Faceva parte di quei giudici per cui venne coniata la definizione di “pretori d’assalto”. Tradusse con coraggio nel campo del diritto del lavoro il mutato rapporto di forze che per una parte degli anni 70 fu favorevole alle classi lavoratrici, non senza ingenerare equivoci sulla funzione progressiva della “giurisprudenza creatrice” messa in campo da una parte della magistratura.
Esponente ultragarantista di Magistratura democratica, di cui fu fondatore, venne progressivamente marginalizzato per la sua opposizione contro la svolta emergenzialista e autoritaria impressa alla corrente di sinistra della magistratura. Critico nei confronti di un modello di giustizia imperniato sul cosiddetto “governo dei giudici”, spostò così la sua attenzione sugli studi storici
«Canosa, il giudice che si fece storico»
Amedeo Santosuosso
Corriere della Sera 7 settembre 2010
Caro direttore, il passaggio da «storia di un pretore» a «un giudice che si fa storico» bene descrive il compasso esistenziale e scientifico di Romano Canosa (morto il 7 agosto nella sua casa di Ortona all’ età di 75 anni). Uomo di grande cultura, si può dire che sia stato storico da sempre (si veda La magistratura in Italia dal 1945 a oggi, 1974), anche quando il suo impegno principale era quello di giudice o era rivolto alle diatribe culturali e politiche. Per altro verso, ha continuato a essere un «giudice» anche quando, negli ultimi anni, la sua produzione storica era diventata imponente e lui era profondamente deluso dal modo in cui i giudici italiani facevano governo della loro indipendenza. La sua bibliografia conta una settantina di libri più svariati articoli, questi ultimi diradati negli ultimi anni, convinto com’era che «solo i libri durano». Negli anni Ottanta la sua prospettiva storica, che inizialmente comprendeva l’Otto-Novecento e riguardava principalmente la risposta delle istituzioni ai movimenti sociali e politici (era convinto della necessità di trascendere il dibattito politico della sinistra italiana ampliando la prospettiva temporale), si allunga al Cinque-Seicento e oltre. Si pensi ai cinque volumi su la Storia dell’ Inquisizione in Italia dalla metà del ‘ 500 alla fine del ‘700, alla Storia dell’ Inquisizione spagnola in Italia e a vari altri lavori sulla caccia alle streghe o su magistrati e untori al tempo della peste di Milano. Ha scritto molto anche sulla sessualità, sulla prostituzione in Italia dal 400 alla fine del 700, sulla sessualità nei conventi femminili fra ‘400 e ‘700. Negli ultimi due decenni credo che si possano cogliere due tendenze nella sua produzione. Per un verso ha conservato il suo interesse per il Cinque-Seicento (si veda Storia di Milano nell’ età di Filippo II, La vita quotidiana a Milano in età spagnola, Storia del Mediterraneo nel Seicento, Banchieri genovesi e sovrani spagnoli tra 500 e 600, Lepanto – Storia della «Lega Santa» contro i Turchi, I segreti dei Farnese), ma soprattutto ha portato l’attenzione su temi di storiografia generale, di cui sono espressione di grande rilievo i vari libri sul fascismo, a partire dal 2000 fino all’ ultimo Farinacci, il superfascista (2010), o su Pacelli – I rapporti tra la santa sede e la guerra civile spagnola (2010). Per altro verso, Canosa, che da sempre era stato attento al rapporto tra scienza, medicina, psichiatria e diritto, scrivendo testi importanti (si pensi a Storia del manicomio in Italia, 1979, e agli studi su la freniatria ottocentesca), è stato attratto piuttosto dalle dinamiche umane di lunga durata. Non tollerava la storia come ideologia (si sa che la storia, specie quella contemporanea, è affetta da un alto tasso di ideologia e di partito preso, che la rende poco credibile). La sua risposta era un aggancio rigorosissimo al dato documentario, come reperibile negli archivi, che negli ultimi decenni ha frequentato in Italia e in Spagna con una regolarità e un impegno crescenti. Alla arbitrarietà di certi racconti storici Canosa ha preferito l’esposizione austera, talora essenziale, delle fonti archivistiche. Ne è risultato uno stile rigoroso, asciutto, senza concessioni alle mode culturali, che importanti editori hanno apprezzato pubblicando i suoi numerosi libri (Mondadori, Feltrinelli, Einaudi e Menabò). Gli studi più recenti sul suo Abruzzo sono stati poi un ritorno a casa, ricercato e costruito con passione, ma non un rifugiarsi nel localismo, vista la sua straordinaria capacità di collegare elementi fondamentali della vita locale con dinamiche storiche e politiche più ampie. Insaziabilmente attento alle miserie e alle passioni che agitano l’ animo umano, le osservava attraverso la lente dei suoi studi. I libri erano diventati via via il mezzo privilegiato di comunicazione con la vita, una finestra sul mondo si potrebbe dire, quasi che la presa diretta potesse limitare la sua libertà. Aveva una visione profonda e disincantata delle cose e, nello stesso tempo, la capacità straordinaria di cogliere, anche nella più piccola vicenda (non importa se fosse presente, nel suo lavoro di giudice, o emersa dai suoi studi storici), la scintilla che la animava, come il riflesso di un qualcosa si superiore, quindi capace di comprensione universale.








