La nuova razza padrona

Comitati d’affari, oligarchie e combriccole che governano l’Italia


Paolo Persichetti
Liberazione 13 luglio 2010

Una feroce lotta intestina si sta giocando all’interno del sistema di potere berlusconiano. E’ quanto emerge dagli sviluppi dell’ultima inchiesta giudiziaria condotta dalla procura della repubblica di Roma. Per tentare di capire come nasce e quali attori si muovono dietro questa guerra senza quartiere, occorre partire dall’indagine sugli appalti pilotati per l’energia eolica in Sardegna. Seguendo questo filone d’inchiesta nel quale sono indagati l’imprenditore-faccendiere Flavio Carboni, insieme al governatore della Sardegna Ugo Cappellacci (figlio del commercialista di Berlusconi) e al coordinatore e parlamentare Pdl Denis Verdini, la procura ha ritenuto che vi fossero tutti gli elementi per configurare una ulteriore ipotesi di reato: l’associazione per delinquere e la violazione della cosiddetta “legge Anselmi” sulle associazioni segrete, nota come legge contro la P2. Ad alimentare questa lettura delle indagini è senza dubbio la presenza di Carboni, vecchia conoscenza delle cronache giudiziarie recentemente assolto anche in appello dall’accusa di aver avuto un ruolo nella uccisione, nel 1982, sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, del banchiere Roberto Calvi, coinvolto in almeno una ventina di altre inchieste e condannato in via definitiva per la bancarotta del Banco Ambrosiano.
La nuova inchiesta si occupa dell’attività lobbistica che, secondo i magistrati, il «gruppo di potere occulto» avrebbe organizzato in maniera sistematica per ottenere interventi e decisioni in campo politico, giudiziario e amministrativo a favore di alcuni personaggi «protetti», in primis Berlusconi ma anche altre figure targate Pdl. Della combriccola che alcuni giornali, un po’ frettolosamente, hanno subito ribattezzato «loggia P3», facevano parte, oltre a Carboni (finito in carcere) e Verdini (indagato), anche Pasquale Lombardi, notabile campano, ex esponente della Dc locale, in passato sindaco di un paese della provincia di Avellino, uomo d’influenza, giudice tributario promotore di un’associazione culturale, il «Centro studi giuridici per l’integrazione europea Diritti e Libertà» che organizza convegni nel mondo della magistratura, Arcangelo Martino, imprenditore, ex assessore socialista del comune di Napoli coinvolto e alla fine prosciolto nelle inchieste su Tangentopoli, entrambi finiti in manette, e il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri insieme al sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, tutti e due iscritti – notizia dell’ultim’ora – nel registro degli indagati. Architrave dell’inchiesta sarebbero le intercettazioni telefoniche, circa duemila pagine contenute in una informativa del comando provinciale dei carabinieri di Roma. Tra gli episodi contestati il tentativo di avvicinare i pm fiorentini che indagano sull’eolico in sardegna, e quello di accelerare il processo in Cassazione del sottosegretario Cosentino, sul quale pesa una richiesta d’arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Pressione fallita perché la Suprema corte ha comunque confermato l’arresto, negato successivamente dalla Camera dei deputati. Quindi altre interferenze e il tentativo, anche questo non andato in porto, di attivare un’ispezione ministeriale contro i giudici milanesi che esclusero in un primo momento la lista di Roberto Formigoni dalle elezioni regionali in Lombardia. Manovra che secondo i pm avrebbe coinvolto lo stesso governatore che in una telefonata intercettata sollecita l’intervento di Lombardi che l’indomani piomba a Milano per incontrare il presidente della corte d’Appello Alfonso Marra, appena nominato grazie anche alla rete di pressioni messa in piedi dal comitato d’affari, perché «chiamasse a ’sti tre quattro scemi e non dessero fastidio». Ci sono poi le ritorsioni contro il candidato del Pdl alla regione Campania, Stefano Caldoro, che aveva rubato il posto a Cosentino, contro il quale viene montato un falso dossier con l’accusa di «frequentare trans». Ma l’episodio politicamente più rilevante riguarda il tentativo di condizionare la decisione della Consulta sul lodo Alfano. Intervento concertato, secondo l’accusa, in diverse riunioni tenute nella lussuosa dimora romana del coordinatore del Pdl Verdini. Incontri ripetuti, forse 6, ai quali avrebbero partecipato, oltre a Carboni, Lombardi e Martino, anche Marcello Dell’Utri, il sottosegretario alla giustizia (e magistrato) Giacomo Caliendo, il consigliere di Cassazione Antonio Martone, dimessosi dall’incarico appena la vicenda è diventata pubblica, e Arcibaldo Miller, capo dell’ufficio ispezione del ministero Giustizia. Anche qui, però, le pressioni architettate sono finite in un insuccesso. Come comitato d’affari e centro d’influenza la combriccola era senza dubbio efficace ma come «loggia segreta» la piccola banda sembra aver collezionato soltanto una lunga catena di fallimenti quanto mai goffi. Quanto fino ad ora emerso rende abbastanza inappropriato il paragone con la loggia P2: L’evocazione di un nuovo centro di potere occulto appare addirittura fuorviante rispetto alle caratteristiche oligarchiche assunte ormai dal funzionamento del sistema politico nel suo insieme. La trasformazione dei partiti in macchine elettorali e appendici aziendali, l’impronta presidenzialista imposta al sistema politico-istituzionale, il populismo dilagante, hanno ridotto le masse popolari a semplici spettatori che esprimono gradimenti nei sondaggi. I leader agiscono per mezzo di fondazioni, poteri forti e gruppi d’interesse si organizzano attraverso pratiche lobbistiche. E le inchieste giudiziarie ancora una volta sono parte di uno scontro tra gruppi di potere. Rincorrere le narrazioni dietrologiche aiuta solo a cementificare ulteriormente questo sistema.

