Bugiardi senza gloria

IMG_1454L’inautenticità della testimonianza morale proposta da Saviano nei suoi testi trova una ulteriore conferma nella inconsistenza della rettifica da lui fornita sulle circostanze in cui si sarebbe svolta la presunta telefonata che avrebbe ricevuto da Felicia Impastato, madre di Peppino. Una correzione introdotta a nove anni di distanza dopo le smentite dei familiari e una querela persa. Saviano ammette di aver artefatto il racconto e chiama in causa una ragazza, una sua amica, che avrebbe fatto da intermediaria, senza aggiungere altro. Non dice il nome, non precisa le circostanze. Se vuole essere creduto deve fare qualche sforzo di memoria in più

 
“E così davanti allo specchio di quella che un tempo fu la sua vita, cominciò a sputare tutti i giorni sulla faccia di quel che non era diventato lo scaracchio di ciò che era stato”
Dashiell Hammett

«E’ inutile – diceva don Abbondio – se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare». A leggere certe stizzite pagine di Roberto Saviano (qui) viene subito da pensare che nulla è cambiato da quel dì che Manzoni scrisse i Promessi sposi. Fin dai banchi del liceo ci illudemmo di un’Italia che potesse diventare finalmente leopardiana. E invece con quel suo voler essere don Rodrigo con i più vulnerabili e restare un don Abbondio che si aggira con la scorta dei Bravi davanti ai potenti, Saviano è lì a ricordarci che l’Italia ancora oggi appartiene ai conformisti, mentre quella dei chierici è fatta di allineati, di arruolati, di «pagliette», come li definiva Gramsci con la sua analisi profetica: figure che hanno fatto delle loro competenze intellettuali un «accessorio “poliziesco”, la cui funzione è quella di presentare il malumore sociale del Meridione come una questione di mera competenza della “sfera di polizia” giudiziaria».

9 maggio 2013, il giorno nero di Saviano e la rivincita di Peppino Impastato
Dopo la sonora disfatta giudiziaria subita dalla sua querela contro due miei articoli, di cui uno sul suo scontro con i familiari di Peppino Impastato (qui), Saviano seppur con la coda fra le gambe pensava di essersela comunque cavata grazie alla blindatura costruita attorno alla notizia, censurata da tutti i grandi media e reti televisive. Scrivo censurata perché la notizia non era affatto ignota alle redazioni delle maggiori testate le quali decisero tutte, con pochissime eccezioni (Liberazione online, Il Corriere del mezzogiorno, Filippo Facci su Libero, Radio radicale), di non darne contezza e non commentarla davanti ai loro lettori. Tra «Saviano e il brigatista», anche se una decisione di giustizia dava ragione a quest’ultimo, le redazioni decisero di non raccontare il torto di Saviano. Si doveva stare con lui comunque, anche con le sue bugie, la sua antipatia, la sua arroganza, la sua inautenticità, perché Saviano è il sistema, l’ordine costituito, la norma dominante, non ci si può mettere contro di lui. Come diceva Pascal, «Non riuscendo a fare della ragione una forza, fecero della forza la loro ragione».
Si comprende allora l’illivorita reazione dello scrittore di scorta davanti all’inaspettato successo, dilagato all’improvviso nella rete dopo quattro mesi di silenzio, della bruciante notizia della sua sconfitta. La serenità con cui oggi racconta di averla accolta in gennaio poggiava sull’accerchiamento di quella scomoda informazione, sul silenzio cimiteriale che su di essa sarebbe dovuto cadere grazie alla complicità del sistema mediatico, al conformismo omertoso dell’ambiente, all’enorme influenza del potente gruppo editoriale che gli sta alle spalle, capace di decretare ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è accaduto e ciò che non si deve raccontare.
Non è bastato, come un fiume carsico la notizia inabissata ha scavato un suo cammino, ha trovato la crepa, si è insinuata fino a riemergere in superficie come una sorgente d’acqua, rimbalzando sul web nel giorno dell’anniversario della morte di Peppino Impastato (qui, qui e qui). A quel punto non potendo più ignorarla Saviano è dovuto correre ai ripari. Costretto a dire qualcosa, ha scelto la sua bacheca facebook per tornare sull’episodio (leggi qui) della telefonata fantasma che avrebbe ricevuto dalla madre di Peppino Impastato, per ribadire che quel colloquio telefonico sarebbe realmente avvenuto, nonostante le smentite fornite dal fratello di Peppino, Giovanni, e dalla cognata Felicetta, che gestivano le comunicazioni telefoniche dell’anziana donna.

Una telefonata per entrare nel Pantheon
Perché l’esistenza di questa telefonata rivestiva per Saviano una così grande importanza, tanto da averne fatto la causa di una querela, nonostante nell’articolo messo sotto accusa, che si occupava delle diffida contro Einaudi promossa dai familiari di Impastato (leggi qui), il brano occupasse uno spazio del tutto accessorio, una breve citazione virgolettata di una dichiarazione di Umberto Santino del Centro Impastato, che lo stesso in quei giorni dell’ottobre 2010 aveva ripetuto in altre interviste (qui) mai attaccate da Saviano?
Saviano aveva raccontato l’episodio in uno scritto del 2004 con una ragione ben precisa che lui stesso espone, «come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato». La veridicità dell’episodio è dunque decisiva per la credibilità e l’autenticità di un personaggio divenuto nel frattempo amministratore ufficiale della memoria dell’antimafia, l’imprenditore morale delle battaglie per la legalità. In caso contrario si sarebbe minata irreparabilmente la sua attendibilità, Saviano si sarebbe trovato fuori dal pantheon nel quale si è era infilato d’ufficio, divenendo così abusivo il passaggio di testimone ideale che lo scambio telefonico con Felicia Impastato avrebbe dovuto legittimare rendendolo l’erede simbolico della storia di Peppino.

Alla ricerca del diversivo, una querela fondata sulla colpa d’autore
Sarebbe interessante capire perché pur sentendosi diffamato Saviano abbia accuratamente evitato di querelare e dunque di affrontare a viso aperto le fonti di quelle affermazioni da lui ritenute false e calunniose, ovvero Umberto Santino, che subito dopo ne ha scritto anche in un libro, Don Vito a Gomorra, editori riuniti 20011, e soprattutto Giovanni Impastato e sua moglie Felicia Vitale, figlio e nuora di Felicia Bartolotta-Impastato.
Nel testo della querela presentata da Saviano si stigmatizzano invece le «usurate formule ideologiche utilizzate da Persichetti», nelle quali – prosegue l’esposto – «sembra di sentire l’eco di un giornalismo aggressivo, figlio di un’epoca fortunatamente chiusasi, ma i cui strascichi ancora avvelenano il presente. L’epoca nella quale molti – “nemici di classe” – trovarono la morte, per mano di coloro i quali (qualcuno li definirebbe “vittime della storia”) ritennero la via della violenza maestra del cambiamento della società. E così, dalle colonne di “Liberazione” Persichetti aggredisce Saviano…», con quella volontà di «vomitare il proprio odio ossessivo ed ossessionato» nei suoi confronti.
Attaccando me, Saviano ha pensato di colpire l’anello debole, il punto ritenuto più vulnerabile, ricorrendo ad un suggestivo parallelo tra la mia storia politica e la successiva odissea giudiziaria, risalenti a 26 anni fa, e il lavoro giornalistico attuale: in modo particolare lì dove – lasciava intendere nella querela – tuttora permarrebbe il dato comune di una pratica di «aggressione» e ricorso alla «violenza» che avrebbe dato corpo ad una sorta di “terrorismo cartaceo”.
L’uso del diversivo tipologico è stato impiegato per svilire e criminalizzare l’esercizio della libertà di critica e la serietà metodologica del mio lavoro. La mia condanna, con relativa revoca della semilibertà, avrebbe inevitabilmente gettato nel discredito i familiari di Impastato e il Centro diretto da Umberto Santino. Quel che si dice un perfetto colpo di sponda nel gioco del biliardo. Solo che Saviano ha steccato la palla, e come Fantozzi ha sgarrato il tappeto verde.
La querela è piena di chicche che la dicono lunga sul fragile retroterra culturale del personaggio, ad esempio quando mostra di non conoscere l’opera di Foucault (leggi qui), il che spiega molto della sua concezione della devianza.

