Aveva trascorso in carcere 40 anni della sua vita. E’ morto 2 giorni fa alla Molinette di Torino. Si chiamava Giuseppe Ciulla

8164158303_82022db094_nL’avevo conosciuto al Mammagialla di Viterbo tra il 2003 e il 2004. Veniva dal Penale di Rebibbia da dove era stato allontanato perché considerato indesiderabile. Finire al Mammagialla voleva dire una cosa sola: trovarsi in punizione. La casa circondariale di VIterbo era (e da quanto ne so ancora non è cambiata) un “istituto eminentemente custodiale”, che tradotto vuol dire con un regime detentivo rigido: celle sempre chiuse, poche attività “trattamentali”, accesso a misure alternative e benefici pressoché nullo. Insomma un carcere punitivo dove si sta chiusi e basta.
Ma Giuseppe Ciulla, così si chiamava, per così poco non si scoraggiava affatto. Ne aveva viste di molto peggio nella sua lunga carriera penitenziaria. Il carcere era la sua vita. C’era entrato a 27 anni e fatta eccezione per un breve periodo, circa un anno e mezzo, non era più uscito. Alla fine quasi quarant’anni in tutto. Diciotto di fila la prima volta e poi il resto. Ho letto la notizia della sua morte sul notiziario di Ristretti orizzonti. Da alcuni anni avevo perso le sue tracce. L’ultima volta che gli avevo scritto era in un centro clinico penitenziario, credo a Pavia, ma la lettera mi tornò indietro. Gli avevo mandato copia di una sentenza della Cassazione che poteva essergli utile per la battaglia che conduceva da tempo, vedersi riconosciuta la sospensione della pena per gravi motivi di salute. Era ancora a Viterbo con me quando fu mandato d’urgenza in ospedale. Una grave forma di diabete gli aveva provocato una cardiopatia molto seria. Lo operarono e da allora non si è mai ripreso veramente. Mi scriveva di sentire continuamente forti dolori al petto.
A Viterbo era arrivato a causa delle uova, tre uova tirate al direttore di Rebibbia, mancandolo. Il diabete gli aveva attinto la vista. Ci vedeva poco e dunque mancò il bersaglio. Raccontava ridacchiando che gli ispettori della custodia non gli rimproverarono tanto il suo gesto quanto non aver centrato il bersaglio.
Da ragazzo aveva ottenuto il diploma di perito elettronico, raccontava che per questo aveva dato il suo piccolo contributo durante la rivolta nel carcere di Trani, lui che non c’entrava nulla con i politici ma che aveva incrociato perché all’epoca per ragioni disciplinari era riuscito a farsi differenziare finendo negli speciali. Dalle radio e le televisioni, di cui si era occupato come riparatore in una delle sue prigioni passate, era diventato un appassionato di computer, di hardware soprattutto. Smontava e rimontava, leggeva tonnellate di riviste specializzate. Il suo sogno era quello di assemblare un mega computer. E così un componente alla volta si era fatto inviare a Rebibbia penale, dove il regime detentivo molto liberale lo consentiva, una super macchina. Ma la paranoia che qualcuno potesse metterci le mani dentro lo spinse a congegnare una password invalicabile di 36 caratteri, tra lettere e numeri. Una follia. Ovviamente perse presto l’appunto con la pass, impossibile da ricordare per la sua lunghezza, e così il computer divenne inutilizzabile. Chiese di farlo uscire per inviarlo ad una società specializzata, il che dopo un’estenuante tira e molla burocratico gli venne concesso. Solo che, una volta uscito, il computer non rientrò più. La Direzione non concesse mai l’autorizzazione. Iniziò così una lunga prova di forza con Ciulla che faceva istanze, riempiva domandine senza successo. Nel frattempo la rabbia montava, la convinzione di subire un torto personale anche, una sorta di persecuzione mirata, fino al lancio senza successo delle uova. In poche ore dovette fare il sacco e salire su un blindato direzione Mammagialla, la prigione dei reprobi del Lazio.