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Magistrati coinvolti nella lobby: il Csm trasferisce Alfonso Marra

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Lo scudo di classe di Berlusconi

Ex Cirielli, lodo Alfano, legittimo impedimento, fanno parte di un’arsenale legislativo eretto come uno scudo di classe dal premier Berlusconi. L’esatto opposto di un garantismo giuridico uguale per tutti e per ciascuno (scudo dei più deboli), sistematicamente smantellato con il consenso della magistratura e dell’opposizione, Pd, Idv e sinistra

Paolo Persichetti
Liberazione 28 febbraio 2010

E’ ripreso ieri a Milano il processo stralcio che vede imputato il Presidente del consiglio Silvio Berlusconi per corruzione in atti giudiziari dell’avvocato Mills. Una vicenda nella quale il legale britannico è indicato dall’accusa nella veste di corrotto perché avrebbe ricevuto un compenso di 600 mila euro da parte della Fininvest, società facente capo al premier che appare dunque nei panni del corruttore, in cambio di dichiarazioni false o reticenti rilasciate nei processi All Iberian e in quello sulla corruzione di alti ufficiali della Guardia di Finanza nell’interesse dello stesso Berlusconi. Dopo l’introduzione del cosiddetto “lodo Alfano”, che imponeva la sospensione dei giudizi per le più alte cariche dello Stato in attività, la posizione del premier venne separata. Da qui la creazione di due iter giudiziari distinti e con tempi di giudizio diversi. La successiva bocciatura del lodo, inflitta dalla Corte costituzionale, ha riaperto il processo contro il capo del governo. Le udienze hanno però subìto un nuovo arresto in attesa di conoscere l’esito del verdetto delle sezioni unite della Cassazione, convocate giovedì scorso per dirimere una complessa questione inerente alla presunta data d’inizio del reato. Novembre 1999, quando secondo l’accusa Fininvest informò Mills dell’ingente somma messa a sua disposizione in cambio delle false testimonianze da prestare in tribunale; oppure febbraio 2000, quando il compenso fu effettivamente versato? Pochi mesi ma decisivi, poiché dalla loro individuazione dipende la prescrizione o meno del reato. La Cassazione si è finalmente pronunciata in favore della prescrizione del delitto, sostenendo che il reato è stato consumato in una data precedente al febbraio 2009. Ieri, dunque, alla ripresa delle udienze tutta l’attenzione era rivolta alle decisioni che avrebbe preso la presidente della decima sezione penale, Francesca Vitale: proseguire oppure sospendere il processo, e i relativi termini di prescrizione come aveva chiesto l’avvocato Ghedini, legale di Berlusconi, in attesa di conoscere le motivazioni scritte della suprema Corte? Il tribunale ha scelto una via intermedia, sospendendo le udienze fino al prossimo 26 marzo. Un mese intero che avvantaggia il presidente del consiglio poiché nel frattempo i termini di prescrizione continuano a scorrere (scadranno nella primavera del 2011). Ancora una volta la schermaglia processuale ruota attorno alle date della prescrizione, strumento principe prescelto dalla difesa del premier per sottrarsi ai processi quando la magistratura non arriva all’assoluzione, grazie ad un arsenale di leggi e leggine (dall’ex Cirielli al Lodo Alfano, ai legittimi impedimenti per le funzioni pubbliche svolte) che di fatto, fino ad oggi, gli hanno consentito di avvalersi di uno «scudo di classe», che è l’esatto opposto di un garantismo giuridico uguale per tutti e per ciascuno (scudo dei più deboli), sistematicamente smantellato. In aula la difesa del premier aveva chiesto la sospensione delle udienze, sostenendo le necessità di conoscere il contenuto della sentenza della Cassazione, poiché il «dispositivo» reso pubblico risulterebbe «assolutamente neutro», ovvero non accerterebbe l’esistenza del reato e non indicherebbe la data esatta da cui avrebbe preso inizio. Sempre secondo l’avvocato Ghedini, l’avvio del reato potrebbe addirittura essere retrodatato al febbraio 1998, come contestato in un primo momento dalla procura. Data che provocherebbe l’immediata prescrizione del delitto. Per il pm, Fabio De Pasquale, il processo non deve subire arresti, la decisione della Suprema corte non contiene dubbi sull’indicazione della colpevolezza di Mills e la prescrizione è ancora lontana. La presidente ha motivato il rifiuto della sospensione perché «non c’è una data certa per il deposito delle motivazioni della Cassazione». In realtà la decisione presa ieri appare del tutto interlocutoria. Saranno le motivazioni contenute nella sentenza di Cassazione a decidere le sorti del processo: se l’esistenza del reato viene accertata e da che momento prenderebbe avvio. Intanto dal verdetto degli Ermellini emerge una singolare circostanza: il risarcimento di 250 mila euro, in favore della Presidenza del consiglio, inflitto a Mills per danno all’immagine dello Stato, vede Silvio Berlusconi, cioè il supposto corruttore, risarcito dal corrotto. Niente male come ironia della storia.