Un racconto inautentico
Nel ribadire che la telefonata c’è veramente stata, Saviano introduce una novità stranamente taciuta per ben nove anni: l’esistenza di una misteriosa (e miracolosa a questo punto) intermediaria che non faceva parte della famiglia Impastato.

«Una ragazza – scrive Saviano – aveva letto i miei articoli e ne aveva parlato alla signora Felicia incontrandola a Cinisi. Le aveva passato me al telefono, all’epoca sconosciutissimo scrittore».

Quasi impaurito da questa sua tardiva rivelazione dai contorni talmente incerti da apparire un fragile escamotage congegnato per non perdere la faccia, Saviano mette subito le mani avanti e precisa:

«Non avevo ancora scritto Gomorra e mandavo come gesto di omaggio gli articoli che scrivevo. Non è detto che ci si ricordi di un ragazzo che scrive di camorra e che nessuno conosce. Appunto, erano anni precedenti al 2004 e Gomorra esce solo nel 2006».

Cosa vuole dire Saviano, che l’anonima fanciulla in questione chiamata a testimonianza della telefonata potrebbe oggi non ricordarsi più dell’episodio?
Saviano, grande frequentatore di materiali giudiziari, iniziato alle fonti investigative, ferquentatore di procure d’ogni risma e luogo, intimo degli apparati di polizia di punta specializzati nelle indagini antimafia, come egli stesso ha riconosciuto recentemente con un gesto d’inattesa trasparenza (leggi qui), sa bene che non può limitarsi a riferire circostanze così generiche e per giunta contraddittorie.
Questa misteriosa fanciulla era di Cinisi o veniva da fuori? E se veniva da fuori che ci faceva a Cinisi? Ha un’identità, un lavoro, una storia, insomma esiste davvero oppure nel frattempo gli è successo qualcosa, ci auguriamo proprio di no! Non vorremmo fosse andata all’estero, in una di quelle lande sperdute dove per una di quelle malaugurate sventure della sorte sia divenuta irrintracciabile, o ancora, avesse incontrato la vocazione per rinchiudersi in un convento di clausura rifuggendo nella contemplazione i clamori del mondo. Per il bene della verità non prendiamo nemmeno in considerazione l’ipotesi che nel frattempo la ragazza abbia potuto sposare un casalese in odor di camorrìa.
Saviano non lo dice, resta vago. In che luogo questa ragazza avrebbe incontrato la signora Felicia, per strada o in casa sua? Ci sono dei testimoni? E perché questa giovane non si è mai fatta avanti di sua sponte? E perché Saviano ha atteso tanto prima di tirarla fuori?
Non lo ha fatto quando scrisse per la prima volta della telefonata (8 dicembre 2004). Non ci ha pensato quando ripubblicò quel testo in una raccolta (giugno 2009). Lo ha omesso nella querela contro di me (12 gennaio 2011). Lo ha dimenticato nella opposizione alla richiesta di archiviazione del pm (24 settembre 2012). Non l’ha menzionata quando si è presentato in aula davanti al gip (15 gennaio 2013). L’ha taciuto quando il gip ha archiviato la sua querela dandogli torto (21 gennaio 2013). Se ne ricorda d’improvviso solo oggi. Perché?
Nel racconto apparso su Nazione Indiana l’8 dicembre del 2004 (qui), poi ripreso in una raccolta di scritti dal titolo La bellezza e l’inferno, uscito come Gomorra presso Mondadori, l’ammiraglia delle case editrici belusconiane, Saviano aveva raccontato in tutt’altro modo le circostanze della telefonata:

«Inviavo a Felicia gli articoli sulla camorra che scrivevo, così, come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato. Un pomeriggio, in pieno agosto mi arrivò una telefonata: “Roberto? Sono la signora Impastato!
A stento risposi ero imbarazzatissimo, ma lei continuò: “Non dobbiamo dirci niente, dico solo due cose una da madre ed una da donna. Quella da madre è stai attento, quella da donna è stai attento e continua”.»

Oggi Saviano cambia versione, la telefonata non gli arriva più direttamente, come lasciava intendere nel 2009, quando accennava ad una sorta di nesso tra l’invio dei suoi articoli a Felicia e la reazione che questi avrebbero suscitato nell’anziana donna che così l’avrebbe cercato al telefono. Le cose andarono diversamente, dice oggi. Gli articoli li aveva letti la ragazza che poi porge il telefono a Felicia.
Saviano spiega che era sua abitudine inviare in omaggio i suoi articoli ma stavolta non cita più i destinatari, che restano ignoti mentre Felicia scompare. Siamo di fronte ad un passo indietro, ad una rettifica che però aggiunge ancora più dubbi di quanti ve ne fossero in precedenza.
Saviano sa bene che non può lasciare questa storia a metà pensando di cavarsela con una capriola sbilenca. A questo punto o dice tutta la verità per intero, circostanziando in modo esaustivo, credibile e soprattutto verificabile quanto avvenne attorno a quella presunta telefonata, oppure se non è in grado non ha che da chiedere scusa a Giovanni Impastato, Felicia Vitale, Umberto Santino e alla memoria di Felicia Bartolotta. In caso contrario sarà per tutti più che legittimo pensare quel che la fata Turchina disse un giorno a Pinocchio: «Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito! perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l’appunto è di quelle che hanno il naso lungo».
Quale che sia la verità sulla reale esistenza della intermediaria, Saviano ha già ammesso di aver artefatto l’episodio della telefonata modificandolo in modo da collocarsi al centro degli avvenimenti, lasciando intendere che fosse lui ad avere un rapporto diretto con Felicia e non la ragazza che ha cancellato dal racconto. Una centralità falsa che rende la testimonianza morale della sua narrazione del tutto inautentica.
Di questo passo, caro Saviano, non vorremmo che un giorno ti ritrovassi come quel personaggio di Dashiell Hammett che «davanti allo specchio di quella che un tempo fu la sua vita, cominciò a sputare tutti i giorni sulla faccia di quel che non era diventato lo scaracchio di ciò che era stato».

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Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato, risponde a Roberto Saviano che in un intervento postato sulla sua bacheca di facebook (che potete leggere qui) è tornato sull’episodio della telefonata fantasma che avrebbe ricevuto dalla signora Felicia Bartolotta-Impastato, madre di Peppino Impastato, per ribadire che quel colloquio telefonico sarebbe realmente avvenuto, nonostante le smentite fornite dal fratello di Peppino, Giovanni, e dalla cognata Felicetta, che gestivano le comunicazioni telefoniche dell’anziana donna.
Saviano aveva raccontato l’episodio in uno scritto del 2004 con una ragione precisa che lui stesso espone, «come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato».
La veridicità dell’episodio è dunque decisiva per la credibilità di un personaggio divenuto nel frattempo amministratore ufficiale della memoria dell’antimafia, l’imprenditore morale delle battaglie per la legalità. In caso contrario verrebbe minata irreparabilmente la sua attendibilità, si troverebbe scacciato dal pantheon al quale si è iscritto d’ufficio, divenendo così abusivo il passaggio di testimone ideale che lo scambio telefonico con Felicia Impastato avrebbe legittimato rendendolo l’erede simbolico della storia di Peppino Impastato.
Capite allora che se alla fine diventa legittimo dubitare dell’esistenza di quella telefonata, Robertino si ritova davvero nella merda. Di quelle grosse che non c’è scorta che tenga o blindata che regga

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Scrive Umbero Santino del Centro Impastato a proposito delle ultime esternazioni di Saviano mi limito ad alcune precisazioni:

1. Saviano ribadisce che il film “I cento passi” “aveva giocato un ruolo essenziale, perché l’Autorità giudiziaria desse una risposta definitiva su un caso che ormai ciascuno sentiva vicino. Un film aveva avuto il merito di creare un’urgenza sociale. Un’urgenza giudiziaria”.

Abbiamo già detto che il processo a Vito Palazzolo è cominciato nel marzo del 1999, quello a Gaetano Badalamenti nel gennaio del 2000, il film è andato nelle sale cinematografiche nel settembre del 2000. La Commissione parlamentare antimafia ha costituito il Comitato per indagare sul depistaggio delle indagini per il delitto Impastato nell’ottobre del 1998. Abbiamo pubblicato la relazione nel volume Peppino Impastato, anatomia di un depistaggio, di cui nel 2012 è uscita una nuova edizione. Il film non ha avuto, né poteva avere, nessuna influenza sulla vicenda giudiziaria. Dell’impegno dei familiari, dei compagni di Peppino e del Centro Impastato per la riapertura dell’inchiesta, ben prima del film, aveva parlato il giornalista Francesco Lalicata, durante l’incontro dell’agosto 2009 presso la pizzeria di Giovanni Impastato.