Non so perché, non ricordo più, ma era stato chiamato al casellario (il magazzino), forse per dei libri che mi erano arrivati. Il regime Eiv (elevato indice di sorveglianza) a cui ero sottoposto prevedeva un controllo sistematico dei materiali di lettura che ricevevo. Il carcere doveva fotocopiare le copertine, raccoglierle in una cartellina ed inviarle ad un apposito ufficio del Dap che le verificava. Per farne cosa? Stilare il mio profilo ideologico-culturale, controllare l’evoluzione dei miei interessi, oppure farsi le seghe. Con tutti quei testi in francese chissà cosa avranno mai capito?
Una volta in magazzino vidi appesa sulla parete una gabbietta con dentro dei pappagallini. Chiesi di chi fossero.
– Di un ergastolano, mi disse la guardia.
– In questo istituto non possono entrare. Abbiamo avvertito la Lipu che ora verrà a prenderli.
Quei pappagalli erano di Ciulla. Lui era qualche cella prima della mia. Quando capii che i piccoli volatili erano i suoi ci andai a parlare. Iniziò un lungo racconto. Quegli animali erano il suo mondo affettivo. Separato da moglie e figli, non aveva altro. A Rebibbia vivevano liberi nella cella (scusate l’ossimoro), potevano anche uscire dalla finestra, tanto facevano piccoli voli, qualche giro e poi tornavano. Nella sua vita aveva ucciso due volte, la seconda aveva ammazzato la madre. «Quella lì», diceva quando ne parlava senza mai pronunciare il nome. Verso di lei covava ancora un odio profondo, terribile. Era un sentimento che mi turbava. Mi chiedevo quale trauma originario avesse scatenato quel conflitto insieme a tanta avversione. La famiglia l’aveva ripudiato.
Eppure Ciulla sapeva essere affettuoso, leale, quasi un bambino. Un detenuto d’altri tempi, con le sue regole un po’ all’antica anche se all’improvviso il suo umore poteva scurirsi.  Riusciva ad accumulare un risentimento senza fine, un odio profondo che poteva scatenarsi in crisi d’ira senza controllo contro il carcere e tutto ciò che lo rappresentava. Era in eterno conflitto con “l’amministrazione” senza saper elaborare un minimo di strategia efficace. Quella guerra lo teneva in vita. Un probabile disturbo della personalità lo rendeva a quel punto paranoico. Non saprei dire quanto tutto ciò esistesse già prima dell’entrata in carcere o fosse una naturale conseguenza di quel lunghissimo imprigionamento e dei mille soprusi subiti. Chiamato davanti al comandante o al direttore era capace di fare mostra di sferzanti monologhi infarciti di dotte citazioni che studiava nella sua testa per giorni, ripetendoli a memoria.
Con lucida onestà un’educatrice, che aveva preso parte ad un consiglio di disciplina nei suoi confronti, mi raccontò una volta d’aver detto agli altri membri del collegio esterrefatti dal suo show:
– Tutto questo odio l’abbiamo prodotto noi. Questa persona è il risultato dell’istituzione. Un fallimento.
Ciulla era un maestro di ricette carcerarie. Siciliano, si inventava manicaretti carichi di calorie, che certo non facevano bene al suo diabete. Era un mago nel ricucinare la casanza. Per oltre un anno ho mangiato con lui, guardato con stupore dagli altri. Giuseppe si fidava molto di me, ed io riuscivo a calmarlo. Nelle ore di socialità aveva sempre un aneddoto su qualche carcere dove era stato, un racconto su un lontano episodio. Sembrava che non fosse mai stato fuori. Il suo era un mondo dentro.
Anche se la sua vista era menomata, era abilissimo con le mani. Aveva imparato a lavorare la creta. Ma al Mammagialla non era possibile, non era ammesso e quindi faceva oggetti con la pasta di pane che poi dipingeva. Me ne ha regalati diversi. Anche una falce e martello, sì perché il suo cuore era socialista.
Ora Giuseppe se n’è andato. Morto di ergastolo. Penso alla sua solitudine. Avrà forse pensato che anch’io l’ho abbandonato. Un’altro di quelli che non tengono la parola.
Ciao Giuseppe, ci siamo accompagnati per un po’ tra quelle mura.
Speravo riuscissi a resistere per vedere prima o poi alleggerire la tua pena.