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Dal vertice della Consulta: una replica alle critiche sul ruolo della Corte costituzionale

Francesco Amirante: «Bizzarro stupirsi per la bocciatura di una legge»

Paolo Persichetti
Liberazione 26 febbraio 2010

Non è stato un discorso di rito quello pronunciato dal presidente della Corte costituzionale, Francesco Amirante, nel corso della tradizionale relazione d’inizio anno sulla giurisprudenza costituzionale che precede il consueto incontro con la stampa a Palazzo della Consulta. Rispondendo alle critiche che erano piovute dopo la bocciatura del cosiddetto “lodo Alfano”, Amirante ha difeso il lavoro dei giudici costituzionali ribadendo che la Consulta: «non è un organo politico». Una replica alle dichiarazioni fatte da Gaetano Pecorella, parlamentare e avvocato di Silvio Berlusconi che, all’indomani della sentenza nella quale si dichiarava incostituzionale l’immunità prevista per le più alte cariche dello Stato, ricordava l’opposizione espressa da alcuni costituenti nel corso dei dibattiti che precedettero il varo della Corte costituzionale. Le riserve, se non la dichiarata ostilità, muovevano dal timore che le decisioni di una piccola pattuglia di giudici costituzionali si sovrapponesse all’azione legislativa delle assemblee parlamentari, espressione della volontà popolare. Pecorella aveva ricordato il giudizio molto netto espresso da Palmiro Togliatti in proposito: «La Corte costituzionale è una bizzarria, un organo che non si sa cosa sia e grazie alla istituzione del quale degli illustri cittadini verrebbero a essere collocati al di sopra di tutte le assemblee e di tutto il sistema della democrazia, per esserne i giudici». Opinione condivisa anche da molti esponenti del liberalismo pre-fascista, come Francesco Saverio Nitti e Vittorio Emanuele Orlando. Insomma la discussione è di spessore e rinvia ai fondamenti del pensiero democratico e costituzionale. In questo botta e riposta a distanza, Amirante ha replicato che nel dichiarare illegittima una legge votata dal Parlamento, «una Corte o un tribunale costituzionale non compie nulla di strano», ma esegue unicamente le proprie competenze, per concludere che «forse ora la vera bizzarria potrebbe consistere nel meravigliarsene». Nel suo intervento, il presidente della Consulta ha spiegato che «la nostra Costituzione rigida comporta l’abbandono della teoria giacobina, secondo la quale il popolo, esprimendo la volontà generale, può in ogni momento cambiare i principi e le regole della propria convivenza». In realtà, l’assemblea costituente trovò un punto d’incontro tra le due tradizioni filosofiche contrapposte, quella roussoiana e quella kantiano-kelseniana, o se vogliamo quella del potere costituente incarnato dalla sovranità popolare e quello della repubblica elitaria dei saggi, detentori di competenza e sapere. I costituenti non solo non concepirono una costituzione bloccata, l’articolo 138 ammette la riforma della carta sia pur con modalità complesse che richiedono maggioranze qualificate, ma stemperarono l’istituzione della corte attraverso la nomina parlamentare della maggioranza dei giudici in linea con quanto diceva Montesquieu: un giudice legislatore sarebbe arbitrario, un giudice governante oppressore.

