Avanza il populismo di sinistra

Dipietrismo, malattia senile del comunismo?

Paolo Persichetti
Liberazione-Queer
19 ottobre 2008

Nel 2001 l’Italia dei valori, la sigla politica di cui Antonio Di Pietro è proprietario, aveva mancato per pochi voti il quorum. Impresa che invece è  59-queer-dipietro11 riuscita nelle politiche dell’aprile scorso, quando l’Idv ha raggiunto il 4,4% su scala nazionale, con punte molto significative nel feudo storico dell’ex pm, il Molise, dove il logo di famiglia ha conquistato il 27%. Un risultato di gran lunga superiore a quello del Pd, fermo al 17%. In Abruzzo è arrivato al 7,1% nelle liste del senato mentre gli ultimi sondaggi delineano addirittura la possibilità di un raddoppio del bottino elettorale. Su scala nazionale tutti gli indicatori attuali segnalano una ulteriore progressione, che alcuni quantificano intorno a una forbice che oscilla tra il 6 e l’8%. La scomparsa della sinistra radicale, marxista e antagonista dalla rappresentanza parlamentare ha ulteriormente amplificato la portata politica di questo successo, garantendo a Di Pietro l’apertura imprevista di uno spazio politico enorme. La politica ha orrore del vuoto e così Di Pietro è subito corso a riempirlo. Mera logica del mercato politico, tanto più quando l’avventura dipietrista è ispirata da ragioni d’imprenditoria politica ovvero di chi costruisce la propria offerta sulla base della domanda che gli si pone davanti, dove idealità, valori, cultura, concezione del mondo, progetti globali di società non esistono o hanno un profilo molto basso e strumentale. E bene Di Pietro non si è lasciato sfuggire questa opportunità e così l’incubo del populismo giustizialista s’addensa sui territori un tempo occupati dai partiti del movimento operaio.
Questa preoccupante novità è il rivelatore di una mutazione più profonda che da oltre un quindicennio erode la base sociale e la conformazione ideologico-politica del «popolo di sinistra». A livello di massa si è operata una lenta trasmutazione della cultura politica, dell’universo valoriale e dei modelli d’azione tipici che appartenevano alla storia del movimento operaio. Le tradizionali dinamiche protestatarie e contestatarie, la coesistenza d’ipotesi riformiste per un verso o di spinte antisistema nell’altro, hanno via, via lasciato il passo a sentimenti antipolitici, lasciando emergere un qualunquismo di tipo nuovo, il qualunquismo di sinistra. Una conseguenza di questa deideologizzazione è stato il passaggio da forme di discorso più strutturate al prevalere di stati d’animo, di pulsioni volatili, incerte, confuse che possono variare dall’antipolitica tradizionale, alla critica verso il deficit di rappresentatività dei partiti d’opposizione, ai panegirici sulla società civile incontaminata, luogo del giusto e del vero, alla richiesta nei confronti della magistratura di sostituirsi alle forze politiche. Posizioni che trovano una sintesi in un antiberlusconismo che è etico prim’ancora d’essere politico. Una rivolta populista che ricorda alcuni tratti del «diciannovismo», quando a scendere in campo erano i ceti della piccola borghesia con parole che denunciavano la plutocrazia del capitale e il riformismo imbelle.
A ben vedere l’attuale qualunquismo di sinistra esprime una composizione sociale mutata. L’anima operaia e i ceti più bassi guardano al modello leghista: un populismo che rielabora accenti del poujadismo e del boulangismo, si incentra sul vittimismo fiscale, la polemica contro i costi dell’assistenzialismo statale e l’inefficienza dei servizi pubblici, l’ostilità razzista verso l’immigrazione, la preferenza etnica. Il fenomeno dei Girotondi e le piazze elettroniche grilline raccolgono quello che è stato definito «ceto medio riflessivo», secondo una formula coniata senza intenzioni umoristiche dallo storico Paul Ginsborg, che riprendeva un’espressione del guru della «terza via» Anthony Giddens. Anche qui l’innovazione delle forme di mobilitazione è mirata a marcare nettamente la propria differenza dai tradizionali cortei e dalle manifestazioni tipiche della sinistra politica, del movimento operaio, delle forze sindacali.
Di Pietro, il campione della «rivoluzione giudiziaria» mai riuscita, l’uomo di destra che ha spianato la strada del governo alle destre, si candida a coalizzare questa «sinistra moralista». Ripetute sono le voci che parlano della possibilità di una federazione elettorale che raccolga le liste civiche di Grillo, i Girotondi irriducibili di Pancho Pardi e Paolo Flores D’Arcais, la componente ulivista del Pd guidata da Parisi. Altre indiscrezioni raccontano della possibilità che venga fuori anche un giornale che dia voce a tutto ciò, realizzato mettendo insieme la “fabbrica Travaglio”, l’industria editoriale che ruota attorno al giornalista, all’editore di Chiarelettere Fazio e che dovrebbe avvalersi di alcune grandi firme transfughe dell’Unità . Probabilmente queste voci vengono diffuse ad arte per sondare il terreno, vedere se l’idea riscontri successo. Certo è che un’ipotesi del genere necessita ancora di alcune verifiche: le elezioni abruzzesi e poi la scadenza europea. Ma se l’avventura raccogliesse i necessari consensi elettorali probabilmente ogni prudenza verrebbe meno.