(fonte Ristretti orizzonti)
Ergastolano di 67 anni muore a Torino: da inizio anno sono deceduti 8 detenuti ultra 65enni
Giuseppe Ciulla, che stava scontando l’ergastolo nel carcere “Lorusso e Cutugno” di Torino, è morto nel pomeriggio di venerdì 18 maggio scorso nel Repartino Detenuti dell’Ospedale “Molinette”, dove era stato trasportato a seguito dell’aggravamento delle patologie di cui soffriva.
Con il decesso di Giuseppe Ciulla salgono a 71 i detenuti che hanno perso la vita da inizio anno (21 per suicidio, 32 per malattia e 18 per cause “da accertare). Otto di loro avevano più di 65 anni e 5 avevano superato i 70 anni, limite oltre il quale è possibile scontare la pena in detenzione domiciliare presso la propria abitazione, o presso un luogo di cura, come previsto dalla Legge n. 251 del 5 dicembre 2005 (cosiddetta “ex-Cirielli”, o anche “Salva Previti”).
Nonostante la suddetta norma sia in vigore da oltre 7 anni, 31 dicembre 2012 gli ultrasettantenni presenti nelle carceri italiane risultavano ben 587, mentre i detenuti con un’età compresa tra i 60 ed i 70 anni erano 2.489.
L’attuale situazione carceraria, caratterizzata in molti Istituti di Pena da sovraffollamento, condizioni igieniche ed ambientali degradate, carenze dell’assistenza sanitaria e insufficiente presenza di Personale penitenziario, per i detenuti anziani rappresenta una vera e propria condanna a “morire di carcere”.

Detenuti ultra 65enni morti nelle carceri italiane da inizio anno 

Cognome

Nome

Età

Data morte

Causa

Carcere

Ciulla Giuseppe

67 anni

18-mag-13

Malattia Torino
G. Pierino

73 anni

8-mag-13

Malattia Teramo
Bombaker Sliman

78 anni

2-mag-13

Malattia San Vittore (Mi)
De Deker Jacques

66 anni

31-mar-13

Malattia Sassari
Iaria Giovanni

65 anni

12-feb-13

Malattia Asti
Pasquini Francesco

77 anni

3-feb-13

Suicidio Lanciano (Ch)
Finotto Savino

70 anni

20-gen-13

Malattia Udine
Paradiso Michele

76 anni

19-gen-13

Malattia Vibo Valentia


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Caso De Cupis, un testimone avrebbe assistito al pestaggio del giovane da parte di alcuni agenti della Polfer

Dopo il caso Cucchi ancora una morte oscura all’interno di un centro clinico penitenziario

Un avvocato che la mattina del 9 novembre si trovava a passare per la stazione Termini di Roma sarebbe stato testimone del pestaggio a cui è stato sottoposto Cristian De Cupis, il 36enne romano denunciato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e deceduto il 12 novembre all’interno del reparto penitenziario dell’ospedale Belcolle di Viterbo. Autori dell’episodio sarebbero stati alcuni agenti della polizia ferroviaria intervenuti per bloccare il giovane dopo una lite con un’altra persona. L’indiscrezione confermerebbe quanto denunciato dallo stesso De Cupis ai sanitari del santo Spirito, l’ospedale dove venne condotto immediatamente dopo l’arresto. La presenza di escoriazioni sul volto venne accertata dagli stessi sanitari del nosocomio romano. Dopo la visita De Cupis fu trasferito in ambulanza e sotto scorta presso il reparto clinico dell’ospedale Belcolle di Viterbo. Anche il legale della famiglia ha fatto sapere che le tracce sospette riscontrate sul suo corpo, quando era ancora all’obitorio, sono state fotografate a titolo cautelativo. La presenza di escoriazioni ed ecchimosi è stata confermata anche dai primi risultati dell’autopsia che tuttavia a escluso l’esistenza di lesioni interne mortali.
Oltre all’accertamento delle violenze esercitate sul corpo di De Cupis, la cui salute era resa cagionevole dalle complicazioni cliniche provocate dai lunghi anni di tossicodipendenza, l’inchiesta della magistratura dovrà appurare la presenza di eventuali concause che ne abbiano provocato la morte oltre al motivo del ricovero nel reparto penitenziario dell’ospedale viterbese. I familiari hanno saputo dell’arresto solo il giorno della sua morte.
Anche il presidente della Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale Ignazio Marino, che ha svolto un ruolo determinante sul caso Cucchi, ha annunciato l’avvio di una istruttoria per fare chiarezza sulla vicenda.

