Anni di piombo, quei terroristi pentiti con la pappa nel cuore

Sergio Segio, dai libri ai film
In omaggio al vecchio vizio retorico italiano, chi si è macchiato di omicidio usa parole sentimentali rosa vicino al rosso del sangue versato

Claudio Magris

Corriere della sera
31 luglio 2009

Il prossimo settembre sarà presentato a Toronto il film «Prima linea» di Renato De Maria, tratto dal libro autobiografico di Sergio Segio, l’ex terrorista colpevole dell’assassinio dei magistrati Emilio Alessandrini e Guido Galli, della guardia giurata Francesco Rucci e di William Vaccher. Del film si potrà parlare solo dopo averlo visto. Con Segio sono stato brevemente in contatto perché, quando era in carcere, mi aveva scritto alcune lettere, che ho letto e cui ho risposto. Con quel rispetto che si deve ad ognuno, anche macchiato di efferati delitti—perché nessun crimine cancella la dignità umana di chi l’ha commesso— e col rispetto che, in quel caso specifico, meritavano quelle lettere per il loro tono. Non mi è mai passato per la mente di considerarmi migliore di chi ha commesso degli assassini. La vita non mi ha mai posto in una situazione in cui potessi essere spinto all’omicidio e dunque non so e non posso sapere come mi sarei comportato. So però che l’assassinio è un delitto — atroce e quasi sempre idiota— di cui il responsabile deve pagare le conseguenze, sempre tutelato nei suoi diritti umani e civili.
Di ognuno si può narrare la storia, perché ogni vita è degna di attenzione e va compresa anche nelle sue aberrazioni. Ben vengano dunque i libri e i film che ci aiutino a capire l’anima di un terrorista rosso, del killer dell’avvocato Ambrosoli assassinato per ordine di Sindona, dell’ignoto o degli ignoti che hanno provocato la strage di Bologna, di un torturatore dei Lager, dei responsabili delle migliaia di morti a Bhopal per le tonnellate di isocianato di metile nella fabbrica dell’Union Carbide in cui erano stati disattivati gli impianti di sicurezza, delittuose catastrofi che in varie forme vanno ripetendosi, e così via. Tutto aiuta a capire il passato, come è stato detto a proposito del film di De Maria, e ben venga tutto ciò che aiuta a capire. C’è tuttavia modo e modo di capire e mi auguro che il film non indulga a quella falsa e zuccherosa comprensione che implica una sostanziale, anche se compunta e melliflua, approvazione. Bisogna capire tutti; anche le Ss, comprendere come e perché— individualmente, politicamente — hanno agito e potuto agire in quel modo. Detto questo, resta ben preciso il giudizio sulle Ss.
Spesso, nei doverosi tentativi di comprendere i terroristi delle Brigate Rosse e di contigue conventicole, si insinua invece una stupida e complice fascinazione, che li vede quasi come protagonisti; quasi maestri sia pur deviati che avrebbero qualcosa da insegnare, magari più delle loro vittime, oltraggiosamente e vilmente dimenticate, con un vero insulto alla loro memoria e al dolore di chi le amava e le ama. In ogni stortura umana c’è un nocciolo di irriducibile umanità. Ma quell’umanità sussiste non grazie a quelle storture, bensì nonostante esse. Il mafioso che uccide Falcone o Borsellino e Sergio Segio che uccide Emilio Alessandrini non si riducono solo alla loro ebete mano che ha premuto il grilletto; possiamo e dobbiamo ascoltarli, ma perché sono esseri umani e dunque nonostante quella feroce violenza che, di per sè, va solo buttata nel cestino. Sembra invece che spesso gli ex terroristi vengano ascoltati con untuosa retorica come se, per il fatto di aver ammazzato qualcuno, la sapessero più lunga degli