Descritto negli studi sull’argomento (molto pochi) come «espressione di un populismo allo stato puro», di fronte alla prospettiva di una definitiva consacrazione Di Pietro ha cominciato ad adattare il suo discorso politico per renderlo meno monotematico, introducendo timidi accenni alle questioni sociali. Nel pieno della vertenza Alitalia, il giorno in cui la trattativa dei sindacati con la Cai è precipitata, ha arringato nelle vesti di un consumato agit-prop, piloti e personale di terra promettendo giustizia, non sociale ma penale. «Li processeremo tutti» è stato il suo messaggio, per poi approvare l’accordo. Silenzio sui licenziamenti, il mancato rinnovo dei contratti per i precari, il taglio drastico degli stipendi. Il rimborso simbolico di una galera per i manager che mai verrà è il pane con cui sfamare chi lavora. Nutritevi di risentimento e vivrete meglio. Un banchetto per la raccolta delle firme in favore del referendum contro il lodo Alfano era presente sul tragitto del corteo nazionale dei Cobas, Rdb e Cub, tenutosi durante lo sciopero generale di venerdì scorso. L’importante è diventare compatibile, farsi accettare, lui, l’uomo dell’opposizione alla politica professionale, il «nemico dei riciclati e degli inquisiti», quello del «legame indissolubile tra etica e politica», fonte battesimale della legalità che può separare gli «onesti dai disonesti» e un tempo censurava la «propensione a delinquere degli albanesi».
Di Pietro è il presidente-padrone di un partito che non c’è. Non un partito-azienda come quello berlusconiano, ma un partito formato famiglia, un partito da camera da letto, suo e di sua moglie. In perfetto stile Seconda repubblica, ultraleggero, ma costruito come una specie di Spa quotata in borsa, una piccola matrioska che cela al proprio interno il segreto. Recita l’articolo 2 dello statuto: «L’associazione Italia dei Valori – composta da Antonio Di Pietro, la moglie e la tesoriera Silvana Mura – promuove la realizzazione di un partito nazionale». L’articolo 10 precisa: «La presidenza nazionale del partito spetta al presidente dell’associazione», ovvero Antonio Di Pietro. L’uomo anticasta, quello della «democrazia riconsegnata ai cittadini» ha messo in piedi il partito personale, lo scrigno riservato. La politica per Di Pietro non è il luogo di una comunità partecipata. Si celebrano i congressi regionali, si eleggono persino dei delegati ma non si decide nulla perché, come accade per Forza italia, non si tengono congressi nazionali. Ogni decisione è in mano al sovrano-proprietario-presidente che si avvale tuttalpiù di qualche suo fidato consigliori di fiducia. Uno di questi, Elio Veltri, suo gostwriter fin dalle origini della sua entrata in politica, estensore di manifesti, discorsi, articoli, vero ideologo del dipietrismo, se n’è andato disgustato accusandolo di razzolare molto male, di essere lo specchio di quella casta della politica che ha perseguito come pm e dileggia come politico, fino a non disdegnare le tradizionali pratiche della politica clientelare. Insomma la vecchia storia dei vizi privati e delle pubbliche virtù.
Nonostante ciò Di Pietro ha successo, sfonda a sinistra, il suo sgangherato italiano sembra un irresistibile canto delle sirene per gli elettori delusi e indignati. Suscita simpatie anche nei militanti, persino in alcuni quadri dirigenti. Siamo allora destinati a morire tutti dipietristi oppure riusciremo a trovare la strada per venire fuori da questa sciagura che sta travolgendo ciò che resta della sinistra?
Ma dove sta la soluzione? Nel tatticismo senza respiro di chi propone di mutuarne linguaggi, atteggiamenti, trovate referendarie, pensando che possa essere una salvezza rivaleggiare sullo stesso terreno della demagogia e del risentimento? Nella subalternità culturale e ideologica di chi non vede che dietro il mito della giustizia penale c’è il cimitero della giustizia sociale? Di chi lascia irresponsabilmente credere che l’illegalismo sistemico delle élite possa essere contrastato dalla magistratura senza pervenire a delle modifiche strutturali? Di chi attribuisce qualità salvifiche al potere giudiziario rinunciando alla critica dei poteri? Di chi addirittura dissotterra l’eticismo berlingueriano per trovare una coerenza ideologica che ricolleghi idealmente il dipietrismo con la nefasta e fallimentare stagione valoriale del compromesso storico, quella dell’austerità seguita poi dalla questione morale? Ma non fu Di Pietro, con la sua inchiesta sulle tangenti distribuite per i lavori nella metropolitana milanese, che distrusse il mito della diversità dell’amministratore comunista forgiato da Berlinguer? Il (simpatico) compagno Greganti docet?
Trasformare le piazze in enormi banchi delle parte civili, dove le lotte sociali, sindacali e politiche si troverebbero declinate con gli ultimi ismi in circolazione, non più quello del comunismo ma del populismo e del vittimismo, darebbe il colpo di grazia finale a quel po’ di speranze nella trasformazione sociale che restano.