2. Il Centro avrebbe “intimato” a Fazio di ospitare Giovanni Impastato nelle sue trasmissioni, e avrebbe voluto “estorcere… favori di promozione televisiva”. Ci siamo limitati a chiedere la partecipazione di Giovanni per parlare dell’impegno dei familiari, dei compagni di militanza e del Centro per salvare la memoria di Peppino Impastato e per ottenere giustizia. Non aspiravamo, né aspiriamo, a nessuna “promozione televisiva”. Ci basta sapere che abbiamo svolto il nostro lavoro con pieno impegno, anche quando siamo stati isolati da tanti che credevano che Peppino fosse un terrorista e un suicida.

3. Sulla telefonata di Felicia, madre di Peppino, Giovanni e la moglie Felicia hanno dichiarato che quella telefonata non c’è stata. Le loro dichiarazioni hanno avuto un peso decisivo nell’archiviazione della querela. Ora Saviano parla di una ragazza che aveva letto i suoi articoli “e ne aveva parlato alla signora Felicia, incontrandola a Cinisi” e “le aveva passato me al telefono”. Una versione che compare solo ora e che, in ogni caso, è ben diversa da quanto affermato nel libro La bellezza e l’inferno, alla pagina 124: “Un pomeriggio, in pieno agosto, mi arrivò una telefonata…”. Abbiamo parlato della telefonata solo dopo la pubblicazione del libro, poiché prima non ne avevamo notizia.

4. Sui commenti sulla nostra iniziativa mi limito a osservare che squallido è non riconoscere di aver detto cose inesatte e non vere, e non chiedere di ristabilire la verità«.

Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato

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Democrazia senza popolo

L’oligarchizzazione del potere e il governo delle tecnostrutture

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Maurice Duverger definiva l’accordo per governare insieme tra moderati di destra e moderati di sinistra una «democrazia senza popolo». Per il politologo francese questa coalizione dei centri, il regno della «Palude», priva i cittadini della possibilità di una scelta reale.

-1I mercati finanziari odiano la democrazia. In fondo si può riassumere così il precipizio dei valori di listino in cui sono cadute le borse alla notizia che il popolo greco doveva essere chiamato a pronunciarsi con un referendum sulle terribili misure antisociali chieste dalla Bce per salvare il Paese dal fallimento. Di questo nuovo odio per la democrazia aveva scritto alcuni anni fa il filosofo Jacques Rancière. Vale la pena ricordarne brevemente qualche passaggio: «alla critica delle carenze sostanziali presenti nel progetto democratico si è sostituita oggi una denuncia del suo eccesso di vitalità»; «Il protagonismo democratico attuale è visto come il segno di una società che vorrebbe divorare lo Stato» e l’economia, aggiungiamo noi, al punto che l’unica democrazia buona per il capitalismo finanziario è una «democrazia senza popolo».
Per riassumere quanto accaduto Rossana Rossanda sul manifesto è ricorsa alla famosa parafrasi con la quale Bertolt Brecht aveva ironizzato sulle parole del segretario generale dell’Unione degli scrittori della Ddr che di fronte ai moti operai del ’53 di Berlino-Est aveva detto: «La classe operaia di Berlino ha tradito la fiducia che il Partito gli aveva riposto: ora dovrà lavorare duro per riguadagnarsela!» e che Brecht riformulò in questo modo: «Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo».
Oggi il capitalismo finanziario non si accontenta di un nuovo popolo, vuole dissolverlo! Dalle ceneri della volontà popolare è nato il governo Monti.

9788822063182Il sistema politico italiano non conosce ancora una vera lotta per l’alternanza. La ragione – secondo Mauro Fotia – è da ricercare in quel male antico che è il consociativismo, fenomeno che, con i suoi risvolti trasformistici, risale ai primi anni dell’Unità ma ha ritrovato vigore nell’ultimo cinquantennio repubblicano attraverso lla Dc di Moro e il Pci di Berlinguer, fino al Pd di D’Alema e Veltroni. Il Pd, in realtà, ha proseguito gli inganni e gli incantesimi di tale processo, anziché interromperlo.


Consociativismo e think-tank, il potere all’ombra di Enrico Letta

Intervista a Giovanni De Luna,“Il governo tecnico sancisce il fallimento della-politica”
Recensione – “Il consociativismo non è mai finito” di Mauro Fotia, Dedalo edizioni 2011
L’inutile eredità del Pci tra consociativismo e compromesso storico
Perché non sciogliere il popolo? di Rossana Rossanda
Per il Censis il governo Monti è espressione di una politica prigioniera del primato dei poteri finanziari
Recensione – “La haine de la démocratie-Il nuovo odio della democrazia” di Jacques Rancière

Consociativismo e think tank, il potere all’ombra di Enrico Letta

Enrico Letta, classe 1966, nonostante ciò considerato un giovane nella politica italiana, è nipote di Gianni Letta, il braccio destro di Berlusconi, il suo plenipotenziario. Cattolico, nutrito di cultura imprenditoriale, da sempre vicino al mondo confindustriale, vice presidente di Aspen istitute Italia dal 2003 (sorto in Colorado nel 1950 ha la sua sede centrale a Washington ed è finanziato dalla Carnegie Corporation, la Rockefeller Brothers Fund e la Ford Foundation), è membro del club Bilderberg assieme allo zio Gianni e fa parte della stessa Commissione Trilaterale. Insomma non si è fatto mancare nulla: uomo di relazioni, la sua agenda è ben fornita. Collocato da tempo in tutti i posti che contano, quelle necessarie camere di compensazione situate nelle retrovie dove le élites occidentali si incontrano riservatamente, anticipano strategie, elaborano accordi, creano un tessuto di relazioni e conoscienze dirette necessario alla gestione delle politiche, le governances, del capitalismo attuale. Enrico Letta ha l’aria di uno di quelli che ci stava già da piccolo, tanto si muove a suo agio in questo mondo felpato.
Ma c’è qualcosa di più che forse bisogna conoscere per capire meglio alcuni dei passaggi politici realizzati in questi ultimi giorni da questo grande tessitore della tela consociativa italiana, di quel «consociatvismo bipolare» come le definisce Mauro Fotia nel suo, Il consociativismo infinito, Dedalo edizioni 2011 (un testo che andrebbe riletto alla luce di quanto è accaduto dal varo del «governo dei tecnici» guidato da Mario Monti alla nascita di questo esecutivo di «grande coalizione»).
Enrico Letta è anche l’ispiratore di un think tank bipartisan, “veDrò”, una specie di laboratorio per le elités, «nato – così recita la homepage del sito – per riflettere sulle declinazioni future dell’Italia e delineare scenari provocatori, ma possibili, per il nostro Paese. Sulla scena dal 2005, la nostra è una rete di scambio di conoscenza formata da più di 4.000 persone: professori universitari, imprenditori, scienziati, liberi professionisti, politici, artisti, giornalisti, scrittori, registi, esponenti dell’associazionismo».
Leggete questi due interressanti articoli che seguono, sono illuminanti.