altri. Sotto il piombo delle Brigate Rosse, («Quei miserabili che disonorano un colore per noi sacro», disse Pertini) sono cadute alcune figure dell’Italia migliore, quella più libera e aperta e democratica, che avrebbe potuto e dovuto essere diversa da quella di oggi: il professor Vittorio Bachelet, l’operaio comunista Guido Rossa, i magistrati Emilio Alessandrini e Guido Galli, il giornalista Carlo Casalegno, per nominarne solo alcuni. Se chi li ha uccisi voleva un’Italia peggiore, era un delinquente intelligente; se chi li ha uccisi pensava di costruire un’Italia migliore, era un delinquente stupido.
Chi ha pagato il proprio debito con la giustizia deve essere reintegrato pienamente e a tutti gli effetti nella vita civile. Se ad esempio è un valente scienziato di finanza o di entomologia è giusto intervistarlo per conoscere la sua opinione sulla crisi delle banche o su un nuovo tipo di blatta eventualmente scoperto, anche se in passato ha ammazzato qualcuno. Ma è insensato chiedergli—come talora è accaduto —un illuminato e autorevole parere su un argomento di cui non ha particolare competenza solo perché ha ammazzato qualcuno. Anni fa, un ex terrorista che aveva assassinato il giornalista del Corriere Walter Tobagi scontata la pena si sposò e alla cerimonia ecclesiastica del suo matrimonio ebbe sei sacerdoti concelebranti. Io, quando mi sono sposato, ne ho avuto uno. Credo che anche per lui uno sarebbe stato sufficiente; il fatto di aver ucciso non doveva penalizzarlo ma neanche festeggiarlo sei volte più di me. Sarebbe giusto considerarci pari. Dostoevskij ci fa amare Raskolnikov anche se ha ucciso, ma ci fa pure capire che le due donne da lui uccise non valgono certo meno di lui e che lui è anche un povero studente che si lascia esaltare dalla lettura di libri letti male. Parecchi anni orsono un ex terrorista, uscito dal carcere e rientrato giustamente a pieno diritto nella vita civile — dove esercitava con competenza una professione intellettuale— dichiarò che, avendo nel frattempo avuto una bambina, aveva capito «che non si può uccidere un papà».
Uno zio, evidentemente, invece sì. Questo mi tranquillizza, perché, appartenendo anch’io alla categoria dei papà, mi sento più al sicuro, ma non è un indizio di grande profondità intellettuale o politica, come non lo è la solidarietà pubblicamente espressa da Toni Negri a Berlusconi il 3 maggio 2003 in quanto entrambi perseguitati dalla magistratura. La penna fulminea e inesorabile di Francesco Merlo ha fatto più volte giustizia della farsesca supponenza di tanti ex terroristi e della loro pretesa di essere considerati una controparte politica. La retorica sugli ex terroristi diventa facilmente cattiva letteratura. Nel suo splendido libro «La città degli untori», Corrado Stajano — autore fra l’altro di un memorabile libro su Ambrosoli e inflessibile difensore di quell’Italia migliore che è stata insanguinata dal terrorismo e infangata dalla solidale melma della corruzione — paragona la prosa di Sergio Segio a quella della sua vittima, il magistrato Guido Galli. Segio, rivolgendosi ai figli dei terroristi, dice che i loro genitori «sono stati persone leali. Che hanno lottato, con errori spesso gravi, ma anche con generosità e coraggio, per un mondo migliore e più giusto». Pappa del cuore, vecchio vizio retorico italiano, posta sentimentale rosa vicina al rosso del sangue versato. Dice invece l’ultimo biglietto di Guido Galli, lasciato al figlio uscendo di casa incontro alla morte: «Alex, se fai le spese comprami un po’ di caffè. Ciao, papà». Lo stile, è stato detto, è l’uomo.

