Paolo Granzotto sanzionato per razzismo. Aveva scritto: rispedire al mittente la «feccia rumena»

Sanzione “segreta” per Paolo Granzotto

Redattore sociale
16 marzo 2012

Aveva scritto che bisognava rispedire al mittente “la feccia rumena” (vedi sotto) in un articolo del 2009 pubblicato su “Il Giornale”. Per queste espressioni xenofobe, il giornalista Paolo Granzotto, iscritto all’Ordine del Lazio, ha ricevuto nei giorni scorsi la sanzione della censura che viene inflitta “nei casi di abusi o mancanze di grave entità” e “consiste nel biasimo formale per la trasgressione accertata”.
A denunciare Granzotto all’Ordine dei giornalisti era stata una reporter di origine romena che fa parte dell’Associazione nazionale stampa interculturale (Ansi). Tuttavia, la decisione non è stata resa pubblica, nemmeno sul sito dell’Ordine laziale.
Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana, ha ricordato la vicenda al Salone dell’editoria sociale, nel corso della presentazione del secondo libro bianco sul razzismo in Italia, dal titolo “Cronache di ordinario razzismo”, a cura dell’associazione Lunaria. Commentando l’opera che muove critiche molto dure ai giornalisti italiani in tema di razzismo, Natale ha parlato di “spettacolarizzazione delle notizie sugli stranieri con connotazione negativa”, “di omissione di importanti notizie” e di “informazione forcaiola”. L’Fnsi promuove da mesi la campagna “LasciateCientrare” che ha visto anche Redattore Sociale in prima linea per chiedere l’accesso della stampa ai centri di detenzione e a quelli di accoglienza per migranti, vietato da una circolare del ministro dell’Interno Roberto Maroni. “I Centri di identificazione e di espulsione sono un problema di diritti dei migranti e di diritto dei cittadini a essere informati – ha detto il presidente dell’Fnsi – è però anche un gigantesco problema di costi non motivati e di sprechi del denaro pubblico”.
 Il 2011 è stato l’annus horribilis del razzismo in Italia, con il picco di casi sia tra la gente comune sia tra le istituzioni, secondo il monitoraggio effettuato da Lunaria, che va a colmare il vuoto delle statistiche ufficiali. “Questa impennata è legata allo spauracchio degli sbarchi e della cosiddetta invasione islamica” ha spiegato Paola Andrisani, la ricercatrice che ha curato il monitoraggio. I casi erano tantissimi, circa un migliaio, ma solo 255 sono finiti nel volume, come rappresentativi di quello che avviene nelle pieghe dell’Italia nascosta all’opinione pubblica. I mass media sono i primi imputati. “Il razzismo è una terribile semplificazione, un gioco ad avere un capro espiatorio e un nemico, con un linguaggio bellicoso e ostile” ha commentato Franca Di Lecce, della Federazione delle chiese evangeliche.  “La stampa mainstream anche progressista continua a chiamare centri di accoglienza quelli che sono i lager di stato – ha spiegato l’antropologa Annamaria Rivera – si legge anche di ‘etnia cinese’, un miliardo di persone diventa incredibilmente un’etnia. Manca uno strumento per sanzionare chi usa questo linguaggio”.  A margine dell’incontro Grazia Naletto, presidente di Lunaria, inquadra così la battaglia di parole: “In Italia c’è un senso comune che ancora ritiene che il razzismo non esiste. Senza cadere nell’errore opposto di generalizzare, bisogna dire che la società italiana non è razzista ma c’è una preoccupante diffusione del razzismo e della xenofobia”.
Dopo la pulizia etnica di Rosarno nel 2010, una nuova pagina nera ha segnato l’anno in corso: Lampedusa. Ancora una volta, i reportage dei mass media sono al centro del dibattito per le conseguenze sociali della cattiva informazione. “La grande simpatia nei confronti della primavera araba si ferma a quando i protagonisti sono rimasti a casa loro, perché quando hanno preso il mare per venire in Italia le cose sono cambiate” ha detto Maria Silvia Olivieri, una delle autrici del libro bianco e responsabile comunicazione del Servizio di protezione per rifugiati e richiedenti asilo (Sprar). “I media sono stati al servizio della scelta governativa di svilire la dignità delle persone – ha continuato – abbiamo visto immagini di persone ammassate come animali a dormire sul molo e ci siamo chiesti perché non venissero trasferiti nei centri di accoglienza governativi che sapevamo essere disponibili. Si voleva fare un’operazione Napoli a Lampedusa, come per la spazzatura”. Olivieri ha sottolineato che “c’è stata una costruzione scientifica di un nemico mentre nel frattempo la gente moriva in mare. I connazionali delle vittime hanno riferito che gli è stato perfino impedito di intervenire nel riconoscimento delle salme, nessuno si chiede cosa ne è stato di questi cadaveri rimasti senza nome”. (rc)
Cacciamoli Bucarest si riprenda le sue canaglie
di Paolo Granzotto
Il Giornale 4 febbrio 2009