VeDrò, il potere all’ombra di Enrico Letta

di Stefano Feltri
Il Fatto Quotidiano, 28 Agosto 2012

LettaEnrico Letta ha soprattutto una funzione rassicurante: se il centrosinistra dovesse vincere le elezioni, legge elettorale permettendo, un pezzo del capitalismo italiano avrebbe qualcuno con cui parlare. Qualcuno che non propone patrimoniali e che non parla solo di cassintegrati e sindacati, tipo Stefano Fassina, il responsabile economico del partito. La convention estiva di Letta, VeDrò (che si svolge appunto a Dro, a Trento) è sempre un’anticamera dell’anno economico-politico che si riapre a settembre dopo le vacanze. Qui, tra un cocktail a bordo lago (di Garda) e un pranzo veloce nel prato della ex centrale elettrica di Fies, si è costruito parte del progetto di Matteo Renzi, sempre qui Corrado Passera, due anni fa, ha mosso i primi passi verso il governo. Finanza, comunicazione e politica si incontrano in questo salotto estivo (lobby, corrente, festa dell’unità fighetta, le definizioni che circolano sono molte) per tenere i rapporti con il centrosinistra, Letta è padrone di casa discreto, garante di quel clima trasversale rappresentato dalla coppia di “vedroidi” più fotografata, Nunzia De Girolamo (Pdl) e Francesco Boccia (Pd).
Tema di quest’anno sono i supereroi americani, con l’idea che servono superpoteri per salvare l’Italia e l’Europa. “Se sono super è anche merito dei miei partner”, esulta un Superman su una scheda fornita ai partecipanti (sul petto ha le virgolette simbolo di VeDrò). I partner sono poi gli sponsor, quelli che finanziano l’iniziativa, pagata anche dalle quote degli iscritti, da 150 a 300 euro più l’albergo. I tre “partner” principali sono Eni, Enel e Telecom. Come usa nei grandi raduni italiani, pagare una fiche garantisce in cambio visibilità sul palco dell’evento. Lo scorso anno Paolo Scaroni, capo dell’Eni, si era prodotto in un monologo.
Quest’anno tocca a Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel da poco diventato anche uno degli esponenti più forti della nuova giunta di Confindustria, di cui dirige il centro studi. L’intervista sentimentale è condotta da Antonello Piroso, l’ex direttore del Tg La7 che nel 2011 a VeDrò discuteva con Fedele Confalonieri di musica classica. Conti celebra la propria parabola di self made man, da “cascherino” (garzone del fornaio) a top manager. E soltanto da un palco come quello di VeDrò si possono dire cose tipo “quello di Fukushima non è stato un incidente nucleare in senso stretto” (vero, c’è stato lo tsunami, prima) e “il nucleare non è una disgrazia” senza rischiare fischi. Visti i tempi, Conti coglie l’occasione per ricordare un paio di volte come le decisioni importanti le ha spesso discusse con “Pier Luigi” (che sarebbe Bersani, aspirante premier).
L’Enel è ovunque a VeDrò: Conti sul palco, le macchine elettriche nel parcheggio, uno stand ben visibile nel cortile, funzionari di vario grado nei gruppi di lavoro in cui si suddividono i “vedroidi” nel pomeriggio. Poi c’è Telecom Italia, il presidente Franco Bernabè è al suo debutto a VeDrò, nel suo monologo non parla di telefoni e banda larga ma di innovazione, dice tra l’altro che più che i cambiamenti tecnologici servono quelli organizzativi, “a Telecom se usassimo tutto il potenziale della tecnologia a disposizione dovremmo ridurre drammaticamente il personale impiegatizio”. Brividini di piacere tra i liberisti in platea. Il potere economico vedroide è soprattutto pubblico e parapubblico, con tutte le zone grigie intermedie, per cui è facile trovare un anno qualcuno in una grossa azienda, l’anno dopo al ministero, quello successivo magari in proprio come consulente. Ma c’è anche tanta finanza, ci sono venture capitalist che nelle pause caffè discutono di potenziali investimenti. C’è una folta colonia londinese di banchieri, di cui ha fatto parte a lungo anche Ivan Scalfarotto (vicepresidente del Pd), pure lui vedroide. Sono banchieri democratici, nel senso che da Londra seguono il Pd (più Matteo Renzi che Letta, a dire il vero). E a sancire questa rilevanza finanziaria, ieri, doveva esserci un grande dibattito tra i capi italiani delle tre principali agenzie di rating. Si è presentato soltanto Alessandro Settepani, di Fitch, intervistato da un altro storico vedroide Oscar Giannino. Settempani però non si sbilancia troppo sui destini dell’Italia: “L’ultima volta che ho fatto una dichiarazione mi è arrivato un avviso di garanzia”, dice ricordando l’inchiesta della Procura di Trani sulle comunicazioni dei rating sull’Italia.
Il potere economico vedroide non pare troppo preoccupato dalla fine dell’esperienza tecnica di Mario Monti. E neppure particolarmente inquieto sugli scenari futuri. Perché, in fondo, il senso di VeDrò è anche questo: assicurare ai partecipanti che, chiunque vinca, ci sarà sempre una rete trasversale di conoscenze e rapporti a garantire il business as usual.


Riparte VeDrò il think tank di Enrico Letta per raccontarci il leader del futuro

di Celestina Dominelli
Il Sole 24 Ore,  28 agosto 2010

Altrove, all’ombra dei palazzi della politica, il tema della leadership del centrosinistra e di come costruire un’alternativa convincente a Silvio Berlusconi sta conoscendo svariate declinazioni. E così i partiti dell’opposizione discettano a ogni pie’ sospinto di alleanze e primarie , di «un nuovo Ulivo» e di leggi elettorali . Ma c’è anche chi, molti chilometri più a Nord, nella centrale idroelettrica Fies di Dro (Trento), sul nodo delicatissimo del leader del futuro ha costruito una quattro giorni di lavoro intensivo. Un metodo diverso, per cominciare, che è ormai l’architrave rodata di VeDrò-L’Italia del futuro, il think thank bipartisan promosso da Enrico Letta e Giulia Bongiorno e presieduto da Benedetta Rizzo, e giunto quest’anno alla sua sesta edizione. Una scelta, quella di delinerare il percorso del leader del futuro, nata prima del dibattito delle ultime settimane. «In un sistema bipolare come il nostro il tema della leadership – spiega il vicesegretario del Pd, Enrico Letta – è diventato rilevante per l’opinione pubblica, poi l’attualità ha fatto il resto trasformandolo in un argomento caldissimo». Ma a suggerire la strada è stata soprattutto la crisi economica che, aggiunge Letta, «ha accresciuto il bisogno di leadership convincenti». Che il pensatoio bipartisan intende costruire con un dettagliatissimo percorso: 17 working group cui spetterà il compito di mettere a fuoco tutte le caratteristiche del futuro leader, dagli strumenti di comunicazione al programma, dalla personalità al rapporto con il territorio. Insomma, una road map accuratissima tenuta insieme da un fil rouge che è un po’ il motore di tutto il progetto: l’assenza di modelli rigidi di confronto e la libertà totale di espressione. Che Benedetta Rizzo, compagna d’avventura di Letta e presidente del think thank, sintetizza così. «A VeDrò tutti coloro che siedono attorno al tavolo hanno lo stesso diritto di parola». E dietro quel “tutti” c’è un panel molto ricco che racconta l’altra chiave del successo dell’appuntamento: il “taglio generazionale” (i partecipanti sono nati a partire dagli anni ’60) e la trasversalità politica, religiosa e culturale di chi arriverà in questo angolo di Trentino. Dall’amministratore delegato del Gruppo Intesa-San Paolo, Corrado Passera, a esponenti politici di entrambi gli schieramenti (i presidenti di Regione, Renata Polverini e Vito De Filippo, i sindaci di Firenze e Verona, il viceministro Adolfo Urso, ma anche molti parlamentari), da firme prestigiose del giornalismo a imprenditori (Anna Maria Artoni, Luisa Todini, Ivan Lo Bello) e a magistrati (Raffaele Cantone, Nicola Gratteri,Stefano Dambruoso). Tutti a discutere di come dovrà essere il leader del 2020. Per arrivare, attraverso i working group, a un identikit completo. Che sarà messo a confronto con i risultati del Rapporto VeDrò 2010, dal titolo assai suggestivo: “Italiano sarà lei. Gli italiani e la leadership». Così al lavoro prospettico dei gruppi si affiancherà la ricerca su un campione di cittadini che fornirà di nuovo l’aggancio con l’attualità. Ma di Pd e di alleanze qui non si parla. E Letta si prepara alla full immersion. «Quest’anno saremo in 600 – racconta – e abbiamo dovuto rimandare indietro molta gente. Quando partimmo eravamo la metà». Quel “quando” riporta indietro la lancetta al 2005 e a un Letta “folgorato” sulla via dell’Aspen Institute in Colorado. «Rimasi colpito dalle modalità del confronto e dall’informalità e tornando in Italia ho pensato a qualcosa che avesse lo stesso taglio». Così Dro, provincia di Trento, ha strizzato l’occhio agli States.