Link
Clementi – per amore della storia lasciate parlare gli ex brigatisti
Miccia corta e cervello pure

Link sulle torture contro i militanti della lotta armata
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati
Il giornalista Buffa arrestato per aver raccontato le torture affiorate
Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture

Link sul rappoto tra storia e memoria
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Sansonetti – No, gli anni 70 non furono follia

Annunci

Tranquilli! Vincenzo Guagliardo dopo 33 anni resta in carcere

L’ultimo ricatto congeniato dai tribunali di sorveglianza contro i progionieri politici

di Mario Dellacqua
L’Altro, 24 luglio 2009

Questa storia non mi da pace, non interessa quasi nessuno e non ci posso fare niente. Quando Vincenzo Guagliardo è sparito nella lotta armata, non me ne sono accorto. Ero distratto. Quando ne è uscito passando attraverso il carcere -ora sono una vita di 33 anni –  ero ancora più distratto e le sue foto sul giornale dietro le sbarre smuovevano al massimo la mia curiosità, ma finiva lì. Poi vennero i suoi libri. Li ho letti e ne ho parlato su queste ospitali colonne. Venne anche la dimessa lotta solitaria, sua e di sua moglie Nadia Ponti, per ottenere il diritto all’affettività in carcere, U2030250condotta con implacabile serenità, anche a costo di rinunciare ai benefici di una legislazione che premiava i detenuti a condizione che esprimessero atti di contrizione, esibizioni pubbliche di pentimento, richieste spettacolari di perdono. La giustizia italiana non concesse i benefici e neppure l´affettività, perché l´umanità del trattamento carcerario prescritta dalla Costituzione si accontenta di considerare i detenuti ancor meno di animali rinchiusi in uno zoo. Vincenzo e Nadia continuarono a rivendicare la loro dignità di persone senza pretese e rifiutarono persino di tentare la via della spettacolarizzazione massmediatica del loro caso. Scelsero la via del silenzio che reputarono la forma di mediazione più consona alla tragedia della quale erano stati corresponsabili.
Perciò i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Roma respinsero nel settembre scorso la prima istanza di liberazione condizionale: Guagliardo era colpevole della “scelta consapevole di non prendere contatti con i familiari delle vittime”.
Ma un incontro era avvenuto nel 2005, come Sabina Rossa ha testimoniato in un libro uscito ben prima che la figlia dell’operaio comunista ucciso a Genova nel 1979 diventasse parlamentare del Pd. Semplicemente avvenne senza chiamare Bruno Vespa (senza la benedizione televisiva del quale anche i fatti accaduti sono revocati), perché Vincenzo e Nadia non volevano che un così drammatico faccia a faccia apparisse “merce strumentale a interessi individuali, simulazione e perciò ulteriore offesa.” L’onorevole Rossa, anzi, si rivolse spontaneamente al magistrato di sorveglianza, riferì dell´avvenuto colloquio, chiese la liberazione dei due detenuti e presentò addirittura una proposta di legge che non subordinava la concessione della condizionale alla imponderabile verifica pubblica della sfera interiore del detenuto come prova dell’autenticità del ravvedimento. Ma i giudici non si sono accontentati e ad aprile hanno respinto per la seconda volta la richiesta di Guagliardo. Non bastano più i contatti con le persone offese: ora si decide che essi assumono “valenza determinante” solo se “accompagnati dall´esternazione sincera e disinteressata”. Poco importa se Sabina Rossa, la figlia della vittima, ha chiesto la liberazione del condannato all’ergastolo dopo 33 anni di carcere: la sua è una “manifestazione isolata non rappresentativa delle persone offese”. guagliardo_di_sconfitta
Anche noi anarchici siamo tenuti a rispettare la giustizia e le sentenze di uno Stato che non amiamo, ma nessuno ci toglierà dalla testa che “il tema del perdono -come scrive il giornale comunista Liberazione del 15 aprile scorso – o meglio la mediazione riparatrice o riconciliatrice, attiene alla sfera privata, non a quella dello Stato. ” Lo Stato democratico, se non vuole diventare Stato etico, non dovrebbe spoliticizzare il pubblico e politicizzare il privato: piuttosto dovrebbe, come stabilisce la Costituzione, misurare se le pene inflitte – che non devono essere contrarie al senso di umanità – hanno raggiunto l’obiettivo della rieducazione del condannato al quale devono sempre tendere (art. 27). La lotta di Nadia e Vincenzo continua con esemplare e magistrale serenità: essa non cancella l’inamovibile tormento, ma lo scioglie e lo distribuisce sotto forma di una domanda e di un’offerta di umanità che colpisce e turba anche i distratti come me, sempre impegnati in cose più importanti, che non so quanto siano effettivamente più importanti.

Link
Ancora ergastolo per Vincenzo Guagliardo
Sabina rossa e gli ex-terroristi siano liberi senza il sì di noi vittime (Corriere della sera)
Sabina Rossa, “Cari brigatisti confrontiamoci alla pari”
Sabina Rossa,“Scarcerate l’uomo che ha sparato a mio padre”
La battaglia di Sabina Rossa per l’uomo che sparò al padre