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Detenuto morto a Mammagialla. È il sesto in un anno

Ancora un detenuto morto nel carcere viterbese di Mammagialla. È il sesto decesso nel giro poco più di un anno tra indifferenza, mutismo, opacità della direzione dell’istituto e custodia

Liberazione 22 aprile 2009

Casa circondariale Mammagialla

Casa circondariale Mammagialla

Ancora un decesso nel carcere di Mammagialla. Un detenuto italiano di mezza età è morto lunedì notte. Pare respirando gas da una bomboletta dopo aver infilato la testa in una busta.
L’episodio è stato comunicato dal Garante regionale dei diritti dei detenuti, Angiolo Marroni, che ieri era in visita nell’Istituto viterbese. Come al solito dalla casa circondariale filtrano pochissime informazioni. Una spessa coltre e un mutismo ostinato, una vera e propria omertà istituzionale (coltivata da Direzione e ufficio di sorveglianza) hanno immediatamente avvolto la prigione. Si è saputo solo che l’uomo traversava da qualche tempo grosse difficoltà psicologiche. Mammagialla è nota per essere una delle peggiori carceri del Lazio, afflitta da un sovraffollamento cronico, 433 posti per 614 reclusi, e un clima ambientale in cui regnano indifferenza, cinismo e accidia da parte di chi dirige l’istituto.
Nel 2008 ci sono stati cinque decessi. Tre suicidi ufficialmente accertati, mentre per gli altri due casi sono ancora in corso accertamenti. Il 15 ottobre è stata presentata un’interrogazione parlamentare dalla radicale Rita Bernardini, ancora senza risposta. A febbraio, nel corso di un convegno il direttore D’Andria aveva descritto le condizioni critiche dell’istituto, dove 299 soggetti sono in terapia ordinaria, 178 in terapia psichiatrica e 12 in terapia antiretrovirale. Più malati che criminali.

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Permessi all’ex Br? No, se non abiura

Benefici carcerari negati a Persichetti (ex Br-Udcc): non basta «il pluriennale rispetto delle regole», occorre «la condivisione dei valori del sistema». Sotto accusa il suo libro, Esilio e castigo, retroscena di una estradizione, La città del sole 2005