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Giustizia o giustizialismo? Dilemma nella Sinistra

Il giustizialismo è ormai diventato un potere come gli altri, con un suo preciso ordine del discorso teso ad aizzare le masse contro un sovrano per creare consenso verso un altro sovrano

Anna Simone
L
iberazione Queer 19 ottobre 2008


Tra gli effetti perversi di ciò che alcuni denominano come crisi dello stato di diritto e altri come fine del medesimo vi sono almeno due fenomeni degni di una seria riflessione: da una parte il rafforzamento dei poteri esecutivi e 59-queer-dipietro2 amministrativi tesi a criminalizzare la cosiddetta “marginalità sociale” a colpi di decreti e ordinanze amministrative (contro accattoni, lavavetri, prostitute, trans etc.); dall’altra un processo di trasformazione delle cosiddette teorie della giustizia in giustizialismo. Ovverosia in quell’ideologia politica post-garantista che tende a vedere nel legalismo e nel contenimento del rafforzamento del potere esecutivo l’unica forma di politica possibile. Ci riferiamo, evidentemente, al successo del dipietrismo-travaglismo e al buon esito di consenso mediatico e non che essi riescono ad avere. L’ossessione giustizialista, però, spesso declinata come anti-berlusconismo, non sempre, per non dire mai, riesce ad attraversare anche gli ambiti del garantismo “per tutti” e quindi si traduce in un potere che non distingue i soggetti coinvolti nella dinamica. Non distingue cioè l’ingiustizia sociale, trasformatasi ormai in politica penale contro gli ultimi, dallo scontro ormai titanico tra potere esecutivo e potere giudiziario. Di conseguenza passano quasi inosservati i “pentitismi” sull’indulto, i no secchi all’amnistia, il totale silenzio sulla persecuzione nei confronti di migranti, prostitute e quant’altro, l’avallo incondizionato dato nei confronti di qualsiasi processo di criminalizzazione preventiva. In poche parole è ovvio e ragionevole che qualsiasi tentativo di rafforzamento, di potenziamento dell’esecutivo debba preoccupare tutti, ma non è altrettanto ovvio che ciò avvenga attraverso l’innalzamento virile del vessillo giustizialista. La cosiddetta teoria del bilanciamento dei poteri, sancita anche dalla costituzione, che a giusto titolo prevede oltre alla funzione legislativa ed esecutiva anche quella giudiziaria, appare in realtà sempre più sbilanciata verso un giustizialismo sommario, sino ad essere divenuta il “grande tema” della politica contemporanea di cui discutere nei vari salotti televisivi, a dispetto di chi ne paga le conseguenze reali sulla propria pelle (precari senza possibilità di accedere ad uno straccio di diritto, tossicodipendenti a cui vengono negate le misure alternative, trans rinchiusi nei cpt etc.). Prima della nascita dello stato moderno non si ha memoria di sistemi politici che differenziavano i poteri per poter giustiziare gli stessi diritti e lo stesso potere esecutivo, qualora fossero colti in flagranza di abuso, dal momento che la pubblica messa a gogna del capro espiatorio di turno riusciva a soddisfare il sadico piacere della vendetta di massa. I molti si sfogavano sull’uno ma non sul sistema accentratore e assolutistico che produceva il capro espiatorio. Poi ci sono state le rivoluzioni, a seguire è nata la democrazia nonché il potere giudiziario il quale fu posto, seppure tra mille contraddizioni e