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Il ruolo delle corti costituzionali tra costituzioni rigide e costituzioni aperte
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Lodo Alfano e processo breve: la farsa della giustizia di classe

Il risvolto di una giustizia di classe che protegge i più forti è la persecuzione di classe verso i più deboli. Quella che fomenta i giustizialisti di destra, come la Lega, gli ex di An, Di Pietro, Travaglio e che lascia indifferenti i giustizialisti idealisti di sinistra, poi ci sono le amebe intellettuali come Saviano

Paolo Persichetti
Liberazione 26 novembre 2009

Nessuna revisione per il concorso esterno in associazione mafiosa sarebbe in vista. E’ quanto ha fatto sapere il governo per bocca del guardasigilli Angelino Alfano, interpellato da alcuni giornalisti al termine di un’audizione presso la commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti. Dunque, non sarebbero vere le voci, riprese ieri da alcuni quotidiani, che riferivano di uno studio in corso, da parte del governo, sulla «tipizzazione» del “concorso esterno”. Un reato giurisprudenziale. Vera e propria bestemmia, secondo la tradizione del diritto romano che sancisce l’impossibilità di crimini e pene senza legge certa e scritta. I decenni di eccezione giudiziaria hanno però introdotto la consuetudine anglosassone, facendo del giudice non più la «voce della legge» ma un legislatore. Diverse commissioni, presiedute da Grosso, Nordio e poi Pisapia, avevano proposto di sanare il vuoto legislativo tipicizzando in modo certo i comportamenti da sanzionare. Paradossalmente la destra, forcaiola per natura, non volle approvare una riforma che moderava in parte le pene. La sinistra, giustizialista per vocazione, non fu da meno. E così, davanti alla sacrosanta bocciatura del “lodo Alfano” da parte della Consulta, lo scettro della politica, in particolare della politica d’opposizione, è tornato nelle mani della magistratura. Un fatto quasi inevitabile in una situazione che vede il sistema politico ridotto ad una condizione sempre più evanescente di fronte ad un ipertrofico esecutivo e un peso esterno, che non è più del sociale ma delle lobbies. Di fronte al proliferare della decretazione d’urgenza, addirittura di decreti correttivi d’altri decreti, strumenti privi di qualsiasi fondamento costituzionale, di una produzione legislativa ispirata nella quasi totalità dagli uffici della presidenza del consiglio, con un’aula parlamentare che ha addirittura subito l’onta della sospensione a causa dell’assenza di copertura di bilancio per le leggi in discussione, con una opposizione ridotta alla consistenza di un ectoplasma, la politica la fanno i gruppi editoriali e finanziari che hanno mezzi per condizionare l’opinione, i poteri economici e gli apparati, tra cui eccelle per funzioni, la magistratura. Non tutta, perché in massima parte resta, per natura quasi antropologica, filogovernativa; ma una parte che agisce da efficace minoranza attiva. E così ci siamo ritrovati alla situazione di partenza, all’eterna supplenza giudiziaria che ha aperto la via del potere alle destre e ha gettato l’Italia nel pozzo nero del populismo penale e giustizialista. Sono ritornati in primo piano le inchieste e i processi contro Berlusconi, la creazione del suo impero economico e il suo sistema di potere. Le indagini sul funzionamento di Mediaset, i fondi neri, i giochi finanziari e di bilancio, la corruzione via l’avvocato Mills, e poi le inchieste siciliane e fiorentine, rilanciate dalle ultime dichiarazioni di alcuni pentiti di mafia che hanno consentito di riaprire filoni d’indagine arenati. Spatuzza e Grigoli, due collaboratori di giustizia, sono tornati a parlare del ruolo di Dell’Utri e dei rapporti con i Graviano, famiglia mafiosa trasferitasi al nord. In particolare è molto attesa la deposizione del prossimo 4 dicembre del pentito Spatuzza. Forse troppo attesa dagli spalti giustizialisti che, incapaci di arrivarci con la politica, sognano un Berlusconi finalmente infilzato dalle inchieste e messo definitivamente fuori gioco.
La vecchia scorciatoia giudiziaria torna dunque d’attualità e chi ne soffre di più è ovviamente un’idea di politica carica di progetti, partecipazione e idee. Tutto muore dietro la passione giudiziaria, si fa claque di tribunale, bava da tricoteuses. In un clima del genere non è possibile nemmeno la più timida delle strategie riformiste. Solo ordine, legalità, tribunali, toghe, processi, condanne, odio, risentimento, carceri che però si riempiono solo di poveri cristi. E su questo terreno cresce l’intolleranza, il razzismo, si allungano le radici di una svolta reazionaria delle mentalità che fa egemonia. Berlusconi reagisce tirando fuori dal cilindro, di volta in volta, una soluzione legislativa che pari il colpo (il processo breve è solo l’ultima trovata in ordine di tempo), stravolgendo qualsiasi idea progettuale di riforma del codice penale e di procedura, ridicolizzando il garantismo e rilanciando alla grande la sfacciata rivendicazione di una giustizia di classe, della legge come scudo dei potenti. Il risvolto di una giustizia di classe che protegge i più forti è la persecuzione di classe verso i più deboli. Quella che fomenta i giustizialisti di destra, come la Lega, gli ex di An e Di Pietro, e che lascia indifferenti i giustizialisti idealisti di sinistra.