Approfondimenti
Consociativismo

Stronzi con la scorta

Scontento perché il figlio non sa sparare, Saviano senior porta il pargolo ad addestrarsi nell’uso della pistola. Soddisfatto della prova gli regala un pallone con la faccia di Maradona. La scena si svolge sul litorale domizio, al Villaggio Coppola dove sorgeva uno dei più grandi mostri d’abusivismo edilizio d’Europa. La spiaggia è un cimitero colmo di spazzatura e vecchie ferraglie arrugginite. Bersaglio due bottiglie di Peroni sul tetto di una 127 bruciata. L’arma è una Beretta 92Fs, versione civile della pistola in uso alle forze di polizia di mezzo mondo che l’autore descrive così: «Era tutta graffiata, sembrava brizzolata, una vecchia signora pistola. Tutti la conoscono come M9 non so perché. La sento sempre citare con questo nome: “Ti metto una M9 tra gli occhi, devo cacciare l’M9? Cavolo, mi devo prendere un M9”. Mio padre mi mise in mano la Beretta. La sentii pesantissima. Il calcio della pistola è ruvido, sembra di carta vetrata, ti si appiccica nel palmo e quando ti sfili la pistola di mano sembra quasi che ti graffi con i suoi microdenti. Mio padre mi indicava come togliere la sicura, armare la pistola, stendere il braccio, chiudere l’occhio destro se il bersaglio era a sinistra e puntare»

Dopo gli spari segue un dialogo in cui si filosofeggia sull’ontologia umana:

“Robbé, cos’è un uomo senza laurea e con la pistola? ”
“Uno stronzo con la pistola.”
“Bravo. Cos’è un uomo con la laurea senza pistola?”
“Uno stronzo con la laurea…”
“Bravo. Cos’è un uomo con la laurea e con la pistola?”
“Un uomo, papà!”
“Bravo, Robertino”

L’episodio è evidenziato da Alessandro Dal Lago a pagina 61 del suo, Eroi di carta, il caso Gomorra e altre epopee, Manifestolibri 2010.
La scena si trova alle pagine 185-187 di Gomorra, Mondandori 2006, prima edizione

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Boston, 4ore9minuti43secondi, il tempo delle bombe

Riprendo dal blog di Marco Clementi, podista coriaceo e storico pignolo, un bellissimo pezzo sulle bombe esplose durante la maratona di Boston, Correre 2.0. Queste bombe mi ricordano quelle messe sui metrò parigini nel 1995. Chi affollava le carrozze dei treni sotterranei? Una calca umana di lavoratori, pendolari, donne e giovani che si spostavano dalle periferie.
«Correre – scrive Marco – è uno sport diverso. E, tra le corse, la maratona è la gara. La corsa è lo sport dei poveri. Ormai vincono quasi sempre gli africani, etiopi o keniani. Conosciamo un altro sport nel quale eccellono? Per praticare la corsa servono solo una maglietta, un paio di calzoncini e le scarpe. Non devi pagare una palestra, un istruttore, un campo. Non corri contro qualcuno, ma per qualcosa. Perché, anche se ti giochi la vittoria, in realtà non hai un avversario da battere, ma il tempo dentro la tua testa, il ritmo costante e i chilometri da lasciarti dietro. Puoi essere bello o brutto, alto, magro, basso: conta solo quanto hai dato in allenamento, perché solo quello ti sarà restituito in gara. Neanche un grammo di energia in più».

Marco parla della corsa con un trasporto che da i brividi e sente queste bombe come un oltraggio doppio. Correre è bello ed il bello è che lo puoi fare come recitava una canzone degli Onda rossa posse: battendo il tuo tempo. Non posso che dargli ragione anche se non so stargli dietro. Una estate, durante alcuni giorni di licenza, l’ho visto allenarsi sui sentieri di montagna. Saliva in vetta a passo di corsa. Gli sono andato dietro per un po’, poi ho dovuto mollare non tanto per il fiato quanto per i muscoli delle gambe che bruciavano dandomi fitte dolorose. Correre sì, ma chi l’aveva mai fatto per così tanti chilometri in salita? Mi sono seduto e ho aspettato che tornasse giù. Faceva un caldo incredibile e ci siamo tuffati dentro una fontana, immersi con l’acqua gelida fino al collo.
Sono entrato in politica correndo, da ragazzino. Gare podistiche che servivano a portare ogni domenica migliaia di romani nelle zone verdi della città che facevano gola alla speculazione edilizia. Occupavamo terreni, spazi verdi, per rivendicare palestre, campi sportivi, parchi: tutto pubblico e a prezzi popolari. Sport per tutti contro le strutture private. Ve l’immaginate oggi?
A undici anni giravo per Roma la domenica mattina, prendevo tre o quattro autobus per arrivare a Spinaceto, al parco degli Acquedotti, alla Caffarella. Spesso mi perdevo, arrivavo tardi a gara iniziata, quando gli altri erano partiti. Più che una corsa diventava una rincorsa. Altre volte, per fortuna, si correva vicino casa, e lì a rompere le reti che recintavano la Pineta Sacchetti, la valle dell’Inferno, a forzare il cancello di villa Carpegna. Quante zone verdi abbiamo salvato in questo modo, diventate poi parchi pubblici o zone protette.
Sono tornato a correre nei cortili di prigione. Lì la corsa è resistenza, libertà interiore, le endorfine che entrano in azione dopo la prima mezz’ora, l’euforia che si sprigiona dentro, sono un piacere in quei luoghi dove il piacere non esiste. C’era un pastore sardo, un compagno finito in carcere per la delazione di un pentito, che riusciva a correre per l’intera durata dell’aria. Più di due ore. Un treno senza fermata.
Ricordo l’estate del 1989 come fosse ieri. Ero solo sul campo in terra battuta del G12 speciale di Rebibbia. C’era la pausa estiva del processo, avevano trasferito tutti, di lì a poco sarebbe toccato anche a me tornare nel forno delle Casermette di Foggia. In sezione erano rimasti solo i palestinesi e alcuni detenuti di estrema destra, un paio, che però non incontravamo perché il Dap aveva disposto il divieto d’incontro. Il campo era tutto mio. Correvo, correvo con Talkin’bout a revolution di Tracy Chapman nelle orechie