conflitti, a svolgere il ruolo terzo di controllo sul potere esecutivo e legislativo in modo tale da poter garantire una forma di giustizia attraverso l’assoggettamento alla legge financo dell’autorità politica di turno. Nacque, cioè, lo stato di diritto. Ma se da una parte la giustiziabilità del potere esecutivo avrebbe dovuto garantire il famoso principio della “legge uguale per tutti”, dall’altra i sistemi di welfare avrebbero dovuto consentire lo sviluppo di una giustizia parallela, quella sociale. Oggi, venuta a mancare quest’ultima, ci ritroviamo dinanzi ad un potere giudiziario tradotto troppo spesso in giustizialismo e in un reale abuso del potere esecutivo, ma entrambi i poteri distorti si muovono sullo stesso crinale pur essendo contrapposti: la legge non è uguale per tutti sia per gli uni che per gli altri. Perché Di Pietro è ossessionato dal lodo Alfano ma non spende parola alcuna sulle migliaia di migranti che popolano i centri di detenzione costruiti ad hoc per contenere la miseria e la disperazione del mondo? Perché i cosiddetti giustizialisti, tra cui senz’altro mettiamo anche Travaglio non aprono bocca dinanzi al decreto sulla sicurezza voluto da Maroni e poi convertito in legge che consente la carcerizzazione di massa e l’espulsione facile di migliaia di persone? Perché nessuno apre bocca sull’ipocrisia perbenista e falsamente morale del ddl Carfagna sulla prostituzione? Perché tutti oggi negano l’efficacia dell’indulto sui maggiori quotidiani italiani nonostante vi siano saggi scientifici che dimostrano il contrario (si veda a tal proposito il lavoro fatto da Antigone)? Eppure questi ultimi fenomeni ci pongono dinanzi alla crisi dello stato di diritto nel medesimo modo del lodo Alfano. Qualsiasi persona ragionevole, infatti, vedrebbe il fenomeno nel suo duplice volto se avesse un minimo di coscienza di quanto possa essere fuorviante trasformare la dea della giustizia, la bellissima Minerva, in un giustiziere monomaniaco che trasforma l’idea democratica del bilanciamento dei pubblici poteri in un meccanismo che fa di due pesi, due misure. Il giustizialismo, infatti, e non la giustizia è ormai diventato un potere come gli altri, con un suo preciso ordine del discorso teso ad aizzare le masse contro un sovrano per creare consenso verso un altro sovrano, per costruire nuove ed inedite forme di populismo difficilmente collocabili sia a destra che a sinistra. D’altronde non è un’operazione politica così difficile dati i tempi che corrono, ma non è neppure un’operazione sana perché in fin dei conti spara nel mucchio, nella mucillaggine in cui tutti siamo immersi, senza distinguere più tra i sommersi e i salvati. Nel famoso film di Nanni Moretti, Il Caimano, il sipario si chiudeva con l’immagine di un Tribunale che avrebbe salvato l’Italia. Il dipietrismo, con il supporto della lingua biforcuta e scaltra di Travaglio, cerca di trasformare questa immagine in una forma della politica contemporanea, ma sia anche chiaro a tutti che il rovescio di questo fenomeno non risiede nel ripristino di un diritto per tutti. Tutt’altro. Risiede nella tendenza contemporanea dei poteri di trasformare tutto ciò che toccano in politica penale, come se tutti ormai stessimo in una nuova e gigantesca gogna mediatica. Sarà per questo che Di Pietro “tira”, come si dice in gergo?

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