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Processo breve: amnistia per soli ricchi
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Giustizia o giustizialismo? Dilemma nella Sinistra

Il giustizialismo è ormai diventato un potere come gli altri, con un suo preciso ordine del discorso teso ad aizzare le masse contro un sovrano per creare consenso verso un altro sovrano

Anna Simone
L
iberazione Queer 19 ottobre 2008


Tra gli effetti perversi di ciò che alcuni denominano come crisi dello stato di diritto e altri come fine del medesimo vi sono almeno due fenomeni degni di una seria riflessione: da una parte il rafforzamento dei poteri esecutivi e 59-queer-dipietro2 amministrativi tesi a criminalizzare la cosiddetta “marginalità sociale” a colpi di decreti e ordinanze amministrative (contro accattoni, lavavetri, prostitute, trans etc.); dall’altra un processo di trasformazione delle cosiddette teorie della giustizia in giustizialismo. Ovverosia in quell’ideologia politica post-garantista che tende a vedere nel legalismo e nel contenimento del rafforzamento del potere esecutivo l’unica forma di politica possibile. Ci riferiamo, evidentemente, al successo del dipietrismo-travaglismo e al buon esito di consenso mediatico e non che essi riescono ad avere. L’ossessione giustizialista, però, spesso declinata come anti-berlusconismo, non sempre, per non dire mai, riesce ad attraversare anche gli ambiti del garantismo “per tutti” e quindi si traduce in un potere che non distingue i soggetti coinvolti nella dinamica. Non distingue cioè l’ingiustizia sociale, trasformatasi ormai in politica penale contro gli ultimi, dallo scontro ormai titanico tra potere esecutivo e potere giudiziario. Di conseguenza passano quasi inosservati i “pentitismi” sull’indulto, i no secchi all’amnistia, il totale silenzio sulla persecuzione nei confronti di migranti, prostitute e quant’altro, l’avallo incondizionato dato nei confronti di qualsiasi processo di criminalizzazione preventiva. In poche parole è ovvio e ragionevole che qualsiasi tentativo di rafforzamento, di potenziamento dell’esecutivo debba preoccupare tutti, ma non è altrettanto ovvio che ciò avvenga attraverso l’innalzamento virile del vessillo giustizialista. La cosiddetta teoria del bilanciamento dei poteri, sancita anche dalla costituzione, che a giusto titolo prevede oltre alla funzione legislativa ed esecutiva anche quella giudiziaria, appare in realtà sempre più sbilanciata verso un giustizialismo sommario, sino ad essere divenuta il “grande tema” della politica contemporanea di cui discutere nei vari salotti televisivi, a dispetto di chi ne paga le conseguenze reali sulla propria pelle (precari senza possibilità di accedere ad uno straccio di diritto, tossicodipendenti a cui vengono negate le misure alternative, trans rinchiusi nei cpt etc.). Prima della nascita dello stato moderno non si ha memoria di sistemi politici che differenziavano i poteri per poter giustiziare gli stessi diritti e lo stesso potere esecutivo, qualora fossero colti in flagranza di abuso, dal momento che la pubblica messa a gogna del capro espiatorio di turno riusciva a soddisfare il sadico piacere della vendetta di massa. I molti si sfogavano sull’uno ma non sul sistema accentratore e assolutistico che produceva il capro espiatorio. Poi ci sono state le rivoluzioni, a seguire è nata la democrazia nonché il potere giudiziario il quale