Fuori, fuori, senza la minima esitazione. Accompagnati alla frontiera e lì consegnati alle autorità romene. Ci pensino poi loro a farne ciò che ritengono opportuno. Questo giornale si è sempre battuto per la certezza della pena, è vero. Ma che il contribuente, categoria alla quale mi onoro di appartenere, debba sborsare 400mila euri al giorno per farla scontare alla folta popolazione carceraria romena è una cosa che non mi va giù. Oltre tutto, se una volta riconosciuta colpevole di reato rispedissimo al mittente la feccia romena – e spero che non mi si dia del razzista se chiamo col loro nome individui che ammazzano, stuprano, rubano agendo con furore belluino – ne guadagnerebbe e di molto l’impellente questione dell’affollamento carcerario. C’è da aggiungere un’altra cosa. Per il romeno che si macchia di un delitto – di qualunque entità esso sia – una pena grave, dolorosa da sopportare, è proprio quella di lasciare quel Bengodi per la criminalità e la clandestinità che è l’Italia. Dove un po’ per pietismo buonista, un po’ per solidarismo multietnico e culturale, un (bel) po’ per zelo ideologico, non solo la condanna inflitta è sempre mitigata da una sfilza di attenuanti più o meno generiche, ma fra permessi, affidamento in prova, libertà vigilata o condizionale e legge Gozzini la stesso periodo di detenzione finisce per essere decurtato della metà della metà. E tutto ciò rende particolarmente accomodante la vita ai malviventi. Magari, non si può mai dire, i regimi giudiziario e carcerario romeno sono un po’ meno tolleranti e buonisti del nostro, magari laggiù la pena la si sconta fino in fondo. Ma anche in caso contrario, resta il fatto che in Romania il delinquere comporta più rischi che non in Italia. Se così non fosse, non verrebbero a frotte da noi per esercitare la loro, diciamo così, professione.
Ci sarebbe, su questo argomento, da sentire il parere delle vittime o, in caso di omicidio, dei loro parenti. Che si aspettano, che pretendono che giustizia sia fatta. Ma che per i motivi sopradetti di rado vedono esaudita la loro legittima, umanissima richiesta. Mi chiedo allora se desti più furore sapere che il colpevole in qualche modo l’ha fatta franca – magari scarcerato dopo un paio di giorni – o sapere che è fuori dai piedi, in qualche galera o in qualche souk romeno, non proprio luoghi ameni, sia l’una che l’altro. Non so, ma io non avrei dubbi. Oltre tutto la Romania è in Europa, aderente a pieno titolo all’Unione e non mi pare sia consono allo spirito, agli ideali e ai principi eurolandici impestare di canagliume gli Stati membri. Non dico mica che noi siamo, da quel punto di vista, dei santi. Ma ciascuno si tenga le canaglie sue e pertanto, quelle romene, fuori. Fuori senza la minima esitazione.

Link
Paolo Granzotto: “Cacciamoli:_Bucarest_si_riprenda_sue_canaglie
Cattivi maestri e bravi bidelli: le carte truccate di Paolo Granzotto

L’attentato a Belpietro era un falso. Indiscrezioni annunciano la prossima chiusura dell’inchiesta e l’incriminazione del caposcorta per procurato allarme e simulazione di reato