images4 ore, 9 minuti, 43 secondi. È il tempo trascorso il 15 aprile dallo sparo dello starter della maratona di Boston fino allo scoppio della prima bomba collocata sulle tribune adiacenti l’arrivo. Mettere una bomba durante una maratona, farla esplodere dopo 4 ore e 9 minuti, in quella fascia oraria che segna il massimo afflusso di atleti di ogni età e paese, significa voler segnare per sempre le loro vite a prescindere dalle conseguenze immediate dell’atto. Comunque sia andata, quelle donne e quegli uomini non saranno più gli stessi e molti di loro non correranno più. Se mai è esistito un tempo simbolo, un record da eguagliare, questo è il tempo che da ora segnerà la corsa. Non solo a Boston o negli Stati Uniti, né per una facile solidarietà con le persone morte, ferite o rimaste scioccate in seguito all’attentato. Lo segnerà ovunque nel mondo in ogni maratona per anni a venire, perché correre è uno sport diverso. E, tra le corse, la maratona è la gara. La corsa è lo sport dei poveri. Ormai vincono quasi sempre gli africani, etiopi o keniani. Conosciamo un altro sport nel quale eccellono? Per praticare la corsa servono solo una maglietta, un paio di calzoncini e le scarpe. Non devi pagare una palestra, un istruttore, un campo. Non corri contro qualcuno, ma per qualcosa. Perché, anche se ti giochi la vittoria, in realtà non hai un avversario da battere, ma il tempo dentro la tua testa, il ritmo costante e i chilometri da lasciarti dietro. Puoi essere bello o brutto, alto, magro, basso: conta solo quanto hai dato in allenamento, perché solo quello ti sarà restituito in gara. Neanche un grammo di energia in più. La maratona è lunga 42 km e 195 metri o, in miglia, 26.2. Ma la gara vera comincia dopo il trentesimo chilometro. Tutti ci arrivano al trentesimo. Per chi non corre può sembrare strano, ma in realtà è relativamente facile. Dopo il trentesimo ti giochi la prestazione. La gara perfetta è quella che l’atleta finisce in progressione. Quella sbagliata è quando perdi decine di secondi ad ogni chilometro negli ultimi dodici. Correre una maratona è sentirsi liberi e solidali. Ho visto sempre incoraggiare chi si ferma dagli altri atleti: dai che mancano solo tre chilometri, forza che è finita. Perché ognuno che taglia il traguardo, un qualunque traguardo di una qualunque maratona, è come il soldato Filippide, che nel 490 a.C. corse ad Atene per avvertire la città della vittoria sui Persiani a Maratona. Doveva fare presto, perché i Persiani avevano ripreso il mare e si dirigevano al Pireo. La città, ignara della sorte dei soldati, avrebbe potuto arrendersi alla vista delle navi. Per questo Filippide corre per tutti i 42 chilometri che separano Maratona dal centro di Atene. E muore, dopo aver dato la notizia. Si muore in maratona. Ancora oggi. Ogni atleta lo sa. A Boston nel recente passato erano deceduti due maratoneti: nel 1996 un uomo di 62 anni e nel 2002 una ragazza di 28. Questo è la maratona. Leggendo i blog dedicati alla gara, scopri che la morte è un accadimento accettato a priori. Ci può stare. Lo sanno tutti. Scopri anche, però, che nessuno avrebbe mai pensato che un giorno, all’arrivo, qualcuno potesse morire in seguito a un attentato. Il massimo che era accaduto, proprio ad Atene durante le olimpiadi vinte da Stefano Baldini nel 2004, era stato uno spettatore che aveva tentato di bloccare l’atleta brasiliano Vanderlei Da Lima quando era in testa. Poi ci sono solo ricordi leggendari, come quello di Abebe Bikila, che a Roma nel 1960 vinse correndo l’intera gara scalzo. Bikila si ripeté nel 1964 a Tokyo ed è uno dei pochi maratoneti ad aver vinto per due volte la distanza. Perché per vincere devi oltrepassare le capacità di soffrire al di là di ogni limite immaginabile, e lo fai una volta sola nella vita. Ti è andata bene. Basta così. Per questo non si è mai visto un atleta eccellere contemporaneamente nel mezzo fondo e nelle lunghe distanze. Tranne uno, in tutta la storia dell’atletica. Si chiamava Emil Zátopek. Alle olimpiadi di Helsinki del 1952 l’atleta cecoslovacco vinse i cinquemila, i diecimila e la maratona. Zátopek correva malissimo. Muoveva le braccia in modo disordinato (tutti sanno che si corre anche con le braccia), ciondolava la testa e una smorfia di dolore gli graffiava il viso. Perché correva costantemente oltre il proprio limite. Nel secondo dopoguerra corse e vinse in tutto il mondo, e ad ogni vittoria di prestigio il governo comunista di Praga lo avanzava di grado, fino a colonnello. Poi venne il 1968, una primavera diversa e un’estate spezzata dai carri armati del Patto di Varsavia. Emil aveva già smesso di correre. Allenava nell’esercito. Ma scese con i manifestanti in Piazza San Venceslao. Ha quarantasei anni e tutti lo conoscono, e lo riconoscono. Gli chiedono di parlare alla folla ed Emil non può tirarsi indietro. Non è un oratore, ma dato che mancano poche settimane alle olimpiadi di Città del Messico, dice che l’esercito  dovrebbe rispettare la tregua olimpica. E, al limite, boicottare l’Unione Sovietica. Il giorno dopo Zátopek viene radiato dall’esercito e allontanato da Praga. Lo mandano a lavorare nelle miniere di uranio di Jáchymov. Poi lo richiamano a Praga, come spazzino. Quindi sterratore, nei dintorni della capitale. Infine, un posto nei sotterranei del Centro di documentazione sullo sport. Da solo, come quando si corre. Perché correre è il più privato e solitario degli sport. Ma può diventare  anche il più sociale. A Boston, il 15 aprile 2013, erano in 23 mila. Come sarebbe bello, il prossimo anno, finire quella gara tutti con lo stesso tempo: quattro ore, nove minuti e quarantatré secondi.

Zéro Zéro Zéro, Saviano et l’écriture embedded

écrit par Paolo Persichetti
(texte traduit par Serge Quadruppani)
(quadruppani.blogspot.fr)

Vous le trouvez partout, dans les endroits les plus inattendus, du fleuriste au marchand de fruits, du kiosque à journaux au bébab, il s’agit d’un contenant de papier qui à l’intérieur abrite des lignes d’encre disposées de manière horizontale, certains insistent pour le définir un “livre” et en effet, de loin, sa forme peut aussi rappeler quelque chose de ce genre, mais quand on s’approche, le trompe-l’oeil est bientôt révélé: ce n’est que de la marchandise reliée, des feuilles pressées et collées, un arbre scié et réduit en pâte, un bout de forêt rasé au sol.
450 pages pour 18 euros. Mais plus que l’ensemble comptent les détails. Par exemple, les deux petites pages 441 et 442, situées dans les remerciements. Ici l’auteur est prodigue de reconnaissances et gratitudes diverses.

«Le corps des carabiniers, la Police, la Garde des Finances, les Ros (corps d’élite des carabiniers, ndt), le Sco (service central opérationnel du ministère de l’intérieur, “superenquêteurs”, ndt), la Dia (direction des enquêtes antimafia ndt), la DDA (direction de district antimafia ndt) de Rome, Naples, Milan, Reggio de Calabre, Catanzaro, et toutes celles que j’ai oubliées, pour m’avoir permis d’étudier, de lire et en certains cas de vivre leurs enquêtes et leurs opérations: Alga, Box, Caucedo, crimine-Infinito, Decollo, Decollo-bis, Decollo-ter, Decollo Mondey, Dinero, Dionisio, Due Torri Connection, Flowers 2 Galloway-Tiburon, Golden Jail, Gree Park, Igres, Magna Charta, Maleta 2006, Meta 2010, Notte Bianca, Overloading, Pollicino, Pret à Porter, Puma 2007, Revolution, Solare, Tamanaco, Tiro grosso, Wite 2007, Wite Cit.
Je remercie la DEA, le FBI, Interpol, la Guardia Civil, les Mossos d’Esquadra, Scotland Yard, la Gendarmerie Nationale française, la Policia civil brésilienne, certains membres de la Policía Federal mexicaine, certains membres de la Policía Nacional de Colombie, certains membres de la Policija russe, qui m’ont accompagné dans leurs enquêtes et opérations: Cabana, Cornestone, Dark Waters, Delfín Blanco, Leyneda, Limpieza, Millennium, Omni Presence, Padrino, Pier Pressure, Processo 8000, Project Colissée, Project Coronado, Russiagate, Reckoning, Relentles, SharQC 2009, Sword, Xcellerator.
Je remercie tous les procureurs, antimafia et autres, avec lesquels j’ai étudié et discuté pendant ces années. Sans eux, je n’aurais jamais pu découvrir beaucoup de choses: Ilda Boccassini, Alessandra Dolci, Antonello Ardituro, Federico Cafiero De Raho, Raffaele Cantone, Baltasar Garzón, Nicola Gratteri, Luis Moreno Ocampo, Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Franco Roberti, Paolo Storari.
Je remercie les dirigeants du Corps des Carabiniers, le Commandant général Gallitelli, le Chef de la police d’Etat Antonio Manganelli, et le commandant général Capolupo de la garde des finances.
Je remercie en particulier le Général des Carabiniers Gaetano Maruccia, le Commandant des ROS Mario Parente, le Général de la GDF Giuseppe Botillo, qui ont suivi la croissance de ce livre (…)
Je remercie dans le Corps des Carabiniers ceux qui ont géré ma vie: le colonel Gabriele Degrandi, le capitaine Giuseppe Picozzi, le capitaine Alessandro Faustini».

Eh bien, qu’y a-t-il de nouveau? Il y a bien quelque chose. Ce qui était déjà largement perceptible dans le passé, même si ce n’était encore que sur le mode implicite dans les replis du discours est maintenant exposé de manière transparente: Saviano admet sa nature d’écrivain embedded.