fu posto, seppure tra mille contraddizioni e conflitti, a svolgere il ruolo terzo di controllo sul potere esecutivo e legislativo in modo tale da poter garantire una forma di giustizia attraverso l’assoggettamento alla legge financo dell’autorità politica di turno. Nacque, cioè, lo stato di diritto. Ma se da una parte la giustiziabilità del potere esecutivo avrebbe dovuto garantire il famoso principio della “legge uguale per tutti”, dall’altra i sistemi di welfare avrebbero dovuto consentire lo sviluppo di una giustizia parallela, quella sociale. Oggi, venuta a mancare quest’ultima, ci ritroviamo dinanzi ad un potere giudiziario tradotto troppo spesso in giustizialismo e in un reale abuso del potere esecutivo, ma entrambi i poteri distorti si muovono sullo stesso crinale pur essendo contrapposti: la legge non è uguale per tutti sia per gli uni che per gli altri. Perché Di Pietro è ossessionato dal lodo Alfano ma non spende parola alcuna sulle migliaia di migranti che popolano i centri di detenzione costruiti ad hoc per contenere la miseria e la disperazione del mondo? Perché i cosiddetti giustizialisti, tra cui senz’altro mettiamo anche Travaglio non aprono bocca dinanzi al decreto sulla sicurezza voluto da Maroni e poi convertito in legge che consente la carcerizzazione di massa e l’espulsione facile di migliaia di persone? Perché nessuno apre bocca sull’ipocrisia perbenista e falsamente morale del ddl Carfagna sulla prostituzione? Perché tutti oggi negano l’efficacia dell’indulto sui maggiori quotidiani italiani nonostante vi siano saggi scientifici che dimostrano il contrario (si veda a tal proposito il lavoro fatto da Antigone)? Eppure questi ultimi fenomeni ci pongono dinanzi alla crisi dello stato di diritto nel medesimo modo del lodo Alfano. Qualsiasi persona ragionevole, infatti, vedrebbe il fenomeno nel suo duplice volto se avesse un minimo di coscienza di quanto possa essere fuorviante trasformare la dea della giustizia, la bellissima Minerva, in un giustiziere monomaniaco che trasforma l’idea democratica del bilanciamento dei pubblici poteri in un meccanismo che fa di due pesi, due misure. Il giustizialismo, infatti, e non la giustizia è ormai diventato un potere come gli altri, con un suo preciso ordine del discorso teso ad aizzare le masse contro un sovrano per creare consenso verso un altro sovrano, per costruire nuove ed inedite forme di populismo difficilmente collocabili sia a destra che a sinistra. D’altronde non è un’operazione politica così difficile dati i tempi che corrono, ma non è neppure un’operazione sana perché in fin dei conti spara nel mucchio, nella mucillaggine in cui tutti siamo immersi, senza distinguere più tra i sommersi e i salvati. Nel famoso film di Nanni Moretti, Il Caimano, il sipario si chiudeva con l’immagine di un Tribunale che avrebbe salvato l’Italia. Il dipietrismo, con il supporto della lingua biforcuta e scaltra di Travaglio, cerca di trasformare questa immagine in una forma della politica contemporanea, ma sia anche chiaro a tutti che il rovescio di questo fenomeno non risiede nel ripristino di un diritto per tutti. Tutt’altro. Risiede nella tendenza contemporanea dei poteri di trasformare tutto ciò che toccano in politica penale, come se tutti ormai stessimo in una nuova e gigantesca gogna mediatica. Sarà per questo che Di Pietro “tira”, come si dice in gergo?

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