relazioni economiche soprattutto nel settore dell’energia). Si tratta degli anni in cui l’Italia fa ammenda, anche se in modo superficiale, del proprio passato coloniale e tenta di reinserire la Libia nella comunità internazionale, riconoscendole un ruolo di ponte tra Africa ed Europa. È in questo contesto che comincia a divenire centrale nei rapporti bilaterali il tema dell’immigrazione, nodo che assume nel tempo un aspetto del tutto sproporzionato rispetto alla sua dimensione reale. Il grosso dell’immigrazione, infatti, non passa per Lampedusa, anche se la via del mare è una vera emergenza umanitaria che ha trasformato il mediterraneo in un cimitero liquido. Nel dicembre 2000 viene firmato un primo accordo che stipula una collaborazione globale nelle politiche di lotta contro terrorismo, criminalità organizzata, traffico di stupefacenti e immigrazione clandestina. Il fatto che un fenomeno a carattere multidimensionale come l’immigrazione, che investe clima, agricoltura, geopolitica, economia mondiale, processi socioculturali, sia apparentato a fenomeni di natura criminale o di violenza politica (nella fattispecie internazionale), confina da subito la questione all’interno di rigidi binari sicuritari che investono l’ordine pubblico, la difesa del territorio e la sicurezza dello Stato. A questo punto, se la politica estera è sempre più legata al tema dell’immigrazione e, questa, essendo gestita unicamente secondo un’ottica sicuritaria attiene alle competenze delle forze di polizia, diventa inevitabile che le relazioni mediterranee finiscano in misura crescente nelle mani del ministero degli Interni piuttosto che in quello degli Esteri. A occuparsene saranno nuove burocrazie, come la Direzione generale dell’Immigrazione e della polizia delle frontiere (istituita dalla Bossi-Fini), portatrice di una cultura d’apparato poco incline a una comprensione multidimensionale del problema e delle soluzioni, con l’effetto di ingenerare preoccupanti stravolgimenti in
materia di funzionamento dello Stato e di equilibrio dei poteri, oltre a ledere le convenzioni internazionali sui diritti umani e i principi costituzionali. Spostare le tensioni di là delle frontiere non significa essere immuni dalle conseguenze, ma solo ampliare l’area e l’intensità dell’impatto che ne deriva. Tutti i successivi patti bilaterali stipulati tra Italia e Libia sono figli di questa impostazione iniziale. Accordi di polizia e di gestione delle frontiere che rivoluzionano la stessa nozione di confine. La filosofia contenuta in questi trattati, caratterizzati per altro da una sistematica segretezza sui loro contenuti, senza che il Parlamento sia mai stato chiamato a pronunciarsi, è quella di delocalizzare oltrefrontiera i nostri originari Cpt. Tra il 2004 e il 2005, il governo italiano finanzia la costruzione di tre campi di «trattenimento» in territorio libico. Si tratta di un vero e proprio outsourcing. L’informazione trapela dal rendiconto annuale della corte dei conti del 2004. Quella dell’anno successivo dettaglia ulteriormente la voce: si tratta probabilmente della costruzione di un centro di accoglienza in località Gharyan (Tripoli), del costo di 6,6 milioni di euro, dell’appalto per un secondo centro a Kufra e di un terzo campo previsto nella zona di Sebha, principale punto d’arrivo dei flussi transahariani in provenienza dal Niger. Campi costruiti ricorrendo a capitoli di spesa del ministero dell’Interno previsti per l’edificazione di Cpt in territorio nazionale. Da parte libica emerge, invece, l’abile e cinico utilizzo dei flussi migratori, aperti e chiusi come un rubinetto, trasformati così in uno strumento di pressione e ricatto diplomatico da mettere sul tavolo delle trattative bilaterali. Uno degli obiettivi principali della Jamahiriya è la fine dell’embargo sulle armi. L’interventismo estero del nostro ministero degli Interni ha come risvolto inevitabile quello di rendere un fatto di politica interna le scelte della politica estera libica. L’ipercentralità assunta dalla questione della migranza nella politica italiana ha modificato anche l’approccio libico, fino a indurlo al clamoroso tradimento degli originari ideali panafricani che avevano mosso la rivoluzione verde del colonnello Gheddafi.