Qu’est qu’un écrivain embedded?
Le terme est devenu d’usage courant en 2003, en février de cette année-là, quand fut introduit dans le nouveau règlement du Département de la défense des USA, diffusé peu avant le déclenchement de la guerre en Irak, une nouvelle figure professionnelle: le journaliste enrôlé par les forces armées d’une nation pour être à leur côté, en première ligne, pour raconter ce qui se passe durant les actions guerrières. Le règlement disait: «ces médias embedded vivront, travailleront, voyageront comme parties des unités dans lesquels ils seront insérés pour faciliter la couverture des actions des forces de combat».
Cette innovation a été transposée dans la plus grande partie des armées mondiales, y compris l’armée italienne. Evidemment, l’intention qui a poussé dans cette voie les états-majors des forces militaires nétait certes pas de devenir démocratiques et transparents mais de réussir de cette manière à gouverner le “Quatrième pouvoir”, en bridant l’information, en la contrôlant et en l’orientant à la source, en souvenir de la guerre du Vietnam perdu politiquement à l’arrière, à l’intérieur des propres frontières des Etats Unis, à cause de la circulation d’images sur la guerre trop anarchiques et libres, qui ne cachaient pas la souffrance de ses mots, les tapis de bombe sur les villes vietnamiennes, les massacres et les violences gratuites infligés à la population civile. Scènes qui avaient mobilisé l’opinion publique étatsunienne et mondiale, créant un fort courant pacifiste.
Tout cela ne devrait plus se répéter. La guerre devait devenir aseptique, propre et éthique, les morts seraient cachés derrière les dénommés “dégâts collatéraux”, le flux et le rythme des informations sélectionné et nettoyé. L’usage des images, de la parole et de l’écriture transformé en un une nouvelle arme stratégique. Pour faire cela, on créerait un nouveau type de soldat: le journaliste embedded.
Saviano renouvelé cette figure professionnelle, devenant l’enrôlé n°1 des forces de police, des appareils d’investigation et d’enquête sur le front interne de la criminalité organisée et des narcotrafics. Une fonction intellectuelle qui appartient à la catégorie particulière des entrepreneurs moraux, au prototype des créateurs de normes, comme les a décrits le sociologue Howard S. Becker dans Outsiders: celui-là «opère avec une éthique absolue: ce qu’il voit est vraiment et totalement mauvais sans aucune réserve et tout moyen pour l’éliminer est justifié. Le croisé est fervent et virtuose, et souvent se considère plus juste et virtuose que les autres».
Le dispositif Saviano avec ses paroles, ses livres, ses prises de position, sa simple présence, légitimées par la posture christique et l’interprétation victimiste de son propre rôle, sert de garantie à la vérité morale, toujours plus distante de la vérité historique. Une machine de guerre médiatique  mise à la totale disposition des entrepreneurs de l’urgence, ds guerriers des batailles judiciaires contre le crtime. Le résultat est une transfiguration de la lutte contre les organisations criminelles qui rend mystique la légalité, édifie une forme d’Etat éthique qui fait de la solution judiciaro-militaire préchée un remède pire que le mal.

Tout cela a toujours été nié par Saviano. Jusqu’à aujourd’hui.
Pour avoir soulevé, en 2010, des questions «sur le rôle d’administrateur de la mémoire de l’antimafia que de puissants groupes éditoriaux ont attribué à Saviano» et souliné «L’inquiétant niveau d’osmose atteint avec les appareils d’enquête et d’investigation, qui l’ont transformé en une espèce de divulgateur officiel des parquets antimafia et de certains corps de police, devrait susciter des questions sur sa fonction intellectuelle et sur sa réelle capacité d’indépendance critique», j’ai été poursuivi en diffamation par Saviano et attaqué par la Direction de la prison (je suis au régime de la semi-liberté).
Par la suite, Saviano a perdu. La plainte a été classée. Peut-être la leçon lui a-t-elle servi. La transparence est toujours une valeur positive, un acte d’honnêteté. Saviano s’est donc décidé à faire un pas en avant sur son propre rôle et sur sa propre fonction intellectuelle mise au service de certains appareils d’Etat.
Voilà, de fait, la liberté est ailleurs.

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E’ tempo di aprire una vertenza sull’amnistia a partire dai reati politici e sociali, magari prendendo a modello il progetto di amnistie sociale presentata dai senatori francesi del Pcf per annullare l’effetto dei processi, delle condanne (per reati fino a 10 anni) e delle sanzioni emesse contro sindacalisti, operai, manifestanti, attivisti antimmigrazione, che nell’ultimo decennio hanno partecipato alle lotte sociali e rivendicative, e poi votata anche se in forma emendata nel marzo scorso.
Il momento è maturo dopo la grazia concessa dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al colonnello dell’Air Force Usa Joseph Romano, comandante della base Nato di Aviano, coinvolto con altri 22 esponenti della Cia e dei vertici del Sismi nel rapimento (definito “consegna straordinaria” nei protocolli segreti dell’ammnistrazione Bush) di Abu Omar, imam della moschea di via Quaranta a Milano.
La grazia d’ufficio concessa dal presidente della Repubblica rompe un tabù che inevitabilmente contraddice le posizioni ispirate alla fermezza precedentemente assunte dal Quirinale con la lettera inviata il 16 gennaio 2009 al presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva per sollecitare l’estradizione di Cesare Battisti.
Se forme di clemenza amnistiale si dimostrano possibili, anche per reati molto gravi come quello commesso dal colonnello Romano (complicità nel sequestro di una persona, successivamente torturata in modo bestiale, per altro risultata estranea ai sospetti sollevati nei suoi confronti), sulla base di logiche di opportunità che in questo caso sono state ispirate da ragioni diplomatiche nei rapporti tra Stati alleati, perché esse restino legittime devono rispettare il criterio giuridico dell’eguaglianza dei trattamenti di fronte alla legge.
Se clemenza deve essere, essa non può che avere un carattere generale e non selettivo.
Perché dei giovani che 12 anni fa sono stati coinvolti in scontri di piazza che hanno provocato solo danni materiali debbono scontare condanne che arrivano fino a 15 anni di reclusione e il complice del rapimento di una persona poi torturata, che non ha scontato nemmeno un secondo di prigione cautelare, può essere al contrario graziato?