Presentarsi nei panni della vittima è il nuovo stile del potere

il Giornale di oggi, 28 dicembre 2010, con un informatissimo articolo di Luca Fazzo tenta di salvare dal ridicolo il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, offrendogli una via di uscita sulla vicenda del presunto attentato ai suoi danni denunciato dal suo caposcorta lo scorso 3 ottobre. Il poliziotto, già coinvolto in un precedente del genere, mai confermato dalle indagini successive, quando si occupava della tutela del giudice D’Ambrosio e per questo motivo allontanato dai servizi di scorta per un certo periodo, aveva esploso numerosi colpi di pistola sulle scale dell’abitazione di Belpietro, affermando di aver sventato in questo modo un attentato da parte di un individuo armato che gli avrebbe puntato contro una pistola poi fortunatamente inceppatasi. L’episodio aveva suscitato notevole allarme e riacceso le solite sirene dell’antiterrorismo.
Dopo tre mesi di indagini senza esito la procura di Milano starebbe valutando la possibilità di incriminare il caposcorta per procurato allarme, spari in luogo pubblico e simulazione di reato. Tutte le verifiche condotte sulle immagini video-registrate dalle telecamere della zona, le testimonianze raccolte, i rilievi tecnico-scentifici e le simulazioni dell’episodio realizzate, avrebbero escluso ogni fondamento all’accaduto. L’aggressione sarebbe stata inventata di sana pianta dal poliziotto per ragioni legate al suo stato mentale, suggerisce l’articolista del quotidiano di casa Berlusconi che in questo modo cerca di salvaguardare la buona fede di Belpietro dipinto come vittima della mitomania della sua guardia del corpo.
L’inchiesta, sempre secondo le indiscrezioni riportate anche da alcune agenzie, verrà chiusa nelle prossime settimane ma prima gli inquirenti vogliono sentire un’ultima volta il caposcorta e l’autista che si trovava nell’auto all’ingresso del palazzo. Intanto Il legale del poliziotto che aveva esploso i colpi di pistola ha smentito che il suo assistito sia mai stato allontanato dalla sezione scorte a causa delle sue precarie condizioni psicologiche minate da uno “stato di forte stress”. Alessandro M. sarebbe tuttora nella squadra che tutela il direttore di Libero. Circostanza confermata anche dallo stesso Maurizio Belpietro che in una dichiarazione molto seccata ha mostrato di non aver affatto apprezzato l’offerta d’aiuto venuta dal suo ex quotidiano.

Sulla stessa vicenda
Taxi driver o Enrico IV? Quale è il mistero che si cela dietro il presunto attentato a Maurizio Belpietro

Italia a un soffio dagli anni violenti

Tira brutta aria per due motivi: l’attacco alla democrazia nel nome dei «puri» ideali extra-parlamentari e la perdita di identità dell’opposizione che ricorre a media e magistratura per non essere scavalcata

