, ma la realtà che lo rende drammatico. Alla New Fabris gli stabilimenti sono occupati dal 16 giugno scorso, quando l’azienda è stata messa in liquidazione dal tribunale del commercio di Lione. Già nel 2008 la fabbrica era stata rilevata nel corso di un’altra procedura di fallimento dal gruppo italiano Zen, 600 dipendenti con sede a Padova, specializzato nella meccanica di precisione e in prodotti per l’indotto automobilistico. Solo 380 degli iniziali 416 salariati avevano conservato il posto di lavoro. Per reclamare gli attuali 30 mila euro d’indennizzo a testa, il consiglio di fabbrica si è basato sulla somma già versata da Renault e Peugeot-Citroën ai circa 200 licenziati del gruppo Rencast. Azienda satellite, anche questa finita nelle mani del gruppo italiano Zen, poi messa nuovamente in liquidazione nel marzo scorso e ripresa dalla francese Gmd. Il prossimo 20 luglio è previsto un incontro presso il ministero dell’Industria, forse in presenza dello stesso ministro Christian Estrosi. Intanto la settimana scorsa circa 150 operai si sono recati in pulman presso la direzione della Psa (gruppo Peugeot-Citroën). Un incontro analogo è previsto giovedì prossimo con la direzione di Renault che tuttavia contesta il pagamento d’indennizzi che non rientrano nelle normative e il principio dell’equiparazione dei premi di licenziamento tra ditte appaltatrici. Come se il lavoro prestato non fosse identico. Ma «se noi non avremo nulla, anche loro non avranno niente», ha ricordato il segretario del consiglio di fabbrica.