Alessandro Mantovani
il manifesto 9 agosto 2006


Non basta che Paolo Persichetti abbia chiuso con la lotta armata nell’87, a 25 anni, quando fu arrestato per la prima volta come appartenente all’Ucc, l’Unione dei comunisti combattenti nata dà una scissione delle Br-Pcc. Non basta che da allora abbia fatto una vita tranquilla, passando dalla Sapienza occupata nel ’90 dalla Pantera al lungo «esilio» nella capitale francese, dove al momento della cattura e della consegna all’Italia, nel 2002, era professore a contratto di scienze politiche all’università Paris VIII. Non basta che oggi, dal carcere di Viterbo, egli collabori stabilmente con Liberazione, giornale di un partito di governo come Rifondazione. A Persichetti non basta neanche aver scontato quasi otto dei ventidue anni inflittigli in contumacia per banda armata e per concorso nell’omicidio del generale Licio Giorgieri (20 marzo ’87), che pure equivalgono a oltre un quarto della pena ovvero al primo requisito previsto per i permessi cosiddetti «premio».
Come da manuale dello stato etico ci vuole l’autocritica, diciamo pure l’abiura: «All’esclusivo fine della fruizione di benefici penitenziari, occorre che sia avviata una riflessione in termini di effettiva revisione critica dei commessi reati», scrive la giudice che ha negato l’ultimo permesso, spiegando che non è sufficiente «un percorso di risocializzazione» a suo dire meramente «formale» ed «esplicitato – si legge ancora nel provvedimento di diniego – dalla pluriennale adesione alle regole di civile convivenza». Il punto sarebbe «l’adesione ai valori di legalità» e «l’inquadramento in termini etici del commesso delitto».
Con il metro della dottoressa Albertina Carpitella, magistrato di sorveglianza a Viterbo, ai benefici carcerari accederebbero solo pentiti e dissociati, ammesso che sappiano convincerla della sincerità del pentimento e della dissociazione. La giudice ha ritenuto di dover indagare sulle manifestazioni del pensiero di Persichetti, sulla sua «visione istituzionale». Così è andata a leggere il libro scritto da in carcere dal detenuto, Esilio e castigo – Retroscena di un’estradizione (ed. La città del sole), nel quale l’ex militante Ucc denuncia la grottesca persecuzione ai suoi danni da parte della procura di Bologna che lo accusava dell’omicidio di Marco Biagi (ipotesi poi archiviata su richiesta dello stesso pm, ma a suo tempo utilizzata per ottenere l’estradizione, l’unica concessa da Parigi) e scrive peste e corna dei «giustizialisti» e dei «girotondini», di quelli che negli anni 70 e 30 facevano la guerra a tutto ciò che si muoveva alla loro sinistra (non solo a chi sparava) e più tardi pretendevano di cambiare l’Italia a colpi di indagini giudiziarie. Sono le stesse cose che Persichetti, fino all’ultimo arresto, diceva e scriveva a Parigi insieme all’amico Oreste Scalzone, le stesse che peraltro si dicono e si scrivono in certi ambienti del parlamento o sul manifesto. E alla giudice il libro non è piaciuto: «Risulta evidente – osserva la dottoressa Carpitella nel motivare il rifiuto del permesso – che Persichetti si considera appartenente a una parte politica che definisce gli ‘sconfitti’ e che concepisce come controparte rispetto a tutte le istituzioni pubbliche, accusate di riscrivere la storia da vincitori, assumendo atteggiamenti vendicativi attraverso le relazioni delle commissioni parlamentari, le sentenze della magistratura ecc…».
Di qui il verdetto: nonostante «una maturità che gli consente di esporre le proprie idee in modo da rispettare le regole sociali», come indicato nella relazione degli operatori del carcere, Persichetti «non condivide i valori fondanti del sistema giuridico-democratico italiano».
Insomma l’ex brigatista finge di essere cambiato. Simula e dissimula. Ma è sempre un terrorista, almeno potenzialmente. La giudice è senz’altro convinta di applicare la legge che le richiede una valutazione prognostica della «pericolosità sociale» del condannato, ma nel provvedimento si ritrova proprio l’atteggiamento «vendicativo» che Persichetti rimprovera a larga parte della magistratura e della sinistra.
In realtà tra l’ex Ucc e la sua giudice c’è lo stesso dibattito che attraversa, o dovrebbe attraversare, larga parte della società italiana. Tra coloro che anche oggi imbracciano le leggi speciali antiterrorismo contro gruppetti innocui o contro la libera espressione dei movimenti – a Bologna la procura contesta l’aggravante di eversione anche per l’autoriduzione al cinema o alla mensa universitaria – e coloro che da anni reclamano una «soluzione politica» per una storia, quella in cui rimase impigliato Persichetti, che è finita da un pezzo. E non è ricominciata neanche quando un gruppuscolo fuori dal tempo, subito identificato come «nuove Br» e poi liquidato dalla polizia, ha ricominciato a uccidere utilizzando la stella a cinque punte, senza trovare alcuna indulgenza in Persichetti. Per numerosi e autorevoli ex brigatisti quella era anzi un’«appropriazione indebita» di nome e simbolo.

Link
Exil et chatiment
Esilio e castigo

Negato il permesso all’ex Br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto
La polizia del pensiero – Alain Brossat
Kafka e il magistrato di sorveglianza di viterbo