Renato Farina
Il Giornale 18 novembre 2009

C’è una brutta novità nelle solite baruffe autunnali riguardanti scuole e atenei: il bagliore contemporaneo del terrorismo, ancora cartaceo, ma vero, reale, rosso. È un pericolo grave, e lo è tanto più se lo si sottovaluta. Per questo il ministro Roberto Maroni si dice preoccupato. Non è un modo di dire, c’è sostanza. Si sta parlando qui dei nessi tra i fatti di ieri – con cortei dappertutto, ma tensioni e scontri provocati ad arte, con particolare cattiveria, a Milano e a Torino – e la ripresa dell’idea di «lotta armata» timbrata dalla stella a cinque punte brigatista. Gli scioperi e le manifestazioni degli studenti in Italia sono ciclici, ma più stabili delle stagioni non risentono dei mutamenti del clima. Da metà novembre al 20 dicembre dalle Alpi alla Sicilia si celebrano, insensibili all’effetto serra al punto che andrebbero studiati dagli ambientalisti, i casini di licei, istituti tecnici e università. Ogni pretesto è buono. Vanno di moda gli anni ’70, dei quali si ripetono gli slogan. Questa volta oggetto di sdegno è il mancato rispetto del diritto allo studio e la presunta privatizzazione di scuole e atenei. Una privatizzazione che non c’è, ma se non c’è la si inventa: serve a catturare asini da corteo. Non solo asini purtroppo, perché accanto alla massa, piuttosto inerte, c’erano i mestatori. Partiti dai centri sociali, specialmente a Milano, manipoli di «antagonisti» si sono organizzati in commando. Ci sono state incursioni violente negli uffici comunali, non ci sono stati episodi con feriti, per fortuna. Ma c’era qualcosa di acre, di cattivo. Non è stato un rito barbarico ma alla fine sotto controllo, con le mosse preventivate come nel wrestling: accadeva così negli anni ’90, allorché centri sociali e polizia si accordavano tacitamente per una sorta di mimica senza troppi danni né paure dei passanti. Ieri è stato diverso. Le forze dell’ordine non si aspettavano un corteo pazzo, e in realtà ben mirato, e colpisce non ci siano state informazioni in grado di percepire quanto stava accadendo. Una brutta storia.
A questi fatti apparentemente veniali va messo accanto il documento inoltrato ad alcuni mass media, tra cui proprio il Giornale, dove in quattro pagine fanno la loro comparsa i Nat (Nuclei Armati Territoriali). Maroni ha rilevato ieri come questi fogli non siano affatto da prendere come acqua di rose scherzosi o velleitari. Sono aperitivo di qualcosa di serio. Il linguaggio e i simboli ricalcano le Brigate rosse in certi passi, come pure il riferimento a due loro «eroi» morti negli anni ’70. Ma l’analisi del linguaggio di questi terroristi del Terzo Millennio mostra un distacco dalla sintassi legnosa dei vecchi arnesi marx-leninisti, c’è un piglio post-ideologico, una specie di insurrezionalismo elettronico e un vocabolario da blog grillino. Dice Maroni: «Sono segnali seri, che stiamo valutando. Il volantino ha forti analogie con le Br, ma anche differenze importanti, che ci fanno però ritenere che non sia frutto della mente di un matto, ma che ci sia qualcosa da approfondire». Prudenza come si vede. Ma anche per la prima volta il ministro degli Interni non esita a collegare il rigurgito di terrorismo nostrano con quello islamico, come chi scrive ha evidenziato sin dal 2001, dopo i fatti di Genova e dopo che con una fatwa del febbraio 2003 Osama Bin Laden ha raccomandato ai suoi seguaci di allearsi momentaneamente anche con «gli infedeli» nemici però dell’America e dei governi ad essa alleati.
Maroni è stato chiaro: «Stiamo seguendo questo fenomeno (1. il sorgere dei Nat), anche in collegamento con altri fenomeni, come certi fermenti dell’area antagonista (2. espressisi ieri a Milano negli scontri dove sono stati fermati quattro manifestanti) e (3) soprattutto l’eventuale possibile rapporto con il radicalismo islamico. L’area di Milano e della Lombardia è dove si sono radicati i fenomeni di terrorismo, dove si stanno sviluppando sempre di più. A Milano c’è stato il primo caso di kamikaze in Italia. Purtroppo si concentrano tutti qui. L’attenzione è massima». Chiaro, che più chiaro non si può. La questione è: perché. Quanto all’islam e ad Al Qaida, non c’è bisogno di ripeterlo: tutto fa brodo per cuocervi gli infedeli. Ma il risorgere del terrorismo nostrano, in coincidenza con la ripresa di forme di protesta violenta da parte di settori già usi alla guerriglia urbana, va studiato, oltre che combattuto sul campo della repressione. Nasce per due ordini di ragioni. 1) L’attacco alla democrazia in quanto tale in nome della purezza di ideali extra-parlamentari; ed è ciò cui assistiamo da mesi, da anni, ad opera di magistratura, poteri finanziari ed editoriali. La semina di calunnie contro il governo e soprattutto il suo leader fatto passare per dittatore; 2) la perdita di identità democratica dell’opposizione, costretta a rincorrere i poteri mediatici, giudiziari e finanziari di cui sopra per non essere scavalcata. Rimedi? Uno è già stato accennato: lavoro repressivo, condito con analisi sulle fucine di questi pensieri. Il secondo è una alleanza senza pateracchi o inciuci tra coloro che credono nella democrazia, nella convivenza pacifica e nella sovranità del popolo. La sinistra e certo centrodestra complottando la smettano di tagliare il ramo su cui tutti siamo seduti. Si rimedi a questo golpe giudiziario con il buon senso, e questo vale anche per le cariche istituzionali. Si prosciughi così l’acqua dove gli alligatori sguazzano, siano essi rossi o islamici.
Intanto, con le stesse formule verbali e di pensiero di circa 40 anni fa, si sostiene che il terrorismo sia invenzione del governo. Basta leggere i commenti lasciati sui siti di Corriere.it e di Repubblica.it alla notizia dei volantini dei Nat. Uno scrive: «Evidentemente i nostri governanti sventolano lo spauracchio del terrorismo con l’intento di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi veri». Un altro: «E adesso si sono inventati la novità del terrorismo! Così si parla sempre meno delle porcate e delle porcherie di questo governo». Mancano solo le «sedicenti» Brigate rosse e poi siamo giusto a un centimetro dagli Anni di Piombo.