Devastazione e saccheggio: l’emergenza Italia e l’Italia dell’emergenza

Dal blog di giuseppearagno.wordpress.com
6 aprile 2013

Probabilmente nessuno meglio di Crispi ha mai spiegato il rapporto organico tra dissenso e legalità nell’Italia dell’emergenza. Accusato di aver calpestato la legge, proclamando lo stato d’assedio in Sicilia, l’ex mazziniano, passato dall’opposizione democratica ai monarchici e diventato più realista del re, nel marzo del 1894 non esitò a replicare: “Ai miei avversari, che mi hanno accusato di aver violato lo Statuto e le leggi dello Stato, potrei rispondere che di fronte allo Statuto c’è una legge eterna, quella che impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto”.
Un principio inequivocabile quanto eversivo, che non solo ispirava e ispira da sempre in Italia il legislatore sui temi dell’ordine pubblico e del conflitto sociale, ma dimostra come, a voler leggere la nostra storia dal punto di vista delle classi subalterne, il capitolo giustizia può essere illuminante.
A parte la Toscana, dove il codice locale rimase operante perché non consentiva la pena di morte, alla sua nascita il Regno d’Italia estese all’intero territorio nazionale il codice penale del Regno di Sardegna. Di lì a poco, nel 1862, all’alba della nostra storia, l’approvazione della legge Pica sul cosiddetto “brigantaggio”, descritta come “mezzo eccezionale e temporaneo di difesa” ma prorogata più volte e tenuta in vita fino al 31 dicembre 1865, aprì l’eterna stagione delle leggi speciali nella gestione e nella regolamentazione del conflitto sociale: l’alibi della crisi, la normativa emergenziale, l’indeterminatezza e la strumentale confusione tra reato comune, meglio se confuso col malaffare organizzato, e manifestazione di dissenso politico. In archivio, a Napoli, è conservato un documento inedito che, in questo senso, è molto significativo. In una desolata riflessione scritta a matita nella cella d’un carcere, Luigi Felicò, un tipografo internazionalista che aveva sperimentato i rigori della repressione borbonica e parlava perciò con cognizione di causa, non aveva dubbi: la condizione del dissidente politico nell’Italia unita era diventata di gran lunga più dura.
Con grande ritardo – entrò in vigore il 1° gennaio del 1890 – il codice Zanardelli segnò l’effettiva unificazione legislativa dell’Italia nata dal Risorgimento. Per il giurista liberale, la legge penale non poteva essere in contrasto coi diritti dell’uomo e del cittadino e non si applicava al criminale per nascita inventato da Lombroso. La repressione, quindi, doveva abbinarsi alla correzione e all’educazione. Zanardelli abolì perciò la pena di morte, introdusse la libertà condizionale, adottò il principio rieducativo della sanzione e accrebbe la discrezionalità del giudice, consentendogli di adeguare la pena all’effettiva colpevolezza dell’imputato. Egli, tuttavia, non affrontò direttamente il tema della tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale; la spinosa materia finì così per essere affidata a un “Testo unico” di Polizia, cui il giurista assicurò però la copertura d’una base teorica e strumenti efficaci quanto pericolosi. Egli, infatti, non solo introdusse un nuovo reato – il vilipendio delle istituzioni costituzionali e legislative – ma previde anche l’incitamento all’odio di classe e l’apologia di reato, crimini applicati a «chiunque pubblicamente fa apologia di un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza della legge, ovvero incita all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità». La definizione volutamente vaga e indeterminata del reato consentiva a forza pubblica e magistrati di colpire agevolmente i movimenti sociali e la dissidenza politica ogni qualvolta lo sfruttamento capitalistico produceva dissenso e proteste.
Uno Stato deciso a non dare risposte positive al crescente malessere delle classi subalterne, poteva infine colpire agevolmente le nascenti organizzazioni dei lavoratori, criminalizzando il dissenso in virtù di norme vaghe, contenitori vuoti, pronti ad accogliere le “narrazioni” strumentali di forze dell’ordine che non distinguevano tra generico malcontento e pratica sovversiva. Indeterminatezza, crisi e natura emergenziale della regola – un’emergenza non di rado costruita ad arte e più spesso figlia legittima della reazione allo sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, opposta alla giustizia sociale grazie ad apparati normativi che consentivano di adattare gli strumenti repressivi alle necessità delle classi dominanti.
Giunto al potere, il fascismo inizialmente si limitò a rendere inattive molte delle norme introdotte da Zanardelli, ma nel 1930 varò il nuovo codice firmato da Alfredo Rocco e destinato a sopravvivere al regime. Con la nascita della repubblica, infatti, si pensò inizialmente di tornare a Zanardelli, poi, in nome di una perniciosa continuità dello Stato, si volle confermare quello fascista, certamente più autoritario, ma “tecnicamente” più moderno. Eliminate le sue disposizioni più liberticide, si andò avanti così, in attesa di un nuovo codice che non s’è mai scritto. Se oggi Cancellieri, guarda caso, “tecnico” come Rocco, può tornare al reato di “devastazione e saccheggio”, si capisce il perché: la repubblica antifascista ha confermato l’apparato normativo fascista. Il problema di fondo, tuttavia, non è solo nel codice. Ci sono, infatti, “caratteri permanenti”, che attraversano trasversalmente le età della nostra storia e riguardano la natura classista dello Stato nato dal cosiddetto Risorgimento, le logiche di potere che tutelano l’ordine costituito e il salvacondotto che storicamente consente e assolve a priori condotte che non sono “deviate”, come si vorrebbe far credere, ma generate dalla indeterminatezza di norme consapevolmente discrezionali e consapevolmente madri di gravi abusi. Un meccanismo che procede su due linee parallele e complementari, un filo rosso che non si spezza nemmeno quando mutano le fasi della vicenda storica, e impedisce cambiamenti radicali anche quando di passa dalla monarchia alla repubblica e dalla dittatura alla democrazia. Un filo rosso che non ha soluzione di continuità: liberale, fascista o repubblicana, sul terreno dell’ordine pubblico l’Italia ha una identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso indiscriminato, intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica; dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera a forze dell’ordine e magistratura. E’ una sorta di “stato di polizia invisibile”, di “Cile dormiente”, che il potere ridesta appena una contingenza economica negativa fa sì che per il capitale la mediazione e le regole della democrazia siano merci costose che non trova mercato. Su questo sfondo vanno inserite sia l’esplosione programmata di più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida nelle piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si inseriscono l’indifferenza complice verso la tortura, la morte per “polizia” e ogni più efferata violenza: l’innocente muratore Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Bresci sparito, Anteo Zamboni, linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini che consente il ripristino della pena di morte, e via via, fino ai nostri giorni, Cucchi, Aldovandi, Uva e i tanti morti di polizia.
Non si tratta di età della storia. Se a Napoli Crispi nel 1894, per sciogliere il partito socialista, fa affidamento sull’esperienza del prefetto per imbastire un processo che non lasci scampo – e il processo truccato va in porto –  la repubblica fa di peggio: cancella la verità col segreto di Stato. Sempre e in ogni tempo la vaghezza e la discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. A soggiorno obbligato in età liberale ti spedisce la polizia, il confino negli anni del fascismo è un provvedimento di polizia e alla discrezione delle forze dell’ordine sono affidati in piena repubblica il fermo, la decisione di sparare in piazza; il “Daspo” che la Cancellieri e Maroni, due ministri dell’Interno, vorrebbero estendere oggi ai manifestanti, è un provvedimento amministrativo. Quale sia il criterio vero che regola qui da noi il rapporto tra legalità, tribunali e dissenso è scritto in numeri che non riguardano solo l’età liberale o fascista, ma anche e soprattutto quella repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contarono da tre a sei manifestanti uccisi, nelle piazze italiane la polizia fece sessantacinque vittime. E non si chiuse lì: nove furono poi i morti nel 1960, due caddero ad Avola nel 1968 e via, senza soluzione di continuità. Nel 1968, quando una legge poté deciderlo, l’Italia scoprì che con la repubblica si erano avuti quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie che facevano invidia ai persecutori in camicia nera. E non era finita: di lì a poco, l’ennesima emergenza – il cosiddetto terrorismo – consentì la legge Reale, i morti dei quali la polizia di Stato non è stata mai chiamata a render conto e barbare leggi speciali che dovevano essere eccezionali e sono lì a dimostrare che qui da noi di eccezionale c’è stata probabilmente solo la parentesi democratica nata con la Resistenza.
Così stando le cose, non fa meraviglia se un’auto incendiata può costare a un ragazzo fino a otto anni di galera, mentre un poliziotto che uccide per strada un giovane inerme, si fa pochi mesi di prigione, esce, rimane in divisa e trova persino la vergognosa solidarietà dei colleghi. Pochi mesi sembrano infatti troppi a questi galantuomini che, dal loro punto di vista, hanno addirittura ragione: per una volta s’è rotto un patto scellerato. Lo Stato non ha garantito al suo fedele “servitore” il tradizionale diritto di uccidere a discrezione e impunemente.

Approfondimenti utili
Francia, amnistia per fatti commessi in occasione di movimenti sociali attività sindacali e rivendicative
Dopo le pesanti condanne per devastazione e saccheggio confermate dalla cassazione torniamo a parlare di amnistia (un libro per riflettere: politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unità d’Italia ad oggi)
Movimento 5 stelle, non basta appoggiare la lotta no tav dovete battervi anche per l’amnistia in favore dei reati contestati durante le lotte sociali e la difesa dei territori
Stéphan Gacon, L’Amnistie, Seuil, Paris 2002, pp. 424
L’Amnistia Togliatti, Mimmo Franzinelli, Mondadori, Milano 2006, pp. 392
Une histoire politique de l’amnistie a cura di Sophie Wahnich Puf, Parigi, aprile 2007, pp. 263
Per l’amnistia e contro la tortura

Francia, amnistia per fatti commessi in occasione di movimenti sociali, attività sindacali e rivendicative

Ecco il testo della proposta di legge d’amnistia sociale presentata davanti al senato francese dal Pcf e dal Fronte de Gauche per fatti commesi prima del 6 maggio 2012 passibili di condanne fino a 10 anni di reclusione in occasione di conflitti sui posti di lavoro, attività sindacali o rivendicative, movimenti collettivi rivendicativi, associativi o sindacali relativi a problemi legati all’educazione, la sanità, le lotte per la casa, l’ambiente, i diritti dei migranti, ivi comprese le manifestazioni di piazza o in luoghi pubblici; per sanzioni disciplinari sui luoghi di lavoro, per le agitazioni studentesche anche all’interno degli istituti scolari e universitari che hanno dato luogo a sanziopni disciplinari, in questo caso l’amnistia comporta anche il reintegro in istituto nel caso fosse stata comminata l’espulsione

 

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Amnistie 4amnistie 5

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