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Torna la grande paura: Paolo Granzotto, il reggibraghe degli imprenditori

Nei suoi “Souvenirs” delle giornate parigine del giugno 1848 Tocqueville raccontava i brividi di un suo amico che durante gli scontri aveva ascoltato le parole di due suoi giovani domestici che sognavano di farla finita con il potere dei loro padroni. Sul momento quel suo amico «si guardò bene dal lasciar intendere di aver sentito quelle frasi» che «gli misero una grande paura»; attese prudentemente l’indomani della vittoria sull’insurrezione per licenziare in tronco gli sfrontati e rispedirli alle loro baracche. Dall’aristocratico Tocqueville al borghese berlusconiano Paolo Granzotto, la parabola decadente della letteratura sulle classi pericolose


“Bossnapping, la sinistra si smaschera: questa lotta paga”

di Paolo Granzotto
Il Giornale 15 aprile 2009

La sinistra si smaschera www.ilgiornale.it

«Almeno finora, sequestrare paga». Questa la conclusione alla quale è giunto Gianni Marsilli dell’Unità. Gli fa eco Paolo Persichetti, su Liberazione: «Brutta aria per i padroni». L’uno e l’altro davano conto a modo loro del «bossnapping», il sequestro, a scopo intimidatorio, di manager di grandi gruppi industriali «fino a che il padrone non abbia calato le braghe», per dirla con Marsilli. Un «modello di lotta» che si sta sperimentando in Francia e che a qualcuno piacerebbe fosse esportato da noi, vuoi perché, come scrive Marsilli, «il sindacato è storicamente debole sulle realtà aziendali», vuoi perché, come invece sostiene Persichetti, «scioperi e picchetti non sono più sufficienti per costringere il padronato a trattare», cioè a calare le braghe.
Paolo Persichetti, brigatista rosso condannato a 22 anni per concorso nell’omicidio del generale Licio Giorgeri e pertanto uno che se ne intende di sequestri a termine o a tempo indeterminato, vede nel «bossnapping» qualcosa di più d’una innovativa versione del «dialogo» e del «confronto». Poiché la lingua sempre lì batte, dove il dente duole, egli vi vede o meglio vi sente «il sapore di embrioni vitali di autonomia operaia», dando la forte impressione di essere un emulo del colonnello Kilgore di Apocalipse now. Se questi si estasiava all’odore del napalm, Persichetti si inebria, perde la testa a quello della cordite degli Anni di piombo. Da addetto ai lavori, rileva che in Francia il «bossnapping» è «risultato pagante seppure attuato in un contesto ultradifensivo che mira unicamente a ridurre i danni». Non che l’ex brigatista lo auspichi a chiare lettere, però sembra di capire che stando un po’ meno sulla difensiva e magari alzando il tiro i risultati sarebbero migliori. E gli embrioni di autonomia operaia ingrasserebbero a vista d’occhio.
Il caloroso apprezzamento della «trattativa forzata» del sequestro di persona a scopo intimidatorio e delle prospettive di lotta di classe che esso apre potrebbe essere liquidato come demenziale folklore, come tritume ideologico e dialettico dei nostalgici della lotta armata. Ma quando un quotidiano come l’Unità che un giorno sì e l’altro no la mena con la sacralità della Costituzione, dei suoi princìpi e dei suoi diritti, manda a dire che «sequestrare paga», che «l’ostaggio è uno strumento per far pressione sulla proprietà lontana, nulla di più» – nulla più! – è forse il caso di stare in guardia. L’esecuzione a freddo di Marco Biagi dolorosamente ci ricorda che teste ideologicamente marce non ce ne sono poche in giro. Precedenti esperienze insegnano, poi, che nel caso l’intendance degli intellettuali, del giornalismo progressista, della società civile e della sinistra radicale e salottiera, suivra. Non che al momento ci sia da allarmarsi, perché i Persichetti sono pur sempre dei Persichetti, dei pavidi che nel momento della verità scappano, incapaci di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità, ma tutto questo fervore per il «bossnapping» va tenuto d’occhio. E a farlo non dovrebbe tanto essere il ministro degli Interni, quanto Guglielmo Epifani, se non vuole che il suo sindacato, già malconcio qual è, sia scavalcato dalle avanguardie della «trattativa forzata» (fino al calamento, con le buone o con le cattive, delle braghe del padrone) e passi direttamente alla rottamazione.

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